martedì 19 aprile 2016

Christianna Brand : La calda nebbia bianca (The Gemminy Cricket Case anche Murder Game, 1968) – trad. Tina Honsel – 1^ edizione Autunno Giallo 1977, 2^ edizione Speciali del Giallo Mondadori n.69 dell’Aprile 2013.

Tre anni fa usciva lo Speciale n.69 de Il Giallo Mondadori, curato come sempre dall’inossidabile e lungimirante Mauro Boncompagni, che presentava, nella formula consueta di due romanzi + un racconto: I Quattro Giusti (The Four Just Men) di Edgar Wallace, La tragedia in casa Coe (The Kennel Murder Case) di S.S.Van Dine e, infine, La calda nebbia bianca (The Gemminy Cricket Case) di Christianna Brand.

Dobbiamo dire, in tutta sincerità, che mai come in questo caso, ci troviamo dinanzi e tre opere di assoluta eccellenza, accomunate da un denominatore comune: un mistero di Camera Chiusa che le riguarda ( in inglese si direbbe Locked Room).

Wallace e S.S. Van Dine sono noti, come i loro romanzi, delle pietre miliari nel genere, ma pur sempre reperibili in altre edizioni, perché molto noti (anche se in Mondadori ambedue mancavano da un bel po’ nelle edicole). Tuttavia, se mai avessi voluto in qualche modo incentivare l’acquisto di questo volume ( a me non sarebbe venuto un centesimo nelle tasche se si fossero venduti  o meno, più copie), se volessi “convertire come un missionario i soggetti restii al problema del mistero da Camera Chiusa”, avrei usato e userei come esempio il racconto, questo sì pubblicato davvero molti anni fa (Autunno Giallo Mondadori 1977) e leggendario, per l’aura che lo circonda: sicuramente uno dei migliori racconti del genere Locked Room che mai in assoluto siano stati pubblicati. Direi sullo stesso piano di The Third Bullet di Carr e By Unknown Hand di John Sladek.

Per quale motivo? Scopriamolo assieme.

Thomas Gemminy è un noto penalista londinese che, assicuratosi un bel patrimonio personale dalla sua attività forense, si è dedicato ad attività filantropiche a favore di bambini provenienti da situazioni familiari altamente disagiate: in sostanza bambini parenti di noti criminali che, rimanendo nello stesso pessimo ambiente familiare di provenienza, avrebbero potuto sviluppare gli stessi germi delinquenziali dei loro parenti. Questi bambini sono stati da lui e dalla moglie, finchè è vissuta,  allevati, istruiti e tutelati, avviandoli a sicuro avvenire; talvolta ha anche fatto in modo che, quelli in possesso di tare ereditarie, emigrassero, in modo da perdere i riferimenti di base e quindi essere più liberi di crearsi una vita senza sapere nulla del proprio passato. Si distinguono questi soggetti dall’avere due cognomi assieme: il loro e quello del patrigno.

I tre ragazzi a cui Gemminy si sia più affezionato sono tre: Giles Gemminy Carberry, Rupert Gemminy Chester e Helen Gemminy Crane; i due maschi sono entrambi innamorati di Helen e lavorano nello studio legale del patrigno. Tuttavia c’è un incomodo: un terzo “grillo” (così venivano chiamati i suoi ragazzi da Thomas Gemminy), che i due maschi non conoscono, pare pure innamorato di Helen.

Il racconto inizia con Giles che va trovare, presso una casa di riposo, un suo conoscente, anziano d’età, particolarmente versato alla risoluzione di enigmi e gliene sottopone uno molto arduo: Thomas Gemminy è stato ritrovato strangolato, legato e pugnalato ad una spalla, nel suo studio, quasi disadorno, con la scrivania sulla quale è accasciato, divorata dalle fiamme e una finestra rotta nel mezzo. La porta era sbarrata e chiusa dall’interno, dalla finestra rotta al marciapiedi sottostante c’erano più di quindici metri di strapiombo, e l’arma con la quale è stato pugnalato (ed esce ancora del sangue quando irrompono i poliziotti), un tagliacarte, è sparito dalla scrivania.  I poliziotti, la cui Centrale è sita proprio di fronte all’abitazione dell’avvocato, sono stati avvertiti da una telefonata, arrivata dallo studio di gemmino, in cui l’avvocato con voce disperata aveva parlato di “qualcosa che scompare nel nulla”. “di “qualcosa di strano alla finestra”, e di “due lunghe braccia”. Arrivati alla porta dello studio dopo neanche due minuti, trovano Rupert che sta cercando di buttare giù la porta sbarrata; riescono a rompere due pannelli della porta, uno di essi inserisce un braccio e fa scorrere i 2 chiavistelli orizzontale e verticale, poi tutti quanti riescono a spalancare la porta e trovarsi davanti allo spettacolo orrendo: l’avvocato morto, il cadavere in procinto di bruciarsi, la finestra rotta che ancora vibra, dei frammenti di essa sul davanzale e ovviamente, nessuno nella stanza, e la scrivania arsa dalle fiamme. Nel fumo che soffoca e brucia gli occhi, Rupert trova un messaggio che parla di Helen e corre via, un poliziotto esce correndo per andare a chiamare i pompieri, ma tutti gli altri rimangono lì a cercare prove, inesistenti.

