giovedì 19 marzo 2020

Vive le roman policier! – Metacritica di “The Third Bullet” di John Dickson Carr

Anni fa, Roland Lecourbe, noto critico di letteratura poliziesca, pensò di creare una guida ideale alla Letteratura delle Camere Chiuse, invitando una serie di conoscitori del genere, quelli che a lui risultavano essere al momento i massimi: tra essi, innanzitutto Robert Adey, estensore di una celeberrima bibliografia sul genere, “Locked Room Murders and Other Impossible Crimes: A Comprehensive Bibliography” e insieme a Jack Adrian co-autore di una antologia di straordinarie camere chiuse (racconti) pubblicata in Italia da Garden Editoriale, “The Art of the impossibile”. Assieme a Robert Adey, furono invitati : 3 esperti belgi (M.Soupart, Philippe Fooz, V. Bourgeois), uno studente che aveva scritto una tesi sulla Letteratura delle Camere Chiuse (Roman Brian), 2 traduttori dei romanzi di Paul Halter (J.Pugmire e I. Longo), il coeditore del Mystery Scene Magazine (Brian Skupin). Tutti quanti, assieme allo stesso Lecourbe, avrebbero dovuto stilare una lista di Camere Chiuse, che fossero il meglio del genere, un po’ una sorta di revival ampliato di quell’altro incontro, patrocinato da Edward D. Hoch[i] nel lontano 1981, e cui avevano partecipato grandi nomi della letteratura e della critica poliziesca (diciassette per l’esattezza[ii]), a corollario dell’introduzione dell’antologia da lui curata “All But Impossibile”: se dall’incontro promosso da Edward D. Hoch era stata prodotta una lista comprendente 14 romanzi, dall’incontro patrocinato e organizzato da Lecourbe, ben 99 Camere Chiuse furono elencate, come i migliori esempi del genere. Questa lista ampliava quella essenziale, stilata sedici anni prima, includendo opere anche di autori di lingua francofona, prima d’allora non esaminati. I risultati furono acclusi in appendice all’antologia, pubblicata nell’aprile 2007, dal titolo “Mystères à Huis Clos”. Notiamo che tra gli esperti dell’incontro francese figurava il consulente editoriale del Giallo Mondadori, Igor Longo, traduttore di molti degli Halter, dei tre Steeman più recenti, e degli Abbot pubblicati in Italia da Mondadori, anni fa.Tra i molti autori che prima non erano stati inclusi, troviamo ovviamente i francesi (Noel Vindry, Marcel Lanteaume, Stanislas Andrè Steeman, Gaston Boca, Pierre Boileau anche in associazione con Thomas Narcejac, Pierre Siniac, Paul Halter, Jean Alessandrini, Herbert & Wyl, etc..), ma anche parecchi autori di lingua inglese (A. Abbot, A.Boucher, C.Brand, I.Asimov, Leo Bruce, F.Brown, E.Crispin, Freeman Wills Crofts, etc..).La cosa che ci interessa sottolineare è che non vennero prese in esame, perché novelle, 2 opere famose: “The Big Bow Mystery” di Israel Zangwill e “The Third Bullet” di J.D.Carr.Opera famosa “The Third Bullet” ? Da noi, possiamo dire che sia quasi sconosciuta, o almeno non conosciuta come le grandi Camere degli anni ’30: The White Priors Murders, The Judas Window, The Three Coffins, ma, nel novero delle opere di Carr, è una delle più interessanti, e vedremo perché.Innanzitutto è da dire che di questo racconto esistono due versioni: la prima, pubblicata a nome Carter Dickson, nel 1937,  piuttosto lunga (l’edizione è di circa 128 pagine); ed una più corta, pubblicata prima nell’EQMM del gennaio 1948 e poi nell’antologia, “The Third Bullet and Other Stories”, nel 1954, a firma John Dickson Carr, assieme ai racconti”The Clue of the Red Wig”, “The House in Goblin Wood” (Sir Henry Merrivale), “The Wrong Problem” (Dr. Fell), “The Proverbial Murder” (Dr. Fell), “The Locked Room” (Dr. Fell), and “The Gentleman from Paris.” Il racconto nella versione originale è stato  ripubblicato nella raccolta del 1991, “Fell and Foul Play”.
In Italia la versione del 1937, secondo alcune fonti (Il Dizionario Bibliografico del Giallo, il Pirani per intenderci ) pare esser stata pubblicata da Mondadori quasi quarant’anni fa (“Ellery Queen presenta”: Inverno Giallo 1972, The Third Bullet, Il terzo proiettile, traduz. Hilia Brinis) e dieci anni fa da Polillo, nella collana I Bassotti, all’interno della raccolta “I Delitti della Camera Chiusa”, con la traduz. di Giovanni Viganò: noi faremo riferimento a quest’ultima, perché la prima non è molto facile a reperirsi. In realtà alcune ipotesi ci porterebbero a ritenere che non si sia tradotta la versione originale, ma quella accorciata, prima fra tutte il fatto che sia la traduzione di Hilia Brinis che quella di Giovanni Viganò fanno riferimento come autore, non a Carter Dickson, bensì a John Dickson Carr[iii]La versione accorciata si spiega col fatto che, per essere compresa nella pubblicazione “Ellery Queen Mystery Magazine”, il racconto  non poteva mantenere intatta la sua lunghezza ( era un romanzo breve) e a questo provvide Frederick Dannay (uno dei due cugini autori di Ellery Queen) col consenso di Carr stesso, come è spiegato nella bibliografia su Carr a firma di Douglas G. Greene[iv]. 
The Third Bullet è una grande Camera Chiusa, costruita seguendo puntigliosamente le 20 regole per la costruzione del poliziesco, di S.S. Van Dine: un giudice viene ucciso in un padiglione. Fin qui nulla di strano: le cose cominciano a complicarsi allorché si riscontra che il probabile assassino non ha ucciso il giudice e oltre alla sua nella stessa camera, nell’attimo in cui lui ha sparato, altre due armi hanno fatto fuoco, di cui una ad aria compressa; solo che di una che viene trovata, non viene trovato il proiettile mentre dell’altra, vien trovato il proiettile ma non l’arma. In altre parole una doppia volatilizzazione, oltre quella ancor più sconcertante degli sparatori, in quanto nel momento in cui l’indiziato, poi arrestato ha fatto fuoco, mancando il giudice, nessuno ha visto altre persone: infatti casualmente sul luogo della sparatoria c’erano dei poliziotti: uno ha avuto sotto controllo l’uscita del padiglione interna (nel corridoio) e da lì nessuno è scappato, la finestra centrale è stata attraversata da un altro, e quelle del lato ovest sono così arrugginite e incrostate che neanche Ercole sarebbe capace di aprirle. Eppure lì vengono trovate delle impronte come se qualcuno fosse uscito da lì,  mentre il proiettile, che prima non si trovava, si trova infisso nel tronco di un albero non essendo però in linea retta rispetto al punto dove si suppone sia stato fatto fuoco, ma alla fine di una traiettoria curvilinea: vi ricordate la teoria del proiettile vagante fatta per spiegare che ad uccidere Kennedy fosse bastato solo Lee Oswald? Ecco..così. Insomma un fuoco pirotecnico di enigmi e di situazioni impossibili.Il lungo racconto tuttavia è interessante secondo me anche per altri motivi, che a prima vista sembrerebbero essere di assai relativa importanza.Innanzitutto il protagonista di questo racconto è il Colonnello Marquis: è un personaggio che appare solo in questa opera e poi..scompare. O meglio..Carr dice che egli sarebbe stato “”probably a mental forerunner of Colonel March”[v]; ma, se davvero ciò fosse stato vero, il Colonnello March , a Capo della Sezione D-3 Omicidi Bizzarri, che Carr definisce “Department of Queer Complaints”, avrebbe dovuto conservare delle caratterizzazioni del proprio progenitore; invece, a ricordare una possibile filiazione, è il gruppo di tre lettere che inizia il cognome: Marquis – March.L’ aspetto di Marquis è molto dissimile da quello che sarà quello del Colonnello March, a capo del Dipartimento D-3, Casi Bizzarri[vi], in cui peraltro (lentiggini, basette, baffi) si cumuleranno caratteristiche dei Watson carriani , Masters e Hadley: “..un uomo amabile e imponente (peserà almeno un quintale) dalla faccia lentigginosa, gli occhi azzurri vivaci e cordiali, ed una pipa estremamente corta che gli sporge da sotto i baffi ben curati, di un colore incerto, tra il grigio ed il sabbia” (J.D.Carr, The New Invisibile Man, Il nuovo uomo invisibile, dalla raccolta Department of Queer Complaints, traduz. Mauro Boncompagni, Supergiallo Mondadori n.21 “La porta sul delitto”, 2001, pag.8). Inoltre, come è costumanza di Carr, egli per March prenderà a prestito  la fisionomia e personalità di qualcuno che ben conosceva: così come Merrivale ricalcherà  Churchill, e Fell Chesterton, così March sarà creato guardando come modello, a  John Rhode, grande scrittore, amico suo (con cui scrisse a quattro mani Fatal Descent, “Discesa Fatale”).  Tante altre volte Carr prenderà a prestito nei suoi romanzi, personaggi veramente esistiti: per es. in The Bowstring Murders egli creerà John Gaunt, probabilmente guardando a quel John di Gaunt, quartogenito di Edoardo III, Duca di Lancaster e d’Aquitania, capostipite dell’omonimo casato reale dei Lancaster e tutore di Riccardo II, che ritornerà in tanti romanzi di Paul Harding pseudonimo di Paul Doherty (serie di Fratello Athelstan); e nello stesso The Burning Court, La Corte delle Streghe, due personaggi ricalcheranno quelli storici: Marie d’Aubray , guarderà volutamente alla celebre avvelenatrice La Marquise de Brinvilliers; e Gaudan Cross, sarà contrapposto al Cavaliere Gaudin de Saint-Croix (Croix in inglese è Cross cioè Croce), per non parlare di Mark Despard, il vicino di casa di Edward Stevens, la cui moglie si assomiglia in modo sconcertante alla celebre avvelenatrice del ‘600, che muore avvelenato da una misteriosa dama vestita con un abito seicentesco: Mark Despard richiama alla mente quel Desgrais o Desgrez o anche Desprez (Despard-Desprez), affascinante capitano di alcune truppe acquartierate vicino al convento dove si aveva certezza che si fosse rifugiata l’avvelenatrice (usufruendo della  extra-territorialità e del diritto di asilo di cui godevano le istituzioni ecclesiastiche), che riuscì a far uscire dal convento  la Brinvilliers, e ad arrestarla.[vii]A sua volta Marquis è raffigurato così : “Sul bordo della scrivania del vicecommissario, un giornale era pie­gato in modo da mostrare parte di un titolo: “II giudice Mortlake assassinato…”. Sopra il giornale c’era un modulo di rapporto, com­pilato nell’ordinata grafia dell’ispettore Page. Sopra il modulo, bene accostate, giacevano due pistole. Una era un revolver Ivor-Johnson, calibro 38. L’altra una Browning automatica, calibro 32. Sebbene fossero appena le undici del mattino, una luce livida e plumbea penetrava dalle finestre che si affacciavano sull’Embankment e la lampada dal paralume verde, sopra la scrivania, era accesa. Il colonnello Marquis, vicecommissario della Polizia Metropolitana, si appoggiava comodamente alla spalliera e fumava una sigaretta, con aria volutamente cinica. Il colonnello Marquis era un uomo lungo e smilzo, al quale le palpebre spesse e un tan­tino rugose conferivano un’espressione un po’ sardonica. Non era calvo, ma i capelli bianchi cominciavano a diradarsi sul cranio, quasi a voler imitare i baffi, ridotti al minimo. La faccia ossuta era quella inconfondibile del militare, nonché quella altrettanto inconfondibile del militare in congedo; e la ragione diveniva evidente quando lui si alzava in piedi: era claudicante. Ma gli occhi erano piccoli e vivaci, e l’espressione divertita” (Carter Dickson, The Third Bullet, Il terzo proiettile,ed. 1937, in “I Delitti della Camera Chiusa”, traduz. Giovanni Viganò, Polillo Editore, collana “I Bassotti”, 2007, pag. 87-88). Tuttavia possiamo ben affermare che il modo con cui viene tratteggiato nel corso del lungo racconto il Colonnello Marquis, tiene conto delle caratteristiche di altri personaggi carriani.  S.T.Yoshi dirà : “Toward the end note is made of his “deplorable foundness for flourish and gesture”, but this is equally a trait of Bencolin, Fell, Merrivale, and even Rossiter and Gaunt[viii].Non possiamo non esser d’accordo con Yoshi : infatti il Colonnello Marquis ricalca molti dei tratti degli altri più famoso detectives carriani. Per esempio talora il Colonnello, pur claudicante,  per la contentezza,  si abbandona a sconcertanti manifestazioni di esultanza: “..Page capì che, se non fosse stato zoppo, il superiore si sarebbe messo a ballare”(Carter Dickson, op. cit. , pag.111), manifestazione che ci fa chiaramente pensare al Dottor Fell; altrove Marquis si presenta molto elegante: “..in cappotto blu scuro e cappello grigio perla, il Colonnello Marquis era un vero figurino..”