venerdì 25 dicembre 2015

John Dickson Carr : Il Mostro del Plenilunio (It Walks By Night, 1930) – I Classici del Giallo Mondadori, N.196 del 1974 - 2^ parte

Nella prima, Jeff Marle e Sharon Grey sono assieme nella villa de lei.
Dapprima conversano: “ – Lewis Carroll..è fantastico! Io non avevo mai letto “Alice”! – Raoul.. – esitò un attimo poi proseguì – ..un mio amico me ne doveva portare una copia..Non è delizioso il ricevimento del Cappellaio Pazzo? E quando portano in giro i fenicotteri, e lui dice: Taglia, taglia la sua testa!..” (pag.136).
Si siedono su una panchina rustica, vicino al muro posteriore:
“..quando passammo davanti alla panchina rustica, toccai il braccio di Sharon che si sedette: nella poca luce che filtrava attraverso i rami dei cipressi,, potevo scorgere il pallore del volto di lei, alzato verso la luna: quel volto,eccettuati gli occhi, sembrava quello di una morta, e anche il suo corpo sembrava morto” (pag.137). E ancora a seguire:
“– Com’è gelida la vostra mano, sulla mia spalla!…le parole penetrarono nel mio cervello…mi resi conto con orrore che le mie mani erano intrecciate insieme, davanti a me. Proprio così…poi le sue parole risuonarono nella mia mente in un rapido, tremendo sospetto. – Alzatevi – dissi, udendo a malapena la mia stessa voce. – Alzatevi di lì un secondo, per favore. – Perché? Cosa succede? Sembrate.. – Alzatevi di lì. La trascinai via dalla panchina, dietro di me, poi mi precipitai di nuovo verso il sedile. Fui sopraffatto da un senso di repulsione..il chiaro di luna, attraverso i cipressi, rivelava la mano di un uomo che sporgeva immobile dalla spalliera della panchina. Spostai il sedile e vidi un corpo umano che si adagiò per terra, dandomi impressione quasi di cosa viva..rimasi curvo,pervaso da un forte senso di nausea; la fontana mandava un suono stridulo, come una risata…La sua testa quasi staccata dal corpo. Adesso la sua faccia bianca e rigata di sporco era rivolta verso la luna: Era Edouard Vautrelle; aveva le labbra rialzate sui denti, in una smorfia di derisione, e il monocolo ancora fermo nell’occhio senza più luce (pag. 137-138).
Noto la successione dei vari momenti, che si rincorrono sempre con maggiore tensione verso il catartico ritrovamento di Vautrelle: innanzitutto il riferimento alla decapitazione in “Alice nel paese delle meraviglie”. Poi il riferimento alle candele che man mano si spengono (ho saltato il riferimento di pag.137). Poi la passeggiata nel parco della villa, soli, al chiaro di luna, senza altre luci. Il riferimento ai cipressi (alberi da cimitero) introduce un nuovo elemento di tensione. Ma la fontana col suo rumore cristallino smorza la tensione, almeno..parrebbe che la smorzasse. Poi..il pallore nel volto di lei, che sembra quello di una morta. Ancora un riferimento macabro.  Poi si siedono sulla panchina, e ancora una volta sembrebbe che la tensione si svaporasse, quando..un nuovo elemento di tensione ancora più acuto si affaccia: la mano gelida. Che porta all’orrore di vedere le proprie mani conserte. E di chi è allora quell’altra mano? La sua voce è inudibile, in preda allo spavento. La luce della luna che attraversa i cipressi (ancora loro!) rivela una mano umana appoggiata alla spalliera della panchina. Ora il rumore dell’acqua della fontana non è più rilassante ma assomiglia al suono di una risata aggiungerei..maligna. E poi ..un corpo con la testa quasi staccata dal corpo. E infine la rivelazione che si tratta di Vautrelle. Vautrelle? Ma se si era quasi stati portati a sospettarlo di omicidio?