Un’ora dopo viene trovato ucciso un poliziotto di ronda, tale Dinkum Cross, nelle stesse modalità dell’avvocato: legato, strangolato e pugnalato. Anche lui, prima di essere ucciso e poi ritrovato nella vecchia cisterna di una fattoria lì vicino, aveva parlato, da una cabina telefonica in cui si era rifugiato, di “Lunghe braccia” e di qualcosa che era “svanito nel nulla”.

Tocca al vecchio far qui la parte dell’investigatore.

Basandosi sul proprio acume e sulla propria deduzione, ricostruisce le fasi dell’omicidio, elaborando tre ipotesi di delitto, ognuna per ciascuno dei tre giovani, che fosse stato l’assassino. Poi elabora anche una quarta ipotesi, a carico del quarto incomodo, supponendo che potesse essere il poliziotto ucciso e in quel caso che lui poi fosse stato ucciso da uno dei tre per una qualche ragione legata alla vendetta per la morte del vecchio penalista, che in sostanza si opponeva a che uno dei protetti maschi sposasse Helen: sarebbe potuto trattarsi di tara ereditaria a danno di Rupert, Giles o Dinkum, oppure a carico della ragazza. Fatto sta che il movente è questo, l’amore tra Helen e uno dei tre maschi, giacchè la pista legata al patrimonio viene scartata subito in quanto esso è stato destinato interamente alla Fondazione, a favore dei ragazzi disagiati. Tuttavia gli alibi paiono escludere i tre amici: Giles che aveva appuntamento con l’avvocato alle 14,30 ha visto, arrivando alla casa in cui abita assieme a Rupert, l’amico che andava via in anticipo (avendo lui l’appuntamento alle 16 con Gemminy) col soprabito al braccio: in quei momenti la ricostruzione della polizia ha messo in evidenza che stava morendo l’avvocato, quindi i due giovani sono protetti dall’alibi di trovarsi lontano dal luogo dell’omicidio; rimarrebbe Helen, ma Giles afferma che c’era stato un equivoco verbale con lei, essendosi recata non in un posto che si chiamava Bell ma Dell. In sostanza rimarrebbe da vagliare la posizione del poliziotto.

Ma poi il vecchio ritorna sui suoi passi, riprendendo in esame Rupert con un’altra ipotesi, e qui finisce la storia. Anzi finirebbe, se non ci fosse la vera fine, con due colpi di scena finali, uno più travolgente dell’altro, in cui viene indicato il vero assassino e l’identità del vecchio “detective”.

Ho taciuto sia sulle varie ipotesi di ricostruzione del delitto, sia ovviamente sull’identità dell’omicida e su quella del vecchio, e su tantissimi altri particolari, dando il sunto della storia, perché sarebbe ingiusto privare il lettore della gioia di leggere questo gioiello.

Io il racconto l’ho letto qualche anno fa, quando lessi parecchi bei racconti di quell’Autunno Giallo tra cui mi ricordo un racconto di Hoch (Il serpente volante) e uno di Anthony Gilbert che mi colpì. Il mio edicolante, dal quale ho acquistato i due classici in edicola e uno dei due gialli inediti, mi ha permesso di leggiucchiare la prefazione di Mauro Boncompagni, che sostanzialmente condivido, riservandomi qualche osservazione: il Van Dine è bellissimo e se è vero che per originalità del plot e densità dell’intreccio è superiore agli altri due, La Canarina assassinata gli va molto vicino per me, non tanto per la soluzione – che giunge inaspettata, “per opera dello Spirito Santo”, dopo un sopralluogo e la scoperta di un oggetto rivelatore, acquisito per puro caso – ma per le mille sfaccettature della personalità di Vance che vengono rivelate, e ognuna di queste sfaccettature concorre alla soluzione del caso. Laddove in “Coe”, Vance incarna il detective anni trenta, molto poco salottiero e molto serio, in “Canarina”, è invece la quintessenza della frivolezza, del sarcasmo e dell’erudizione; e quando tratta di cose che apparentemente non hanno nessun collegamento con il mistero, alla fine esse hanno la loro importanza perché concorrono in qualcosa alla soluzione, eccezion fatta per i rimandi letterari. Ognuno è padrone di pensarla come crede. C’era addirittura chi (Julian Symons) diceva che: “The decline in the Vance books is so steep that the critic who called the ninth of them one more stitch in his literary shroud was not overstating the case”(Julian Symons :Bloody Murder, 2^ edizione, Penguin Books, 1985, pag.117). E i soli due romanzi di cui parlava veramente bene, erano The Greene Muder Case e The Bishop Murder Case. E chi, come Barzun parlava di The Kennel Murder Case, così: “Though dogs can be dangerous in life and in detection, this imbroglio by the precious and pedantic Van Dine is rather better than the rest of those written after 1930. It is a locked-room murder, there are clues, and Vance is not obnoxious beyond endurance” (Jacques Barzun – Wendell Hertig Taylor, A Catalogue of Crime, Harper & Row, 1971)

Quindi figurarsi quali e quanti possano essere i commenti critici su una stessa opera!