(Carter Dickson, op. cit., pag.121) : qui possiamo guardare al Juge d’Instruction Henri Bencolin.Certo è che la prima cosa che balza agli occhi è la differenza del nome: Marquis per noi guarda alla Francia, March all’Inghilterra. Carr sembrerebbe essersi dimenticato delle atmosfere nebbiose e cariche di mistero della Parigi bencoliniana e guardare semmai ai fantasmi britannici : ricordiamoci che quando Hodder & Stoughton a Londra nel 1937 pubblica il lavoro, sono già usciti da poco tempo i primi grandi Carter Dickson e questo lavoro così è targato (The White Priors Murders, The Red Widow Murders, The Unicorn Murders, The Magic-Lantern Murders, The Peacock Feather Murders, e di lì a breve uscirà The Judas Window), ma anche i primi grandi Fell (Death-Watch, The Three Coffins, The Arabian Night Murders). Questo è l’ultimo grande pensiero alla Francia: col passaggio alle atmosfere caliginose di Londra, il Colonnello Marquis si trasformerà nel Colonnello March. Insomma si può proprio dire che questo racconto sia un gran pentolone, in cui bollono tanti progetti, tanti personaggi, tante vicende: si può anche trovare qualcosa dei romanzi precedenti. Per es. non sarà inutile ricordare che l’immagine dell’avvocato Travers, evocata a spiegazione del fatto che lui potesse uscire da un ufficio la cui unica porta di uscita era sorvegliata dal suo segretario, in cappotto e cilindro mentre scende le scale antincendio del palazzo, farà ricordare un altro personaggio in cappotto e cilindro in The Arabian Night Murders  (lì avrà una barba posticcia, un libro di ricette di cucina accanto e un coltello infisso nel corpo)A mio modo di vedere, il Colonnello Marquis è ancora legato come genesi, alla fase francese di Carr: Marquis è nome francese non britannico, e significa Marchese. Bencolin guardava a Mefistofele come suo probabile referente, Marquis invece a chi guarda ? Douglas G. Greene,  “fa risalire il nome di Marquis a un voluto omaggio carriano a Melville Davisson Post, uno dei cui personaggi si chiamava proprio Sir Henry Marquis”[ix]. Io tuttavia credo che Carr debba aver guardato ad altro e sempre di area francese: del resto cosa fa lo scrittore a corto di risorse mentali per inventare un personaggio? Attinge da ciò che lo circonda.Per Marquis il riferimento per me è un romanzo carriano, coevo:  The Burning Court “La Corte delle Streghe”, 1937. Uno dei personaggi del romanzo, quello femminile, è Marie d’Aubray che sembrerebbe la reincarnazione di una celebre avvelenatrice del diciassettesimo secolo, La Marchesa di Brinvilliers, personaggio storico al centro di una torbida vicenda di avvelenamenti, uno dei pochi rappresentanti dell’aristocrazia francese (del tempo di Luigi XV) che sia stato nei secoli affidato al braccio secolare: la Brinvilliers fu cioè torturata (sottoposta alla tortura dell’acqua) e poi arsa : in francese si direbbe “La Marquise de Brinvilliers”. Possibile che Marquise si sia trasformata in Marquis? Potrebbe essere, anche se io penso che The Third Bullet debba essere considerato strettamente imparentato a The Burning Court per altri motivi: sono due opere coeve, del 1937; nel primo c’è un Marquis, nel secondo c’è una Marquise; in entrambi vi sono dei personaggi negativi femminili: nel primo ha i capelli neri (Carolyn Mortlake), nel secondo ha i capelli biondo-castano (la Marchesa di Brinvilliers), la prima è flessuosa e magra, la seconda è rotondetta e più piccola di statura. Del resto, uno dei motivi base del romanzo breve è il confronto-scontro tra le due sorelle Mortlake: tra la nera, impetuosa, affascinante e volgare Carolyn che fin dall’inizio è indicata come la pecora nera, e la piccola, bionda e gentile Ida, il prototipo di donna che la letteratura dell’epoca trasformava sovente in una tigre. Vorrei far notare un’altra caratteristica che a me è balzata agli occhi: entrambe le figure femminili dei due romanzi sono simili, pur avendo fattezze diverse: Marie d’Aubray Marquise de Brinvilliers era una donna di appetiti sessuali insaziabili, che aveva avuto a più riprese rapporti incestuosi coi fratelli e aveva avuto numerosi amanti tra cui l’ultimo, quello fatale per lei Jean-Baptiste Gaudin de Sainte-Croix; Carolyn Mortlake è una donna anche lei di appetiti insaziabili, che ha avuto più amanti: “ ..Sono incline a credere che si trovasse in gravi difficoltà per la sua precedente relazione con Ralph Stratfield il ricattatore. E a lei servivano soldi per i suoi svariati amanti, tipo Stratfield .. e Gabriel White” (Carter Dickson, The Third Bullet, Il Terzo proiettile, pag. 183, in “I Delitti della Camera Chiusa”, Polillo Editore, 2007).  Inoltre sia la Marchesa di Brinvilliers che Carolyn Mortlake hanno disperatamente bisogno di soldi, e hanno un padre che avversa la loro storia d’amore, e stringe i cordoni della borsa: Dreux d’Aubray, padre de la Brinvilliers fa incarcerare nella Bastiglia il Cavaliere de Saint-Croix, e rifiuta di dare alla figlia le ingenti somme di danaro che questa utilizza per appagare i propri appetiti, mentre il giudice Mortlake fa incarcerare Gabriel White (che guardacaso, come il Cavaliere di Saint-Croix, ha origini nobili, e il cui cognome originario, comincia alla stessa maniera: Croix – Cray) e si presenta nel romanzo come un padre che venendo a conoscenza dei suoi turbolenti amori “..difficilmente le avrebbe lasciato un soldo nel testamento” (Carter Dickson, idem, Pag. 173).Infine, ancora un parallelismo : così come la Brinvilliers è accusata dalle lettere di confessione trovate in una cassette metallica, tra i resti del laboratorio in cui Saint-Croix, suo amante, preparava i veleni di cui ella si serviva per sopprimere i suoi familiari, così lo stesso Gabriel White in realtà figlio del Conte di Cray, in un drammatico confronto, la accusa di essere un’assassina : “..Non sono stato io a commettere l’omicidio.Date le circostanze sarò costretto a testimoniare contro di te” (Carter Dickson, op. cit., pag. 171).Se non bastasse già questo a sancire un evidente parallelismo tra le due opere, ci sarebbe anche l’ulteriore denuncia dei due servitori: infatti in The Third Bullet, il vecchio custode Robinson cui era stato affidato un perno importante della messinscena, pur senza che egli ne comprendesse le finalità, è colui che formula il più tremendo Je t’accuse, nei confronti dell’assassina : “..So bene che le ho giurato sulla Bibbia che non ne avrei fatto parola con nessuno, e mi ha anche detto che, se fossi andato a raccontarlo, nessuno mi avrebbe creduto, ma io non ho nessuna voglia di finire impiccato per colpa sua” (Carter Dickson, op. cit., pag. 172); e nel caso de La Marchesa de Brinvilliers, ad accusarla, è il fido servitore e complice, Jean Hamelin detto La Chaussée, che, denunciato alle autorità dalla moglie di Saint Croix , sotto tortura, le attribuisce gravi delitti.Vediamo quindi che The Third Bullet se individualmente si inquadra come un notevole esempio di camera chiusa (la spiegazione è veramente straordinaria), analizzato nelle sue componenti si può individuare come la seconda faccia di una stessa medaglia, di cui l’altra faccia è rappresentata dall’altro romanzo del 1937 che abbiamo già citato: ne “La corte delle streghe”, la caratterizzazione e i personaggi sono evidenti, mentre nel nostro sono mascherati. Perché avrebbe celato questa seconda natura dei personaggi, Carr? Per sovvertire le regole dei personaggi, e restituire alle affascinanti donne bionde il loro posto nella società femminile, a quanto egli alla fine del racconto, scrive: “..”In one way this has been a very remarkable case,” said Colonel Marquis. “I do not mean that it was exceptionally ingenious in the way of murders, or (heaven knows) that it was exceptionally ingenious in the way of detection. But it has just this point: it upsets a long-established and domineering canon of fiction. Thus. In a story of violence there are two girls. One of these girls seems dark-browed, sour, cold-hearted, and vindictive, with hell in her heart. The other is pink-and-white, golden of hair, innocent of intent, sweet of disposition, and (ahem) vacant of head. Now by the rules of sensational fiction there is only one thing that can happen. At the end of the story it is proved that the sullen brunette, who snarls all the way through, is really a misjudged innocent who wants a lot of children and whose hardboiled worldly airs are a cloak for a modern girl’s sweet nature. The baby-faced blonde, on the other hand, will prove to be a raging, spitting demon who has murdered half the community and is only prevented by arrest from murdering the other half. I glorify the high fates, we have here broken that tradition! We have here a dark-browed, sour, cold-hearted girl who really is a murderess. We have a rose-leaf, injured, generous innocent who really is innocent. Play up, you cads! Vive le roman policier! Ave Virgo! Inspector Page, gimme my hat and coat. I want a pint of beer”[x]  Una metafora? Ave Virgo è la formula di saluto dell’Arcangelo Gabriele alla Vergine Maria: e la Madonna è raffigurata nella tradizione occidentale coi capelli biondi. E’ una rivalutazione di Carr dell’immagine femminile tradizionale? Possibile, tenendo a mente la natura conservatrice di Carr. Ma secondo me c’è anche qualcos’altro: Carr col doppio significato dato ai personaggi vuol dire che la natura femminile ha due facce diverse: la diabolica e l’angelica, e che non è detto che sempre la diabolica sia veramente tale e l’angelica altrettanto.E Marquis allora a chi si riferisce? Perché questo nome? Non potrebbe aver guardato Carr, approfondito investigatore storico, anche a  Donatien-Alphonse-François de Sade? Il Divino Marchese? Marquis! Ma perché proprio per il Colonnello Marquis avrebbe tenuto a mente Il Marchese de Sade?Forse perché il Colonnello Marquis – come De Sade scopre la natura ambivalente perversa della natura umana e di quella femminile in particolare e lo svolge ne La Justine e l’Anti-Justine, mettendo a confronto le personalità così diverse delle due sorelle Justine e Juliette: la prima è l’immagine della virtù e le sue disavventure, la seconda è quella del vizio e dei suoi trionfi– così egli mette a nudo la natura delle due sorelle, Ida e Carolyn, profondamente diverse: la bionda angelica cui Carr si compiace di aver ridato per una volta espressione, si ribalta nella bionda lussuriosa e perversa de La Marchesa de Brinvilliers; la bruna che normalmente alla fine getta il manto e rivela una creatura dolce e amante dei bambini, si specchia nella natura diabolica e impetuosa di Carolyn.Ed ecco perché le due opere, The Bourning Court e The Third Bullet, unite e non staccate, acquistano significati più profondi; e a unirle è il nome: Marquise – Marquis.Infine si può notare un’altra cosa importante: secondo noi, il giudizio che Carr mette in bocca al Marquis in realtà è il suo, è la sua concezione etica: il bene trionfa sempre sul male. Per questo il suo Marquis è un doppio del Marquis sadiano: egli scopre e fa affermare la virtù sul vizio non viceversa. Ma tutto in questo romanzo è doppio: le due sorelle innanzitutto, Ida-Justine e Carolyn-Juliette sono dei doppi e lo sono anche in quanto nel corso del romanzo sembrano ad un certo punto essere il doppio di loro stesse: Ida sembra essere non la sorella virtuosa e Carolyn sembra non essere la sorella viziosa; alle due sorelle si contrappongono i due spasimanti che sono anche loro dei doppi: White-Travers, e lo sono anche in rapporto al doppio delle loro amate, è quasi un chiasmo. Travers si sospetta possa essere implicato invece non lo è, White che sembra essere fuori proprio perché è dentro invece.. Inoltre White è il doppio di se stesso: White di nome, in realtà nero dentro. White è la personificazione del male: è bello, è nobile, è atletico, piace alle donne, ma è marcio dentro. Il romanzo è un doppio rispetto a The Bourning Court (in cui il doppio è palese: Gaudin de la Croix – Gaudan Cross; Marie d’Aubray- Marie d’Aubray, reincarnazione l’una dell’altra e quindi il doppio di se stessa, il doppelganger; Desprez-Despard) perché si basa sul doppio Marie d’Aubray – Carolyn Mortlake.Doppia anche è la volatilizzazione: un proiettile che si trova (quello ad aria compressa) ma l’arma corrispondente no, e mentre la Browning si trova il proiettile no invece. E se si vede doppia sarebbe stata anche la volatilizzazione degli altri due presunti sparatori all’interno del padiglione, e nel momento in cui si capisce che la pistola ad aria compressa è fuori dal contesto delle altre due armi, queste rapprsentano un doppio affidate ad un personaggio, White, che in quanto a natura, è il doppio di se stesso.Inoltre Marquis è quasi un doppio di Marquise. Senza l’intervento del doppio di Marquis, del Marquis Carriano doppio rispetto al Marquis sadiano, la virtù non avrebbe prevalso sul vizio; e il fatto che Robinson non ripari la finestra, mentre in realtà dice di averlo fatto, dimostra come una doppia verità una volta tanto penalizzi il male a favore del bene: è come se il Fato, il Caso, la Provvidenza divina come la si suol chiamare, fosse intervenuta per cambiare il corso degli eventi: se non ci fosse stata, la finestra sarebbe stata riparata e White avrebbe potuto disfarsi della pistola, lanciandola fuori dalla finestra: ecco allora lo sfogo etico di Carr. Non si capirebbe d’altronde il perché dell’invocazione alla grandezza del romanzo poliziesco. E si capisce del resto solo così forse il perché Dannay ci tenesse tanto a pubblicare questo racconto sul suo EQMM, tanto da ridurlo per l’occasione: anche i 2 cugini Queen sono un trionfo del doppio: lo sono nel nome perché in Queen c’è una doppia e, e la u e la n sono una lettera di eguale forma rovesciata, lo sono di fatto perché un nome accomuna due persone, due cugini che sono nati entrambi nello stesso anno, il 1905.  Inoltre Barnaby Ross è un doppio di Ellery Queen, e il doppio è presente sovente nella loro produzione, da Il caso dei Fratelli Siamesi a Colpo di Grazia, a Il caso Khalkis, dove due cadaveri sono trovati nella stessa bara.Insomma un trionfo del doppio.Vive le roman policier !


