lunedì 25 aprile 2016

Gilbert Keith Chesterton: La forma errata (The Wrong Shape, 1910) - da "L'Innocenza di Padre Brown", all'interno di "I Racconti di Padre Brown" - Editrice San Paolo, Cinisello Balsamo, 1985, Dodicesima Edizione



Era da tanto tempo che desideravo scrivere qualcosa su Chesterton, il grande scrittore cattolico inglese, autore di fenomenali libri, come quello su San Tommaso d’Aquino, che gli valsero l’apprezzamento del pontefice di allora, Papa Pio XI ( il Papa dimenticato, quello che stava per pronunciare la storica enciclica contro il razzismo e l’antisemitismo, quando morì nel 1939 prima di averla firmata). Nell’apprezzamento, Papa Pio XI appellò Chesterton con titolo di Defensor Fidei, titolo che non fu divulgato in Inghilterra visto che sarebbe apparso umiliante che un suddito inglese fosse stato chiamato nello stesso modo ereditato dai Re d’Inghilterra a partire da Enrico VIII. Però così è la storia: Chesterton, convertitosi alla fede cristiana, dette così tante prove di conversione vera nei suoi scritti da meritarsi il plauso del Vaticano. Alla sua morte ad officiare la cerimonia del funerale fu chiamato un altro scrittore cattolico e prelato, Mons. Ronald Knox , autore di molti romanzi mystery.
La conversione a tutti gli effetti data 1922. Ma evidentemente dovette avvenire per tappe, e già parecchio tempo prima, almeno un decennio,  nei suoi scritti si trovavano accenni, neanche tanto reconditi, ad una volontà di convertirsi. Anche in quelli, tra i suoi scritti, che apparirebbero meno confacenti a ciò: sto parlando de I Racconti di Padre Brown, racconti di carattere poliziesco incentrati sulla figura di Padre Brown, un prete cattolico molto acuto nei suoi ragionamenti, che sa andare in fondo al cuore degli uomini e scoprire le peggiori nefandezze con la forza delle Fede. La figura di Padre Brown fu conformata a quella del prete che operò in lui la conversione, tale Padre John O’ Connor, cattolico irlandese, che gli stette vicino fino alla morte. Tuttavia mentre il Padre Brown protagonista delle sue storie è un omino trasandato, sempre con un vecchio ombrello, quello originale non lo era affatto.
A Padre Brown vennero dedicati vari libri, una volta che il personaggio si meritò un inatteso successo. L’innocenza di Padre Brown è il primo di essi. E’ formato dai primi folgoranti racconti: La croce azzurra, Il giardino segreto, Gli strani passi, Le stelle volanti, L’uomo invisibile, l’onore di Israel Gow, La forma errata, I peccati del principe Saradine, Il martello di Dio, L’occhio di Apollo, All’insegna della spada spezzata, I tre strumenti di morte.  I primi quattro di essi ad essere stati pubblicati, furono messi assieme a formare una raccolta chiamata I Racconti di Padre Brown, poi estesa a riunire tutti i racconti.


Essi sono:  La croce azzurra (The Blue Cross, Settembre 1910), Il giardino segreto (The Secret Garden, Ottobre 1910), Gli strani passi( The Queer Feet, Novembre 1910), La forma errata (The Wrong Shape, Dicembre 1910).

Il più metafisico dei primi racconti, un autentico capolavoro, al pari del primo “La croce azzurra” (che presenteremo prossimamente), è La forma errata.
Il racconto comincia con una descrizione: viene presentata una costruzione bassa, di color bianco e verde pallido, con delle persiane ed una terrazza, con delle tettoie ad ombrello ,e con una strana forma a T . In questa, che era una villa estiva, appena al di fuori di Londra, verso la campagna, all’atto degli eventi, vive  il poeta  Leonard Quinton famoso per i suoi poemi  esotici, in cui parla spesso di paradisi e inferni orientali. Qui è ospitato anche Padre Brown, perché il suo amico ex ladro Flambeau era stato amico del padrone di casa a Parigi. Appena arrivato, il prete avverte nell’atmosfera un’aura strana, maligna, malvagia. E forse la stessa forma a T, una T non perfetta alimenta le sue perplessità. Questa forma a T, è tale che la gamba della t, più corta del braccio trasversale, sia formata da sole due stanze allungate e intercomunicanti: lo studio, in cui il poeta mette per iscritto le sue emozioni; e la serra, un ambiente ricco di fiori esotici e piante strane, dove Quinton, aiutato dai narcotici, sogna e medita i suoi slanci pindarici.
