venerdì 18 marzo 2016

Agatha Christie : The Dream, 1937 - trad. Grazia Maria Griffini (in I Misteri della Camera Chiusa, N° 50, I Bassotti, Polillo, 2007)



Negli anni passati, la cosa migliore che sia accaduta in Italia, dal punto di vista della letteratura di genere, è stato senza dubbio il tentativo di Marco Polillo, di ritagliarsi un suo spazio di mercato, approfittando dell’assenza di titoli, del genere che lui avrebbe voluto imporre, da parte di Mondadori. Quest’assenza, col tempo, è divenuta quasi cronica, e così Polillo, se in un primo tempo avrebbe voluto creare una piccola biblioteca di pochi titoli, 50 per l’esattezza,  poi si è ricreduto per il successo dell’iniziativa e ha allargato gli orizzonti, creando una serie che ad oggi conta quasi duecento titoli.

Nell’ambito di questa serie, parecchi sono stati anche i volumi di racconti. E tra questi, oggi voglio segnalare uno, che a mio parere, è un’autentica perla: I Delitti della Camera Chiusa, un volume uscito col numero 50 nel 2007 ( uno dei pochi che ha goduto di una edizione successiva a dimostrare il suo successo di vendite), che racchiude alcuni dei migliori racconti in assoluto:

- Robert Arthur Jr., La 51a stanza sigillata (1951, The Fifty-First Sealed Room)
- Matthias McDonnell Bodkin, Omicidio per procura (1897, Murder by Proxy)
- Fredric Brown, Mistero all'obitorio (1943, The Spherical Ghoul)
- John Dickson Carr, Il terzo proiettile (1937, The Third Bullet)
- Agatha Christie, Il sogno (1937, The Dream)
- G.D.H. e M.I. Cole, Il gufo alla finestra (1923,
The Owl at the Window)
- Joseph Commings, I delitti di X Street (1962, The X Street Murders)
- Lillian de la Torre, La prima camera chiusa (1950, The First Locked Room)
- Richard Austin Freeman, Il pugnale d'alluminio (1909, The Aluminium Dagger)
- Edgar Jepson & Robert Eustace, La foglia di tè (1925, The Tea Leaf)
- C. Daly King, L'episodio del chiodo e del requiem (1935, The Episode of the Nail and the Requiem)
- Ronald A. Knox, Dopo accurata ispezione (1925, Solved by Inspection)
- John F. Suter, A mille miglia, nel cielo (1956, The Thousand Mile Shot).

Col tempo, ne vaglieremo alcuni.  In questa sede, però, voglio esaminare il racconto di Agatha Christie.  Anzi, annuncio in questa sede, che questo sarà il primo dei racconti con Camere Chiuse scritti da Agatha Christie, che esaminerò.

Apparve nel 1939, nella raccolta The regatta mystery and other stories, nonostante il racconto fosse stato scritto nel 1937: in italiano, la corrispondente raccolta è quella intitolata “In tre contro il delitto”.
Noto tuttavia come della Christie, sull’onda del successo, per poter trarre il massimo dai suoi scritti, siano stati messi in vendita vari volumi, sia per il regno Unito, sia per gli Stati Uniti, con titoli diversi, che possedevano però alcuni identici racconti. In sostanza, quelli che si riteneva fossero i migliori tra i racconti della scrittrice inglese, venivano ri-usati  e uniti assieme ad altri inediti: così è il caso del celebre The Adventure of the Christmas Pudding, che è presente sia nella raccolta Double Sin and Other Stories (apparsa solo in USA nel 1961e non già in UK), sia in The Adventure of the Christmas Pudding and a Selection of Entrées (apparsa in UK nel 1960 e non invece in USA), raccolte che è bene dirlo contengono oltre quello citato, racconti completamente diversi; e così è il caso del nostro racconto in questione, The Dream, che venne pubblicato in due raccolte diverse: appunto The regatta mystery and other stories, nel 1939; e proprio in The Adventure of the Christmas Pudding and a Selection of Entrées, nel 1960, nonostante non fosse una Entrée.

Poirot viene invitato, con tanto di lettera scritta, a presentarsi alle 21,30 in casa dell’eccentrico miliardario Benedict Farley, cosa che egli fa. Il maggiordomo lo introduce in una stanza dove il magnate lo sta aspettando. E’ proprio come le poche cronache lo descrivono: degli spessi occhiali, un naso adunco (come quello di un avvoltoio), radi capelli bianchi, avvolto in una vestaglia a patchwork. L’uomo è seduto ad una scrivania, ma la potente lampada da 150 watt che proietta la luce sul visitatore, rende le pareti quasi sfumate, nella penombra della stanza.