[i] Edward D. Hoch, critico e scrittore di Letteratura Poliziesca e fantascienza: si stima abbia scritto quasi 1000 racconti, di cui moltissime Camere Chiuse (soprattutto i casi di Sam Hawthorne e Simon Ark). Scrisse anche alcuni romanzi di fantascienza, anche polizieschi mascherati, pubblicati da Mondadori Urania: The Trasvection Machine “La Macchina televettrice”, The Frankenstein Factory “La fabbrica di Frankenstein”, The Fellowship of the Hand “Golpe Cibernetico”. Tra i romanzi polizieschi, ricordiamo l’ apocrifo queeniano The Blue Movie Murders “Vietato Essere Uomin” (vd. Luca Conti : Gli Apocrifi Queeniani: http://www.gialloweb.net/recensioni/apocrifiqueen.asp ).ii] Robert Adey, Jack Adrian, Jacques Barzun, Jon L. Breen, Robert E. Briney, Jan Broberg, Frederick Dannay, Douglas G. Greene, Howard Haycraft, Edward D. Hoch, Marvin Lachman, Richard Levinson & William Link , Francis M. Nevins, Jr., Otto Penzler, Bill Pronzini, Julian Symons, and Donald A. Yates . Come si vede I più bei nomi della letteratura: F.Dannay (Ellery Queen), B.Pronzini; illustri critici: J.Symons, R.Adey. J.Adrian, F.M.Nevins (autore di un celebre saggio su Ellery Queen); biografi celebri: D.G.Greene (su Carr); Levinson & Link (autori della serie del Tenente Colombo), etc..[iii] Uso una forma dubitativa perché, sulla base di un sillogismo, se l’Ellery Queen presenta si chiamava così è perché intendeva riferirsi all’omonima rivista che pubblicava racconti, e siccome per l’EQMM il lavoro di Carter Dickson era stato condensato in forma di racconto e accorciato, ne deriva che avrebbe potuto trattarsi, parlando del lavoro della Brinis, di un racconto o non del romanzo breve. A ciò si aggiunga che l’attribuzione a John Dickson Carr dell’opera presuppone l’edizione almeno del 1948, mentre precedentemente era a firma Carter Dickson. Anche per questo, l’attribuzione del lavoro all’edizione del 1937, per quanto riguarda l’edizione Polillo, mi sembra tuttavia strana o almeno imprecisa, perché non la riferisce a Carter Dickson bensì a John Dickson Carr.[iv]  Douglas G. Greene – J.D.Carr : The Man Who Expalined Miracles, Otto Penzler, New York, 1995[v] Idem[vi] L’idea di Carr di supporre l’esistenza di un Department of Queer Complaints è ottima ma non è l’unica: dobbiamo infatti ricordare di Roy Vickers, un “Department of Dead Ends” che dipende dall’Ispettore Gorge Rason.[vii] Carr quando scriveva un romanzo storico, non ricreava solo l’atmosfera, ma molte volte partiva da fatti veri. Come in questo caso.Una Marchesa de Brinvilliers è esistita veramente, sotto Luigi XIV e Luigi XV : si chiamava Marie Madeleine d’Aubray, Marchesa de Brinvilliers, e nacque nel 1630. Fu destinata a sposare un nobile molto più vecchio di lei, e ben presto scoprì come ingannare il tempo, intrecciando legami lussuriosi all’interno della sua stessa famiglia. L’acme lo raggiunse però quando intrecciò una relazione con il Cavaliere de Saint-Croix, anch’egli veramente esistito : si chiamava Jean-Baptiste Gaudin de Sainte-Croix, ed era un libertino, più vecchio di lei e dal passato oscuro. Conosceva i veleni, e grazie a lui, dopo che il padre di lei lo fece arrestare e quegli in carcere affinò le sue conoscenze in materia, riuscì a far fuori gran parte della sua famiglia, compreso il marito e cominciando dal padre. L’ultimo a perire, pare per un’incauta combustione, fu proprio il Cavaliere de Saint-Croix che pare stesse approntando dei veleni trasmissibili per via aeriforme; fu egli a metterla nei guai, avendo lasciato in una cassettina dei veleni e delle lettere di confessione, cassetta che si trovò tra i resti dell’esplosione: pare che il Cavaliere de Saint-Croix, siccome la Brinvilliers avrebbe voluto sposarlo e lui non voleva, mentre ella propinava al marito (che poi morì) una dose di veleno al giorno, lui gli dava l’antidoto.  Il farmacista che forniva le strumentazioni di laboratorio ed il valletto di Saint-Croix, furono arrestati e sotto tortura confessarono il ruolo della Brinvilliers, che allora si rifugiò prima in Inghilterra, poi dopo l’estradizione chiesta a Re Carlo II Stuart dal Re Sole, la d’Aubray si rifugiò in un convento di Liegi. Fu un capitano delle guardie, di un reggimento di cavalleria acquartierato lì per la guerra contro l’Olanda, a farla uscire con l’inganno dal convento e a privarla dell’ asilo inviolabile: per di più tra le sue cose in convento si rinvenne un diario in cui la Marchesa denunciava tutto, gli avvelenamenti perpetrati, le orge all’interno della famiglia e le riunioni carnali lussuriose col Saint-Croix e molto altro.La Brinvilliers fu arrestata e sottoposta a tortura (cosa molto strana per una nobile : i nobili per i delitti gravi venivano tutt’al più frustati, per cui si può ben immaginare quale fosse la portata dei delitti di cui era accusata la Brinvilliers : essa era anche accusata di stregoneria perché nel diario si erano trovate cose molto compromettenti che mettevano nei guai molti esponenti nobiliari).La tortura che le venne applicata fu non solo quella ordinaria ma anche straordinaria, e siccome era stata condannata a morte, dovette inginocchiarsi e ascoltare il verdetto. Quindi fu legata e sottoposta a tortura : prima “quella ordinaria (4 bricchi di 0.75 litri ognuno per un totale di 3 litri d’acqua)” dell’acqua, su un cavalletto di due piedi; poi “quella straordinaria (il doppio di acqua su un cavalletto più alto)”.Si dice che inizialmente quando entrò nella Camera di Tortura fosse tanto spavalda, alla vista di quattro secchi colmi d’acqua, da esclamare : “”Di certo serve per farmi il bagno! Non posso pensare che la beva tutta”.In realtà la dovette mandare giù tutta.Poi, alcuni dicono che le fossero state strappate le unghie di mani e piedi. Ma in realtà la sessione di tortura terminava con la “question des brodequins” : a seconda della città in cui il braccio secolare applicava la tortura, si applicava una pena accessoria che andava dai tratti di corda, allo spezzamento delle ossa delle gambe, all’olio bollente, alle micce accese sotto le unghie, tutti sistemi “alquanto simpatici”. A Parigi vigeva ciò : le gambe del condannato venivano denudate, fermate su 4 assi, dal piede sino al ginocchio, poi fra gli assi venivano piantati a colpi di martello dei grossi cunei di legno.Fatto sta che la poveraccia, volente o nolente, alla fine fu costretta a confessare anche quello che non voleva ma a cui purtuttavia aveva accennato nel suo diario : l’esistenza di una setta dedita alla stregoneria e al satanismo, cui facevano parti molti esponenti della grande borghesia e della nobiltà, tra cui la stessa ex favorita del Re Sole, la Montespan.Dopo la tortura, la Brinvilliers fu decapitata (un onore destinato alla nobiltà), il corpo bruciato (perché ritenuta strega) e le ceneri disperse al vento, il 16 luglio 1676. Carr doveva conoscere molto bene il racconto di  Sir Arthur Conan Doyle (di cui mi parlò Luca Conti tempo fa), “L’imbuto di cuoio”. Lo stesso Luca mi disse che esisteva, cosa in effetti vera, su Youtube una versione del racconto, interpretata da Giancarlo Giannini e andata in onda su Foxcrime:http://www.youtube.com/watch?v=0v0Bwtn3d4I .[viii] S.T.Yoshi – John Dickson Carr: A Critical Study, pagg. 55[ix] Precisazione di Luca Conti.[x]  (Traduz. Giovanni Viganò : “Sotto un certo aspetto, il caso è stato veramente eccezionale”osservò il colonnello Marquis. «Non dico eccezionalmente ingegnoso per quanto riguarda gli omicidi o (Dio ne guardi) per quel che riguarda l’indagine. Ma la particolarità è questa: ha sconvolto un canone antico e dominante della narrativa. Eh, sì.In ogni storia di violenza ci sono due donne. Una delle due, in genere la bruna, sembra gelida, torva, cattiva e vendicativa, con l’inferno nel cuore. L’altra è sempre bionda, rosea, ingenua, dolce di carattere e… ehm… con la testa vuota. Ora, secondo le regole dei romanzi, può succedere una cosa sola: al termine della storia si scopre che la bruna scontrosa, aggressiva dal principio alla fine, in realtà è un angelo incompreso, che sogna tanti bambini e le cui arie da cinica donna di mondo sono solo un manto sotto il quale si cela una natura dolcissima. La bionda dal volto di bambola, al contrario, si rivelerà una belva ringhiante che ha già ammazzato mezza umanità e che solo l’arresto la trattiene di l’uccidere l’altra mezza. Sia lode al fato, abbiamo infranto la tradizione! Abbiamo una bruna gelida e cattiva che è veramente un’assassina. Abbiamo una rosea e dolce innocente, che è veramente innocente. Plaudi, o popolo! Vive le roman policier! Ave Virgo! Ispettore Page, mia dia cappello e cappotto. Ho bisogno di una pinta di birra», op.cit., pag.183-184). 