Nella villa, il poeta accoglie per metà dell’anno un guru, un santone indiano che lì gode di ospitalità, e che fornisce al poeta gli spunti per i suoi poemi. Oltre a lui, altre poche persone: la moglie del poeta, una donna che da molti anni assiste il marito che ha ecceduto nell’uso di oppio per descrivere gli stati onirici da esso provocati ed ora , ed ora è diventato di natura astiosa ed instabile; lei invece è una creatura adorabile, seria, posata e con una gran massa di capelli d’oro, ma, come dice Brown,  E’ una di quelle donne che compiono il loro dovere per vent’anni ; e poi commettono cose terribili”; infine c’è il fratello della donna, Atkinson, un parassita, che compare vestito di bianco, con una sgargiante cravatta rossa di sghimbescio ed un cappello sul cocuzzolo della testa, che è sempre a caccia di quattrini da sperperare, senza un lavoro e un’occupazione. E’ detestato dal medico del poeta, il dottor Harris,un omino, con un paio di baffetti, molto ordinario ma dall’aria capace.
Padre Brown avverte qualcosa di malvagio lì. Lo attribuisce al santone indiano, un mago: un primo segno è dato dal ritrovamento di un pugnale strano, dalla lama ondulata, fatta non per tagliare ma per torturare, nell’erba alta del giardino. Al santone indiano e alla sua strana religione, e alla scrittura indiana, così ricca di linee che che sembrano “come serpenti che si attorcigliano per scappare”, Padre Brown guarda torvo, perdendosi “in una nebbia mistica”. Lo stesso suo compagno Flambeau riconosce davanti all’attonito medico, che quando Brown sembra perso in discorsi mistici che sembrano folli, accadono poi cose cattive. In un certo senso egli è un sensitivo. Davanti al medico che gli contesta le sue affermazioni, Padre Brown afferma che mentre la casa è ridicola per forma ma non è errata, quel pugnale lo è. Ed è il prologo alle forme sbagliate.
In quel mentre Quinton saluta i presenti perché deve andare a fare il solito riposino pomeridiano. La signora Quinton rincasa, e il dottore si reca dal suo assistito per assicurarsi che riposi bene e che prenda il tonico, ma in quel mentre il cognato inetto riesce ad intrufolarsi nello studio prima che la porta venga chiusa, sì da spuntare una mezza sterlina allo stesso Quinton prima che questo di addormenti.
Le nubi si addensano e l’aria manifesta quella tipica elettricità che annuncia l’imminente nubifragio: Padre Brown e Flambeau vedono prima il santone indiano,  che avevano visto prima mentre pregava e lo rivedono di nuovo ora, come se fosse un uccello di cattivo augurio. Mentre lo vedono ancora una volta sostare nel giardino vicino alla casa, arriva trafelato il dotto Harris che accusa il cognato di aver fatto qualcosa a Quinton: infatti lui ha visto attraverso la vetrata che il suo assistito giace in una posizione innaturale. Preoccupato, si slancia verso la casa, tallonato da Padre Brown mentre Flambeau e Atkinson rimangono dietro.
Aprono lo studio ed ecco, trovano sulla scrivania un foglio dalla forma strana cu cui sono scritte le parole sibilline: “Muoio di mia mano;  tuttavia, muoio assassinato”. Mentre Padre Brown guarda allibito il foglio, il dottore si slancia per la serra, tanto per tornare immediatamente dietro ed annunciar e la morte di Quinton: si è pugnalato al cuore. La mano giace sul pugnale. Ed il pugnale è proprio quello trovato prima nell’erba dalla forma ondulata.
Viene chiamata la polizia.
