giovedì 25 agosto 2016

Kate Wilhelm : L’arte del delitto (Seven Kinds of Death, 1992) – trad. Gioia Selis – Il Giallo Mondadori N° 2732 del 2001

Tanti anni fa scrissi alla redazione del Giallo Mondadori, nella fattispecie all’Editor di allora, Sandrone Dazieri. Per vent’anni non avevo fatto altro che leggere, però avevo una falla da sanare: volevo leggere il più possibile sul sottogenere che mi attirava (e mi attira tutt’ora) di più: Le Camere Chiuse e i Delitti Impossibili. Dazieri mi indirizzò a Igor Longo, “il loro esperto in materia”, mi disse lui. Igor seppe nutrire la mia inguaribile curiosità con accenni, con brevi riferimenti ai temi che condividevamo (bastava che lui mi dicesse una cosa ed io mi procuravo il libro!), persino aprendomi le porte di un suo blog (che non esiste più da molto tempo: un gran peccato!) dove mi invitò a leggere alcuni articoli che aveva scritto per Il Foglio Giallo, una fanzine che aveva pubblicato per la prima volta, qualche racconto sparso di Paul Halter, sconosciuto allora o quasi. In breve costruimmo un’amicizia fatta di lunghe missive, e telefonate, data la distanza che ci separava (lui piemontese, io pugliese). Il merito maggiore che gli riconosco, oltre ad avermi spalancato le porte del sottogenere che più amavo, indicandomi all’inizio gli autori più rappresentativi (ho ancora parecchie missive), è stato quello di avermi incitato a scrivere, a partecipare al Concorso Tedeschi (con un romanzo tutt’ora inedito con 3 Camere Chiuse!) e ad alcune edizioni del Mystfest di Cattolica. Tutto ciò che ideavo, glielo facevo leggere in primis, anzi devo dire che alcune cose gliele ho dedicate personalmente e scritte apposta perché le leggesse (con strampalate Camere Chiuse). Scrissi anche un secondo romanzo, con cui non ho mai partecipato ad alcunché, che qualche anno fa, Luca Conti, dopo aver letto il primo (disse che “con un editing appropriato sarebbe venuta fuori una cosa molto carina”) mi lanciò la proposta di scriverlo a quattro mani cambiando nel soggetto (adattandolo al centenario di Liszt) ma lasciando immutata la messinscena del delitto e il finale: di questo romanzo a Igor era piaciuta molto la Camera Chiusa. Mi aveva detto che era una Camera che lui non aveva trovato mai altrove (l’avevo ideata io, ovvio!) e che poteva paragonarla a certe Camere ideate da Herbert Resnicow o Kate Wilhelm. Ecco la prima volta che sentii parlare di Kate Wilhelm: Resnicow lo conoscevo (Il Grande Gold) ma la Wilhelm proprio no.
Kate Wilhelm è nata ottantasei anni fa in Ohio. Ha scritto molti racconti e romanzi di fantascienza: nel 1965 il suo primo romanzo, The Clone,  fu finalista al Nebula Award; tre anni prima, aveva scritto il suo primo romanzo giallo: More Bitter Than Death, 1962. Ha vinto parecchie volte il Nebula Award nella categoria “Short Story” e una volta, nel 1977,  l’Hugo per il miglior romanzo di fantascienza: Where Late the Sweet Birds Sang (l’anno prima era stata finalista con lo stesso romanzo al Nebula Award). Ha scritto parecchi romanzi mystery e thriller psicologici, e in particolare ha creato due serie fisse, quella di Barbara Holloway (detective fiction) e quella basata sulla coppia Charlie Meiklejohn e Constance Leidl (mystery classici con delitti impossibili). Dopo la morte del suo secondo marito, il noto scrittore di racconti di fantascienza, Damon Knight, avvenuta nel 2002, attualmente vive in Oregon.
La sua produzione di romanzi e racconti, comprende:
Constance & Charlie: Omicidio in tre atti (The Hamlet Trap, 1987)
La porta oscura (The Dark Door, 1988), pubblicato da Mondadori nel 1990 nella collana Urania
La casa che uccide (Smart House) (1989)
Constance & Charlie: dolce veleno (Sweet, Sweet Poison, 1990)
L’arte del delitto (Seven Kinds of Death, 1992)
A Flush of Shadows (1995)
The Casebook of Constance and Charlie (1999).
Charlie Meiklejohn e Constance Leidl sono una coppia nella vita e nel lavoro: infatti gestiscono un’agenzia investigativa ben avviata.
Constance è amica di Marion Olsen, Tootles per gli amici, un’artista che ha raccolto attorno a sé, in una piccola fattoria, un gruppo di giovani promettenti: pittori, scultori, etc..