Dopo una presentazione durante la quale Farley intende assicurarsi che il visitatore sia proprio Hercule Poirot, il celebre investigatore, viene esplicitato il motivo per il quale Farley abbia voluto convocare Poirot: avere un suo parere circa un sogno che da alcune settimane lo terrorizza: sogna di prendere una pistola dal cassetto della sua scrivania e di spararsi, alle 15,28. E ogni volta il sogno ripete la sua litania: apertura del cassetto, pistola impugnata, sparo alla tempia, e immediatamente dopo Farley si sveglia di soprassalto. Poirot non sa che pesci pigliare: non è uno psicanalista, e consiglia il suo interlocutore di recarsi presso uno specialista. Farley  gli confida di temere che qualcuno possa ipnotizzarlo per riuscire a farlo suicidare, perché egli è in condizioni tali che il suicidio sarebbe proprio l’ultima cosa cui penserebbe. Però è possibile che in tale condizione psicotica, poi finisca veramente per suicidarsi.

Poirot chiede di poter vedere la pistola, ma Farley dice che non vuole ora entrare nel suo studio e fargliela vedere, e che deve bastargli quanto lui ha appena detto. Fatto sta che Poirot comunque non sa cosa fare e quindi va via, non prima che Farley si sia da lui fatta restituire la lettera d’invito e non prima che Poirot abbia confuso il suo biglietto con quello della lavandaia di cui Poirot si serve per lavare i suoi capi e in special modo le camicie.

Una settimana dopo il dottor Stillingfleet, che è il medico di Farley, e che conosce Poirot personalmente, lo contatta perché Farley si è suicidato alle 15,28. E tra le sue carte hanno trovato il famoso biglietto in cui chiedeva a Poirot di andarlo a trovare. Tutti sono impazienti di sapere il motivo e Poirot lo rivela. Interrogati in merito anche i familiari, figlia e moglie, la consorte ammette che da alcune settimane il marito era ossessionato da un sogno ricorrente, descritto secondo le modalità note a Poirot, e che si era rivolto invano a tre specialisti, ma che lei non sapeva chi fossero. Poirot chiede come sia avvenuto e tosto l’Ispettore Barnett gli spiega le modalità così come sono state ricostruite: il miliardario stava aspettando due giornalisti per una intervista in merito alla fusione di due società cui era interessato Farley. Essi erano arrivati, erano stati fatti accomodare fuori dal suo studio in attesa che Farley si disimpegnasse delle sue cose e potesse riceverli, ma erano lì ad aspettarlo da parecchio. Alle 16 passate da un pezzo, il segretario di Farley, che ha una stanza adiacente allo studio, uscendo da essa e recandosi da Farley per fargli firmare delle carte e notando i due visitatori ancora assisi fuori, era entrato nello studio, solo per trovare morto il suo principale, con un foro di pistola nella tempia e la pistola per terra accanto a lui. Tutto qui. L’ora della morte presumibilmente le 15,28 dato che il medico che aveva esaminato il corpo aveva fissato l’ora della morte ad un’ora prima, quindi intorno proprio a quell’ora.

Interrogato in merito, Hugo Cornworthy, questo il nome del segretario, conferma quanto già anticipato; inoltre afferma che lui del sogno non sapeva nulla, e che aveva solo scritto a macchina l’invito a Poirot su ordine del suo principale.

Poirot entra nella stanza e ricorstruisce con le sue famose cellule grigie il modus operandi non del suicidio, ma del delitto, un omicidio accuratamente premeditato: qualcosa comincia a muoversi quando egli trova giù ai piedi del muro in cui si affaccia la finestra di Farley, parecchi metri sotto, un gattino di pezza; e quindi comincia ad armeggiare, nella stanza di Farley, con delle mollette estensibili,  quelle usate per afferrare delle cicche di sigaretta da terra senza chinarsi.

Farley era un uomo insopportabile, tollerato solo dal suo segretario, mentre la figlia non vedeva l’ora che morisse per intascare l’eredità. All’ora presumibile in cui era morto, tutti erano presenti. Ma sulla pistola erano state trovate le impronte solo di Farley, quindi…

E’ il “quindi” che però non soddisfa Poirot, che sulla base di quello che pensa e di quel gattino di pezza e delle mollette estensibili, e del perché Farley non aveva voluto mostragli una settimana prima la sua pistola, firma la sua ricostruzione che inchioda l’assassino e il suo complice.

Ancora una volta ci troviamo dinanzi ad una messinscena accuratamente preparata: sono queste le Camere Chiuse che mi affascinano: problemi logici la cui spettacolarità è assicurata da un concorso di cause e di azioni svolte da più persone. Eppure le impronte sul calcio della pistola erano proprio di Farley; e nessuno sarebbe potuto entrare dalla finestra, pure lasciata aperta, perché sul muro su cui si apriva non c’era nessun appiglio e non correva neanche il tubo della grondaia: era un muro liscio impossibile da scalare. Davanti alla finestra c’era un altro muro, quello di uno stabilimento. Nient’altro. E nella strada, sempre traffico rumoroso, cosicchè nessuno aveva sentito lo sparo. Ma i due testimoni, fuori dalla porta, avevano giurato di non essersi mossi e che nessuno era entrato o uscito dalla porta dello studio di Farley.