Pietro De Palma 

lunedì 17 dicembre 2018

Paul Harding – Lo scheletro nel monastero (Murder Most Holy, 1992) – trad. Elisa Pelitti – Il Giallo Mondadori N. 2449 del 1996




Molti anni fa conobbi Igor Longo. Avevo scritto una lettera al Giallo Mondadori e in particolare all’allora Editor Sandrone Dazieri, per avere una lista aggiornata (al 2003) di tutti i Gialli e Classici Mondadori dall’inizio delle serie e ottenere delle risposte in merito al genere da me adorato, cioè le Camere Chiuse. Dazieri mi disse che Igor Longo mi avrebbe dato tutte le delucidazioni che avessi voluto. Dal momento in cui lo contattai, cominciò una amicizia epistolare molto ricca di contenuti (ci telefonavamo anche), e mi ricordo che una delle prime cose che lui mi disse fu che per un appassionato come me di Camere era necessario che leggessi i romanzi di Paul Halter e Paul Doherty, che non consoscevo allora.
Per la qual cosa mi rivolsi a La Libreria del Giallo di Milano presso cui avevo acquistato parecchia roba, e Tecla Dozio mi procurò una serie di romanzi dell’uno e dell’altro, i primi di Doherty (quelli della serie di Athelstan) e parecchi di Halter.
Chi sia Halter, è arcinoto; urge invece qui spendere qualche parola per introdurre Doherty, i cui romanzi ammontano ad oltre cento attualmente e che è considerato uno dei migliori romanzieri viventi inglesi, tanto che anni fa è stato insignito dell’OBE (Order British Empire) dalla regina Elisabetta II.
E’ nato nel 1946 a Middlesbrough (North-East England). Ha ottenuto una Laurea in Storia alla Liverpool University per poi ottenere una Borsa di Studio Statale all’Exeter College ad Oxford, dove ha conosciuto la sua attuale moglie Carla Lynn Corbitt. Successivamente ha preferito non continuare gli Studi universitari optando per la carriera di Docente di Scuola Media Superiore. Nel settembre 1981, è diventato preside della  Trinity Catholic School, a Woodford Green, Essex, una delle scuole di punta in Inghilterra, premiata varie volte per l’alta qualità dei suoi insegnanti. Doherty, che da giovane aveva studiato per diventare prete cattolico, vi ha educato i suoi sette figli. 
Nonostante infatti egli abbia cominciato a scrivere nel 1985, con The Death Of A King, subito dopo aver vinto un dottorato su Edoardo II, Doherty ha scritto romanzi di varie epoche con svariati pesudonimi (C.L. Grace – serie K. Swinbrooke : regno di Edoardo IV dopo fine Guerra delle Due Rose; Paul Harding – serie Fratello Athelstan:  regno di Riccardo II protettore John Gaunt, e serie Misteri d’Egitto; Michael Clynes – serie Sir Roger Shallot  Misteri dei Tudor: regno Enrico VII; Paul Doherty – serie Hugh Corbett: regno Edoardo I; Ann Dukthas –serie Nicholas Segalla; Anna Apostolou, serie Misteri di Alessandro il Grande; e altri ancora, tra cui Canterbury Tales, oltre a romanzi senza personaggi fissi. 
Da quanto si evince dalle date di pubblicazione dei vari romanzi, egli è evidentemente più affezionato ad alcuni personaggi di determinate serie piuttosto che ad altri (probabilmente anche per il successo ottenuto): nello specifico, le serie che ancor oggi vantano romanzi recenti sono quelle de I Misteri di Fratello Athelstan (l’ultimo è The Straw Men, 2012); Hugh Corbett (l’ultimo è The Mysterium, 2010); romanzi senza personaggio fisso (l’ultimo è The Last of Days, 2013); serie Canterbury Tales (l’ultimo è The Midnight Man , 2012).  
Oggi analizzeremo un romanzo della serie  di Fratello Athelstan,  Lo scheletro nel monastero (Murder Most Holy, 1992).  
Nel convento dei Blackfriars accadono oscure macchinazioni: è in fase di sviluppo un Capitolo Interno all’Ordine Domenicano per dibattere la questione concernente le affermazioni teologiche di Henry di Winchester, ma mentre i due inquisitori visionano le carte per dare una risposta sul fatto che esse contengano o meno eresie, Bruno e Alcuin, due confratelli, vengono barbaramente assassinati.
Al Capitolo Interno, Athelstan è convocato dal Priore del Monastero, Padre Alselm, per indagare sulla morte di Bruno e sulla sparizione di Alcuin, che non è stato visto uscire dalla chiesa, ma avrebbe potuto farlo, solo che tutti i suoi effetti personali sono rimasti nella sua cella. Athelstan non vorrebbe essere attirato nelle beghe e negli intrighi interni ai Domenicani, di cui è a tutti gli effetti una pecora nera, in quanto novizio è scappato assieme al fratello minore per combattere in Francia, finendo per sentirsi responsabile della sua morte sul campo di battaglia, e di quella per crepacuore dei suoi genitori: per questo è stato mandato per castigo a gestire una parrocchia malandata di gente miserabile, finendo per affezionarsi ai suoi parrocchiani, tra cui un cacciatore di topi, un porcaro, uno stagnatore, una prostituta, una ricca vedova, un pittore sognatore, formanti il Consiglio parrocchiale. Ma lo deve fare. Non vorrebbe anche perché ci sono altre due rogne che lo vedono protagonista: la prima concerne Sir John Cranston, coroner della Città di Londra, nominato da Sua Eccellenza John di Gaunt, quartogenito di Edoardo III e zio e protettore del giovanissimo Riccardo II, Sir John è caduta nella trappola tesagli dal protettore del sovrano, che lo vuole più legato a lui e non invece troppo indipendente come è attualmente. Per questo lo costringe ad accettare una scommessa del Signore di Cremona, Gian Galeazzo, ospite a Corte, in quanto lo si vuole indurre ad un prestito consistente nei confronti della Corona inglese, vessata dalle spese e da un clima continuo di ribellione dei contadini e dei baroni: deve risolvere un quiz riguardante un problema di camera chiusa: in una stanza senza che nessuno potesse entrarvi, senza che siano entrati cibi o bevande avvelenate, con la porta sbarrata dall’interno e le finestre ermeticamente chiuse, in vari diversi momenti, quattro persone sono morte, addirittura una è stata trovata uccisa dalla paura e con le unghie infisse negli stipiti di legno della finestra. La seconda rogna è parimenti infida: infatti, durante i lavori di rifacimento della pavimentazione della povera chiesa di St. Erconwald, cui fa capo la parrocchia di Fratello Athelstan, i muratori, scavando sotto l’altare, hanno trovato uno scheletro, che stringe una croce. I parrocchiani subito gridano al ritrovamento prodigioso: pensano di aver trovato le ossa di una martire, perché si tratta dello scheletro di una donna; e sembrerebbero darvi ragione un miracolo che avviene di lì a poco: un parrocchiano ricco, commerciante, che aveva contratto una brutta infezione al braccio, dimostra che esso è completamente guarito nell’incredulità generale e del medico che lo aveva visitato al cui dire l’infezione avrebbe potuto guarirsi dopo molte settimane e non così presto.
Appena arrivato al suo monastero d’origine, Athelstan comincia ad indagare: lui figura come segretario di Sir John e quindi con una posizione subalterna rispetto al grosso amico, ma in realtà chi svolge le indagini è lui mentre Sir John pensa a mangiare e a bere idromele. Athelstan capisce subito che il fulcro del mistero è il Capitolo interno: infatti di lì a poco, Fratello Roger, un povero mentecatto accolto nella comunità, che ha visto in chiesa qualcosa di cui non sa rendersi conto, viene trovato impiccato, ma in realtà è stato strangolato. Perché? Athelstan è sicuro che riguardi il mistero della scomparsa di Alcuin, che vegliava il corpo di Fratello Bruno, sceso nella cripta un attimo prima che scendesse lui. Athelstan sospetta che Bruno sia morto al posto di Alcuin e che anche quest’ultimo sia stato ucciso e immagina dove possa essere andato a finire il suo corpo: fa riaprire il sepolcro sotto la chiesa e fà issare la bara di FràBruno: quando la aprono, un puzzo pestilenziale si diffonde nella chiesa e tutti i confratelli, anche quelli che avevano criticato la riesumazione, attoniti, constatano che nella bara vi sono due cadaveri: quello avvolto nel sudario di Bruno e quello buttatovi sopra alla bell’e meglio, di Alcuin, strangolato.
Ma non è finita, perché viene trovato ucciso Callixtus, un altro confratello, nella Biblioteca: stava cercando qualcosa ma è caduto e si è rotto il cranio: in realtà qualcuno l’ha colpito con lo spigolo tagliente di un grosso candelabro in argento, come Athelstan e Sir John appurano grazie all’uso di una primitiva lente d’ingrandimento. E anche Athelstan per il rotto della cuffia scampa ad un attentato a suo danno.