Faccio notare due cose:
innanzitutto come gli stessi oggetti, a seconda dello stato emozionale in cui vengono a trovarsi i soggetti, possono mutare diametralmente il loro significato. Per es. la fontana della Villa di Versailles, prima ha un suono cristallino, poi è come se ridesse (ma non è una risata allegra ma beffarda, sardonica, che accompagna la scoperta dell’omicidio); e poi come le stesse cose possano avere un significato diverso a seconda da come le si usi: per es. la Villa di Versailles, che tenuta al buio e rischiarata dalle candele ha un’aura romantica ma piena di presagi di morte, dopo la morte, rischiarata dalla luce elettrica perde la propria aura spettrale per ricavarne una più fredda.
Ancora da notare è come il procedimento usato da Carr per generare tensione sia quello cosiddetto accrescitivo, usato con estrema accortezza, molto simile al sistema usato dai compositori dell’ottocento per accrescere la tensione drammatica nella musica: se si fosse puntato infatti su un’unica linea, procedendo dalla tensione minima alla tensione massima, non si sarebbe potuto andar avanti per molto tempo; e dopo un poco la tensione si sarebbe esaurita. Invece qui, per accrescere una tensione drammatica e portarla a livelli insostenibili, Carr si ferma ogni tanto, quasi seguendo delle tappe, e da ogni tappa riparte con una forza maggiore e con elementi che pur essendo simili a quelli originari, portano a situazioni più sconvolgenti. 
La seconda citazione non ha la tensione della tragedia, non ha il passo del thriller alla Rufus King. E’ più diretta, ma molto più macabra. A parlare è Gersoult, valletto di Saligny, mentre il suo padrone giace nella bara, con la testa staccata dal corpo: “ –Lo so – disse. Lo so, signore: voi andate a cercare le cose morte che camminano in cantina: le ho sentite le cose morte, stropicciare i piedi, là sotto..” (pag. 169). Brr…
Ma in questo romanzo non c’è solo Poe, cioè non solo atmosfera e tensione;  c’è anche una consorteria di scrittori, tutti precedenti all’entrata trionfale di Carr. In pratica lui si comportò, come chiunque che non avendo ancora uno stile proprio, cercasse di attingere da chi, prima di lui, aveva inventato qualcosa.
Tutti o quasi mettono in rilievo Poe. Ma Poe è citato anche dallo stesso Carr. Il discorso è che Carr prende a piene mani anche da altri: primo fra tutti Gaston Leroux.
Non c’è dubbio infatti che il Leroux di Le mystère de la chambre jaune deve aver esercitato un’influenza determinante su Carr. E lo si desume, come giustamente rileva Nick Fuller, dalla trattazione che Bencolin fa alla fine del capitolo undicesimo: lì viene confrontata la pratica investigativa americana, fatta di terzo grado e di informatori, e di indagini brutali, con quella francese in cui un corpo di polizia ha il compito di investigare usando la ragione. Ma nello stesso tempo, Bencolin mette in guardia contro la credenza che chiunque, dotato solo di sagacia, e quindi senza esperienza o studio, possa improvvisarsi investigatore: in una Francia degli anni ’20, quale altro confronto è possibile se non con il Rouletabille di Leroux? Non solo.
A Leroux ci porta anche il modo assolutamente trasformistico di creare e ricreare la realtà a piacimento: Frédéric Larsan, il celebre poliziotto di Leroux, in realtà è anche il criminale Ballmeyer, e allo stesso modo Alexandre Laurent diventa Saligny.  L’abilità trasformistica di Ballmeyer ad impersonare il personaggio Larsan e a condurre il gioco secondo la propria prospettiva è la stessa dell’assassino qui e del suo complice, che orchestrano il delitto come un concerto. Ma più ancora che al primo, Carr mi riporta al secondo Leroux, Le parfum de la dame en noir, dove la follia e la capacità di farsi beffe della realtà svia continuamente il lettore.
E la polizia francese diversa da quella americana, a chi ci conduce? A chi Carr voleva riferirsi? A me sembra che il riferimento possa essere più che quello di Leroux piuttosto quell’altro di Monsieur Lecoq, il celebre poliziotto di Gaboriau, il primo rappresentante di quella schiera ( opposta al poliziotto non acuto tipo il Lestrade di Conan Doyle), che rivendicò il proprio posto nella Letteratura poliziesca.


