venerdì 15 luglio 2022

STILANDO UNA LISTA DI CAMERE CHIUSE



Parecchi si sono già cimentati nello stuzzicante gioco di elaborare una lista di Camere Chiuse, le migliori secondo il proprio gusto e la propria conoscenza, e dal confronto tra le varie liste, emergono alcuni punti ben saldi che sarà il caso di vagliare.

Innanzitutto, il problema Carr.

John Dickson Carr è umanamente considerato il massimo ed insuperato Maestro di Camere Chiuse, colui che ha scandagliato il genere inventando i romanzi con le più assurde ed elettrizzanti situazioni. Per cui, gioco forza, chi voglia elaborare una lista delle Camere Chiuse, non potrà non confrontarsi con Carr. Tanto più che egli non è stato solo uno specialista, ma un grande romanziere, con una grande tecnica narrativa, e con descrizioni e atmosfere mozzafiato, che ben si prestavano per di più, proprio per la loro densità, ad essere drammatizzate alla radio. Quindi un grandissimo scrittore, che può dare seri grattacapi.

Per quale motivo? Per uno soprattutto: se la lista comprenderà Carr, naturalmente essa dovrà essere copiosa, superando di gran lunga il numero 50; se invece si volesse approntarne una essenziale, bisognerebbe a mio parere escludere a priori Carr, che costituisce un caso a parte. Infatti, creare una lista, in cui inserire uno-due romanzi di Carr sarebbe non solo riduttivo ma anche ingiusto, perché ciascuna sua grande Camera è un discorso a sé, che merita di essere ricordato. Per di più, è accaduto che nel caso di una lista molto famosa, quella di Lacourbe, per una sorta di sciovinismo nazionale o di orgoglio patrio che lo si voglia definire così, a sei sette romanzi di Carr ne sono stati contrapposti altrettanti di Halter.

Ora qui, si tocca un punto controverso, perché Paul Halter è il più grande scrittore di Camere, dopo Carr e Hoch (il più grande nel genere dei racconti), e quindi ben si presta ad essere ricordato e magari confrontato. La cosa mi tocca ancor di più, perché nel passato ho realizzato un’intervista a Paul, della cui amicizia godo, e quindi mi riesce alquanto problematico parlarne: Ma siccome il discorso l’ho già esperito altrove, e ne ho discusso con lui (in francese, è ovvio), non vedo perché non dovrei ribadirlo in questa sede: per me il più grande è Carr, senza ombra di dubbio, ed è insuperato per un aspetto semplicissimo, cioè il fatto che fosse uno scrittore a tutto tondo, i cui romanzi non avevano solo problemi complicatissimi, ma anche grandi atmosfere e grandi assassini, cioè la natura psicologica del colpevole era molto ben analizzata. Nei romanzi di Paul invece, se il virtuosismo in sè per sé raggiunge vette assolutamente inusitate, forse anche superiori a Carr, perde molto nella caratterizzazione dei personaggi, perchè molto spesso i suoi personaggi o sono malati psichicamente oppure sono donne o ragazzi, non vi sono cioè caratterizzazioni di assassini ben curate se non in casi eccezionali, anche se le atmosfere sono anche ben svolte. E’ un po’ lo stesso discorso che si potrebbe fare, ovviamente in ambiti più ristretti, per Clayton Rawson, uno scrittore che da illusionista qual era ha confezionate alcuni esempi straordinari di Camere Chiuse, tra cui lo spacca-cervelli in assoluto migliore secondo me assieme a Le tre bare, cioè Morte dal cappello a cilindro: anche lui infatti, pur essendo un maestro di problemi insolubili, è carente in qualcosa: nel suo caso nelle atmosfere, che sono alquanto fredde.

Lacourbe invece nella sua lista delle 99 Camere (che sono in realtà di più) appaia i due in una sorta di confronto a sé, limitando la considerazione delle altre, in qualche modo. Nel suo caso, poi, c’è una esorbitante presenza di classici francesi, a discapito di quelli anglosassoni, e assenza o quasi di Camere elaborati da scrittori di altra nazionalità: per es. di italiano non vi è nulla.

