venerdì 19 maggio 2017

Hake Talbot - Dall'altra parte (The Other Side, postumo 1990) - senza trad. in Delitti Impossibili 1, Garden Editoriale, 1993; trad. Dario Pratesi in Delitti Impossibili, I Bassotti, Polillo, 2012



Quella raccolta di racconti di Adey pubblicata da Garden, "The Art of Impossible", ebbe il compito di far conoscere dei racconti mai pubblicati prima. E se si tien conto che soprattutto Garden non si può dire sia mai stata una diretta concorrente di Mondadori (qual è ora per es. Polillo per quanto attiene al Mystery), la cosa riempie ancor più di meraviglia.
Fatto sta che il primo volumetto dei tre, conteneva tra gli altri, un pezzo eccellente, un racconto che per molti anni è stato unico in Italia, “Dall’altra parte”, di Hake Talbot. Poi, nel 2012, proprio Polillo, si è ricordato di questo splendido racconto e l’ha inserito nella sua strenna natalizia, Delitti Impossibili, con altra traduzione. Tanto più che di Hake Talbot, c’è veramente poco in giro: i suoi due romanzi, Rim of the Pit e The Hangman's Handyman  (entrambi tradotti da Mondadori) e solo due racconti, The High House e The Other Side. In realtà, Henning Nelms, questo il vero nominativo di Hake Talbot, di racconti ne scrisse molti, ma al momento risultano dispersi, come pure scrisse addirittura un terzo romanzo,The Affair of the Half-Witness, che in seguito, siccome non trovava chi volesse pubblicarlo,non si sa se sia stato distrutto oppure se sia semplicemente ancora dimenticato (magari in qualche soffitta della città di Arlington, dove egli visse).
Anticipo che del racconto darò la soluzione perché data la brevità di esso, per potermi addentrare in certe sue caratteristiche, non posso fare altrimenti. Per cui, chi non l’abbia letto ancora, se lo procuri e poi, solo dopo, legga questa analisi.
I personaggi sono quelli già visti in The Rim of the Pit, cioè il giocatore Rogan Kincaid, e l’illusionista Svetozar Vok.
Questa volta sono impegnati a smascherare il capo di una setta, tale Ergon, ungherese , che ha acquisito un notevole potere su   Imogene Lathrop, tutrice della sedicenne, e quindi ancora minorenne, Daphne Lathrop, figlia di un fratello di Imogene, prematuramente deceduto e grazie a questa influenza, sta tentando di acquisire a sua volta la tutela sulla ragazza, per poterne amministrare l’ingente fortuna. Tuttavia, al suo piano si oppongono i due fratelli di Imogene, il Colonnello Boyd Lathrop molto alto e secco, e il maggiore dei due, e il Maggiore Clifford Lathrop, più grasso, basso e il minore dei due. Il maggiore dei due, Boyd, ha incontrato per caso Kincaid, che ha già conosciuto nel passato, e a lui chiede aiuto per smascherare Ergon. Così lo conduce a casa sua, e qui Kincaid fa anche la conoscenza di Ergon, giacchè questi abita nell’appartamento adiacente a quello dei due fratelli e della ragazza. Proprio davanti a Kincaid ha luogo l’ennesimo scontro tra Ergon e i due fratelli: Ergon vuole restare solo coi due, poi c’è uno scontro tra di loro, a cui dopo  seguirà il pronunciamento di un’ oscura minaccia, che in sostanza è una maledizione mortale, nei confronti di Boyd reo di avere sfidato colui che è protetto da potenze dell’Oltretomba.
Mentre l’atmosfera è surriscaldata, e Boyd è turbato dalla minaccia di morte indirizzatagli dal santone, accade l’irreparabile: con la scusa di andare nel salotto, laddove c’è il camino e una collezione di armi da tiro, di cui i due sono fanatici, a provare una pistola, accade che Boyd sembra che abbia rivolto una contro se stesso, giacchè un secondo dopo che è uscito dalla stanza dov’è il fratello e Kincaid, si sente lo sparo e Roger appena varcata la soglia della stanza, vede cadere a terra  Boyd Lathrop, ferito mortalmente da un proiettile, sopra l’occhio destro.