Per quanto attiene invece al superbo racconto di Christianan Brand (pubblicato per la prima volta nel 1968, nella raccolta What Dread Hand?), bisogna dire che la qualità del plot è altissima. La tensione e l’intelligenza nel creare le situazioni è miracolosa. Creando il plot, Christianna Brand elabora in parte idee di altri scrittori a lei precedenti: quindi, in sostanza, è una manierista, ma una manierista di altissima qualità e assai intelligente, giacchè laddove utilizza idee non sue, crea delle situazioni assolutamente nuove, che in qualche modo la fanno assurgere a nuovo modello da imitare: mi riferisco al motivo per cui viene ucciso il poliziotto, veramente una grandissima idea. Devo dire in tutta sincerità, che, quando lessi la storia anni fa, cimentandomi nella risoluzione dell’enigma (perché in sostanza c’è anche questo in questo romanzo, una sorta di sfida riferibile a quelli di Ellery Queen: la gara che contrappone il lettore allo scrittore nello spiegare lo svolgimento dei fatti), capii parecchie cose che poi vennero spiegate successivamente. E una delle soluzioni che volli dare, in parte, collimava, con quella finale: mi accorsi di aver capito il trucco. Però se si vede bene, anche la “grandissima trovata” di Christianna Brand, pur essendo “originale”, è nello stesso tempo una variazione di una “grandissima idea rivoluzionaria per l’epoca in cui fu concepita” di un altro autore, francese, di cui non faccio il nome, poi sfruttata largamente. L’idea di Brand e l’idea di questo grandissimo autore sostanzialmente sono le due facce della stessa medaglia: l’autore originario si basò sull’uso distorto di una identità, la Brand utilizza lo stesso procedimento ma utilizzando un oggetto, che in un certo senso ne è il simbolo. Lo ripeto: una trovata veramente geniale!

“Il detective” imprestato alla storia, il vecchio che Giles va a trovare, in quella che io definisco implicitamente “una sfida col lettore”, scarta le varie soluzioni una alla volta, e in questo la Brand ha dei riferimenti storici: The poisoned chocolates case  di Berkeley, in cui ognuno dei partecipanti alla riunione elabora una propria teoria diversa in qualcosa dalle precedenti, e The Greek Coffin Mystery di Ellery Queen, in cui non ci sono diverse spiegazioni associate a diversi soggetti, ma uno solo, Ellery, che elabora 4 soluzioni diverse, e scartandone tre, perviene a quella definitiva: un po’ quello che avviene qui.

Il racconto si chiama “la calda nebbia bianca” in italiano, in riferimento all’obnubilamento mentale dell’omicida: quando sfuggirà a quella calda nebbia bianca che gli invade la mente, riuscirà a ricordarsi come sono andati i fatti. Questa calda nebbia bianca mi ha ricordato Le brouillard rouge, “Nebbia Rossa” di Paul Halter che ha stretti legami col nostro titolo: l’omicida è folle, l’inizio trova la propria spiegazione alla fine nel nostro, quasi alla fine in quello di Halter, e la Nebbia rossa è quella che offusca la mente di Jack The Ripper quando è preso dal raptus dell’omicidio. Ovviamente è Halter che avrebbe potuto prendere qualcosa dal racconto della Brand!

Aggiungerei che se è vero che Queen si collega a Van Dine, è vero che anche Brand si ricollega a The Finishing Stroke di Queen. La scrittrice, in certo senso, varia il riferimento, sdoppiandolo: si comporta cioè come farà più volte, dopo, Paul Halter nei suoi romanzi: prendere un’idea base e variarla . Chi ha letto il romanzo del ’58 di Ellery Queen mi ha capito (ma ovviamente dopo aver letto questo racconto), chi no, lo reperisca, perché si tratta a mio avviso di uno dei migliori in assoluto della coppia.

Un’ultima osservazione mi sembra pertinente: il modus operandi dell’omicida mi sembra affine a quello dell’omicida in Death From a Top Hat di Clayton Rawson. Infatti in entrambe le opere, la successione degli eventi, dei due omicidi, non è quella effettiva, quella che sembra a prima vista.

Detto questo, non mi resta che augurare a chi leggerà questo racconto, di godere della lettura di questo must.



Pietro De Palma