domenica 30 ottobre 2016

J.J. Connington – Un cadavere fuori posto (In Whose Dim Shadow, 1935) – trad. Marilena Caselli – I Classici del Giallo Mondadori, N° 1121 del 2006.

 Connington fu un autore che cominciò a scrivere romanzi polizieschi, come svago: c’era una voce che diceva che negli anni ’30, parecchi professori leggevano gialli per svago..ma è anche vero che parecchie menti illustri ne scrivevano: Dorothy Sayers, Nicholas Blake, Edmund Crispin, Thomas Kyd, e appunto J.J. Connington, che in realtà si chiamava A.W.Stewart ed era un famosissimo docente di chimica e scienziato: Un cadavere fuori posto, è un romanzo del 1935.
Diciamo subito che il lettore italiano che ha letto i romanzi degli inizi degli anni ’30, potrebbe trovarsi spaesato: quella che è la caratteristica principale di Connington, cioè l’atmosfera (le notti di luna piena, l’oscurità, misteriosi passaggi segreti, per es.) qui non esiste. Il romanzo infatti si presenta come un caratteristico Whodunnit di metà degli anni ’30, un romanzo ad enigma, come tanti di quegli anni, anche se sempre affascinante e costruito assai bene (anche se, ancora una volta, l’assassino è, per il lettore esperto, molto facile da trovare: io l’ho trovato almeno 150 pagine prima della conclusione. C’era una voce che mi diceva che proprio lui doveva essere: ed in effetti non ho sbagliato. Il fatto è che Connington è sempre troppo rispettoso del lettore, e molto spesso dice troppo degli indiziati, quasi ne sbandiera le peculiarità, per cui…ad un certo punto, chi abbia una memoria analitica di quello che abbia letto e che sappia che 2+2 fa sempre 4, non può non capire chi sia l’assassino, per quanto improbabile). In questo caso abbiamo un poliziotto, William Danbury, che è desideroso di mettersi in luce, ma per farlo avrebbe bisogno di qualcosa veramente interessante, che neanche a farlo apposta, gli capita sotto il naso: mentre è di ronda di notte, il signor Geddington che abita al civico Grove N.5, lo prega di intervenire in uno stabile, perché si è sentito uno sparo. Danbury trova, non cercandolo, un bel cadavere caldo caldo, in un appartamento sfitto, dove sono in corso lavori di tinteggiatura delle pareti: nel bel mezzo di una camera è il corpo di un uomo, col volto sfigurato da un colpo di pistola sparato in faccia, in mezzo a una barattolo di vernice rovesciato, macchie di sangue sul pavimento ed un fazzoletto che ne è zuppo, e in una latta di vernice, una croce d’oro a forma di Tau. Inoltre, il cadavere indossa guanti, delle scarpe di gomma e ha in tasca uno sfollagente artigianale ma dall’aria assai efficace. Le indagini si presentano subito difficili. Non c’è apparentemente nessun vero indizio, tanto che persino gli abiti sono privi delle targhette riconoscitive, e nessuno degli inquilini dello stabile, a prima vista lo riconosce. Vi è un giornalista free-lance, invadente e a perenne caccia di scoop, Barbican, che è stato il primo ad accorrere ed il primo ad aiutare l’agente Danbury ed il suo collega a isolare la scena del delitto; c’è l’architetto Barnard; c’è George Mitford, ex impiegato d’ufficio che vive assai modestamente con una piccola rendita, e che sogna i luoghi fiabeschi del Giappone; c’è una coppia che invita sempre persone nel loro appartamento, di estrazione sociale elevata o che almeno vuol far ritenere tale; c’è la signora Sternhall, che di origini francesi dà lezioni della sua lingua originale in casa sua, e suo cognato, un tipo deciso ma dall’aria poco raccomandabile: la donna è sola, perché il marito, è sempre fuori per lavoro, ed al momento del rinvenimento del cadavere, è lontano. Insomma una fauna variegata. A questi tipi se ne aggiungono altri due, che assieme ad alcuni inquilini, sono soliti frequentare casa Sternhall per imparare o affinare il francese: c’è Ambrose Bracknell, un giovane ed aitante predicatore di una setta cristiana, e Miss Huntingdon, una ragazza che ne è innamorata. Fato sta che il cadavere, ricomposto,e soprattutto il viso pulito dal sangue e reso presentabile, fanno sì che il cadavere sia riconosciuto e associato al signor Sternhall che al momento della morte sarebbe dovuto essere lontano, e che invece era vicinissimo a casa sua. Si scoprirà che egli conduceva una doppia vita, perché aveva due mogli: quindi era bigamo. Che aveva licenziato un povero impiegato e lo aveva perseguitato, e che lui stesso era stato perseguitato a sua volta da un ricattatore che conosceva i suoi segreti. Che Bracknell era quello che aveva perso nella colluttazione con