Tootles le chiede aiuto perché deve inaugurare una mostra di opere, una sua rassegna personale, in cui la parte più importante l’ha Seven Kids of Death, l’opera che l’ha lanciata nel mondo dell’arte, ma intorno a cui lei ha costruito un suo percorso personale di arte contemporanea. La “personale” è stata sponsorizzata da Max Buell suo secondo marito e noto costruttore edile, che intende lanciare definitivamente Tootles ma nel tempo stesso sponsorizzare un complesso condominiale ultramoderno che ha edificato nel frattempo, poco distante dal luogo dove è previsto il ricevimento che deve ufficialmente lanciare il progetto; al condominio hanno lavorato oltre che Max, anche suo figlio Johnny, desideroso di mettersi in luce presso il padre e riuscire quindi a convincerlo a lasciare a lui l’impresa, e Thomas Ditmar, capo cantiere e braccio destro di Max Buell da quasi trent’anni.
Alla manifestazione sono stati invitati molti diversi personaggi: la risonanza dell’evento è alta, e fra gli invitati c’è la creme dell’ambiente. Vi sono anche personaggi della finanza e dell’imprenditoria, perché il villaggio ultramoderno, costruito non lesinando soldi e tecnologie all’avanguardia, è destinato ad accogliere artisti ma non solo.
Fra gli invitati arriva anche Paul Volte noto critico d’arte e la sua ex Victoria Leeds, editor newyorkese che, a sua volta, avendo conosciuto Toni, giovanissima scultrice, l’ha introdotta nel gruppo di artisti che fa capo a Tootles.
Al momento dell’inaugurazione, tuttavia, proprio Victoria Leeds scompare. Si mettono molti alla sua ricerca, ma invano. Battendo vari luoghi, esaminano dapprima il fienile, dove sono state accatastate le casse contenenti le opere che devono partecipare alla mostra: sospettando che in una possa essere stato celato il corpo dell’amica di Paul, sempre che sia stata uccisa o comunque messa fuori gioco, le aprono una ad una e rinvengono le varie opere o imbrattate di vernice o rotte o comunque lesionate gravemente, tale da non poter essere più esposte: perché sono state chiuse addirittura nelle casse d’imballaggio, quando per una persona che si sospetta si sia dovuta assentare furtivamente dalla festa per compiere il misfatto, sarebbe stato necessario non perdere tempo per evitare di essere sorpresa? Perché chiudere le casse, quando sarebbe bastato aprire le casse e distruggere o rovinare per sempre i capolavori di Tootles? E perché alcune opere sono state lesionate e altre no?
Fatto sta che qualcuno comincia a sospettare che la persona scomparsa, sia quella che abbia intenzionalmente voluto distruggere la fama di Tootles: ma perché Victoria Leeds, critico e amica di Tootles avrebbe dovuto compiere un’azione tanto meschina? Ma, sempre non tralasciando nulla, si sente la necessità di andare a perquisire il complesso condominiale, ancora disabitato, in cui andranno ad abitare sia Tootles che suo marito: pur essendo virtualmente impossibile, perché l’appartamento, come tutti gli altri del villaggio, è protetto da sistemi di sorveglianza elettronici di ultima generazione, trovano  Victoria Leeds strangolata.
L’ora della morte è presumibile, ma neanche tanto, visto che l’aria condizionata, presente nell’appartamento è così inferiore a 18° da far rabbrividire dal freddo chi vi si avventura dentro. Visti gli spostamenti delle persone interessate, sarebbe proprio l’organizzatrice della mostra peronale, Tootles, la maggiore sospettata, in quanto si ipotizza che, avendo trovato Victoria Leeds
intenta a rovinare per sempre i suoi capolavori, avrebbe potuto ucciderla: ma perché proprio nel suo appartamento e non invece nel fienile, dove sarebbe stato più comodo e più pratico? Perché correre il rischio di essere scoperta, portando il corpo ? E se invece la vittima vi fosse andata di persona, vi è stata costretta oppure no?
Lo sceriffo della contea è perplesso, e non vuole arrestare Tootles senza prove, e così è contento quando apprende che Constance e Charlie sono stati assunti da Max per trovare il vero colpevole e scagionare la sospettata principale. Ben presto si riesce a capire, come apparentemente in modo impossibile, la vittima si trovasse lì: il fatto è che le porte sono accessibili solo mediante ascensori esclusivi per ciascun appartamento e usabili con chiavi elettroniche; quindi, escludendo che la vittima vi si fosse recata personalmente e fosse riuscita ad accedere da sola, è chiaro che qualcun altro l’avesse fatta entrare. Il fatto è che, monitorando i tempi, parrebbe che nessuno avrebbe potuto farlo, perché all’ora in cui si ritiene sia stata uccisa, nessuno parrebbe essere stato lontano dal ricevimento, tranne il figlio di Max, Johnny, che era lì assieme ad alcune sue amiche, le quali però giurano che nell’appartamento non vi fosse nessun cadavere. E poi da lì è andato via con loro, e il suo alibi è stato confermato. Quindi dev’essere stato qualcun altro. Ma nulla si trova. Tanto più, ci sarebbe anche il custode dello stabile che nega di aver visto qualcuno avvicinarsi al complesso. In sostanzam le possibilità che qualcuno possa avere ucciso Victoria Leeds in quell’appartamento, sembrano inesistenti.