Athelstan  individuerà l’assassino grazie ad un libro strappato della badessa tedesca Hildegarde vissuta un secolo e mezzo prima, libro che Callixtus stava cercando quando era stato sorpreso dal suo assassino. E risolverà la Camera Chiusa. E infine anche il mistero dello scheletro, grazie al suo amico Sir John che troverà Fitzwolfe, il precedente parroco di St. Erconwald, un prete scomunicato, dedito alla Magia Nera e a tutti gli affari poco puliti, che è fuggito anni prima dalla sua chiesa portando dietro il libro parrocchiale, dove erano stati trascritti tutti gli interventi, anche edilizi, svolti in chiesa prima del suo arrivo. E’ da questa fonte che Athelstan vuole risalire al carpentiere che mise in opera i lastroni di pietra, sotto uno dei quali è stato trovato lo scheletro sospetto. Vi riuscirà, e scoprirà che anche il miracolo, pure accaduto ad un uomo pio e benefattore della sua comunità, è un bluff, abilmente costruito con un trucco da guitto di strada.
E riuscirà anche Fratello Athelstan, grazie all’amico grassone, a far luce su una presunta nota informativa che era giunta e che voleva il marito di Benedicta – la vedova che Sir John sospetta sia piamente innamorata di Athelstan, cosa del resto contraccambiata – ritrovato presso un posto in Francia, lì imprigionato in attesa di riscatto, appurando che la notizia è falsa.
Le vicende di Athelstan e Sir John durante il protettorato di John di Gaunt si inseriscono nell’ultimo decennio del XIV secolo e precisamente avvengono in un tempo limitato, mesi cioè, al limite qualche anno: questo ci consegna un insieme di fatti che non si discostano molto per quadro politico generale, avvenendo durante l’infanzia di Riccardo II; solo in alcuni dei romanzi più tardi, cominciamo a vedere le sommosse che ci furono nell’Inghilterra e la confusione politica. Generalmente, invece, si differenziano gli uni dagli altri forse solo per le vicende che accadono ad Athelstan e a Sir John.
Comunque sia, che siano descritte o accennate vicende politiche vere o inventate, Doherty ha il dono di saper talmente descrivere con passione e veridicità la vita di ogni giorno della Londra di quel tempo, da far sì che il lettore, nell’attimo stesso in cui legge, possa immergersi e sentirsi lui protagonista, possa camminare con le ali della fantasia in quelle strade, vedere lui i mucchi di letame, i topi, le bisbetiche con la lingua imprigionata nella mordacchia, i “flagellanti” frustarsi intonando il Miserere, i rei di adulterazione di vivande immersi nelle botti piene di urina di cavallo, visitare le fiere in cui i commercianti di sete decantano i loro prodotti e i chioschi improvvisati vendono fragranti tortini di carne, in cui le osterie sono bettole fatiscenti o sale in cui aleggia il profumo dell’arrosto o del borgogna spillato dalle botti, in cui barconi solcano il Tamigi portando mercanzie, soldati o contrabbandieri. Questo soprattutto per una caratteristica che Doherty possiede a differenza della maggioranza di coloro che scrivono romanzi storici: lui è addentrato bene nelle pieghe della storia, è un esperto di storia inglese, è uno storico di professione che ha fatto fortuna scrivendo gialli; non è un giallista che si è inventato una dimensione storica. La differenza non è di poco conto. Lo si nota nella stragrande maggioranza di romanzi “cosiddetti” storici che non potendo descrivere la realtà di ogni giorno, così come la conosce Doherty, inventano, oppure ambientano i loro romanzi in quadri politici ben conosciuti. E’ vero che alcuni giallisti sono riusciti a ricreare dimensioni storiche affascinanti e di tutto rispetto (per esempio Carr), ma sono comunque una minoranza ben acclarata.
Quando Doherty parla di un fatto storico ben preciso, potete stare sicuri che lo sviscera in maniera tale che anche il più sprovveduto capisce che lui nella storia di quel particolare tempo, è ben calato. Mi ricordo come anni fa, durante un esame di Istituzioni Medievali, accennai al tempo di Giacomo I citando delle cose che avevo letto proprio in un romanzo di Doherty, della serie Shallot (pubblicata da Hobby & Works), suscitando l’interesse della docente che mi chiese dove avessi letto quelle cose e chi fosse l’estensore: non conosceva Doherty, ma quando lesse le note sue biografiche…
Oltretutto ha il dono di saper narrare, di scrivere meravigliosamente bene, cosicchè avvince il lettore, pur avendo dei limiti stilistici: per esempio, in tutti i suoi romanzi, non c’è mai una vicenda che vada avanti per tutto il romanzo dall’inizio alla fine, e dalla quale magari dipendono altre vicende, cioè non c’è un plot principale e dei subplots che dipendono dal principale, ma vi sono più plots – di cui magari uno è più importante di altri, perché ha uno sviluppo di pagine maggiore – talora concatenati, talora no, anzi il più delle volte non lo sono, cosicchè alla fine il romanzo è come se fosse un insieme di racconti legati gli uni agli altri solo dai personaggi fissi (Athelstan, Sir John e John di Gaunt) e da quelli accessori (i parrocchiani di St. Erconwald per Athelstan, Maude e i due pargoli per Sir John). Nell’ambito delle storie narrate in ciascun romanzo, c’è sempre la descrizione di un delitto impossibile o di una Camera Chiusa, che interessa o il plot principale o quello secondario. Nel romanzo analizzato oggi, ce ne sono quattro: due sono inserite nella narrazione principale (la sparizione di Alcuin dalla chiesa e il suo assassinio); e due in quelle accessorie (la Camera che uccide; il miracolo che non è tale ma che in base alle testimonianze, tutte vere, dovrebbe esserlo): l’assassinio di Alcuin è molto simile a quello narrato in Satan in St. Mary’s (romanzo d’esordio di Doherty nella serie di Hugh Corbett): un assassinio in chiesa, l’assassino che non dovrebbe esserci, eppure c’è, nascosto lì dove c’è l’ombra, magari indossando vesti nere, guanti e cappucci neri, cioè ricorrendo ad un vero e proprio trucco illusionistico; la sua sparizione è chiaramente derivata da quella presente in The Greek Coffin Mystery di Ellery Queen; la Camera che uccide è il più antico e più famoso degli esempi di Camera Chiusa (qui l’espediente narrato direi che derivi direttamente da quello di The Grey Room di Eden Phillpotts, pur essendo diverso l’agente killer, ma il mezzo è lo stesso ); infine il miracolo che non lo è, è ancora un trucco illusionistico.
Il successo della serie di Athelstan è forse da attribuirsi all’insolita coppia (le coppie nei Gialli sono sempre memorabili: S. Holmes e Watson, Poirot e Hastings, Philo Vance e Markham, Padre Brown e Flambeau, Henry Merrivale e Humphrey Masters, E. Queen e R. Queen, Alan Twist  e Archibald Hurst, etc..) in cui quello che dovrebbe essere il Watson della situazione, finisce per essere il vero detective, e quello che dovrebbe esserlo (Sir John) non lo è. Per di più la coppia è descritta macchiettisticamente: questo è il vero segreto del successo della serie. Il detective non è un eroe, ma è un antieroe: Athelstan rifugge dal successo che cede al suo compagno di avventure, e fà di tutto perché gli altri pensino a lui come un personaggio alternativo: un sognatore che ama perdersi a guardare le stelle, così come Sir John pur indugiando al tracannamento di Borgogna, Chiaretto, idromele e birra, molto spesso finge di appisolarsi (quando non si addormenta di botto davvero) perché gli altri pensino a lui come un ubriacone e non si curino di quel che dicono in sua presenza. Sono due personaggi simpatici e buoni di animo, burberi ma teneri. Inoltre Athelstan e la realtà della sua parrocchia, i suoi doveri e la sua veste canonica, i suoi uffici divini, i dogmi teologici, a mio parere riflettono la fede cattolica di Doherty e i suoi trascorsi di noviziato..
Un’ultima cosa vorrei osservare una curiosità: secondo me,  la vicenda della discussione circa una verità teologica, svolta da un Capitolo interno, con la presenza di inquisitori; la presenza di un libro che è la causa di alcune morti ( e lì è il mezzo addirittura); le morti di confratelli che avvengono in un monastero, sono tutte situazioni che Doherty avrebbe potuto trarre da Il Nome della Rosa di Eco, opportunamente modificandole secondo il suo gusto e il suo estro. Segno che Umberto Eco deve aver avuto un peso ed una risonanza molto vasti dappertutto, anche in Inghilterra, probabilmente anche grazie al film di Jean-Jacques Annaud e all’interpretazione di Sean Connery.