Anche questo è un altro punto controverso: infatti in una lista che si rispetti, ed il più possibile imparziale, sia la letteratura francese che quella anglosassone dovrebbero essere presenti, perché i francesi negli anni ’30 hanno confezionato alcuni straordinari esempi che sono tuttavia assai poco considerati nel mondo anglosassone a causa della carenza di traduzioni, a cui sta provvedendo poco alla volta John Pugmire, caso però isolato. E così se la lista di Hoch, non ne presenta neanche una, la lista di Lacourbe ne presenta parecchie, anche troppe forse.

Bisognerebbe poi esaminare un ulteriore punto: è giusto stilarne una che contenga tutte le Camere migliori in assoluto, oppure solo quelle migliori tradotte in italiano (come fatto da Lacourbe)?

Beh, io sarei propenso a indicare per sommi capi una che lo sia in assoluto, e in cui i romanzi siano citati non in base ad una graduatoria che sarebbe inopportuna per la presenza di romanzi di Carr nei confronti di quelli meno numerosi altri scrittori, romanzi di Carr che finirebbero con il riportare inevitabilmente votazioni superiori a quella di altri, ma ad una lista di titoli, tutti parimenti importanti.

Un ulteriore motivo di ragionamento riguarda cosa si intenda per Camere Chiuse: comunemente, per Camere Chiuse si intende talora anche il cosiddetto Delitto Impossibile. Infatti molti autori considerano i due termini, in sostanza assimilabili. Per me, invece, si tratta di due cose distinte, in ragione degli elementi che contengono: il delitto impossibile in sé stesso, pur configurandosi spesso come un gioco di prestigio o una illusione (vedasi La Tabacchiera dell’Imperatore per esempio, o La lampada di Bronzo), non è una camera chiusa vera e propria: Infatti perché si possa parlare a ragione di Camera Chiusa, è necessario che vi sia non solo un elemento temporale ben contraddistinto (che magari può esistere da solo nel Delitto Impossibile: per es. Tour de Force di Christianna Brand) ma anche spaziale: direi quasi soprattutto spaziale. Cioè è necessario che vi sia uno spazio ben definito, nel quale si è svolto un omicidio o una sparizione di qualcosa, senza che esistano i presupposti per i quali qualcuno sia potuto uscire: perciò avremo una stanza chiusa da porta e finestre, con camini inaccessibili e senza botole e porte segrete; oppure una casa circondata da neve intatta, oppure un delitto avvenuto in una spiaggia con attorno sabbia senza impronte. Oppure deve essere avvenuto all’esterno davanti agli occhi dei presenti senza che nessuno abbia visto l’assassino (Occhiali neri). Oppure è avvenuto addirittura sotto la pioggia, senza che vi siano impronte bagnate (in un romanzo di De Angelis).

Seguendo la falsa riga di Lacourbe, che si badi bene io rispetto profondamente, fors’anche per aver pubblicato in francese tutti i radiodrammi di Carr, io potrei stilare una mia lista in cui comprendere anche romanzi italiani; però, come la lista di Lacourbe, anche la mia finirebbe per essere sciovinista, in quanto andrebbe a finire che una lista italiana, con romanzi anche italiani, finirebbe per escludere romanzi di altra nazionalità magari più meritevoli.

Per cui alla fine, non stilando una lista di 100 romanzi, come Lacourbe, ma cercando di ovviare ai suoi nei e puntando ad essere il più super partes possibile, stilerò una mia lista essenziale ed imprescindibile di 25 romanzi, solo con Camere Chiuse, e non invece con Delitti Impossibili, in cui contro-corrente andrò contro molti pensieri comuni, inserendo anche un romanzo italiano (tradotto in inglese da Igor Longo,e pubblicato da Locked Rooms International)

Ritenendo il Maestro, un caso unico e irripetibile, porrò i suoi romanzi in testa, e poi a seguire, distinti a seconda dell’ordine alfabetico, quelli di altri romanzieri

 

 LISTA DELLE MIGLIORI  25 CAMERE CHIUSE IN ASSOLUTO  + 1 

(secondo me):

 

John Dickson CARR : The Hollow Man & The Judas Window

Clayton RAWSON: Death from a Top Hat

Christianna BRAND : Death of Jezebel

Paul HALTER : La Quatriéme Porte

Derek SMITH : Whistle Up The Devil

Pierre BOILEAU : L’assassin vient les mains vides

Edgar WALLACE: The Clue of the New Pin

S.S. Van DINE : The Kennel Murder Case

Leo BRUCE: Case for Three Detectives

Alan GREEN: What a Body!

