lunedì 8 agosto 2016

Joseph Commings : Il Fantasma della Galleria (Ghost in the Gallery, 1949) - trad. Alessandra Roccato - Delitti Impossibili N.2 , Garden Editoriale,1993



Joseph Commings è un autore che ogni amante dei Delitti Impossibili e delle Camere Chiuse dovrebbe conoscere.

Nato a Monte Craven nel 1913, Commings sognò per tutta la vita di diventare famoso. Ma nella vita bisogna anche avere fortuna, e Commings non la ebbe, anche se è considerato dalla critica uno dei maggiori autori di storie con delitti impossibili, al pari Hoch, di Rawson o di Carr. Creò il colossale Senatore Brooks U. Banner, l’equivalente del Fell di Carr, che fece esordire nel racconto Murder Under Glass del marzo 1947, pubblicata nella rivista 10 Story Detective. Successivamente cominciò a pubblicare storie in un altro magazine,  Ten Detective Aces  con altro personaggio, Mayor Thomas Landin. Pare che fosse stata una scelta dell’editore, che Commings diversificasse le storie pubblicate qui da quelle pubblicate nell’altro magazine, puntando su un personaggio diverso. Tuttavia tutte le storie pubblicate con Landin vennero poi ristampate cambiando il personaggio nel senatore Banner.  

Il Magazine più importante era E.Q.M.M., ma pur sottoponendo suoi lavori a Dannay, non ebbe la fortuna che essi venissero accolti, non piacendo a Dannay – pare – le caratteristiche del Senatore Banner. Deluso e depresso, Commings non scrisse altri racconti con Banner sino al 1957, quando la rivista Mystery Digest accolse tra le sue pagine sue opere. Se la collaborazione con tale rivista andò avanti sino al 1963 –dal 1961 ne era stato anche redattore capo – fino al 1968 cominciò quella con altra rivista, The Saint Mystery Magazine, per cui pubblicò pochi racconti.

Non riuscendo a tirare avanti facilmente, si improvvisò anche autore di storie porno, visto che i suoi sogni puntualmente si infrangevano; e pure le sue speranze che qualcuno si offrisse di pubblicargli un suo qualche romanzo con Camere Chiuse o Delitti impossibili, cosa che non accadde mai. Si sa però che almeno un romanzo con delle Camere Chiuse lo scrisse, per poi essere bruciato per la disperazione che nessuno accettasse di pubblicarlo.

A partire dal 1979, la fortuna pensò bene di arridergli in minima parte, e finalmente un altro racconto con Banner, scritto a quattro mani con Hoch, potè essere pubblicato, sulla rivista Mike Shayne Mystery Magazine, su cui continuò a scrivere sino al 1984.

Morì a Edgewood nel 1992

L’ultima storia scritta, The Whispering Gallery, rimase inedita finchè fu pubblicata nel 2004,nell’antologia Banner Deadlines, dalla Casa Editrice di Douglas G. Greene, Crippen & Landru.

Ghost in the Gallery, fu pubblicato nel 1949 dalla rivista  Ten Detective Aces  con altro personaggio, Mayor Thomas Landin, e successivamente ripubblicata cambiando solo il personaggio principale.

La storia comincia con un colpo di scena, e già in questo denota una certa originalità: Linda Carewe ha ucciso il marito DeWitt Carewe. E dopo averlo ucciso corre tra le braccia dell’amante Borden Argyll, un affermato pittore. Un classico. Lo ha ucciso propinandogli cinque grani di arsenico. Non è assassina per malvagità e neanche per avidità anche se in questo caso i presupposti ricorrerebbero, ma per necessità: ha sposato il marito otto mesi prima, avendolo conosciuto un anno prima. Nella conoscenza che mai era diventata vero innamoramento quanto invece una sorta di turbamento, erano confluite varie istanze: la ricchezza dell’uomo e la sua modestia economica, e l’età: quaranta lui, ventitre lei. Ma quello che aveva attirato lei era stata la sua energia disumana: ostentava una sicurezza che lei non aveva, e produceva ricchezza laddove gli altri fallivano.  Tuttavia su di lui giravano voci su una sua natura demoniaca che anche se non vere testimoniavano che il fare del bene non era sua prerogativa.