Sternhall il ciondolo a forma di Tau, ma non ne era stato lui l’assassino; e che per allontanare da sé i sospetti della polizia non aveva esitato a mettere in mezzo Miss Huntingdon che di lui era infatuata: insomma un bel farabutto! E che la signora Sternhall aveva taciuto molte cose a Sir Clinton Driffield, Capo della Polizia e protagonista dei molti romanzi di Connington. Il cadavere non sarà il solo nel prosieguo del romanzo ma sarà accompagnato da un secondo, quello dell’impiegato (era lui quello che guarda caso era stato licenziato da Sternhall) che impaziente di guadagnare i mille dollari messi come taglia per chi avrebbe rivelato alla polizia dei particolari utili ad acchiappare l’assassino, li sbandiera incautamente facendo riferimento ad una lettera che intende inviare proprio all’attenzione del Capo della Polizia: proprio questa avventatezza gli costerà la morte. L’assassino, che se qualcuno non l’avesse già individuato, si capisce lapallissianamente ora chi possa essere, lo ucciderà simulando un suicidio in una Camera Chiusa. Che verrà invece riconosciuto come omicidio quando intorno al cadavere si riconosceranno due tipi diversi di sangue. Toccherà a Sir Clinton nelle ultime pagine, con l’aiuto del suo amico Wendover (una specie di dottor Watson, ma molto più acuto del compagno di Sherlock Holmes), inchiodare l’assassino (casomai non si fosse ancora capito chi potesse essere) e spiegare i punti oscuri del dramma, anche se le ultime pagine non precedono la rivelazione finale, ma ne sono solo un riassunto ricapitolativo, giacchè l’assassino vien rivelato già a pag. 215 ( ma io l’ho capito già abbastanza presto, sulla base anche di un motivo che ricorre in tutti gli assassini sia di carta che reali) cioè venti pagine prima che viene arrestato. Se il romanzo, nella successione dei titoli di Connington, perde parecchio in atmosfera e acquista nella creazione dell’enigma e nella sua soluzione (ma quella della Camera Chiusa è alquanto criptica), un carattere è riconoscibilissimo, in quanto è un vero e proprio marchio della produzione di Connington: come abbiamo detto J.J.Connington in realtà era un grande scienziato, e in tutti i suoi romanzi, Stewart introdusse una qualche diavoleria elettronica, o una qualche invenzione oppure un qualche espediente che avesse contatti con la fisica o la chimica. In questo romanzo, particolarmente interessante è l’analisi sanguigna dei vasi e degli organi del cadavere, ed il confronto con il sangue trovato sul pavimento, partendo dal presupposto notevole che se fosse stato sangue sgorgato dalla ferita, esso si sarebbe dovuto coagulare tutto negli stessi tempi. Ed invece il fatto che vi sia del sangue coagulato e invece del sangue fresco rinforza l’ipotesi di una manomissione della scena del delitto. Inoltre vi è il dato caratteristico dell’assenza di impronte, ottenuta utilizzando polvere di licopodio. Il licopodio (Lycopodium) è un genere di piante vascolari appartenente alla famiglia delle Lycopodiaceae., abbastanza diffuso in tutto il mondo. Le sue spore, essendo altamente infiammabili, vengono utilizzate per spettacoli pirotecnici e anche circensi. Tuttavia in questo romanzo, A.W.Stewart sfruttò la capacità propria della polvere di licopodio, di essere refrattaria all’acqua, in quanto dotata di grandi proprietà assorbenti, e per questa sua proprietà, specificamente utilizzata nell’industria farmaceutica: siccome il sudore è in percentuale composto da una certa quantità di acqua, ricoperti i polpastrelli di licopodio, essi non avrebbero lasciato impronte digitali. Un’altra caratteristica saliente del romanzo, è che esso comincia senza una introduzione (in uso di altri romanzieri britannici del tempo: Christie, Marsh, Heyer) in cui venga anticipata la genesi del delitto: in questo, il romanzo si avvicina molto a quello che è il romanzo americano. Sostanzialmente, infatti, una delle differenze di struttura del romanzo poliziesco americano, da quello anglosassone per eccellenza, è l’assenza di una introduzione: il romanzo comincia col delitto, e solo allora cominciano le indagini di cui è partecipe il lettore: in altre parole il lettore viene assimilato al detective. Da ciò, verrà originata la tendenza, per esempio in Queen, a indire una tenzone tra scrittore e lettore, con la Sfida al lettore. Invece nel romanzo poliziesco britannico, prima del delitto, vi è una introduzione che introduce il lettore all’ambiente in cui avviene il delitto; cioè in altre parole, il lettore viene assimilato al narratore.