Ben presto altre indagini si intersecano a questa: quella di uno strano incidente dell’architetto Muscleman, uno dei professionisti che erano stati incaricati di approntare il progetto del complesso abitativo, sfracellatosi al suolo cadendo dal terrazzo di uno degli stabili del complesso condominiale. Pare che lui avesse preso contatto, alcuni giorni prima della sua morte, proprio con Victoria Leeds. C’è un filo comune che unisce le due morti?
A queste 2 piste, si unisce un’altra ancora che ha per fine quello di separare il danneggiamento delle opere dalla morte di Victoria: e se queste fossero state danneggiate da altra persona? E in più vi è ancora un altro motivo di confusione: sia Marion che sua sorella Beatrice (Ba Ba) sono fissate di spiritismo, e in particolare Marion sostiene di aver avuto un dono, quello dell’arte in cambio del dolore che avrebbe causato a chi si fosse unito a lei: così le sue disavventure amorose. Pare che giustifichino questo strano patto “diabolico”. Il fatto è che Paul Volte si convince di aver ricevuto anche lui questo dono, e che il prezzo sia stato la morte di Victoria. Constance e Charlie devono quindi dimostrare che non sia lui il responsabile della morte della sua ex e che sia qualcun altro. Innanzitutto dimostreranno chi abbia danneggiato le opere e perché, chi sia stato ad uccidere Victoria, e che non sia la stessa persona. E che non c’entrano né Paul che Victoria.
Non si tratta evidentemente di una Camera Chiusa propriamente detta, perché manca il presupposto della chiusura dell’appartamento o dell’impossibilità che l’assassino sia potuto fuggire: infatti la testimonianza del custode non è detto che sia definitiva. Invece direi che si tratti di Delitto Impossibile: mancherebbero le condizioni per cui possa essere stato messo in atto.
La soluzione non è però relativa ad uno spostamento dei tempi (come in Hag’s Nook di John Dickson Carr o in Evil under the Sun di Agatha Christie, che vede l’inganno dell’assassino o della vittima), ma piuttosto può ricercarsi nello spostamento dei luoghi: come? A me pare molto simile la soluzione, se non addirittura derivata, rispetto a quella ideata da John Sladek in By Unknown Hand, il racconto con cui Sladek si affermò ad un importante concorso letterario inglese nella cui giuria sedeva nientepopodimeno che la stessa Agatha Christie: un detective (quindi un testimone oculare) vede la vittima entrare in una camera d’albergo, mentre lui è seduto nel corridoio di fronte alla porta (deve sorvegliare perché nulla possa accadere al padrone di casa); poi, quando irrompe in essa, trova la vittima strangolata, senza che l’assassino possa essere uscito da qualche parte. La grandezza di quell’opera, da noi completamente sconosciuta, sta nella sua sconcertante semplicità di messinscena, come del resto accade nell’opera della Wilhelm.. Entrambe le opere hanno una sola debolezza, che poi è l’unico indizio capace di indirizzare il genio deduttivo nella direzione esatta: nel racconto di Sladek, è una poltroncina arancione, su cui il testimone era seduto, che poi scompare; nel romanzo della Wilhelm, è un enorme mazzo di rose, che sarebbe dovuto essere trovato nell’ascensore privato dell’appartamento, dove era stato messo in bella vista lì, la stessa mattina, e che invece risulta essere scomparso, senza che nessuno possa averlo nel frattempo potuto toglierlo, visto che le chiavi elettroniche sono pochissime ed in mano di persone che hanno alibi di ferro. In sostanza l’apparizione di un corpo e la sparizione di un oggetto.
Per il resto, il ritmo del romanzo è lento nell’incedere almeno all’inizio, con argomenti che alla lunga, risultano poco in connessione diretta col delitto e pertanto appesantiscono inutilmente il plot, che risulta troppo complesso.  Poi, man mano che l’indagine procede, acquista ritmo, ma sempre piuttosto relativo, in rapporto soprattutto alle multiformi personalità dei personaggi, che non sempre hanno attinenza con il fatto in sè per sè. Di rimando, esse sono ben delineate e pertanto possiamo dire trattarsi di un mystery con movenze psicologiche, non eccessive, che risulta molto simile al racconto di Sladek: chi lo conosce, forse può capire dove io voglia andare a parare, chi non l’ha letto, dovrà invece procurarsi il libro della Wilhelm per capire cosa io voglia dire.
L’ambientazione iper-tecnologica distoglie però l’attenzione del lettore e non lo fa riflettere sulla possibile facilità di risoluzione: se da un lato, questo causa la sorpresa per la soluzione, essa risulta però come se cadesse dal cielo, senza che il lettore sia riuscito a collegare da solo i fatti, seguendo un filo logico ben definito.

Pietro De Palma