Charles ASHTON: Dance for A Dead Uncle

Peter SHAFFER : The Woman in the Wardrobe

Seishi YOKOMIZO: Honjin Satsujin Jiken

Keigo HIGASHINO: Hakuba Sansō Satsujin Jiken

Peter LOVESEY : Bloodhounds

Anthony BOUCHER: Nine Times Nine

Anthony WYNNE: The Case of the Gold Coins

John RHODE: Invisible Weapons

Alexis GENSOUL & Charles GRENIER: La Mort vient de nulle part

Edmund CRISPIN: The Moving Toyshop

Anthony BERKELEY : The Layton Court Mystery

Franco VAILATI: Il mistero dell’Idrovolante

Yukito AYATSUJI: Jukkakukan no Satsujin

Randall GARRETT: Too Many Magicians

Ulf  DURLING: Gammal Ost

 

Lo so che ogni lettore che leggerà questa lista avrà da obbiettare e presentare delle proprie inclusioni escludendo al contempo qualche romanzo da me inserito. Però, io ho cercato di essere il più imparziale possibile, e ciononostante devo giustificare qualche clamorosa esclusione:

 

Rim of the Pit di TALBOT : come ho scritto in un mio articolo di parecchi anni fa (ripreso e fatto suo in una sua tesi da uno studioso italiano, senza citarmi), pur essendo bellissimo il romanzo, ha una pecca grandissima: quella di inserire delle cose apparentemente impossibili spiegandole non in maniera esaustiva ed arrampicandosi sovente sugli specchi (come talvolta fa Halter); per il resto rimando al mio articolo.

The Chinese Orange Mystery di Ellery Queen: non è una Camera Chiusa, come sembrerebbe, ma un delitto impossibile: il perché è dato dal fatto che la camera non è chiusa, ma aperta.

Invisible Green di John Sladek, a me personalmente non è piaciuto, perché la soluzione è troppo inverosimile anche se magnifica: le soluzioni migliori sono quelle che sembrano pazzesche e poi si riducono a nulla o quasi e che si possono replicare semplicemente. A me di Sladek è piaciuto Scarabeo, anche se lì la soluzione è troppo complessa. E soprattutto, un capolavoro è il racconto  By an Unknown Hand.

Tom inserisce Mr Splitfoot, di Helen McCloy probabilmente per l’effetto sonoro, non sapendo che tuttavia lo stesso era stato inventato proprio nello stesso modo ( e io quindi parlerei di derivazione) da Charles Ashton (lo scrissi nel relativo articolo). Allo stesso modo non inserisco un romanzo a me piaciuto moltissimo come The Gilded Fly di Edmund Crispin, perché la soluzione deriva (non so se volutamente o no) dal romanzo da me citato di Gensoul & Grenier.

The Tokyo Zodiac Murders di Soji Shimada, non è citato, perché pur essendo uno dei romanzi più belli che abbia letto in assoluto, per la fantasia delirante, la sua camera chiusa non è niente di speciale, rifacendosi a quello inventato da altri autori.

Un’ultima riflessione. Sono stato indeciso se inserire il romanzo di Vailati o quello di De Angelis: quello di De Angelis è molto più romanzo di quello di Vailati che si incentra solo sulla Camera Chiusa, però mentre nell’Albergo delle Tre Rose la Camera Chiusa, pur essendoci, è solo uno dei tre delitti, e non viene neanche citata in quanto tale da De Angelis evidentemente non interessato al delitto impossibile in se stesso, nel romanzo di Vailati sul delitto si basa tutto il romanzo e la soluzione è fantasmagorica, un gioco di prestigio.

 

Pietro De Palma

venerdì 3 giugno 2022

John Dickson Carr : "Così bevono i morti” ("As Drink The Dead" , The Haverfordian Marzo 1926) - da " La Porta sull'Abisso" .Trad. M.A. Francavilla - Altri Misteri, Mondadori, 1986

 

 


 

Il racconto di Carr che fa da apripista all’intera raccolta di racconti, pastiches, radiodrammi e saggi contenuti in The Door To Doom (La Porta sull’ Abisso, Mondadori, 1986), è “Come i morti bevono” (As Drink The Dead , The Haverfordian 1926). E’ un racconto straordinario, che mischia atmosfere soprannaturali, delitti impossibili e ricerca storica.