Ma al di là di questo, riscontro anche altre influenze, in questo primissimo Carr.
Soprattutto Freeman e Crofts. Per delle cose che noto qui, ma non anche in altri Carr successivi: qui per esempio c’è un eccessiva attenzione ai tempi. Alle pagg. 67-68, cioè nelle ultime due pagine del quinto capitolo, Bencolin riassume la situazione delle testimonianze e deposizioni, consultando il suo taccuino in cui ha ordinato i vari tempi riferiti alla situazione criminosa: ora, questa è una nota che ci avvicina fortemente ai romanzi di Crofts, la cui principale caratteristica è quella di esibire degli alibi a prova di bomba che poi vengono smontati altrettanto sapientemente.
Invece dal R.Austin Freeman del dottor Thorndyke, Carr prende la tendenza a trattare gli indizi materiali come fondamento all’indagine investigativa: per es.nel capitolo sesto, “Sette metri per sette”, assistiamo ad un tipo di indagine scientifica, per quanto riguarda il rilevamento di prove materiali: lo spargimento di polvere per le impronte digitali, le fotografie della scena del delitto, il segno del contorno del cadavere col gesso. E poi Bencolin che supera i suoi stessi uomini e trova sotto le unghie della vittima un pezzo di filo, che solo lui avrebbe potuto vedere, e che poi viene identificato, in un tipo di filato . Poi si vedono uomini che esaminano il tappeto, tolgono la copertura del divano, fotografano e rilevano impronte. Mike Grost indica invece l’indagine scientifica che Bencolin attua coi suoi uomini nella Villa di Versailles dove giace il cadavere di Vautrelle, nel capitolo XIII, “Morte a Versailles” : il sangue, le coltellate alle spalle, le tracce sanguinolente che partono dal cancello posteriore della villa, indicano che l’assassino ha seguito Vautrelle che si trascinava fino alla panchina, e quando lui si è accasciato, egli ha cominciato a staccargli la testa dal busto. La mancata recisione della testa che indica come non si sia utilizzata una spada ma piuttosto un coltello, un lavoro da inesperti, un coltello grosso, forse americano, da caccia. Tutte tracce che opportunamente interpretate da Bencolin gli consentiranno di farsi un’idea precisa su quel che possa essere accaduto. E non sbaglierà neppure in quest’occasione!
E infine l’Hashish e l’oppio hanno una grande importanza in questo romanzo. E chi ci ricordano oppio e hascisc? De Quincey, Balzac, Baudelaire, Gautier. Noto come in determinati passi del romanzo si trovino riferimenti a queste droghe, molto significativi: innanzitutto tra gli autori preferiti da Laurent sono citati De Quincey e Baudelaire. Laurent ed altri personaggi si drogano. In un passo, prima dell’assassinio di Saligny, colui che l’ucciderà esclama: “– Questa musica maledetta..non posso sopportarla. Perchè stanno sempre suonando lo stesso motivo da mezz’ora?”. Ancora una volta, un qualcosa cambia significato, a sottolineare un cambio emotivo dei personaggi: prima l’orchestra jazz produceva un semplice frastuono; ora la musica dell’orchestrina, sappiamo che viene percepita come ossessiva. Anche perchè il soggetto che inveisce, intuiamo che è drogato.
Quincey è ricordato per aver scritto Murder considered as one of the fine arts ,“L’assassinio come una delle belle arti”. Ma è anche ricordato per uno scritto molto più famoso all’epoca, Confessions of an English opium-eater, “Le confessioni di un mangiatore d’oppio”. Non scordiamoci che il Carr degli anni ’20 che aveva vissuto a Parigi, si era imbevuto di letteratura francese: e quindi non potrebbe aver letto anche Théofile Gautier, dedito all’oppio e all’hashisc, come lo stesso Balzac?
Tra tante meraviglie, l’unica cosa che mi appare stonata è l’omicida: non è un grande omicida, non è una persona di grande levatura, un genio come in gran parte dei romanzi di Carr. Non è neanche un vigliacco, un fetente. Piuttosto è una creatura debole, dedita alla droga, che ha ucciso non perché desiderasse uccidere Saligny, ma perché glielo si è chiesto, lo si è convinto a farlo. Ma poi il secondo omicidio e il tentato terzo, sono il frutto della sua follia. E la pervicacia con cui Bencolin lo accusa, lo distrugge psicologicamente, fa quasi pena: Bencolin non ha nulla di Fell o Merrivale; è piuttosto un essere duro, spietato con chi sbaglia. Perché non è solo poliziotto ma anche giudice. E quindi è implacabile. Il suo compito non è solo quello di acciuffare il reo ma anche di portarlo, come dice lui qui, alla ghigliottina (pag.193).
Questo modo di presentare Bencolin, con la sua aria sinistra e mefistofelica, riesce quasi ad invertire i ruoli: il povero assassino da una parte, il freddo poliziotto dall’altra. Del resto l’assassino ha eliminato dei rifiuti della società: uno psicopatico, un imbroglione, e stava per uccidere un ricattatore e spacciatore di hascisc.
Bencolin non si accanisce contro l’assassino perché questi ha ucciso, quanto piuttosto per come ha impedito che lui, Bencolin, che aveva dato la sua parola a Saligny di proteggerlo, potesse adempiere alla sua promessa. E per di più perché chi ha ucciso si è fatto beffe dell’ordine costituito, servendosi di lui e di un suo uomo, François, per avere un alibi. Ecco perché, secondo me. la giustizia di Bencolin assume ,qui, i contorni di una vendetta personale; e solo questo spiega l’accanimento del poliziotto nei confronti dell’essere debole che ha davanti, cosa che si può evincere leggendo le pagine finali dell’ultimo capitolo. Accanimento anche perchè deve capire se il suo ragionamento sia stato giusto, se le cose siano andate veramente come lui abbia pensato. Serve cioè, perchè la giustizia possa avere il suo corso, e forse anche, come lui suggerisce all’assassino (vittima di tutta una serie di torti che ha patito), perchè la giuria possa tenerne conto e non applicare la pena di morte. C’è solo un momento, alla fine della storia, in cui si erge l’assassino in tutta la sua figura. E’ quando rivendica la gioia che ha provato quando ha ucciso Vautrelle, quando è stato bagnato dal suo sangue: se l’anima può saziarsi, ecco, lui, l’assassino, si è saziato dopo. Questo identificarsi con l’anima, fà sì che l’assassino giustifichi la morte di Vautrelle con un bisogno di giustizia. Una giustizia che non può essere solo terrena. Non sarebbe stato quindi un assassinio ma un’esecuzione. E quindi è come se dicesse che dovrebbe essere giudicato non per la seconda morte quanto per la prima (a suo dire, ovviamente).
Insomma…un’opera giovanile di Carr, ancora non perfettamente oliata, ma già capace di avvincere e meravigliare: il plot e la soluzione sono meravigliosi, e già richiamano certi altri meccanismi da Camera Chiusa che verranno inventati successivamente.
Un discorso a parte, merita la traduzione di Rossana De Michele che non è che sia malvagia, diciamolo pure. Se alcune volte ho detto che meriterebbe questo romanzo una nuova traduzione, è perchè le parti che sono state tolte conferirebbero una luce diversa e accrescerebbero il fascino: è un discorso di atmosfera, non di plot. Il plot e la spiegazione ci sono tutte, e il romanzo finisce esattamente come finisce quello originale. E inoltre la traduzione per l’epoca è molto buona. Vedete e confrontate certe traduzioni odierne e traduzioni degli anni ’50 Mondadori, e sarete d’accordo con me nell’affermare che allora la Mondadori prendeva i migliori traduttori (cosa che vale tuttora) rispetto al resto. Di traduzioni molto buone, nella scelta dei vocaboli e nella fluidità dell’insieme, ce n’erano anche altrove, ma poche: mi ricordo quelle per Garzanti di Bruno Tasso per esempio.