Nella stanza non c’è nessuno, le finestre sono chiuse dall’interno, e non c’è altra apertura, tranne quella attraverso la quale è passato Kincaid attirato dallo sparo; e il fatto che sia arrivato appena in tempo per vedere il corpo senza vita di Boyd accasciarsi a terra, significa che nessun altro ha avuto la possibilità di uccidere il colonnello e uscire da lì senza non dover volatilizzarsi per forza.
La pistola viene trovata sotto un divano. Viene lasciata lì in attesa che arrivi la polizia scientifica e il tenente Nichols, conoscente di Kincaid. Quando viene esaminata, si trovano solo le impronte del colonnello, e risulta che è proprio quella l’arma usata per uccidere.
A questo punto parrebbe che solo l’ipotesi del suicidio stia in piedi: la pistola l’ha maneggiata solo lui, è la pistola che ha sparato, nella stanza non c’era nessun altro, l’uscio era solo quello attraverso cui era passato lui e poi Kincaid, e le finestre erano sbarrate. Insomma…
Ma il fretello della vittima non si rassegna: non c’era alcun motivo che suo fratello potesse suicidarsi; e poi perché? Piuttosto…può darsi che sia stato indotto ad uccidersi. E come? Mediante la cantilena che tutti hanno sentito pronunciare dal Santone, pochi minuti prima della tragedia. Poi si pensa che l’induzione sia stata possibile attraverso un’altra forma di istigazione all’omicidio: l’ipnotizzazione.
Insomma Kincaid a questo punto chiama in causa il suo amico Svetozar Vok perché lo aiuti a scoprire come abbia fatto Ergon a uccidere il colonnello senza lasciare traccia di sé.
Vok arriva ed elabora un piano per prendere di sorpresa l’ungherese. Lui è ceco ma l’idioma ungherese lo conosce: cercherà di costringerlo a tradirsi.  Cosa che accade. Il successivo tentativo di uccidere Vok sarà la prova della sua colpevolezza.
Diciamo subito che la Camera Chiusa è veramente tale: qui non c’è qualcuno che aiuti il santone come accade altre volte, né vi sono trucchi a riguardo del tempo spostato avanti o indietro, e del resto non potrebbe essere perché Kincaid quando sullo slancio entra nella stanza da dove ha sentito lo sparo, non vede la pistola fumante (in quel caso vari potrebbero essere i trucchi per far accadere ciò) ma il corpo che cade fulminato: quindi non v’è tempo per imbastire un trucco, semmai se ve ne sia uno (e c’è), esso è stato già messo in pratica. Semmai vi è stata prima dell’uccisione una messinscena, che non è connessa direttamente all’uccisione ma invece ha un compito diversivo: far pensare che ci sia stato un suicidio o comunque che Ergon tramite una maledizione o intimazione ipnotica lanciata dall’appartamento adiacente Lerd ferbeh maghaad, “ti farai saltare le cervella”, sia riuscito a far sì che il colonnello si uccidesse.
In realtà il trucco è stato un altro e in questo è il tocco di genio di Talbot: siccome i due appartamenti, quello occupato dai fratelli Lathrop e quello del mago ungherese sono identici e adiacenti e hanno anche i medesimi accessori, cioè un caminetto per lato, col lato in comune e la canna fumaria pure in comune, potrebbe essere stato esso la porta per entrare nell’altro appartamento, per esempio una porta segreta nella muratura interna del camino (come per es. in Indiana Jones e l’ultima crociata). Invece il caminetto non c’entra nulla, e del resto, essendoci stato del fuoco e cenere, se qualcuno fosse passato, non essendoci stato il tempo materiale per pulire – sparo, morte, entrata in scena di Kincaid – sarebbe rimasta la traccia di polvere sul pavimento. No. Il trucco è un altro, più geniale: a lato del caminetto, in ambedue gli appartamenti, vi sono dei portalampade fissati nel medesimo punto: lasciando un foro nel muro per lato, in sostanza, essendo le pareti divisorie tra i due appartamenti sottili, tanto che si sente la maledizione lanciata da Ergon, è bastato sfondare quel poco di muratura, per avere un foro comunicante: attraverso questo è stata introdotta la canna della pistola, e quando l’alto colonnello si è chinato per esercitarsi con una pistola contenuta nella cassetta vicino al caminetto, è stato centrato alla fronte da un colpo di pistola sparato quasi a bruciapelo.
