sabato 23 settembre 2017

Ellery Queen : La lampada di Dio (The Lamp of God, 1935) - trad. non specificato - in "Le Nuove Avventure di Ellery Queen" (The New Adventures of Ellery Queen, 1940), Mondadori, 1984



The Lamp of God – nell’ambito dei racconti e delle novelle di Ellery Queen – è un capolavoro. Ed è un lavoro che ha tre versioni diverse, a significare quale importanza dovette avere, all’epoca, nella produzione dei due cugini.
La prima, del 1935, è in forma di semplice racconto. Apparve nella rivista Street & Smiths Detective Story Magazine nell’ottobre del 1935, con il titolo The House of Haunts, poi mutato in The Lamp of God quando fu compresa nella raccolta di racconti The New Adventures of Ellery Queen, nel 1940. Infine nel 1950, fu pubblicata come novella di per sé.
In sostanza Ellery è contattato da un suo amico avvocato, Thorne, per un affare misterioso: dovrà in pratica fare da testimone alla venuta di Alice Mayhew, la figlia di un certo Sylvester Mayhew. Thorne ha paura che qualcuno voglia farle del male, giacchè è lei l’erede di una fortuna pare in oro, lasciata dal vecchio Sylvester e nascosta in una casa, “La Casa Nera”. Thorne sospetta che colui che la sta aspettando, il dottor Reinach, marito di Milly, figlia della sorella di Sylvester, Sarah Fell, o qualcun altro dei presenti in casa, voglia attentare alla sua vita per togliere di mezzo l’erede designata ed uscita all’ultimo momento, togliendo di mezzo dall’eredità i vecchi eredi.
Da quando scende dalla nave, fino a quando arrivano a destinazione, Ellery e Thorne stanno assieme alla ragazza e a Reinach. Reinach li conduce nelle proprietà della famiglia Mayhew: lì sorge La CASA NERA, dimora del vecchio Sylvester fino alla morte, accanto a LA CASA BIANCA.
LA CASA NERA è in condizioni precarie: sporca fino all’inverosimile, puzzolente, è stata il rifugio del vecchio impazzito in età avanzata e vissuto in condizioni di indigenza, voluta per risparmiare il possibile. Sylvester è morto alcune settimane prima per cause naturali (così dice il dottor Reinach che era anche il suo medico) e da allora La CASA NERA è disabitata: gli eredi hanno provato a cercarvi l’oro, ma senza risultati. Sono quasi arrivati a demolirla per trovare tutto l’oro; eppure, un posto facile in cui un vecchio avrebbe potuto nascondere una grossa quantità d’oro non l’hanno trovato. E ora, arriva anche un’erede inaspettata e non accettata. E’ normale che Thorne pensi a proteggere la ragazza.
Al loro arrivo, la ragazza si slancia su un portafotografie che conserva la foto della madre morta qualche anno dopo che lei era stata abbandonata da Sylvester e aveva messo al mondo la figlia. Sylvester poi si era risposato con una ricca vedova con un figlio, e in seguito dopo aver convinto la sprovveduta donna ad intestargli le sue sostanze, l’aveva scacciata cosicchè lei era morta di stenti. Poi le sostanze della donna fatte fruttare avevano costituito il cosiddetto tesoro.
Assegnate le stanze agli ospiti, Ellery sospetta che davvero qualcosa di poco pulito aleggi in quel posto: qualcuno infatti ha tolto da ogni serratura delle porte il cilindretto, cosicchè le porte delle stanze possono essere aperte in qualsiasi momento anche senza il consenso di chi vi dimori. Dopo la cena, dopo un sonno pesante, gli ospiti si risvegliano in un paesaggio fiabesco e rimangono a bocca aperta: ha nevicato tutta la notte, la neve circonda con una coltre immacolata ogni cosa intorno, ma allo stesso tempo solo LA CASA BIANCA. Infatti, nello sbigottimento di tutti, come se una strega avesse fatto un sortilegio, LA CASA NERA è scomparsa e là dove c’era, c’è solo terra compatta.