Nella versione di Rossana De Michele, qua e là si notano dei passi saltati, ma sono passi che riguardano l’atmosfera. Faccio un esempio, pag. 4 del romanzo originale (la prima pagina è occupata dalla piantina che nell’edizione Mondadori è rimpicciolita), Carr scrive : The high lamps were blooming out over Paris as we went down the stairs to my car. He stopped in the doorway to light a
cigar, and he stood for a moment looking up and down the blue-shadowed street—a tall figure silhouetted against the light of the tall doorway, cloak flung over his shoulder, leaning on his silver-headed stick. 



Rossana De Michele traduce solo “The high lamps were blooming out over Paris as we went down the stairs to my car” con “Parigi scintillava alla luce dei suoi mille lampioni quando scendemmo le scale e ci avviammo verso la mia auto“. Ma salta il resto. Che si potrebbe tradurre:
Si fermò sulla porta alla luce di un sigaro, e stette per un momento a guardare su e giù per la strada dalle ombre blu, una figura alta stagliata contro la luce della porta alta, il mantello gettato sulle spalle, appoggiato al suo  bastone dalla testa d’argento“.
Non toglie e non aggiunge nulla se parliamo di plot, ma l’atmosfera della scena risulta parecchio più suggestiva.
E siccome già lo è in gran parte, immaginiamo come lo sarrebbe stata se simili parti non fossero state espunte. 
Immaginare non costa nulla: sarebbe stata magnifica!
Comunque sia..un primo capolavoro di Carr, che proprio con i suoi eccessi riesce a lacerare la trama dell’oblio e a far emozionare ogni qualvolta lo si legga.

Pietro De Palma