Detto così il racconto sarebbe un must. Tuttavia a me non pare. Mi spiego.
Quando analizzai The Rim of the Pit, ebbi a dire : “non riesce, al pari di Carr, cui si richiama, a fornire una spiegazione chiara ed accettabile dei delitti, che invece rimane farraginosa ed irrisolta, a testimoniare che non sempre, arrampicandosi sugli specchi, si riesca poi a scalarli. Insomma quello che in ambiente molto più specialistico del mio, altri affermano : The actual impossible murders (there are two) are well set up but less convincingly resolved, though they’re certainly original. In my opinion it’s very good, but not great..

http://camerechiuse.blogspot.it/2015/12/hake-talbot-lorlo-dellabisso-rim-of-pit.html

L’ho detto in quell’occasione, lo ribadisco in questa: Talbot è grande nella messinscena, crea un grande trucco ed è abile anche nel tentare un’azione diversiva facendo credere al suicidio, e in questo caso riesce anche a creare un’atmosfera tangibile tale che fino a poco prima della fine, veramente si pensi ancvhe allo scontro tra due entità psichicamente forti: Vok ed Ergon. Quando Vok, assieme a Kincaid e tre poliziotti tra cui Nichols, entra nell’appartamento di Ergon, e lì psichicamente i due, il ceco e l’ungherese si affrontano, la scena è fortemente caratterizzante e il lettore tiene il fiato sospeso e fino all’ultimo pensa finanche che Ergon sia stato a sua volta ipnotizzato da Vok e costretto ad autoaccusarsi. Però il racconto è debole proprio sul fronte della risoluzione del problema: in altre parole Talbot, una volta ideato il plot e creati un trucco spettacolare che spieghi l’arcano, poi non riesce a trarne tutto il vantaggio che vorrebbe perché è deficitario in qualche parte.   
I difetti del plot io li individuo in :
nella sostituzione della pistola: si è detto che è stata trovata una pistola sotto al bordo del divano. Come ci sia finita, verrà esemplificato nella spiegazione finale: Ergon si è impossessato di due pistole, e nel momento in cui è apparso per la prima volta dinanzi a Kincaid e ha chiesto  di rimanere solo, portando nelle ampie maniche del saio che indossa una pistola, è riuscita a farla cadere vicino al divano. Ora, far cadere qualcosa rimanendo in piedi, si può anche fare (non si accenna a tappeti in grado di attutire il rumore) sperando che non si produca alcun rumore in grado di richiamare l’attenzione o magari producendo un rumore pari per distogliere l’attenzione. Ma poi è stato necessario – per forza – sostituire questa pistola, usata già e con le impronte dei due fratelli, con l’altra, quella che ha sparato. E come ha fatto Ergon? Di questa seconda entrata in scena, non ne viene data alcuna esemplificazione
disattenzione del Maggiore Boyd : è possibile che dopo la morte del fratello, il Maggiore non abbia controllato le armi di cui lui e il fratello si servivano e non abbia osservato che dalla cassetta mancava un’altra pistola? Inverosimile
ma soprattutto il foro nel muro : perché la morte sia stata possibile, era necessario non solo che Ergon togliesse il supporto del portalampade dal suo appartamento, ma anche quello dell’appartamento adiacente, altrimenti il colpo di pistola avrebbe fatto saltare in aria il portalampade dell’appartamento dei due fratelli e non il cervello di Boyd Lathrop. Ma allora, si dovrebbe automaticamente supporre che il supporto dalla stanza dei due fosse stato preventivamente asportato per rendere esecutivo l’assassinio. In questo caso, ci si dovrebbe chiedere per quale motivo i due fratelli non si siano accorti del portalampade asportato dal muro del proprio appartamento. Ma anche posto che il portalampade fosse al suo posto nel muro, mascherando il foro e che solo un momento prima dell’omicidio Ergon lo abbia spinto dall’altra parte facendolo cadere e liberando il foro, come mai sarebbe riuscito a rimascherare il foro dopo lo sparo? E’ questo il punto. Perché dopo la morte di Boyd Lathrop, pur riconoscendo in altra parte del libro la sottile psicologia deduttiva di Kincaid che riesce a vedere e spiegare ciò che altri non vedono e non spiegano, nel momento in cui è entrato nella stanza e ha visto cadere fulminato il povero Lathrop, non ha visto nessun foro nel muro; e del resto un momento dopo è arrivato nella stanza Clifford, e neanche lui si è accorto di un foro nel muro e dell’assenza di un supporto per lampada? Del resto, vi è anche una conseguenza diretta di ciò nello scontro finale tra Vok ed Ergon: quale fine avrebbe avuto uno scontro tra Vok ed Ergon se il metodo di uccidere senza entrare nell’appartamento fosse stato già chiaro prima?