Due uomini stanno discorrendo in una sala: uno, con una barba ispida, magro e ossuto, che la gente chiamava “the Old German Gnome”, è un letterato; l’altro con vesti bianche e capelli bianchi, è un sant’uomo. Dalle finestre si può ammirare un paesaggio di campagna tipicamente italiano.

Il letterato vuole finire il suo romanzo che tratterà dei Borgia, ma per farlo ha bisogno di vedere la Coppa del Trebbia, una delle due che secondo la leggenda sarebbero state piene di vino avvelenato, causando la morte di Papa Alessandro VI Borgia e di suo figlio il Duca Valentino. La coppa è posseduta da generazioni dal Monsignore. Egli ribadisce al suo ospite che i due morirono non perché fossero stati avvelenati, ma per diretto volere di Dio che li avrebbe puniti per i loro peccati. Infatti quando avvenne la loro morte,  lì vicino c’è proprio chi, quelle coppe le aveva create, l’alchimista Garcini Della Trebbia, pazzo d’amore per la figlia del papa e sorella del Duca, Lucrezia Borgia. Il cardinale, al cui castello i due erano  arrivati e che era all’oscuro che il vino fosse destinato a lui, assistette alla morte atroce di padre e figlio. E pensando  che li avesse avvelenati proprio Garcini, lo costrinse a bere il vino supposto avvelenato dalle due coppe, cosa che quello fece placidamente. Eppure a lui non accadde nulla. Ecco perché Monsignore al termine del racconto dell’ospite, attribuisce la loro morte ad un intervento divino.

Monsignore chiama un servo e gli intima di portare la coppa. Il servo è terrorizzato, perché ha visto un minuto prima il vecchio santo di sopra disteso sul letto con quattro candele accese (morto?) e ora lo ritrova vivo sotto. Uscendo inciampando, von Arnhim nominerà il diavolo.

Poco dopo, alla presenza della Coppa della Trebbia, Monsignore, per confutare la tesi dell’Ospite che la coppa sia maledetta, vi versa il vino che stavano bevendo posto sulla tavola, e beve. Poco dopo , Von Arnhim capisce come fossero stati uccisi il papa Borgia e suo figlio, ma non fa in tempo a salvare Monsignore, che muore davanti ai suoi occhi.

Il racconto, dimostra nella sua interezza, come Carr a 21 anni, avesse già quella vena letteraria innata che gli avrebbe consentito di divenire uno degli assi portanti del genere mystery. Infatti il plot del racconto è ottimamente concepito: c’è innanzitutto un’atmosfera misteriosa che avvolge due strani personaggi, uno opposto all’altro, uno con un’aura plumbea, l’altro sfavillante. Poi c’è un racconto storico, che ricrea un’era passata, che parla di nefandezze, di amori, delitti. Poi c’è una doppia morte inspiegabile per avvelenamento: Papa Borgia e suo figlio, che avrebbero dovuto uccidere un cardinale che era per loro motivo di ostacolo, proprio a casa sua, accade che bevano per errore proprio il vino avvelenato che era riservato al loro ospite. Poi c’è un’altrettanto impossibile spiegazione dell’avvelenamento non per mano umana ma divina. Infine c’è un’impossibile morte nel piano temporale del presente, mentre la soluzione del caso viene resa dallo Gnomo. Lo sfasamento temporale del passato e del presente, in un continuo saltare dall’uno all’altro, convince il lettore che qualcosa accadrà nel presente connesso al passato. E in effetti questo accade.

La capacità di Carr di fondere fantasia e verità storica o presunta tale, è assolutamente sconcertante, se rapportata alla giovane età dello scrittore: questo è il primo caso assoluto, di giallo storico, quello che poi Carr porterà al livello di capolavoro con The Velvet Devil e Fire!, Burn. Anche lì, lo sfasamento temporale, crea i presupposti per una storia al limite dell’incredibile, ma in cui l’impossibile/possibile è sempre dietro l’angolo.

L’avvelenamento impossibile si può capire già prima di come sia poi spiegato, se si sta attenti a quello che fa Garcini Della Trebbia quando viene costretto dal cardinale a bere dalla coppa: da quello che fa lui, e da quello che fanno le due vittime, si può già intuire come il veleno sia stato propinato. L’impossibilità poi viene spiegata, non in tempo per salvare tuttavia l’ultimo dei Borgia dalla morte.