Per quanto Ellery cerchi di ragionarvi, per quanto Thorne e gli altri si sforzino di andare avanti, questa cosa incredibile sovrasta ogni momento delle giornate da quel momento in poi. Il tutto condito da condizioni di neve e di freddo glaciale che isolano LA CASA BIANCA da ogni strada percorribile. Isolati come si trovano, gli occupanti della casa cercano di venire a capo della situazione. Sembra quasi che qualcosa di sinistro li sovrasti, anche se Ellery in fondo suppone di essere manipolato anche se non può in nessun modo provarlo.
In casa vi sono loro, la moglie e la zia molto vecchia, psicologicamente instabile da quando la figlia Olivia morì in un incidente automobilistico, e un colosso alto che fa da factotum di Reinach e che si occupa anche dei lavori umili (procurare la legna, guidare l’auto almeno fino a che non si guasta): Nicholas Keith.
Oltre che risolvere il problema della sparizione della casa. Ellery deve risolvere anche un altro problema: la sera dell’arrivo il solo era tramontato davanti alla sua finestra, e il mattino dopo il sole vi sorgeva davanti: come possibile? Un sortilegio. Ma poi il dilemma non può essere risolto perché vi è neve dovunque e il sole non appare più, per cui Ellery pensa di aver avuto le traveggole. Quando però dopo qualche giorno, non nevica più ed Ellery vuole andare farsi una passeggiata, entrando nel bosco e vedendo se può ritrovare la strada, qualcuno lo segue e lo tramortisce. Lo trova Thorne che gli dice di averlo trovato così. Ma perché anche Thorne era andato da quelle parti?
Fatto sta che l’atmosfera di casa che è diventata sempre più insostenibile giacchè il brutto tempo ha condizionato gli abitanti della casa a rimanere gioco forza insieme, convince la ragazza a chiedere a Thorne e Ellery di essere accompagnata in città, perché vuole andarsene giacchè dell’eredità non sa che farsene. Ma dopo aver percorso qualche miglio con la macchina di Thorne che il ragazzo ha riparato e rifornito di benzina, Ellery dopo aver chiamato dei  poliziotti e assicuratosi di essere seguito da loro, annuncia ai due che devono ritornare indietro pur se Alice vorrebbe veramente andarsene. Allorchè Ellery, imboccata la strada si ferma davanti a LA CASA BIANCA , vedono con sorpresa che accanto ad essa è ricomparsa LA CASA NERA.
Ellery sorprende tutti quanti dentro LA CASA BIANCA e dopo poco, alla presenza della polizia, accusa Reinach e una persona tra quelle lì convenute di aver organizzato tutto l’inghippo, oltre che di aver ucciso Sylvester e aver ucciso Alice, con la complicità del gigante di casa. Solo che nell’incredulità di molti, tra cui lo stesso Ellery, appare un’altra Alice, identica alla prima, in compagnia di Nicholas Keith. A questo punto Ellery davanti agli attoniti presenti, spiega l’arcano ed inchioda gli assassini.
La novella è forse il capolavoro di Ellery Queen nell’ambito dei racconti. Gli spunti da analizzare sono molteplici.
Innanzitutto una cosa evidente: l’ombra di Carr aleggia su tutto il racconto. E non a caso lo dico, perché Sarah Mayhew, da sposata ha assunto il cognome Fell (come il Gideon Fell di Carr). Del resto questa novella su cui aleggia un’atmosfera magica e macabra, più da genere fantastico che da genere mystery, almeno sino a quando i veli del tempio non incominciano a squarciarsi ed Ellery comincia ad intravvedere la verità, non si basa sulla ricerca di un colpevole. Il colpevole, ed il delitto, improvvisamente appaiono, allorchè Ellery, con il ritorno del sole, capisce di essere stato ingannato in maniera alquanto sottile. E dopo aver vissuto dei giorni in un tempo magicamente sospeso, agisce improvvisamente perché capisce di essere stato usato per mascherare un omicidio (che non è solo quello di Sylvester Mayhew)
Tutto il racconto è basato sul sole: perché quando erano arrivati dalla finestra della stanza di Ellery si era visto il sole tramontare, mentre la mattina dopo dalla stessa lo si era visto sorgere? Risolvendo questa semplice domanda, Ellery svela un piano accuratamente premeditato da Reinach e da un’altra persona per uccidere Sylvester prima e la figlia poi ed ereditare i soldi. Che però alla fine si trovano laddove nessuno aveva cercato: l’oro è stato convertito in azioni, le cui cedole si trovano nel portafotografie dietro alla foto della prima moglie di Sylvester. E cosa è “La lampada di Dio” se non il sole?