Il suicidio è lampante. Eppure non convince Padre Brown. Cosa non lo convince: la forma del foglio. Un’altra cosa sbagliata, errata. Infatti non è un foglio rettangolare ma da un angolo manca una parte, come se fosse stata asportata.
Padre Brown sta a meditare, guarda, esamina persino le carte buttate nel cestino della carta straccia,  trova delle forbicine ed una pila di fogli tutti mancanti di un angolo. Prova le forbici, congettura, conta i fogli (23) e gli angoli (22) e poi, mentre si sta aspettando l’arrivo della polizia, lui e Flambeau si siedono sotto una tettoia in giardino a fumare e a discutere della vicenda. Padre Brown definisce il caso “molto strano”, come strano lo definisce Flambeau. Tuttavia l’approccio deduttivo del prete definisce la complessità psicologica della questione: “Voi lo chiamate strano ed io lo chiamo strano , e tuttavia intendiamo due cose completamente opposte. La mente moderna confonde sempre tra loro due idee diverse: mistero nel senso di ciò che è meraviglioso, mistero nel senso di ciò che è complesso…Un miracolo è sorprendente ma è semplice…E’ una forza che viene direttamente da Dio (o dal diavolo)…La qualità di un miracolo è misteriosa, ma la sua maniera di accadere è semplice. Ora la maniera di accadere di questa faccenda è tutt’altro che semplice…E’ intervenuto in questo incidente un che di contorto, di brutto, di complesso, che non è proprio dei colpi diretti del cielo o dell’inferno. Come uno può conoscere la traccia tortuosa di una chiocciola, così io conosco la traccia tortuosa di un uomo…di tutte queste cose tortuose la più tortuosa è stata quel pezzo di carta: più tortuosa del pugnale che uccise il pover’uomo…cioè il foglio sul quale Quinton scrisse: “Muoio per mia mano”. La forma di quel foglio, amico mio, era errata, se ne ho mai viste di simili, in questo cattivo mondo” (pag. 131).
In sostanza, laddove gli altri pensano che Quinton si sia suicidato, perché nessuno può averlo ucciso, visto che egli dormiva fin al momento in cui è morto, davanti ai loro occhi, al di là dei vetri della serra, e tutti i presenti erano nel giardino, Padre Brown sospetta, anzi sa già che egli è stato ucciso. Ma come? Un delitto che sa tanto di illusionistico. Come il guru indiano? Ma anche lui era nel giardino! Un delitto avvenuto con l’ipnotismo? No. Eppure i fatti non danno ragione al prete. Ma lui appunta tutto il suo castello di carte, su quell’altra carta, dalla forma sbagliata. A Flambeau che gli chiede perché mai Quinton abbia confessato di essersi ucciso se non si è suicidato come dice Brown, il prete risponde che quello non ha mai confessato di essersi suicidato. L’altro gli controbatte chiedendo se lo scritto sia stato falsificato, ma la risposta è no:  la frase trovata è proprio di mano di Quinton, come egli ha potuto rilevare, solo che fu redatta su un pezzo di carta dalla forma errata.  Ventitre erano i fogli con l’angolo tagliato, compreso quello con la frase, ma soli ventidue angoli di carta ha trovato, e quindi quello che proveniva dal foglio incriminato doveva essere stato distrutto. Perché? Perché su di esso vi doveva essere qualcosa non più largo di una virgola, cioè…due virgole. In altre parole chi ha tagliato l’angolo l’ha fatto perché una frase con le virgolette, che per caso cominciava un foglio bianco, fosse privata degli apici e sembrasse una frase scritta di pugno da un suicida.
Padre Brown sa chi ha ucciso il poeta tra Atkinson, tra il santone, il dottore o la moglie. Eppure concede una via di fuga all’assassino: il suo scopo non è quello di acchiappare il reo e consegnarlo alla giustizia, quanto quello di redimere un peccatore, di salvare un’altra pecorella che si stava perdendo. Gli offre di scrivere una relazione in cui menzionare cose che sa solo lui e di consegnargliela confidando nel fatto che egli, il prete, eserciti una professione del tutto confidenziale. In sostanza, gli chiede di confessarsi attraverso una lettera che gli consegnerà. Cosa che viene fatta.