Ma Poirot sottolinea, nella sua ricostruzione, come, fondamentale per la riuscita del piano, fosse stato il “sogno”:  senza che ciò si fosse verificato e senza che fosse stato raccontato, il delitto probabilmente non sarebbe avvenuto. Ed esso non è solo avvenuto con una messinscena accuratamente preparata (che non riguarda la morte spostata in avanti o indietro rispetto alle fatidiche 15, 28), ma anche è stata operata altre messinscena, che agli occhi del lettore attento, potrebbe non essere sfuggita (io l’avevo supposta).

La soluzione, devo dirlo, è semplice e spettacolare al tempo stesso, anche se mi sembra che la Christie volontariamente lasci nebulosi alcuni indizi, per non dare subito un indirizzo ai sospetti, che altrimenti sarebbero lampanti, primo fra tutti lo sparo e l’uccisione del povero Farley:  la ferita  mortale alla tempia è stata a bruciapelo o no? Il guanto di paraffina perché non è stato fatto? Perché si supponeva che fosse stato Farley ad uccidersi. Ma la ferita era compatibile con una a bruciapelo? E’ stato usato un silenziatore o no? Se non è stato lui a spararsi, chi lo ha fatto? Il segretario non può averlo fatto sicuramente, simulando che fosse morto e poi uccidendolo (come per esempio in un famoso racconto di Chesterton, portato sul piccolo schermo dal nostro Renato Rascel; e in quel caso perché poi?) perché la morte era effettivamente antecedente di almeno 30-40 minuti l’orario di rinvenimento del cadavere, né vi erano cause che avrebbero potuto in qualche modo alterare l’ora della morte (diabete, eccessivo calore nella stanza) anche per il fatto che la finestra era stata trovata aperta. Gli unici che avrebbero potuto farlo sarebbero potuti essere i due giornalisti, o presunti tali (erano stati davvero inviati lì per intervistare Farley) rimasti da soli fuori dalla porta. Ma poi perché l’avrebbero fatto?

Poirot come in un puzzle, sposta i vari pezzi fino a farli incastrare perfettamente gli uni con gli altri e ricostruisce tutto il quadro: se vogliamo, l’unica cosa che avrebbe potuto rendere più plausibile la morte per suicidio, sarebbe stata la finestra chiusa; ma anche la finestra aperta era congeniale al piano, perché lo sparo altrimenti uno si sarebbe chiesto per quale motivo non si fosse sentito, se fosse rimasta chiusa. E del resto, la finestra era un elemento essenziale per la riuscita del piano. E il gattino di pezza in cosa entra nel piano di uccidere il magnate? Ha il suo valore, che è anch’esso determinante, perché Farley odiava i gatti.

E come c’entrano le mollette estensibili?

E che valore ha il fatto che Farley una settimana prima non avesse riconosciuto subito il biglietto della lavandaia che Poirot distrattamente gli aveva dato, prima di rendergli quello vero? E che valore avevano avuto la lampada e gli occhiali? E la stessa coincidenza che una settimana prima, quando era avvenuto l’incontro tra Farley e Poirot, nessuno era presente in casa, tranne Farley stesso ed il suo maggiordomo (tutti gli altri, segretario e familiari erano usciti per andare al cinema o a teatro), mentre al momento della morte erano tutti presenti (chi nella stanza adiacente, chi al piano superiore a riposare, e chi altro sullo stesso piano a dipingere)?

Due persone saranno assicurare alla giustizia, mentre la restante sarà riconosciuta innocente.

Un racconto bello, succinto, con un mucchio di indizi (non tutti esplorati a fondo), una successione dei fatti appassionanti e splendidamente resa in poche pagine, ed una soluzione avvincente.

Il racconto è stato drammatizzato nella splendida serie interpretata da David Suchet (1^ stagione, 10^ episodio) poi rieditata in dvd da Malavasi.


Un particolare che metto  in risalto è il fatto che la Christie, com’è risaputo, usasse i suoi racconti molto spesso come una sorta di laboratorio per le storie più estese; e che dei personaggi venissero riutilizzati, sia nei romanzi che nei racconti. Qui è la volta del dottor Stillingfleet,
che oltre che comparire in questo racconto, comparirà in Sad cypress del 1940 (solo marginalmente: infatti lì sarà Peter Lord, il medico della vittima, Laura Welman uccisa con una dose mortale di morfina, a rivolgersi e chiedere a Poirot di occuparsene, visto e considerato che proprio dal dottor Stillingfleet, suo conoscente, aveva saputo della brillante soluzione fornita in The Dream da Poirot), e in seguito, molto tempo dopo
in Third Girl nel 1969, in cui sarà uno dei personaggi della storia.



Pietro De Palma