Proprio quel portafotografie è servito per incriminare una delle due Alice, che non è Alice ovviamente, ma… truccata abilmente. Infatti mentre la prima Alice si era slanciata per stringerselo al cuore, la seconda quando Ellery e Thorne con lei si erano diretti in città, non l’aveva preso con sé.
Una delle due Alice è quella vera e l’altra è quella falsa.
Dicevamo il sole: già. Questo racconto è anche una metafora: non solo il sole è contrapposto all’oscurità, ma la luce che illumina di nuovo la stanza di Alice porta con sé la verità che sconfiggerà le tenebre della menzogna e del male. Del resto anche il tema della CASA NERA contrapposta a quella BIANCA, ha in sé il tema del male contrapposto al bene: nella prima, dopo la morte del padre, era andato a vivere Sylvester, mentre Sarah aveva vissuto nella CASA BIANCA.
E’ ovvio che Sylvester è un simbolo di malvagità (aveva abbandonato la prima moglie, e fatto morire di dolore e di stenti la seconda dopo essersi appropriato con l’inganno dei suoi averi) e che Sarah, la sorella diventata pazza per la morte di una figlia, uno di bene (è inoffensiva e docile). Per di più questo tema del sole contrapposto all’oscurità, del tempo nevoso contrapposto al sereno, ha indotto qualcuno a definire questa novella “un mystery meteorologico”.
Ancora…il tema del doppio: anche questa novella vi fa accenno, e gli indizi sono parecchi, nonostante nessuno vi abbia pensato prima.
Quando analizzai The Twin Siamese Mystery (che è del 1933), dissi che in quegli anni si erano manifestate per la prima volta dopo un certo tempo le prime avvisaglie di quella  inconciliabilità tra i due cugini, caratterialmente molto diversi e costretti nondimeno, dal successo dei loro soggetti, a passare molto tempo assieme, che avrebbero portato gli stessi a vivere e lavorare separati, per poi incontrarsi al momento di varare i singoli progetti editoriali; per di più le avvisaglie si erano manifestate a causa della ragione comune e della ditta che li univa: Ellery Queen. Nessuno dei due appariva con la propria identità, ma una identità fittizia li annullava singolarmente e li costringeva a condividere le proprie identità in una che ora rifiutavano. Soprattutto la rifiutava Dannay.
Già in quel romanzo avevo parlato del tema del doppio e a quell’opera, chi volesse meglio capire la faccenda, rimando. Per quanto ci riguarda ora, sottolineo che anche qui ci troviamo a varie cose che sono doppie: innanzitutto le due Alice; due erano i figli del vecchio Mayhew, il progenitore che aveva fatto costruire le case, e per di più gemelli (come nel romanzo del 1933): Sylvester e Sarah. Siccome erano gelosi l’un l’altro, anche le case che il vecchio donò ai figli, erano uguali, come due gocce d’acqua (anche il mobilio interno): due case gemelle BIANCHE. E gemelli sono anche i mobili e tutto quello che è contenuto dentro. Ancora.. Così come vi sono un’Alice buona ed un’Alice malvagia, ci sono due Nicholas nello stesso personaggio: l’anima malvagia ritenuta tale è contrapposta a quella buona che invece si rivela nel finale. Vi sono ancora due eredi che ritornano (altro tema caro alla narrativa anglosassone) che sono tra loro cugini: entrambi vivono sotto mentite spoglie. E due sono anche i fratellastri, che sono per così dire tra loro contrapposti: uno che si pensava buono è cattivo, l’altro che si pensava cattivo è buono.
Mike Grost, critico americano, ha posto anni fa in relazione con The Lamp of God un altro racconto, questa volta compreso nell’antologia The Adventures of Ellery Queen: The Adventure of the Bearded Lady, “L’Avventura della Signora Barbuta”. Il racconto, che poi è il primo, in assoluto a presentare, nell’ambito dei racconti, l’emblema queeniano per eccellenza, cioè “the dying message”, è del 1934, e quindi è precedente a The Lamp of God.