Mi sembra una differenza sostanziale. Perché se in quello britannico, il lettore è avvantaggiato rispetto al detective perché ha assistito ad avvenimenti di cui il detective non sa nulla, e quindi la soluzione finale sarà ancora più una sconfitta del lettore, perché avvenuta per opera di chi non sapeva nulla ed invece è riuscito ad arrivare primo, in quello americano, il lettore è davvero sullo stesso piano del detective, e quindi la tenzone è svolta con pari intensità dalle due parti e c’è davvero la possibilità che il lettore pareggi la capacità del detective di risolvere il problema. Nella sua sostanza, il romanzo sembrebbe un archetipo di un procedural, in quanto, come in tutti i Connington, le indagini sono svolte dalla polizia; tuttavia ad agire è il Capo della Polizia, che si comporta come un vero e proprio investigatore, supportato però da altri organi di polizia. Non è un caso unico: infatti, più o meno negli stessi anni, nasceva nell’altra parte del Globo, dalla penna di Anthony Abbot, un altro investigatore simile: Il Capo della Polizia, Commissario Thatcher Colt. La curiosità è che in questo romanzo vi è una Camera Chiusa, non conosciuta ai più. Scritta nello stesso anno de Le tre bare di Carr , nel 1935, presenta singolarmente parecchi caratteri che la collegano proprio a Carr, direi a The Hollow Man, del 1935; e a The Gilded Man, romanzo di Carter Dickson (John Dickson Carr) con Henry Merrivale, del 1942. Innanzitutto il soggetto: il proprietario di casa che vien trovato mascherato, con guanti di gomma e scarpe di gomma, ed uno sfollagente in tasca; lì il padrone di casa veste i panni di un ladro in casa sua, con tanto di guanti e scarpe di gomma,anche lì non si capisce che ci faccia nel luogo dove viene trovato, e anche lui viene aggredito: la sola differenza è che in quel caso viene ferito gravemente, mentre qui viene ucciso. Anche lì come qui c’è una Camera Chiusa, ma quello che mi interessa far notare è che ancora una volta, a me sembrerebbe che sia stato Carr a prendere a modello Connington, e non viceversa. Le date di pubblicazione sono infatti emblematiche: ma nella sua sostanza, il romanzo differisce molto da altri più classici. Qui la messinscena del delitto avvicina il romanzo molto ai più celebrati Carr (erano già apparsi parecchi romanzi di Carr, con le sue caratteristiche, prima del 1935) : c’è la tipica tendenza ad inscenare una situazione in cui più elementi appaiono bizzarri, in cui ciascuno di essi propone a sua volta un sottomistero che deve’essere spiegato. Interessante mi sembra inoltre la doppia asserzione di Sir Clinton a riguardo delle Camere Chiuse. A pag. 197 afferma: “..Sono sempre un po’ scettico riguardo alle camere chiuse – disse seccamente Sir Clinton – mi sono già venuti in mente sei modi in cui sarebbe stato possibile eseguire il trucchetto di una camera chiusa a chiave dall’interno. Giusto come esercizio intellettuale, sai?” Reitera il concetto a pag.226: “…perché avevo pensato parecchio a quei casi di camera chiusa, giusto per esercitarmi mentalmente”. Si tratta di un altro esempio di introduzione alla Conferenza di Fell di Carr in The Hollow Man, prima che fosse concepita: credo proprio, a questo punto, che si renderà evidente un’ulteriore allargamento della mia Storia delle Dissertazioni sulle Camere Chiuse, pubblicata sul Blog Mondadori.

Pietro De Palma