Il racconto non è però solo il primo testo di giallo storico che si lega al tema che per Carr diverrà peculiare, cioè il delitto impossibile. E’ anche un racconto con risvolti soprannaturali, o supposto tali: l’abilità di Carr sta però “non nel definire ciò che è soprannaturale o non lo è”, ma nel lasciare più porte aperte, più soluzioni, tra cui quella soprannaturale, ma che potrebbe anche non esserlo:  il fatto che il servo terrorizzato abbia visto il padrone in altra parte della casa, stare disteso sul letto, bianchissimo, tra quattro candele, mentre poi lo ritrova vivo e vegeto altrove, potrebbe spiegarsi con una semplice allucinazione del servitore; oppure, ed ecco la possibilità soprannaturale, che magari il diavolo abbia fatto capire la fine del vecchio prima che accada. Infatti Von Arnhim mormorerà mentre il servo va via inciampando nella porta: “The devil”. A meno che lo stesso Von Arnhim non sia lui il diavolo, e abbia fatto in modo che il suo ospite fosse indotto ad afferrare la coppa, e versarvi del vino, e poi morire. Non a caso la due coppe di Garcini della Trebbia, di cui poi era rimasta quella in possesso di Monsignore, erano chiamate Il Graal del Diavolo.

I racconti dell’Halverfordian furono alla base di molti scritti successivi. Lo abbiamo visto anche per The Legend of the Cane in the Dark, ma i casi sono innumerevoli. E anche in questo caso, secondo me, c’è una filiazione tra questo, ed un racconto successivo.

E’ il caso di The Adventure of the Black Baronet in EXPLOITS OF SHERLOCK HOLMES, la Collezione di racconti scritti in collaborazione con Adrian Doyle ( figlio di Conan), che valse ad entrambi l’Edgar Award.

Anche in  The Adventure of the Black Baronet, anche se la storia è completamente diversa, la morte, per impossibile accoltellamento, perché la pugnalata proveniva dal basso verso l’altro quando la vittima stava bevendo da una coppa, a capotavola, proviene direttamente dal racconto di tanti anni prima. E assolutamente lo stesso è il trucco. Anche se l’arma finale , nel passato il veleno, qui il pugnale, sono diverse.

Anche in questo caso, la soluzione è perfettamente resa. Anzi, nell’apocrifo sherlockiano, c’è anche un doppio finale, perché l’omicida è una vittima a sua volta, spinta ad uccidere dalla malvagità della sua vittima. Una sorta di ribaltamento delle parti, molto molto carriano.

L’ultima considerazione è per la parte narrativa: la storia del passato di As Drink the Dead, è un misto assai abile, di verità e bugie: Garcini Della Trebbia, non è mai esistito, ma la sua amante Lucrezia Borgia sì; la Coppa della trebbia, è anch’essa un’invenzione ma non lo fu il modo con cui morirono Alessandro VI e suo figlio, anche se anche questa storia è doppia: la storia più accreditata, ma non univoca, attribuisce la morte del papa ad un attacco di cuore dovuto alla debolezza indotta dalla malaria, mentre suo figlio gli sarebbe sopravvissuto 4 anni, morendo poi di sifilide; poi c’è un’altra versione, più romanzata, accreditata al Guicciardini, e fu da questa che Carr trasse spunti per il racconto, che vuole la morte di Papa Borgia per avvelenamento casuale, assieme al figlio: avendo deciso di far morire il cardinale che dimorava a Villa del Cornetto, con una coppa avvelenata di vino, esausti per il viaggio e assetati, bevvero lo stesso vino che avrebbero dovuto serbare avvelenato per il loro ospite.

Amore per il dramma, creazione di situazioni impossibili perfettamente spiegate, realizzazione di atmosfere al limite del soprannaturale, ricerca storica indefessa, e una narrazione fatta di sapienti descrizioni e atmosfere psicologiche: questo fu Carr.

 

Pietro De Palma

lunedì 23 maggio 2022

WILLIAM HEIDENFELD: UN DRAMMA AL CLUB DEI BRILLANTI SECONDI (The Unpleasantness at the Stooges Club , 1953)

 


Prima di parlare di questo insospettabile racconto, e direi anche straordinario racconto, una vera sorpresa, vorrei spendere qualche parola per il suo autore, che non fu affatto conosciuto per l’attività letteraria, quanto per un’altra, affine solo alla logica: la passione per gli scacchi.

