martedì 24 gennaio 2017

John Dickson Carr : La Fiamma e la Morte (Fire, Burn!, 1957) – trad. Maria Antonietta Francavilla – I Classici del Giallo Mondadori: N° 408 1^ edizione, 1982; N° 1320 2^ edizione, 2012.


Mi ricordo che qualche anno fa, quando fu ripubblicato questo romanzo di Carr, sul Blog Mondadori qualcuno volle dire quale fosse secondo lui il migliore giallo storico di Carr: da più parti si disse Il Diavolo vestito di Velluto e un altro romanzo; io, detti la palma del vincitore proprio a Fire, Burn! , e di questo sono ancora ben sicuro. In quell’occasione, la ripubblicazione del romanzo, Mauro citò John Cooper, autore di un libro sul collezionismo dei libri gialli in cui aveva usato gli stessi termini miei per definire Fire, Burn! il migliore giallo storico di Carr (ed uno dei migliori in assoluto della sua produzione lo riteneva l’autore stesso). Anthony Boucher, il grande critico e romanziere poliziesco nella sua recensione sul  New York Times Book Review, affermò  al tempo“As history, as romance, as mystery, as detection, the history is splendid, with an exact and detailed picture of the Yard’s early days, an alluring love story, copious action and a solution wholly surprising”.Il romanzo appartiene al secondo periodo di Carr, quello che intercorre tra la fine del secondo conflitto mondiale e l’inizio degli anni ’60, essendo stato pubblicato per la prima volta nel 1957. Il romanzo gioca su un salto indietro nel tempo dell’Ispettore di Scotland Yard John Cheviot che è in taxi e si sta dirigendo a Scotland Yard. Improvvisamente perde conoscenza e si ritrova nella Londra del 1829: è in carrozza e sta andando nella vecchia sede di Scotland Yard. Non sa come sia arrivato lì e chi sia, ma ben presto acquista consapevolezza di essere anche lì un poliziotto; per di più è di famiglia benestante, ottimo spadaccino e tiratore con la pistola, lottatore e giocatore, tombeur de femme per di più: è l’amante infatti di lady Flora Drayton. A Scotland Yard è convocato in quanto chiede di collaborare con la polizia e mettere le sue qualità al servizio del governo. Il suo primo caso sembra alquanto banale: dovrà scoprire chi rubi il mangime dalle gabbie degli uccelli di Mary Boyle, Contessa di Cork.John Cheviot non crede alle proprie orecchie: possibile che gli si chieda una cosa simile? Il fatto è che la nobildonna è una delle persone nobili che appoggia l’istituzione di una organizzazione forte ed efficiente e quindi non la si può scontentare. John Cheviot  vi dovrà andare in compagnia della sua amante, nobildonna anch’essa, e amica della contessa.  E lì sarà raggiunto da Alan Henley, segretario di Scotland Yard.
Ben presto John capisce che connesso al furto del mangime vi è anche il furto di gioielli della contessa: infatti essi dopo essere stati sottratti dalla cassettina nella camera della contessa, sono stati nascosti nel mangime degli uccelli. In altre parole vi è una complicità in casa della contessa, nonostante ella si fidi ciecamente dei suoi congiunti, protetti e servitori.
Mentre John sta cercando di capirci qualcosa, viene uccisa sotto i suoi occhi una giovane aristocratica, protetta della contessa, Margaret Renfrew: la giovane è stata colpita da un proiettile invisibile e silenzioso, visto che né John né la sua amante lì vicino né tantomeno Henley  hanno sentito né sparo né tantomeno odore di polvere da sparo. Tuttavia, poi, sottoposta ad autopsia, verrà recuperato una palla di piombo assolutamente sferica, pulita e non invece annerita dalla polvere da sparo.