Pietro De Palma

mercoledì 12 dicembre 2018

INTERVISTA CON PAUL HALTER di Pietro De Palma

Tempo fa ho conosciuto Paul Halter. Il celebre scrittore francese, l’unico che in tempi recenti abbia raccolto con successo l’eredità di John Dickson Carr, scrivendo romanzi e racconti con Delitti Impossibili e Camere Chiuse, vive a Strasburgo: la nostra conoscenza, pertanto, si è approfondita per corrispondenza
Il suo indirizzo email mi è stato fornito da altro mio conoscente, John Pugmire, altro grande conoscitore di Camere Chiuse ed enigmi letterari, che traduce in inglese da alcuni anni, tra l’altro, i romanzi di Halter. John fu invitato anni fa assieme a Igor Longo, a Philippe Fooz, Vincent Bourgeois e Michel Soupart, e a qualche altro critico, al meeting del 2007 di Roland Lacourbe. John, che ho conosciuto due mesi fa, dopo aver letto alcuni miei articoli, soprattutto quelli concernenti le Camere Chiuse, mi ha risposto ed è cominciata una corrispondenza. Un giorno gli ho chiesto la email di Halter, e lui, dopo averlo chiesto ad Halter, me l’ha fornita. Così sono entrato in contatto con Paul Halter.
Ci siamo scambiati impressioni, lui ha voluto leggere degli articoli che avevo dedicato a suoi romanzi, e in anteprima l’ultimo, dedicato a La Quarta Porta, che è molto letto sul mio altro blog, quello in lingua inglese, e che gli è molto piaciuto. Da allora, ci siamo scritti più volte, ancor più quando gli ho detto che avevo conosciuto Igor Longo (che al tempo era stato colui che mi aveva fatto conoscere Halter ed i suoi romanzi).
Un giorno gli ho chiesto se mi avesse potuto concedere un’intervista: era molto tempo che gliene avrei voluto fare una, impostandola diversamente da altre che gli sono state fatte nel tempo, cioè interrogandolo non solo sui suoi romanzi, ma anche sul suo rapporto con il suo lavoro, gli amici, le passioni, gli amori, la sua vita. Ha subito accettato tuttavia sottolineando che, non conoscendo l’italiano e non proprio perfettamente l’inglese, avrebbe preferito colloquiare in francese (alla traduzione ho provveduto personalmente).
L’ intervista tuttavia non ha seguito lo schema consueto, che si adotta quando l’intervistato è lontano, cioè inviare le domande assieme, facendo sì che egli possa rispondervi e restituire il tutto al mittente, magari correggendo qualcosa ma lasciando il tutto inalterato: no, quest’intervista è stata impostata diversamente. Infatti, per merito della mia inesauribile curiosità e della sua amabilità e pazienza (Paul Halter è una persona amabile, gentile e squisita. Chissà perché negli ultimi tempi ho conosciuto solo persone amabili, gentili e squisite: John Pugmire, Roland Lacourbe, Philippe Fooz, Paul Halter. E chissà perché, poi, sono tutte all’estero, mentre da noi…Vabbè è un’altra storia), le risposte alle domande che gli ho posto, hanno generato altre domande e poi altre risposte, dando il via ad una corrispondenza fittissima che ha portato, come risultato finale, alla definizione di un ritratto inedito di Halter, pieno di sogni, di verità, di affermazioni, di negazioni. Un ritratto a 360° che non mancherà di affascinare (e di sorprendere talora: per certi versi ha sorpreso persino me!).
La propongo in occasione della pubblicazione ne Il Giallo Mondadori, del suo romanzo inedito – il diciottesimo ad esser pubblicato in Italia – “La Settima Ipotesi”, Le Septième Hypothèse, tradotto da Igor Longo.
Buongiorno, Paul. Ti ringrazio per aver acconsentito a rispondere a delle domande. Innanzitutto, ci vuoi raccontare qualcosa di te, in breve: dove sei nato, infanzia, esperienze lavorative, amori, letture, amici. E soprattutto, come sei arrivato un bel giorno a decidere di cimentarti con la scrittura? Il tuo primo romanzo è stato La malediction de Barberousse. Lo hai scritto di getto, nell’imminenza del concorso, oppure vi avevi pensato in precedenza?
Sono nato a Haguenau, e ho trascorso la mia infanzia, abbastanza felice in questi benedetti 60 anni di tempo, senza subire per nulla la terribile “Maledizione di Barbarossa“, anche se poi abitavo a 200 metri dalla Torre di Pescatori (luogo del delitto principale della storia). L’Amore, le ragazze? Certo, ma prima di questo, ero un appassionato di lettura, di misteri. Ho divorato tutta A. Christie dai 12 ai 16 anni. Amavo anche la serie televisiva inglese Chapeau Melon et Bottes de cuir 1 (= Bombetta e stivali in pelle), poi ho sentito (nel 1970) la canzone “Venus” degli Shocking Blue, e ho comprato immediatamente una chitarra, per arrivare a suonare questa canzone . Poi non ho mai abbandonato la mia chitarra, fino a circa i 25 anni. Mi sono sposato, ho condotto una vita tranquilla, e mi sono riallacciato ai miei primi amori: i romanzi polizieschi. Scoperta di Dickson Carr in quel momento. Nuovo colpo di fulmine! Dopo aver letto di lui tutto ciò che era disponibile in francese, ho deciso di seguire questi puzzle, e così è nata La maledizione di Barbarossa … Ero molto motivato e volevo davvero fare qualcosa di speciale. E ho scritto nella scia (di questa) La quarta porta, nello stesso stato d’animo …
Perché “La maledizione di Barbarossa”, nonostante sia stato il tuo primo successo, ha dovuto aspettare numerosi anni prima di essere ripubblicato, mentre “La Quarta Porta”, dopo aver vinto un concorso, è stato immediatamente pubblicato?
A proposito di “Barbarossa” era stato pianificato con Le Masque che questo romanzo sarebbe stato pubblicato un giorno, ma non subito. Le Masque ha voluto aspettare fino a quando io avessi già una certa notorietà, prima della pubblicazione. Non mi ricordo esattamente, ma è possibile che il corretto apprezzamento di John2 mi abbia ricordato che questo romanzo era ancora in riserva e (quindi) ho poi (1995) parlato a Le Masque al fine di pubblicarlo. Quel che è certo è che non ho avuto “dubbi”, perché mi piace questa storia, che è stato per di più il mio primo tentativo.
Il tuo secondo romanzo è stato “La Quarta Porta. Con esso, hai vinto una prima grande competizione e, soprattutto, è stato un successo. Il romanzo, come tutto le tue opere, presenta delle caratteristiche fisse: ha sfide impossibili (2 Camere Chiuse), ha molta atmosfera e un finale d’effetto.
Perché queste caratteristiche sono così importanti per te?
Sì. Per me, scrivere una storia di questo genere, era soprattutto una sfida. (Ricordate a quel tempo ero sotto una buona influenza, dopo aver letto i principali Carr , ma anche Robert Bloch e Fredric Brown). Carr ha detto: Quando ho scritto un romanzo, ho sempre voluto fare qualcosa di speciale, un libro che avrebbe reso tutti gli altri mediocri” 3 Ho cercato di applicare questo metodo con La Quatriéme Porte .. Devo anche dire che avevo appena letto una biografia di Roland Lacourbe su Houdini. Lì, ho sentito che avevo trovato la mia materia! Perché, a suo modo, si può dire, che Houdini fosse anche un maestro de “l’impossibile! “.
Ho spesso notato che i tuoi romanzi contengono citazioni e riferimenti ad autori e opere che hanno avuto un certo effetto su di te: le tue citazioni sono intenzionali oppure no? Per esempio, il racconto del ponte in La malediction de Barberousse, che cita un racconto di Hoch; o i rimandi a opere del passato nel caso de La mort derrière les rideaux: la pensione del L’assassin habite au 21 di Steeman, oppure la figura della zitella di Murder is Easy di Agatha Christie; o la presenza del gatto guercio, come in Poe, nel finale de L’Image Trouble.
Non credo che sia davvero intenzionale. Semplicemente, ho fatto riferimento ad autori, libri che ho amato, che hanno segnato la mia infanzia. La storia del Gatto Nero di Poe mi aveva terrorizzato unitamente al film di Clouzot (L’assassin habite au 21), o ancora Murder is Easy da Agatha Christie, come tu hai giustamente indovinato. Quindi è più una questione di piacere personale che di voler onorare loro, anche se lo meriterebbero alla grande. Inconsciamente o no, io non lo so, ho voluto restituire quello che avevo provato nella scoperta di queste storie e di questi film. Penso che si possano trovare altri riferimenti di questo tipo, nella maggior parte dei miei romanzi. Sta a te scoprirli! E penso che sia abbastanza facile per persone come voi che conoscono bene i loro “classici” …
Come si scrive un romanzo? In altre parole, quale tecnica usi? Immagini la fine della storia e da essa vai indietro sino all’inizio, come fanno alcuni; o hai un idea precisa in mente, o forse prendi appunti, come faceva Agatha Christie e dopo scrivi la trama , più o meno delle linee guida; o anche inizi a scrivere, e poi, man mano che vai avanti, inserisci sempre nuovi cambiamenti in base alle idee che ti si formano in mente?
In verità, io cambio spesso circa il metodo, soprattutto per il punto di partenza, che può essere qualsiasi cosa: un’idea, un’immagine, una sfida, una discussione tra amici, una notizia, che è mi è arrivata. Così, nel caso de L’image trouble (Cento Anni prima), mi sono imbattuto in una copertina di un libro che mi ha molto commosso, senza che abbia compreso il perché. Sembrava una buona partenza della storia, e ho debolezza di credere che l’Image Trouble sia stato un buon successo.
Tuttavia, ho ancora le mie piccole abitudini. Così, ho sempre impostato un piano molto specifico prima di iniziare a scrivere. Ma non tutto è definito, è necessario lasciare un po’ alla sorpresa, all’improvvisazione. E una volta che sei lanciato, delle nuove idee affluiscono … che cerco di usare il più possibile. (Perché è difficile cambiare colpevole nel mezzo della storia!)
In caso contrario, prendo appunti. Li scrivo su un pezzo di carta che metto in una scatola (di scarpe). A volte li rileggo, e metto insieme le mie idee. Infine, la “atmosfera” è cruciale. Questa nozione, devo ammettere, proviene spesso dalle mie letture,da i film che mi hanno segnato. A questo proposito, devo molto a Carr e Christie. Mi dico che voglio fare una storia come The Burning Court, Murder Is Easy, ecc. Allo stesso tempo, cerco di innovare, di trovare una nuova illuminazione per un giallo. Oppure, come ho detto sopra, la riflessione di un amico mi può portare molto. Un giorno, Igor Longo, che stava sfogliando un fumetto di Ric Hochet (Le Double qui tue= Il Doppio che uccide), mi ha detto: “Questa è una eccellente storia di bilocazione! Non hai mai usato questa idea come tema principale”. E così è nato La Corde d’argent  (a proposito, apprezzo e ringrazio Igor per il suo intervento!)
Ma ci sarebbero ancora molte cose da dire! Il design di ogni romanzo ha una lunga storia! Il defunto Fredric Brown ha detto che ci vorrebbero 100.000 pagine per descrivere l’elaborazione di un libro che ne avrà 250! E in fede mia, aveva ragione!
Nella tua carriera letteraria, quanto peso hanno avuto scrittori come Carr, Christie, Rawson, Chesterton, Doyle, Talbot? E chi di loro ha pesato più di altri?
L’influenza di Carr e Christie, è enorme, si capisce. E quella di Doyle, naturalmente. Rawson e Talbot sono venuti dopo. Ma di questi ultimi due, non ho mai cercato di riprodurre qualcosa. Le loro trame sono eccellenti, ma manca il “tocco British”, l’atmosfera, il senso del bizzarro. E a proposito di “Bizzarro”, il maestro del genere, è forse Chesterton (che ha notevolmente influenzato Carr in proposito). Il “Bizzarro” è anche una situazione impossibile di prim’ordine. Qui, l’impossile riguarda il comportamento umano. Perché Tal dei Tali mangia il suo cappello all’uscita della Messa? Ancora una volta, le nostre cellule grigie sono messe a dura prova nello sforzo di dare un senso a tale “nonsense”. Per me, per esempio, “The Club of Queer Trades4 è un top, soprattutto la prima grande avventura.
E gli autori francesi, quale influenza hanno avuto su di te? Chi di loro ha avuto una maggiore influenza su di te? E quali opere in particolare?