Qual è invero la sorpresa quando Linda vede entrare nella galleria, laddove si trova lei e Borden, proprio suo marito con un ghigno crudele, che rinfaccia loro di non averlo ucciso, perché è immortale o quasi e li sfida a portarer a termine la loro impresa. Detto ciò scompare dietro una curva di un corridoio. Loro gli vanno dietro, tanto per fermarsi davanti ad una porta su cui è scritto AMMINISTRAZIONE. La porta a vetri, fa vedere tutto all’interno della stanza: c’è proprio lui, Satana in persona, DeWitt Carewe dietro una scrivania. Solo lui. Nessun’altra uscita tranne quella dietro cui sono loro. Spegne la lampada che sta sul piano. Argyll a sua volta accende un fiammifero ed apre la porta. Linda non vuole perché teme per la vita di Borden ma qual è la sorpresa quando, dopo aver acceso la luce, trovano nella stanza non DeWitt ma Phillis Remington, la modella di Borden, appena uccisa. Ma DeWitt? Dover si è cacciato? Come è potuto uscire dalla stanza, la cui porta era presidiata dalla moglie, e dentro cui si trovava il pittore che lo aveva ritratto in un quadro che si ispirava al soprannaturale?

Mentre si stanno lambiccando arriva il Direttore della galleria, George Honeywell. Interrogandolo, vengono a sapere che da dove viene lui, cioè dalla sua stanza, non ha visto nessuno. In altra parole. Carewe è scomparso. Mentre camminano nella galleria si trovano dinanzi un quadro dipinto da Borden a soggetto soprannaturale: rappresenta un lupo mannaro che ha le sembianze di DeWitt Carewe intento a dilanbiare le carni di una donna con le fattezze della modella assassinata. Si viene a sapere poi che i due erano stati amanti già prima che lui si sposasse con Linda, e che lei lo ricattava perché non spifferasse alla moglie che avevano continuato a vedersi anche dopo il matrimonio. Il movente dell’omicidio quindi sarebbe il ricatto.

Honeywell va a chiamare la polizia e in quel mentre Linda sente uno strano rumore, simile ad una veneziana che viene abbassata. Solo che nella galleria, veneziane non ve ne sono.

Le ore passano, e la polizia non viene a capo dell’arcano. Borden decide di rivolgersi al Senatore Banner, esperto di delitti impossibili: lo conosce perché lo ha ritratto tempo prima.

Banner viene introdotto nella Galleria da un poliziotto che lì presta servizio.

Dopo aver esposto tutto a Banner, anche dello strano rumore, egli viene a sapere che lì vicino c’è una saletta dove vengono proiettate le ombre cinesi. Srotola lo schermo e vede…

Il racconto è una chicca, un piccolo capolavoro, scelto insieme ad altri racconti, da Jack Adrian & Robert Adey per la loro fortunatissima antologia The Art of The Impossible.

Inutile dire che dietro lo schermo trovano il cadavere di DeWitt Carewe, impiccato. Risolta la sparizione.Il cadavere era in uno spazio di soli trenta centimetri, tra lo schermo e la parete di fondo: suicidio o omicidio?

Il Senatore Banner risolve l’enigma spiegando come non era stato possibile che avessero trovato nella stanza Carewe, mentre avevano trovato il cadavere della sua amante; e lo fa, applicando nozioni di fisica ottica. In questo mi sembra che la spiegazione si avvicini a quella del secondo omicidio ne The Hollow Man di Carr. E come lo stesso Carewe e la sua mante siano state vittime di uno spietato burattinaio, che li ha uccisi, fingendo di essere d’accordo con lui per imbrogliare la moglie.

Il racconto comunque non ha solo un fantastico enigma della Camera Chiusa risolto brillantemente, che in sostanza  non risponde a nessuna delle tre istanze temporali, valide per spiegare un delitto in una camera chiusa (delitto compiuto prima, delitto che si compie nell’attimo, delitto compiuto dopo) perché la sparizione di DeWitt Carewe avviene altrove, e proprio la natura particolare della porta  a vetri, del buio e della luce flebile, fa sì che si crei un effetto illusionistico tale che si creda che DeWitt sia in una stanza invece che altrove; no, il racconto ha anche una atmosfera straordinaria.