L’assassino si confessa e confessa il perché abbia ucciso il poeta, e nel tempo stesso conferma l’ipotesi del prete circa la forma errata del foglio. E confessando il suo delitto, ammette che per la prima volta prova rimorso di quello che ha fatto, lui che sempre ha agito secondo una natura che non ammetteva la religione.
Il racconto è uno di quelli chestertoniani che tanto piacquero a Carr, tant’è vero che il personaggio del Dotto Fell fu creato guardando proprio alla figura mastodontica di Gilbert Keith Chesterton stesso. E’ infatti un racconto con Delitto Impossibile, anzi con una Camera Chiusa classica: la serra è uno spazio chiuso da pareti di vetro, la cui unica entrata/uscita è costituita dalla porta di intercomunicazione con lo studio, la cui porta a sua volta è rimasta chiusa, e d’altronde tutti i personaggi di questo mini-dramma hanno interagito fuori della serra, nel giardino, tranne la moglie che è andata in camera propria, ma che era visibile dal giardino sottostante; e ciascuno di essi è stato sorvegliato per così dire dagli altri. Per cui diventa arduo dimostrare come l’assassino abbia fatto ad uccidere, se è vero che fino ad un dato momento Quinton era vivo e poi muore, suicida..ma non tanto. 
Individuare l’assassino non mi sembra tanto arduo, mentre lo è capire come abbia ucciso e soprattutto capire il movente dell’omicidio, perché ciascuno degli attori del dramma, apparentemente non ha motivi per uccidere Quinton…anzi. Per tutti infatti il poeta rappresenta la classica “gallina dalle uova d’oro”.
E’ chiaro che nella actio delicti una parte importantissima la gioca una sorta di gioco illusionistico, che ben si sposa con l’atmosfera in cui si muove per esempio un guru indiano; ma anche il depistaggio del foglio dalla forma sbagliata è un must, essendo un saggio sorprendente di deduzione. A questo gioca – non l’ho detto prima ma ora sì – il fatto che il libro che il poeta e drammaturgo stava scrivendo, incentrato su come un santone indiano potesse riuscire con la forza del pensiero a far sì che un colonnello inglese si uccidesse con le proprie mani , sia scomparso, bruciato nel camino, com’è rivelato nella confessione dell’omicida. Il fatto che lì dimori un guru indiano non significa però automaticamente che egli sia l’assassino.
Mi sembra che Chesterton sia debitore almeno di Zangwill, così come lo stesso Carr può aver tratto da questo racconto l’ispirazione per quei suoi lavori in cui si parla di delitto a distanza, tipo “The Reader is Warned”. E può aver influenzato sia Vindry  che Agatha Christie.
La messinscena si sostanzia in tre momenti ben distinti che sono indispensabili gli uni agli altri: si deve aspettare che Quinton dorma (e che il dottore quindi gli propini il narcotico), si deve creare l’ultimo finto messaggio del suicida, ed infine bisogna uccidere. Tuttavia sottolineo come lo stesso messaggio del suicida rivela nella sua doppiezza, come la stessa premeditazione dell’omicida fosse non proprio scevra da una riflessione su quello che stava facendo: l’omicida non è un essere malvagio che uccide per interesse, oddio è anche quello, ma non è detto che il suo fine non sia meno nobile di altri, perché tende ad una situazione migliore sia per l’omicida stesso che per la vittima (che è meglio che sia morta, una volta per tutte!); inoltre, essendo una persona che cela una sua natura morale, nell’amoralità esteriore dell’atto che ha compiuto, è come se avesse, nel momento in cui ha compiuto l’atto, voluto suggerire che il suicidio non era veramente tale: utilizzare infatti uno scritto della vittima in cui afferma di morire per mano propria ma che in effetti sia morto per mano di un altro, fotografa esattamente quanto in realtà accadrà a Quinton stesso. E quindi suggerisce che anche se l’apparenza della situazione suggerisce che si sia trattato di suicidio (la vittima è stata trovata con la mano che impugnava ancora il pugnale affondato nel cuore), in realtà l’interpretazioneesatta dello svolgersi dei fatti dimostrerà l’omicidio. Per di più premeditato.  A questo punto, giacchè l’omicida premeditava da tempo di uccidere la vittima, non sarebbe stato più semplice falsificare una lettera per volta e realizzare un messaggio che parlasse solo di suicidio?