Senza grande originalità, citerò Gaston Leroux, e il suo famoso “Le Mystère de la Chambre jaune” (=Il mistero della camera gialla) che Carr stimava molto, e a ragione. Vi è un po’di tutto in questo romanzo: i crimini impossibili, maschere strappate (identità rivelate), colpi di scena incredibili, ecc. Ho letto questa storia molto giovane ed è stata probabilmente la mia prima vera “camera chiusa”. Ho scoperto Arsene Lupin più tardi, nei telefilms televisivi. Era più leggero, l’umorismo ha la precedenza sul mistero, anche se era a volte di qualità. Vindy e Lanteaume, non li ho letti che dopo. (Vindry) è tecnicamente buono, ma manca dolorosamente di romanticismo (lo stesso vale per Boileau). In un libro come A travers les murailles (= Attraverso i muri), c’è qualcosa davvero che manca. Per me, Le Mystère de la Chambre jaune è nettamente superiore. Infine, lo ammetto, questo è un punto di vista puramente personale.Questo è tutto quello che posso dire di autori francesi. Il mio “latte materno” sono stati senza dubbio gli intrighi di A. Christie, nella famosa collezione gialla di Le Masque. Una collezione leggendaria, e non avrei mai immaginato che un giorno io potessi farne parte ! E mai avrei potuto immaginare che Le Masque potesse seguire la devianza “noir” di oggigiorno … ma questa è un’altra questione.
I tuoi finali sono spesso bizzarri e sono concepiti come un coup de theatre, riprendendo la tradizione surrealistica e antirealistica di autori francesi come Leblanc, Leroux, Steeman, Very, Boileau, Narcejac, Vindry. Molto spesso ho notato che i tuoi romanzi – e per questo mi piacciono – sono visionari, fanno dei salti pindarici di fantasia, sacrificando il realismo e la logica dei romanzi di marca anglosassone a ciò. Intendiamoci, è una caratteristica tipica dei romanzieri francesi, soprattutto quelli che ho citato (forse tranne Vindry che è quello più legato a Carr e Simenon che è l’applicazione del realismo e la negazione del surrealismo).
Che peso ha la fantasia rispetto agli altri ingredienti nell’elaborazione delle tue opere?
E l’atmosfera che è sempre molto suggestiva, è il risultato di qualcosa connesso allo stile oppure è qualcosa di innato in te, cioè anche quando eri più giovane riuscivi ad evocare suggestioni intense?
Il grosso problema per un romanzo poliziesco, è che la magia del mistero cessa di operare alla fine, quando tutto è spiegato in dettaglio. Abbiamo bisogno di trovare un escamotage per cui il fascino continui a funzionare sempre. L’esempio migliore resta a mio avviso la fine di The Bourning Court di Carr. In altre parole, trovare qualcosa per accreditare il fantastico dopo la spiegazione finale. Come definizione del romanzo poliziesco, Pierre Véry parlava di “favola per adulti” e io sottoscrivo senza riserve questa dichiarazione. Per i bambini piccoli che siamo stati, quelle storie di streghe, di fate e di draghi sono state una vera e propria scuola di preparazione al romanzo poliziesco! E inconsciamente, penso di cercare di trovare questi primi brividi scrivendo le mie storie. Il tema della fiaba è sempre celata al di sotto. Ne “L’homme qui aimait les nuages” 5 , è ancora evidente. L’eroina sembra essere una fata, mentre il colpevole è il “vento”.
Parlando dell’ “atmosfera”, non so sia qualcosa di innato, ma in ogni caso, mi sembra necessaria per scrivere una buona storia. E tanto che se non la sento, non comincio a dare inizio alla mia storia.
9) Tu sei francese, ma non solo. Nella tua formazione letteraria, ha giocato un ruolo solo la tua eredità francese oppure anche quella alsaziana?
Francese, sì, ma come ho spiegato sopra, sono stato particolarmente sensibile ai romanzi polizieschi inglesi. L’Alsazia, si trova solo, credo, ne La malediction de Barberousse . Non si dice spesso di un autore che la sua prima opera è autobiografica? Certo, io amo la mia regione natale, ma sono anche appassionato di esotico. E non è certo il mio unico paradosso …
10) Mi ricordo che una volta Igor fece una distinzione tra i due grandi gruppi del Mystery: gli sperimentali ed i tradizionali. I primi sono quelli che non amano chiudersi in una formula, i secondi quelli invece che continuamente rielaborano, variandoli, dei clichè da cui non si discostano, moltiplicando enigmi e misteri. Lui ti poneva nel primo gruppo (Christie, Queen, Halter, Leroux, Steeman) e non invece nel secondo (Stout, Rhode, Van Dine,  Marsh , Sayers, Crofts, e in parte lo stesso Carr). Che ne pensi?
Tengo Igor in alta considerazione (la cultura poliziesca è veramente prodigiosa), quindi non mi permetterò di contraddirlo. In realtà, ho spesso voglia di scrivere le mie storie con nuova illuminazione. Con successo? Non so … Mi sembra sempre di fare bene, ma i miei lettori a volte non sono d’accordo. In verità (e questo è ciò che è grande nel mestiere di un romanziere), io voglio fare veramente, ciò che viene reso nelle mie storie. Mi piace scrivere storie. Altrimenti, come produrre qualcosa di convincente, se non si è sicuri di sé?
11) Ho notato che ci sono dei motivi ricorrenti in alcuni tuoi romanzi: i bambini e i ragazzi per esempio (la fanciullezza), il macabre, la pazzia. In particolare per esempio diversamente dai romanzi di Carr o di Ellery Queen o di Agatha Christie o di Van Dine in cui di solito gli assassini sono sempre soggetti calcolatori, astuti, talora anche vittime, ma sempre nel pieno possesso delle proprie facoltà, i tuoi assassini sono spesso vittime della pazzia, follia, amnesia, cioè soggetti con tare della mente, quasi non fossero responsabili in fondo delle proprie azioni. Che ne dici?
Sì, mi piace il tema della follia. Ciò consente di presentare modelli vari e sorprendente. Interessanti anche i problemi psicologici legati ai bambini (evitando il sacrosanto stupro dello zio!). Direi che i miei criminali sono spesso “ossessionati” da una passione, una fobia, ecc. Per essere più precisi, avrei dovuto dettagliare ognuna delle mie storie, ma vorrei lasciare al lettore la cura di scoprirlo di persona.
12) E ora analizziamo le tue fissazioni: le valigie, la pittura, le tende, per esempio presenti in vari romanzi. Come sono nate ? Ci sono altre fissazioni?
Un giorno un lettore mi ha fatto notare che la maggior parte dei miei titoli presentano spesso elementi d’architettura o delle figure, o entrambi: La Quatrième Porte, La Chambre du fou, La Septième hypothèse, les Sept Merveilles du crime, La Mort derrière les rideaux, etc.. Allora non ne ero cosciente. Le figure apportano di per sé un elemento di mistero: le porte, le finestre. E allo stesso modo puntare sulle “porte”, sulle “finestre”. Una porta socchiusa, una finestra illuminata di notte … questi sono elementi specifici del romanzo poliziesco. E a questo riguardo, mi inquadro in un filone decisamente classico. Le strade, le case per me sono esseri viventi, hanno un anima. Naturalmente, la magia non funziona in un sobborgo moderno. Ma chi ha letto John Ray, per esempio, può capire molto bene cosa intendo.
13) Nei tuoi romanzi talora si riscontrano delle caratterizzazioni sociali e culturali: forse ho interpretato male, ma talora ho visto una tua negazione dell’aborto, una tua condanna di certi atteggiamenti etici libertari. In sostanza per me tu sei sostanzialmente un credente, cattolico o protestante non importa. Ma sicuramente non sei agnostico. E in un certo senso sei anche tradizionalista. Questi tuoi valori, in un certo senso in contrasto con quelle che sono le tendenze culturali e sociali odierne, e anche il tuo genere letterario (Mystery) in un tempo in cui i Noir vanno per la maggiore, ti ha procurato delle noie?
In realtà, io sono molto tradizionalista. Amo tutte le tradizioni, tutte le epoche. Tutte tranne una: quella odierna. La caratteristica del nostro secolo è senza dubbio la bruttezza che si presenta in tutte le sue forme (musica, architettura, idee sovversive, ecc.) E’ fisicamente impossibile per me seguire questa moda. Ho bisogno di un ambiente pittoresco (cioè tradizionale) per sviluppare una storia. Devo senz’altro rappresentare la figura di un fossile agli occhi dei nostri critici, ma non importa. Uno scrittore deve essere innanzitutto onesto. Avendo fino ad oggi scritto una quarantina di romanzi, ritengo di aver contribuito col mio blocco di costruzione all’edificio dell’enigma. Per il resto …
Ho letto in altra intervista che dal confronto con alcune persone, sono nati alcuni tuoi romanzi: per es. hai raccontato in passato che Le toile de Penelope è stata la risposta a Philippe Fooz che ti sfidava a inventare una Camera Chiusa, in cui ci fosse una ragnatela. E io che invece pensavo che anche quella fosse una citazione, un rimando a due romanzi: uno di Abbot prima, ed uno di Rogers dopo…
Hai prodotto altri romanzi, elaborati sulla base del confronto con altre persone? Che influenza e che importanza hanno i tuoi amici nella tua vita?
Preciso: l’idea di “La toile de Penelope” non proviene da Philippe Fooz ma Vincent Bourgeois, un altro dei miei amici belgi. Questa è per me una sublime idea, che ho subito usato in un romanzo. Colgo l’occasione per ringraziarlo ancora una volta, tuttavia precisando che “le idee” fornite dagli amici sono raramente sfruttate. Ma devo allo stesso modo ancora ricordare Roland Lacourbe, che mi ha fornito una quantità di soggetti molto interessanti, situazioni bizzarre, e che soprattutto ha saputo stimolare la mia passione per il mistero con il suo eccezionale talento di narratore. Tra le altre cose, è lui che mi ha ispirato l’idea de Le Septième Hypothèse (“La settima ipotesi”), riesumando la storia di Arabian Nights Murder (“Delitti da Mille ed una notte”) di Carr. Alcuni lettori d’altronde a ragione hanno messo in chiaro l’analogia tra il mio medico della peste e il “profeta barbuto” di Carr.
16) Nei tuoi romanzi abbondano Camere Chiuse, ma anche elementi sovrannaturali. Condividi in definitiva le stesse idee di Carr. Ma tra te e Carr c’è una fondamentale differenza: il sovrannaturale in Carr finisce laddove interviene il detective, espressione di logica e razionalismo (tranne che in The Bourning Court e in qualche racconto), (mentre) nei tuoi romanzi, invece, il sovrannaturale non è detto sempre che non sopravviva. Nei tuoi romanzi il mondo dei vivi e il mondo dei morti sono spesso intimamente connessi. Perché?
Credo che derivi dal mio interesse per il passato. Mi piace quando un puzzle ha le sue radici in un passato misterioso, un sinistro, che fa riferimento ad un caso che si perde nelle pieghe del passato. L’indagine diventa quasi il lavoro di un archeologo. E ‘anche vero che le credenze erano molto più radicate nei periodi remoti. Ciò mi consente di tuffare più facilmente una storia nel soprannaturale. Gli antichi misteri mi affascinano … Darei molto per disporre di una macchina del tempo per tornare indietro e regolare, per esempio, i comandi sulla caduta nell’autunno 1888 nel quartiere di Whitechapel. Potrei anche smascherare il sinistro Jack lo Squartatore …
Siccome tu ne La Quarta Porta, immetti a profusione elementi fantastici, ed essenzialmente lasci in sospeso la reincarnazione di Harry Houdini, come bene si legge in molti altri tuoi romanzi di letteratura fantastica, per esempio il paradosso temporale in L’Image trouble (Cento anni dopo) allo stesso modo di Fear, Burn! di Carr, pensi di essere solo un romanziere di letteratura poliziesca, o anche un romanziere di letteratura fantastica?
Penso di essere nella categoria di scrittori di gialli classici, perché in fondo tutti gli elementi fantastici della storia sono sempre spiegati alla fine, come il paradosso temporale in ” L’image trouble “. Tuttavia, mi è anche capitato di conservare un aspetto fantastico in uno o due dei miei romanzi, come ” Le Chemin de la lumière “, con un ritorno al passato. Questo è senza dubbio un romanzo fantastico, anche se altri misteri si spiegano (l’uccisione della sacerdotessa minoica nel suo tempio circondato da sabbia vergine).
Va notato che il soprannaturale, anche se è evidente, è un elemento chiave delle mie storie, come in Carr. In questo ci distinguiamo da molti scrittori di mistero. Noi amiamo più di altri, le storie di fantasmi. perché in realtà, un problema di camera chiusa non è altro che una storia di fantasmi, poiché solo loro possono attraversare le pareti. E riflettendo, un “mistero” non è di per sé un evento inspiegabile? Quindi, non potremmo definirci come degli “autori di misteri”?
Molto spesso, i tuoi romanzi sono narrati in prima persona, piuttosto che in terza. Questo va, ovviamente, a sollevare il problema della verità di ciò che è stato detto dal narratore, e che può anche essere l’assassino (il che accade in alcuni dei tuoi romanzi, più di uno). Tu adotti il racconto in prima persona (quando capita), per questo motivo, o lo fai per un altro?