Le tracce di una influenza del racconto da lui citato con The Lamp of God si rifarebbero più che altro alle complesse situazioni di parentela esistenti in ambedue i racconti: la presenza cioè di una parente, nominata come erede principale in un testamento, di cui nessuno sapeva nulla, che arriva da un Paese lontano; delle persone, parenti tra di loro che odiano la nuova venuta; la presenza di una o più persone che presumibilmente hanno attentato alla vita della persona che prima di morire, ha cambiato testamento. Grost si fermerebbe qui. In realtà, anche in questo racconto, vi è un tentativo di avvelenamento precedente, compiuto da persona diversa, cosicchè vi sono due distinti assassini; inoltre anche qui vi sono coppie di fratelli citati. In altre parole, questa tendenza a presentare coppie di persone, tendenzialmente fratelli, o fratello e sorella, attiene al periodo e alle problematiche già evidenziate.
Parlando con Remi Schulz, un grande esperto francese di geomachia e cabbala, che ha scritto articoli interessantissimi sul rapporto nell’opera dei Queen con i numeri e i significati nascosti, egli mi ha rimandato ad un suo articolo in francese, scritto per  il suo sito, quattro anni fa, in cui accenna anche a The Lamp of God. Remi curiosamente non parla della cosa che a me sembra più interessante, cioè il tema del Doppio, ma accenna a delle altre cosette: mette in relazione il percorso che l’auto fa per raggiungere la destinazione, circolare, per curve, col moto del sole: se invece l’auto avesse fatto il percorso che porta alla Casa Bianca priva di quella Nera, il percorso non sarebbe stato circolare: ossia in altre parole, il sole non sarebbe sorto e tramontato, ma si sarebbe comportato diversamente. 
Inoltre Remi parla di una avventura di Arsene Lupin, La demeure mystérieuse (1928), in cui si parla di due case gemelle: “J'y reviendrai, mais la curiosité essentielle me semble être que le sujet de la novelette est très proche d'une aventure d'Arsène Lupin, La demeure mystérieuse 1928, où une formidable énigme repose aussi sur l'existence de deux maisons jumelles… Que Queen se soit inspiré ou non de La demeure mystérieuse est ici secondaire”. A me pare invece che non sia affatto secondario. Potrebbe essere accaduto invece che Dannay (perché dei due Queen, era Dannay l’ideatore del plot, delle idee cioè alla base dell’opera) avesse letto il romanzo di Leblanc e avesse utilizzato l’dea delle case gemelle adattandola ad un contesto completamente diverso. Infatti nel romanzo di Leblanc, una soubrette che sfoggia in un’occasione mondana una tunica tempestata di diamanti, viene rapita e portata in una casa, da un uomo mascherato. Lei poi riconosce la casa in cui è stata portata ed è bene sicura, giacchè si ricorda anche com’era ammobiliata. Ma poi si scopre che qualcuno ha allestito una casa esattamente  uguale ad un’altra, tale che la ragazza fosse indotta in inganno. Se vogliamo, l’idea di base è la stessa anche se cambia la prospettiva di fondo: in Queen il cambiamento di casa mirava a metterne in sicurezza una delle due, LA CASA NERA, in modo da poterla esaminare a fondo e trovare l’oro nascosto; in Leblanc, invece, il cambiamento mira a proteggere chi vi abita.
Nell’altro articolo, accennavo alla scoperta di Remi, in altro articolo di molto precedente a questo, di un brano di Borges in cui si parlava di una via che si sdoppiava in due e come questa potesse avere un legame profondo con le vicende che legavano tra loro i due Queen al loro personaggio comune. Ora, quella citazione ideale potrebbe avere una estrinsecazione in quello che accade qui: nel fatto cioè che la strada (con andamento circolare), ad un certo punto si sdoppi in due rami (di cui uno porta a destinazione (CASA BIANCA E CASA NERA), l’altro solo alla Casa Bianca): una nuova reiterazione del tema consueto in Queen, dell’uno che si sdoppia in due, cioè di un Queen che si sdoppia in due Queen?
Per di più noto che l’ambientazione di questa novella è molto simile a quella dei “gemelli siamesi”: in entrambi i casi, i drammi si consumano in case isolate sui monti, e in entrambi i casi un accidente esterno aggrava la situazione di isolamento: nel romanzo del 1933 è un incendio, in questa una nevicata abnorme. Il fuoco si contrappone all’acqua. Rammento che in un passo all’inizio, quando l’auto di Thorne sta salendo per i crinali della montagna, si vedono boschi bruciati, quasi che il monte dove si era consumato il dramma dei due fratelli siamesi fosse lo stesso delle case gemelle.