Infine vi è il succitato  scontro psichico tra Vok ed Ergon:
quello che non si capisce è cosa sia questo scontro psichico e che fine abbia, se il fine non è ipnotizzare. Teoricamente Vok si scontra psichicamente con Ergon per avere delle prove, che altrimenti sarebbero futili: ma che prove sono se a parlare, cioè a confessare non è Ergon ma Vok che spiega cosa ha fatto Ergon? Per di più Vok dice che Kincaid aveva capito già tutto, ma serviva una rappresentazione per indurre una personalità tanto forte, capace di soggiogare, ad essere soggiogata. Però anche questa asserzione è difettosa: come ha fatto Kincaid a capire tutto, se entrano nell’appartamento di Ergon immediatamente prima dello scontro psichico, e solo allora si accorgono che i due appartamenti sono speculari e arredati con gli stessi accessori, eccezion fatta per il mobilio che non c’è tranne una rozza stuoia sul pavimento?
Ecco perché dico che al pari di The Rim of the Pit, anche questo racconto non risolve tutto quello che viene inserito: questo è il grosso limite di Talbot, che non riesce a tener conto di tutto quello pensa. E’ come se scrivesse di getto le sue opere, senza tener conto delle aspettative che tutto quello che aveva scritto avrebbe generato. Pecca ina altre parole di troppa fantasia non mitigata dalla razionalità: come non chiedersi conto del foro nel muro? E come non pensare che Kincaid che si spaccia per un cervello fine, proprio in occasione della scoperta del cadavere, non lo rilevi e neanche il fratello rimasto se ne accorga? E’ del tutto inverosimile.
Anche se devo riconoscere che in se per se la trovata di sparare attraverso un foro nel muro mascherato da due appliques è geniale:  tuttavia è in un certo modo una variazione della soluzione di una celebre Camera Chiusa di Carr, The Judas Window , a sua volta variata molti anni dopo Randal Garrett in Too Many Magicians.  Talbot è chiaramente debitore a Carr: crea delle grandi atmosfere, e qui l’atmosfera francamente è la cosa migliore; e crea delle grandi camere, e anche in questo è debitore di Carr: però mentre Carr spiega tutto, e tutto ha una spiegazione razionale, Talbot non riesce a spiegare tutto quello che immette.  Non ha neanche molti sospettabili, come pure nei racconti di Carr: solo che lì per spiegare l’arcano ci vogliono veramente i fiocchi e i controfiocchi. E non si apparenta neanche all’ Howdunnit francese che si basa solo sulla Camera Chiusa e in cui il colpevole è facile pensare chi sia, ma difficile da provare perché lì egli viene individuato solo sulla base della risoluzione della Camera Chiusa su cui si basa tutto lo scritto, che è di per sé quasi sempre un problema spaccacervelli: qui il colpevole si sa chi sia, ma non si prova fino alla soluzione finale, solo che essa latita in chiarezza in alcuni punti, che in pratica non vengono risolti.
Pietro De Palma