William Heidenfeld, nacque a Berlino nel 1911, da famiglia ebrea. Negli anni ’30 emigrò in Sudafrica e per otto volte vi vinse il campionato nazionale di scacchi. Data la sua conoscenza del tedesco, durante la Seconda Guerra Mondiale, aiutò in parecchie volte gli Alleati a decodificare i messaggi tedeschi. Nel 1957 si trasferì in Irlanda, dopo averla visitata nel 1955, e lì chiese la cittadinanza. Partecipò ad un campionato europeo e a numerose olimpiadi, rappresentando l’Irlanda. Non accettò mai il titolo di Maestro internazionale, pur avendo batture alcune volte campioni mondiali di scacchi. Fece più attività oltre a giocatore di scacchi: fu giornalista, e anche scrittore di testi specialistici per il gioco degli scacchi. Elaborò e scrisse anche libri sui cruciverba. Pochissimi però sanno che scrisse anche racconti gialli: 4 per l’esattezza (pubblicati anche su EQMM), e anche un pastiche sherlockiano.

Tra i 4 racconti, uno merita di essere ricordato: l’ha fatto Roland Lacourbe in una sua antologia, dedicata ai Crimini in Camere Chiuse, e ora ne parliamo noi.

Il racconto in questione si chiama originariamente The Unpleasantness at the Stooges Club ed è del 1953. E’ quella che si può certamente definire una parodia del genere, oltre che essere uno scritto in cui l’ebreo per una volta scrittore fa morire sulla carta il male per antonomasia,, per ogni ebreo come lui, e che quindi possiede anche uno spirito graffiante e stranamente premonitore di tante inchieste venute dopo. Il titolo, come viene ricordato nelle note, è a sua volte un riferimento ad un romanzo del 1928 di Dorothy Sayers, The Unpleasantness at the Bellona Club.

In sostanza in questo racconto, agisce non uno ma numerosi investigatori letterari, che sempre hanno avuto la parte di “secondi”, di aiutanti, che hanno aiutato spesso inconsapevolmente i più famosi investigatori di cui sono stati la spalla: così troviamo il dottor Watson, così come “il narratore delle gesta del cavaliere Auguste Dupin che è anonimo nei racconti di Edgar Poe”, il capitano Hastings spalla di Poirot e l'ispettore Parker sempre superato da Lord Peter Wimsey
nei romanzi di Dorothy L. Sayers; incontriamo anche Nikki Porter, segretaria e confidente di Ellery Queen (soprattutto nei radio drammi) e il signor Ricardo che è l'assistente dell'ispettore Gabriel Hanaud della Sûreté.

Perché proprio “I secondi” ? Perché i più conosciuti investigatori di cui “I secondi” sono la spalla, sono tutti in viaggio alla volta dell’India, su una nave che trasporta solo loro, chiamata “Investigation” per un congresso che li radunerà. Ecco allora che, mancando i più nominati, saranno i loro secondi, a cercare di risolvere un crimine, occorso in una delle tenute di campagna dello “Shining Seconds Club”.

E’ stato il cap. Hastings che, camminando in questa tenuta, ha trovato una villetta e qui, da una finestra, sbirciando dentro, ha visto che in una delle stanze, giaceva il corpo di un uomo completamente nudo, con una ferita di pistola sul torace, un uomo con la pelle giallastra e completamente glabro. Come mai era riuscito il misterioso assassino a lasciare il cadavere di un uomo, ucciso altrove - perché nella stanza e sul pavimento non vi era la più piccola traccia di sangue, oltre che mancava il proiettile, penetrato all’altezza del cuore e uscito dalla schiena - in una stanza ermeticamente chiusa dall’interno da chiavistelli e serrature varie, e le cui finestre erano serrate da sbarre e grate?

Tutti i maggiori secondi si muovono, e ognuno dice la propria. Tanto più che l’assassinio sembra essere una sfida: infatti la stanza, che è un studio, ha le pareti tappezzate di libri gialli, e moltissimi tra questi trattano l’enigma della Camera Chiusa, in una stanza in cui è stato attuato a sua volta un delitto da camera chiusa. Al di là delle serrature e delle sbarre che chiudono la porta e le finestre, anche il camino in cui qualcuno ha precedentemente acceso un fuoco, è a sua volta un riferimento letterario, perché allude al famoso camino de I delitti della Rue Morgue di E.A.Poe in cui opera per la prima volta Dupin. Tuttavia in questo caso, è stato acceso un fuoco nel camino, e nessuno sa perché, tanto però per far capire che il fumo sì è uscito dalla canna fumaria. Ma che da essa nient’altro sarebbe potuto uscire, fosse anche un nano, data la piccolezza della canna fumaria.