Vi è anche un motivo alquanto curioso: a Ellery è associato Lamp, a Reinach  -personaggio odioso che non è il vero colpevole ma una sorta di complice convinto dalla prospettiva di acquisire una parte dell’eredità – Lamb. Durante la cena dell’arrivo, si scopre una specialità che Ellery non sopporta: l’agnello (lamb in inglese); per di più se detesta già la carne di agnello, ancor di più detesta la maniera di cucinarlo al curry, come invece è stato cucinato l’agnello che viene portato a  tavola e che il rubizzo Reinach mangia a quattro ganasce. Ecco allora un altro parallelismo: così come alla CASA NERA era contrapposta quella BIANCA, e a Sylvester Sarah, e all’Alice vera l’Alice falsa , e al Nick Keith malvagio il Nick Keith buono, e al fratellastro buono quello malvagio, così ad Ellery che adora il sole (Lamp) è contrapposto Herbert Reinach che adora l’agnello (Lamb).
Noto un’altra caratteristica di questo lungo racconto: l’atmosfera fiabesca e magica da Lewis Carroll. Non è la prima volta che Ellery ricorre a motivi tratti da Alice nel Paese delle meraviglie: vi era ricorso infatti almeno in Tragedy of Y anche se accenni ad un’atmosfera surrealistica come in Wonderland ce ne sono anche in The Egyptian Cross Mystery. Nel nostro caso, e non è un paragone forzato, l’atmosfera del racconto, e la sparizione di una intera casa, letteralmente svanita, suggeriscono una dimensione fantastica; per di più c’è proprio il personaggio principale di The Lamp of God che si chiama Alice. E non è una mia pazza esternazione: è proprio Ellery che lo dice, iniziando il secondo paragrafo: “Come se non bastasse c’è anche un personaggio che si chiama Alice”.
In quel 1935, in cui veniva pubblicato il racconto con altro titolo su magazine, The House of Haunts, ne appariva un altro in The Adventures of Ellery Queen: cioè The Adventure of the Mad Tea-Party. In questo caso c’è un riferimento ad Alice nel Paese delle Meraviglie, e nella fattispecie al Cappellaio Matto.  Ellery è consapevole di stare vivendo un sogno o almeno lo spera. Ma nel nostro racconto vi è uno specchio che ci presenta un mondo parallelo e distorto rispetto a quello vero: è la finestra della stanza di Ellery. Attraverso esso (specchio e finestra son fatti di vetro) viene propinata ad Ellery una realtà ingannevole e distorta: il tramonto che diventa alba. Così come lo specchio dell’altro racconto: anche in quel caso allo specchio è associata una realtà ingannevole contrapposta ad una veritiera. Di questa dimensione fiabesca, e della natura ambivalente dello specchio, che rimanda a sua volta al tema del doppio contrapposto (l’immagine specchiata è uguale ma opposta così come l’immagine dell’alba è contrapposta a quella del tramonto), ben era conscio Thomas Narcejac, che nel suo saggio “Une machine à lire: le roman policier”, accennava a proposito dell’opera di Ellery Queen, che bisognava “abbandonarsi alla seduzione del racconto e passare dall’altra parte dello specchio” per godere delle sue trame sorprendenti. Cosa invero non applicabile a tutte le sue storie, ma  questa certamente sì.

Pietro De Palma

P.S.

Per il rimando al precedente saggio su "I Fratelli Siamesi" di Ellery Queen, vd .:
https://lamortesaleggere.blogspot.it/2017/09/il-doppio-comune-denominatore-ne-il.html

mercoledì 13 settembre 2017

Bernardo Cicchetti : Il rifugio dell'orco - Collana Oscura - Antonio Tombolini Editore, Loreto, 2016



Bernardo lo conosco da tanto tempo, da quando conversavamo nel Blog Mondadori ai tempi di Altieri, quando c’erano premesse di cambiare l’impostazione della linea editoriale. Per cui c’era sempre fermento, e sempre idee.