John ha trovato una piccola pistola, caduta dal manicotto che porta Flora con sé, e nella foga di proteggerla, la mette da parte, non consegnandola : chieste le ragioni e perché portasse una pistola, quella gli risponde che l’aveva trovata lì, che era sua ma l’aveva persa da tempo, e che quindi pensava che qualcuno l’avesse lasciata in bella vista per accreditare a lei qualche colpa. Del resto, gli dice, la presenza del manicotto è spiegata dal fatto che uno dei suoi due guanti si era rotto e non voleva fare cattiva figura. Nella sala, si trova anche a fronteggiare un capitano della guardie, Hugo Hogben che con lui aveva avuto uno scontro precedentemente. Questo presuntuoso Hogben è accompagnato da un amico di Cheviot,  Freddie Darbitt. A Darbitt, Lady Cook aveva rivelato quello che in seguito rivelerà a Cheviot: che proprio la Renfrew era il misterioso ladro che le aveva sottratto un anello con un solitario. E che lei, proprio lei, la Contessa di Cork, per nascondere le cose preziose, le aveva sepolte nel mangime dei beverini degli uccelli, non prevedendo che qualcuno l’avesse spiata e poi avesse provveduto di notte a vuotare i contenitori del mangime degli uccelli, Perché li aveva rubati? Si sospettava che avesse un amante, e che proprio a lui avesse consegnato i gioielli sottratti alla contessa. E ora è morta. Ma per mezzo di cosa? Della pistola caduta dal manicotto di Flora? Lei giura di aver trovato la sua pistola in casa, e che era calda, come se avesse appena sparato: ma perché? Perché qualcuno intendeva far ricadere la colpa su quella pistola?
Cheviot capisce ben presto che l’unica fine che i preziosi possano aver fatto è stata di essere venduti a Volcano, il losco tenutario di una bisca londinese, frequentata dal bel mondo. Lì Cheviot troverà parecchia gente: da Flora a Hogben, da Freddie Derbitt a notabili e lord. E scoprirà come Volcano raggiri la gente: per mezzo di una roulette truccata e azionata da aria compressa. E in quel momento capirà anche come sia potuto accadere che la Renfrew potesse essere uccisa da una pallottola invisibile e che non si fosse né udito rumore di sparo né odore di polvere da sparo: perché la pallottola era stata sparata da un fucile ad aria compressa. Magari celato in un bastone da passeggio.
Un’idea ce l’ha Cheviot su chi possa essere l’assassino, ma così pazzesca che nessuno lo crederebbe. E quindi deve fornire delle prove e dei ragguagli ai capi della polizia da cui dipende, non solo per inchiodare l’assassino, ma anche per evitare che proprio lui possa essere accusato di assassinio o quantomeno di complicità nella morte della nobildonna: infatti una ragazza, Miss Tremayne, ha visto l’atto di Cheviot di occultare, la pistola caduta dal manicotto di Flora, in un cofanetto. E così si mette alla ricerca delle prove, inviando i suoi uomini a perquisire un certo appartamento. E così alla data e all’ora prefissata, inchioderà l’assassino, dopo aver umiliato il suo accusatore, il capitano Hogben che, pur di vendicarsi di lui, lo ha accusato falsamente testimoniando il falso.
Allo scopo dimostrerà che la pallottola che è stata recuperata con l’autopsia della Renfrew non poteva essere stata sparata dalla pistola caduta dal manicotto di lady Flora, perché di diametro inferiore alla canna (sarebbe rotolata fuori) e più piccola di una comune palla adatta a quell’arma, ma sarebbe potuta essere sparata da un fucile occultato in un bastone trovato nella camera di…
La rivelazione spiazzerà tutti quelli convenuti lì davanti ai capi di Scotland Yard: da Hogben a Lady Flora, da Henley a Miss Tremayne, dal sergente Bulmer all’Ispettore Seagrave. Anche l’assassino, che è uno di loro.
Cheviot non avrà il tempo per gioire perché Hogben tentando di fuggire da lui inseguito, si volgerà e farà fuoco uccidendo Cheviot. Ma in quel preciso momento…ecco che Cheviot ritorna in sé, ritorna cioè in pieno ventesimo secolo e si accorge di aver sognato: era svenuto a seguito di un incidente del taxi in cui lui viaggiava ed un’altra auto, avendo sbattuto la testa contro la maniglia dell’auto. Starà ancora a chiedersi come è possibile che possa aver sognato, quando rivedrà il volto di Lady Flora Drayton accanto al suo: è quello di sua moglie, che si chiama Flora.