E allora come è uscito l’assassino?

A quel punto l’ispettore Parker, cita la famosa Locked-Room Lecture del Dottor Fell di Carr, enunciando tutti i possibili metodi che l’assassino avrebbe potuto seguire per attuare il suo crimine, tanto però per arrivare al dunque di eliminarli tutti quanti. E siccome nessuno riesce a giungere al benchè minimo risultato, il caso si chiude senza una possibile soluzione e col tempo viene dimenticato.

Solo anni dopo perviene una lettera al dottor Watson portata da un ragazzino, in cui l’assassino rivela come ha fatto ad uccidere: innanzitutto rivela l’identità dell’uomo, completamente nudo e glabro, con una sola ferita di arma da fuoco. E’ il dittatore tedesco Adolf Hitler, fuggito dal Reichsbunker, ed entrato clandestinamente in Inghilterra. Lui, ha cercato di farselo alleato, ma siccome i fini di quello non erano i suoi, allora ha preferito eliminarlo in maniera sicuramente più civile di quanto l’altro avesse fatto durante la sua esistenza: lo ha semplicemente abbattuto. E perché lo ha nascosto in una camera chiusa dall’interno? Per mettere alla berlina, “gli illustri cretini” (tra cui evidentemente inserisce anche Watson) che cercando di risolvere il problema alla maniera dei loro più illustri “amici” in viaggio, hanno tralasciato di considerare l’escamotage più ovvio.

 

 


Ovviamente non vi dirò né chi mai avesse cercato di farsi amico Hitler per poi ucciderlo, né tantomeno come avesse fatto ad uscire dalla stanza ermeticamente chiusa da numerosi chiavistelli e le cui finestre erano impenetrabili.

Dirò solo che il racconto è una vera bellezza. Non solo per la parodia, che rivela purtuttavia l’amore dello scrittore per il genere, ma anche certe precognizioni non da poco : immaginare che il Führer possa essere fuggito in Inghilterra – come H. Hesse – quando girava la storia che fosse stato assassinato nel Bunker (gira ancora, ma contemporaneamente ci sono state parecchie inchieste, tra cui una americana che ha investigato sulla fuga di molti pezzi grossi del nazismo in Argentina, Paraguay e Cile alla fine della guerra e nei primi anni ‘50), rivela una notevole fantasia e anche farlo uccidere in una stanza chiusa dall’interno, è senz’altro una sfida all’intelletto, ma rivela anche una sorta di vendetta personale, di un ebreo che almeno idealmente si prende una sorta di rivincita personale ,facendo uccidere il male per antonomasia per ogni ebreo, lasciandolo completamente nudo e togliendogli i baffi. Rimane purtuttavia la domanda base: come ha fatto ad uscire l’assassino? In questo Heidenfield ha inventato un escamotage al limite e certamente fantastico quasi, ma che è al di là della Locked-Room Lecture di Carr, e l’ha fatto precorrendo anche un romanzo (del luglio 1965) la cui soluzione è sicuramente presa dal suo racconto, tanto più che esso fu pubblicato su EQMM del febbraio 1953. E se quel romanzo, essendo un apocrifo queeniano, non è da tutti conosciuti, figurarsi questo racconto, che è solo presente nell’antologia di Lacourbe , Les meilleures histoires de chambres closes.

Oltretutto, al di là poi della realizzazione della camera chiusa, che dovrebbe essere applicabile in qualsiasi momento, mentre qui si può solo pensare che sia stata realizzata non da un uomo ma da una organizzazione in quanto più persone sarebbero dovute essere impegnate per realizzare il trucco, sulla carta, il racconto , che vuol essere una boutade, riesce nel suo intento, consegnando uno stratagemma che è anche una paraculata, ad un racconto parodistico e pastiche sherlockiano, che è a sua volta una paraculata. Ma scritto benissimo, e che meritò la pubblicazione su un EQMM.

 

Pietro De Palma