Qualche giorno fa, grazie ad un’amica comune, che ne aveva parlato nel suo blog, Bernardo mi ha fatto recapitare il suo romanzo col quale aveva partecipato anni fa al Tedeschi: non avendo avuto la possibilità di essere pubblicato su Mondadori, si era creato lui quella di pubblicare il suo romanzo presso altro editore.
Il romanzo si situa nel 1964.
C’è un gruppo  di adolescenti che si ritrova nella Villa del paese (il giardino comunale) per parlare, giocare, amoreggiare. Un giorno casualmente qualcuno parla di un caso irrisolto: la sparizione di Don Raimondo, l’arciprete del paese. Era andato in chiesa per confessare e officiare la messa una sera, poi era uscito ed era scomparso. I ragazzi si interrogano; uno, il protagonista della storia, che parla sempre in prima persona, che poi rievocherà  a tanti anni di distanza la storia di cui era stato protagonista, davanti ad un ufficiale dei carabinieri, per effetto di una lettera speditagli dall’assassino ormai condannato alla morte da un cancro al polmone, non si capacita del fatto che lui quella sera della sparizione di Don Raimondo, dalla Cappella del Bambin Gesù, era proprio lì davanti alla cappella e Don Raimondo non l’aveva proprio visto uscire. In sostanza lui è il testimonio chiave di cui al tempo nessuno, tantomeno i carabinieri avevano sentito il bisogno di vagliare, tanto più che lui della sparizione di Don Raimondo non aveva mai sentito parlare dai suoi genitori. Era un fatto che si era preferito cancellare.
Così comincia un’indagine, che è anche un gioco all’inizio, un’avventura in cui i ragazzi si buttano a peso morto. Cominciano a chiedere in giro, a restringere il numero di coloro che avevano partecipato all’ultima messa di Don Raimondo. A condurli nel loro percorso di indagine è Il Maestro, un pazzo inoffensivo dell’ospedale psichiatrico locale a cui consentono di uscire, che diventa il loro vate, una specie di loro eroe ancor prima che si diffonda la notizia di Don Raimondo per la sua capacità di eseguire difficilissime divisioni a memoria. Il Maestro ben presto coordina le indagini del gruppo e fissa i paletti: il momento in cui il prete era arrivato in chiesa, quando aveva cominciato messa, le stranezze durante la messa per l’assenza del sagrestano Cicillo, il fatto che il prete fosse scomparso. Poiché per sapere il resto dovrebbero interrogare i testimoni, coloro che avevano partecipato all’ultima messa, stilano una lista e cominciano con vari sotterfugi a cercare di avere rapporti con loro. In sostanza non ricavano granchè tranne tre cose molto interessanti: il fatto che durante la permanenza di Don Raimondo fosse scomparso Vincenzino, un bambino di otto anni ritrovato poi strangolato, violentato e torturato; e che durante la Messa non ci fosse stata né la presenza di Cicillo sull’altare a fianco dell’officiante né tra i banchi a chiedere la questua nonostante il prete fosse avido. Questi tre fatti, uniti ad altri, cominciano a comporre un quadro orribile: il prete era un pervertito degenerato e qualcuno, ritenendolo direttamente responsabile della morte del bambino, lo aveva ucciso e fatto scomparire.
L’inchiesta si intreccia ben presto con il primo amore del protagonista, Lucia Davino, una ragazzina figlia di un professore di liceo classico, e con i sentimenti degli stessi ragazzi, che ben presto capiscono che nel quadro d’insieme,  nel puzzle in cui mano a mano le tessere stanno andando al giusto posto, ognuno ha qualcosa da perdere: perché in sostanza a quella messa avevano partecipato anche alcune persone che erano direttamente o indirettamente collegate ai ragazzi. Cosa c’entrano ora i testimoni? Vorrebbe spiegarlo un dono che Il Maestro fa al protagonista per il suo compleanno: Assassinio sull’Orient Express di Agatha Christie, storia dell’ assassinio premeditato di una persona che aveva rapito e ucciso una bambina, tramite una congiura di gruppo. In sostanza, coloro che apparentemente erano solo testimoni, avrebbero partecipato all’assassinio del prete, inserendo nella congiura Cicillo. Questa sarebbe la prima soluzione, quella cui vengono condotti i ragazzi. Perché si sarebbero svolti così i fatti? Perché il prete, non uscendo dalla chiesa con le sue gambe e nemmeno potendo essere nascosto da qualche parte, non essendoci nascondigli in sagrestia (il luogo dell’assassinio), sarebbe uscito in altro modo.