Straordinario romanzo storico, mischia suspence, detection, mistero ed un problema impossibile risolto con consueta nonchalance. Francamente a me sembra che questo e non tanto “Il Diavolo vestito di velluto”, sia il miglior romanzo storico di Carr: la penetrazione storica è prodigiosa, la puntigliosità con cui viene costruita la storia, la realizzazione di figure a tutto tondo mirabili e credibili. Il tutto in un’epoca, quella di Giorgio IV, descritta minuziosamente: sembra quasi di vederli i personaggi mentre parlano, ridono, ballano, giocano, duellano.
Per maggiormente apprezzare l’approfondimento storico operato da Carr, bisognerebbe avere sotto gli occhi un’edizione originale che come accade ed è accaduto spesso in passato, non è stata tradotta interamente: neanche questa volta, anche se a tradurre era Maria Antonietta Francavilla: mancano infatti le note storiche, riportate a fine libro, che intendevano rispondere a varie domande del lettore circa il periodo.
Il tempo del romanzo è posto immediatamente a ridosso della fine della seconda guerra mondiale, quando vi fu una serie di nebbie tragiche a Londra, tali da provocare decine di incidenti mortali: durante una di queste, capita l’incidente di auto in cui viene coinvolto Cheviot.
Il salto indietro nel tempo è un artificio letterario di cui Carr si è servito altre volte, e che è connesso alla commistione tra elementi reali e fantastici, all’esperienza onirica e a quella di vita reale, che legandosi assieme formano un insieme inestricabile da cui è difficile separare il vero dal falso, il reale dall’irreale. Questa dimensione era già stata attraversata in altri romanzi famosi: per esempio in The Burning Court, in cui si ritrova una persona associata a due figure diverse, una nel presente ed una nel passato. Lì è presente maggiormente la dimensione fantastica, più di qui, anche se nel presente romanzo, affiora il sospetto che lo stesso Cheviot abbia vissuto quelle esperienze, e che egli quindi non sia altro che una reincarnazione nel ventesimo secolo di quel Cheviot vissuto nel diciannovesimo. Ma anche in The Devil in Velvet, vi è un salto indietro nel passato, scaturito da un patto col diavolo, e quindi anche lì vi sono elementi fantastici. E anche in Fear Is the Same , viene percorsa la stessa traccia di immersione nel passato. Possiamo dire quindi che il salto nel passato, magari in soggetti che si trovano di botto a vivere esperienze nel passato avendo la coscienza di essere già vissuti, di aver attraversato gli stessi pericoli e aver conosciuto le stesse persone, sia uno degli escamotages più tipici di cui si serva Carr per legittimare una storia di detection nel passato.
Tuttavia al di là della dimensione della detection e dell’invenzione pura, al loro massimo,  Fire, Burn! è un giallo storico di notevolissima fattura: di tale levatura che a ben donde conquistò nel 1969  il Grand Prix de Littérature Policière a pari merito con un altro grandissimo romanzo storico, in cui elementi fantastici non ve ne erano ma abbondava la ricerca storica: The Daughter of Time, di Josephine Tey.
Un’ ultima cosa: il titolo italiano ancora una volta non c’entra nulla col romanzo.
Il titolo in inglese, Fire, Burn! fa esplicito riferimento ad una caratteristica dello sesso Cheviot, cioè la sua impetuosità e temerarietà non mediata dalla ponderazione del rischio. Maine, uno dei due Commissari di Scotland Yard, colui che alcune pagine prima aveva pubblicamente accusato proprio Cheviot di essere l’amante segreto di Renfrew e per questo aveva fato sparire la pistola, nelle ultimissime pagine del romanzo, dopo che Bulmer ha annunciato la morte di Cheviot ad opera di Hogben e il fatto che lui lo abbia vendicato uccidendo a sua volta Hogben, rinfaccia a Cheviot il fatto che l’espressione che egli usava riferendosi a Margaret Renfrew, invece si adattasse molto di più proprio a lui: Fiamma, brucia! Bolli, calderone!
Fire, Burn! del resto non è altro che la metà di un celebre verso del Macbeth di Shakespeare (Quarto atto , Scena I), declamato dalle 3 sorelle streghe : Fire, Burn and Cauldron Bubble

PIETRO DE PALMA