Commings sin dalle prima battute crea le condizioni perché si creda a DeWitt come ad un essere dalla natura demoniaca: il suo aspetto; le dicerie circa la sua natura demoniaca (vampiro o lupo mannaro); il luogo dove Linda lo aveva incontrato per la prima volta, un bosco, in cui terra e cielo era dello stesso livido colore (il colore della morte); lo stormire delle fronde che Linda avrebbe dovuto interpretare come un monito sulla natura di quell’essere le stava dinanzi quando si erano incontrati.

Non solo.

A me pare straordinario come Commings, con un parallelismo, con una figura retorica di indubbio fascino, insinui prima che il delitto si compia, anzi prima che i delitti si compiano, l’idea stessa che la morte sia di casa lì: il pomeriggio è uno piovoso e tetro di fine autunno; l’acquazzone fa sì che la Galleria Honeywell, ricoperta da marmi di color verde scuro (un marmo usato nei cimiteri), luccichi come una tomba.

E che lo stesso delitto e la sparizione dell’omicida, siano da addebitare a fatti di natura soprannaturale, da mettere in relazione con la pretesa natura demoniaca dell’essere di cui precedentemente sono stati ipotizzati i caratteri. In sostanza quindi, tutto il racconto è un’illusione. 

Fino alla spiegazione finale, ogni cosa che accade ha lo scopo di trarre in inganno: la pretesa natura di DeWitt, l’omicidio perpetrato in suo danno dalla moglie (ci troviamo in un altro caso in cui l’arsenico viene utilizzato come arma di delitto senza esserlo, delitto d’impeto intendo: infatti l’arsenico uccide a distanza di almeno tre giorni, e non immediatamente), il primo delitto e la sparizione di De Witt, il secondo delitto, il rumore che sente Linda, il dipinto che è quasi la rappresentazione del delitto che si pretende sia appena avvenuto (uccisione di Phyllis ad opera di DeWitt), la dislocazione di DeWitt, l’uccisione della modella, l’assassino complice assieme della modella e di DeWitt. Il suo stesso movente è offerto al lettore, prima che si capisca che lui è stato l’omicida.

Altre due cose mi sembrano estremante interessanti in questo racconto: come vengano introdotti  gli assassini (il presunto e l’effettivo),  e il Senatore Banner.

L’omicida presunto, cioè DeWitt Carewe, abbiamo già detto come venga introdotto, perché cioè si pensi a ragione che egli sia un essere di natura demoniaca. Che si serve delle sue arti per perpetrare un delitto impossibile: forse che il diavolo non possa scomparire da un luogo e apparire altrove? Del resto è degli essere soprannaturali (demoniaci o divini) avere il dono dell’onnipresenza. Tuttavia anche il vero omicida viene introdotto in un certo modo: ha la testa calva, un faccione rotondo, una veste da preghiera, gli occhiali legati ad un laccio nero. Una descrizione che si avvicina molto a quella del Dottor Fell. Possibile che l’omicida venga paragonato a Fell? Può essere se si vede in lui, non tanto lo spietato omicida quando l’essere che realizzi un delitto quasi perfetto, che sublimi il concetto stesso di Camera Chiusa, realizzandone uno che richiami quello dell’omicidio più straordinario spiegato da Fell stesso in The Hollow Man
Inoltre il Senatore Banner, anche lui, viene descritto in un modo caratteristico: la pancia prominente, la camicia a righe verdi color menta e bianche, la figura da King Kong, le bretelle rosse, la cravatta unta come se fosse stata inzuppata nella minestra (ed era accaduto proprio questo!!!). A chi si assomiglia? Secondo me a Merrivale, al Grande Vecchio. Che molto spesso viene ridicolizzato nell’aspetto, prima che come al solito riesca a risolvere l’enigma più pazzesco: perché il paradosso riesca e sia godibile, è necessario che il delitto venga risolto non tanto da un Philo Vance che alla lunga risulta antipatico ma da chi sembrerebbe essere l’unica persona non in grado di risolverlo.

Come in questo caso lo è Banner.

Pietro De Palma