Questa prima soluzione però comporterebbe il sospetto di molte persone e quindi viene frettolosamente messa a tacere, e lo stesso protagonista e la sua fidanzatina vengono separati dalle rispettive famiglie: così il dolore di Vincenzino diventa il dolore di un’intera comunità.
Il romanzo finirebbe così se, nell’epilogo, tuttavia a distanza di molti anni una lettera non arrivasse al protagonista, diventato ormai adulto e sposato, raccontando un’altra storia, quella di un depistaggio, da parte di un Deus Ex Machina, e di un’altra soluzione, che comporta non la messa in stato di accusa di un’intera comunità ma di un solo uomo, dell’assassino che ha ucciso, con la collaborazione di Cicillo, il prete ( colpevole non solo della morte di Vincenzino, ma anche di Jacopo figlio dell’assassino e di un altro bambino in altri due paesi italiani dove il prete era stato mandato in missione): l’assassino ha scavato, quando il prete non c’era, sotto tre assi del ripostiglio della sagrestia, una fossa capace di contenere due uomini e vi ha nascosto il corpo, adagiandosi a sua volta sul cadavere, e rimettendo gli assi al loro posto e prima dell’ultimo anche le cianfrusaglie che vi erano poste sopra, finchè la chiesa non sia sgombra prima dei testimoni e poi dei carabinieri lì arrivati, confidando nella loro poca professionalità; e poi di notte è uscito dalla tomba, mutilando il cadavere e seppellendo nuovamente i pezzi divisi, ottimizzando quindi lo spazio ottenuto, e poi uscendo indisturbato dalla chiesa facendo perdere le sue tracce.
Dico subito che questo romanzo avrebbe meritato la vittoria del Tedeschi, ma si sa che le opere dei vincitori non sempre rispondono solo ai propri meriti ma anche ad altre incognite ambientali e personali, proprie di coloro che le giudicano:  magari al giudice il mystery non piace, magari piace una storia più truculenta, magari preferisce l’hardboiled, il noir nostrano al romanzo poliziesco alla Maigret. Ma come ho detto a Bernardo, difficilmente avrebbe vinto perché è un’opera troppo complessa, con troppi rimandi, che per essere apprezzati avrebbero dovuto richiedere una cultura di base poliziesca molto specifica, almeno nel mystery. In altre parole, se a giudicarlo fossi stato io, gli avrei dato la palma del vincitore; altri…
Perché complesso?
Il romanzo può essere visto sotto diverse prospettive.
Innanzitutto sotto l’ottica di un “come eravamo”, come la nostra storia, la storia dei cinquantenni e sessantenni come Bernardo e come me che in quegli anni erano adolescenti e vivevano proprio quelle situazioni, quei fatti storici, stagioni di pensiero, che cantavano quelle canzoni e vedevano quei film che tutti abbiamo visto, sentito, ascoltato, visto; i nostri primi amori giovanili, i nostri giochi tipo “i ragazzi della via Pal”.
Poi sotto l’ottica di un romanzo sociale, perché tratta della pedofilia, un male della società ancora più orribile perché partorito da chi dovrebbe difendere gli stessi bambini che invece diventano le sue vittime. In un tempo, gli anni sessanta, in cui queste cose erano tacitate, nascoste sotto il velo del silenzio, negli anni in cui la Chiesa mai avrebbe ammesso di avere tra le sue fina dei figli degenerati, perché la Chiesa era posta su un piedistallo e non viveva ancora le turbolenze della società in cui viviamo. Del resto il titolo del romanzo allude alla pedofilia: cos’è l’orco se non un mostro che mangia bambini? In questo caso la caverna dell’orco è la cappella.