Comunque sia, ci troviamo dinanzi ad un piccolo capolavoro.
Che è tale anche per la raffinatissima scrittura (la descrizione dei luoghi rivela perizia narrativa per esempio). Non a caso Gramsci nella sua Lettera a Tania, del 6 ottobre 1930 ( da Lettere dal Carcere), analizza l’opera di Chesterton raffrontandola per esempio a quella di Conan Doyle:
Ti ringrazio per tutto ciò che mi hai mandato. Non mi sono stati ancora consegnati i due libri: la «Bibliografia fascista» e le novelline di Chesterton che leggerò volentieri per due ragioni. Primo perché immagino che siano interessanti almeno quanto la prima serie e secondo perché cercherò di ricostruire l'impressione che dovettero fare su di te. Ti confesso che questo sarà il mio diletto maggiore. Ricordo esattamente il tuo stato d'animo nel leggere la prima serie: tu avevi una felice disposizione a ricevere le impressioni piú immediate e meno complicate dai sedimenti culturali. Non eri neanche riuscita ad accorgerti che il Chesterton ha scritto una delicatissima caricatura delle novelle poliziesche piú che delle novelle poliziesche propriamente dette. Il padre Brown è un cattolico che prende in giro il modo di pensare meccanico dei protestanti e il libro è fondamentalmente un'apologia della Chiesa Romana contro la Chiesa Anglicana. Sherlock Holmes è il poliziotto «protestante» che trova il bandolo di una matassa criminale partendo dall'esterno, basandosi sulla scienza, sul metodo sperimentale, sull'induzione. Padre Brown è il prete cattolico, che attraverso le raffinate esperienze psicologiche date dalla confessione e dal lavorio di casistica morale dei padri, pur senza trascurare la scienza e l'esperienza, ma basandosi specialmente sulla deduzione e sull'introspezione, batte Sherlock Holmes in pieno, lo fa apparire un ragazzetto pretenzioso, ne mostra l'angustia e la meschinità. D'altra parte Chesterton è grande artista, mentre Conan Doyle era un mediocre scrittore, anche se fatto baronetto per meriti letterari; perciò in Chesterton c'è un distacco stilistico tra il contenuto, l'intrigo poliziesco e la forma, quindi una sottile ironia verso la materia trattata che rende piú gustosi i racconti. Ti pare? Ricordo che tu leggevi queste novelle come se fossero state cronache di fatti veri e ti immedesimavi fino ad esprimere una schietta ammirazione per padre Brown e per il suo acume maraviglioso, in modo cosí ingenuo che mi divertiva straordinariamente”.
La riflessione dello storico marxista, mi sembra perfettamente centrata, sia per il tempo in cui viene creato Padre Brown (più o meno quello di Doyle) sia per il fatto che Padre Brown si sostanzi in pratica in un alter Sherlock Holmes però cattolico. Mentre infatti  S.H. è un esempio della società  in cui il positivismo meccanicistico impera (S.H. analizza un determinato fatto basandosi su indizi e sperimentazioni scientifiche, e quindi risolve un problema basandosi sull’induzione), Padre Brown è un esempio d introspezione psicologica e di deduzione, e un connubio di fede e di ragione (una negazione quindi del fideismo), oltre che di pensiero aristotelico applicato alla patristica. Inoltre il modo di pensare di Padre Brown fa leva su un’elevata riflessione psicologica che in S.H. manca del tutto: Padre Brown, siccome pretende di andare in fondo al cuore dell’uomo per trovarvi il Male (o il Bene), finisce per capire il reo in quanto riesce a pensare come lui. Inoltre, basa tutte le sue azioni, su riflessioni teologiche applicate, che risultano sempre estremante azzeccate per sondare il problema che gli si propone.

Pietro De Palma