Infine sotto l’ottica precipua del romanzo poliziesco vero e proprio, in cui confluiscono molteplici richiami: da Agatha Christie (dichiarato) a Poe (Il cuore rivelatore, dichiarato). In realtà alla base della modalità del delitto sta un richiamo non dichiarato, quello del Carter Dickson  di The House in Goblin Wood. Perché, e questa è la particolarità più interessante, il romanzo è un mystery classico con ceneri noir (la pedofilia, la solitudine dell’assassino, la tristezza di fondo) che si colloca non tanto nel genere del whodunnit ma in quello più particolare dei delitti impossibili . La prima soluzione, quella che viene rivelata nel corso del romanzo, rimanda direttamente al racconto di Poe, ma ancor di più a Carr, non so se volutamente o inconsciamente. Del resto già Carr aveva esplicitato l’unico modo possibile con cui un corpo potesse scomparire, senza poter essere nascosto in loco oppure sciolto. E le borse della spesa rimandano al cesto da picnic di carriana memoria. Tuttavia, al di là di questa soluzione apparente, vi è poi quella vera, confessata nell’epilogo, il finale a sorpresa, che in sostanza, a vedere bene potrebbe anche collocarsi come una Camera Chiusa anche se piuttosto semplice, non canonica come quelle di Carr, che si avvale di un nascondiglio: infatti l’assassino, apparentemente, scompare nella Sagrestia. Che è una Camera Chiusa perché anche se la porta non è chiusa, è tuttavia guardata a vista dalla gente che sta a messa: è in sostanza una modalità già espressa in altri romanzi precedenti, per es. in It Walks by Night, di Carr, in cui le uscite della stanza in cui avviene la decapitazione sono guardate a vista da testimoni fidati. Ma è anche un delitto impossibile, perché il corpo scompare. E proprio per questo, per un certo tempo, fino alla riesumazione dei resti, proprio perché non erano stati trovati, si è pensato che il prete fosse andato via.
Poi ci sono altre anime nel libro: c’è innanzitutto una vena di pessimismo molto accentuato, che si traduce in una sorta di nichilismo nietzchiano (il rifiuto di Dio, perché è morto) che va oltre esso stesso, perché il Superuomo la cui esistenza era giustificata dalla morte di Dio, non esiste. Esiste solo un’umanità debole e fragile,  condannata a soffrire: quasi un catarismo contemporaneo.
E infine c’è un appunto anche alla narrativa fantastica (non so se voluto dall’autore, o immaginato da me): l’assassino che si seppellisce in una tomba assieme al cadavere, potrebbe rimandare a The Greek Coffin Mystery di Ellery Queen, in cui nella stessa tomba ci sono il cadavere ed un altro sopra il primo, come nel nostro caso. E’ per me anche un rimando alla letteratura fantastica (o gotica), perché l’assassino che esce dalla tomba di notte, cos’è altro se non un cadavere vivente? E in realtà l’assassino che ha ucciso per vendetta, per vendicare il proprio figlioletto ucciso da quel prete ignobile, si è trovato dannato già in terra, ucciso dal dolore per la perdita della moglie e del figlio, e senza più anima, divorata da una sofferenza indicibile e sostituita dall’odio puro: e’ un uomo senz’anima, è un uomo che è già morto dentro, che vive solo per uccidere, come il morto vivente.
Il romanzo, figlio senza dubbio delle critiche sorte in seno alla Chiesa contemporanea in merito a quei preti che nel corso del loro mandato si siano resi  colpevoli di atti nefandi nei confronti di vittime innocenti (disabili, bambini), manifesta una tristezza e una melanconia di fondo molto accentuate. Anche forse dirette ad un mondo, quello della fanciullezza che non esiste più. Tuttavia nel romanzo non vi è solo un assassino, ma due: uno, il prete, è l’assassino dei bambini; l’altro, l’assassino del prete, è al tempo stesso, vergognandosene, un assassino di bambini: non li uccide nel corpo, ma nella coscienza, costringendoli a vivere una serie di conseguenze della loro indagine, che li porterà a soffrire: il protagonista, viene ridotto al silenzio dalla comunità mediante pressione sui suoi familiari; la sua fidanzatina, viene allontanata da lui, perché in certo senso da lui plagiata; e soffre sapendo anche che della gente ha ucciso e che si difende, attaccando lui, per non essere attaccata. Anche lui è un orco, un mangiatore di bambini: perché ha approfittato volutamente della loro ingenuità, e anche lui ha un rifugio: la sua indifferenza al dolore, tanto ha sofferto; e un rifugio vero e proprio, che si è scelto, per non poter essere inquisito: l'alibi perfetto.
Accadono tante altre cose in questo romanzo.
Da leggere.
Non solo per distrarsi ma anche per riflettere.

Pietro De Palma