Semplicemente, si tratta di una tecnica narrativa, accoppiato con una focalizzazione particolare sulla recitazione. L’uso della prima persona porta il lettore ad identificarsi nel narratore. Ma la terza persona facilita descrizioni accessorie. Ovviamente, devo fare una scelta. Questa è una funzione della storia. E io devo sempre dare priorità alla storia.
19) L’uso della prima persona, identifica il lettore nel narratore, dici.
Siamo d’accordo. Ma l’adozione di questa procedura, per te, è solo una questione di ordine tecnico, o è il frutto dell’influenza di Agatha Christie su di te?

Anche su questo piano (è vero), ho sofferto l’influenza di Agatha Christie. La scoperta del colpevole in The Murder of Roger Ackroyd (“L’assassinio di Roger Acroyd”) è stata una grande sorpresa per me. Ma spesso si dimentica che AC si ripetuta con “la Nuit qui ne finit pas  ” (Endless Night) 6. Un ottimo libro, che mi aveva anche colpito ai suoi tempi. Credo anche che far scrivere “io” quando si parla dell’assassino, fornisce anche qualche bel brivido al romanziere. Se mi ascoltassi, tutte le mie storie avrebbero il narratore come colpevole!
Che valore hanno le traduzioni delle tue opere, sul tuo successo all’estero? Con i tuoi traduttori, ci sono solo rapporti di lavoro o anche relazioni amichevoli? E soprattutto in Italia, qual è il tuo rapporto con Igor Longo? Quanto tempo fa vi siete conosciuti?

In generale, non vi è alcun legame tra l’autore e il traduttore, ma per Igor Longo e John Pugmire (USA), è diverso. Ero in contatto con John prima che cominciasse a tradurre i miei libri. Lui è appassionato di enigmi della camera chiusa, come Igor, anche. Penso che Igor sia uno dei maggiori esperti al mondo per il romanzo poliziesco. L’ho incontrato poco dopo le sue prime traduzioni, quando venne a Strasburgo. Ora sono due amici, e a loro devo un sacco. Entrambi hanno lavorato molto per l’enigma classico. E mi piace cogliere l’occasione per ringraziarli calorosamente. Che Dio benedica le Camere Chiuse!
Oggi pochi autori scrivono mystery (tranne che in Giappone).
Conosco la tua posizione a riguardo della letteratura noir e quindi non ti rifaccio la stessa domanda. Mi piacerebbe sapere se tu abbia incontrato difficoltà in Francia con gli editori circa la pubblicazione dei tuoi romanzi, prendendo in esame la grande maggioranza di scrittori noir, e se tu hai incontrato resistenze ad accettare il mystery in luogo del romanzo noir. E secondo te se vi sia differenza tra il mystery storico e il puro mystery, poiché tutti gli scrittori oggi scrivono mystery storici: evidentemente c’è un’abbondanza di storici, oggigiorno!
Onestamente, no, non ho quasi avuto problemi con le case editrici quando ho ricevuto il premio di Cognac e il premio del Romanzo d’avventura. E dal momento che ero pubblicato dalle edizioni Le Masque, simbolo francese del mistero, mi sentii in perfetto accordo con questa collezione, che mi pubblica ancora 35 romanzi (se non ricordo male.)
Per i gialli storici, sono d’accordo, è diventato una moda da qualche tempo. Non credo che la maggior parte dei lettori apprezzino i dettagli sociali o storici che vengono sviluppati. Se voglio conoscere la vita dei romani o greci dei tempi antichi, compro un libro di storia.
Detto questo, io non metto tutto in un carrello. Ci sono buone sorprese. E torno ancora alla mia cara A. Christie, che ci ha offerto un bellissimo libro ambientato nell’antico Egitto: La Mort n’est pas une fin 7. E ‘una bella storia, che si arricchisce di atmosfera, la magia dell’antico Egitto. A.Christie non è caduta nell’ulteriore trappola della descrizione sociale. Le sue priorità sono come sempre: il romanzo, la storia, i personaggi. Spesso mi capita di rileggere un romanzo di Agatha Christie, ed è sempre con la stessa felicità. Il giorno che fossi stanco delle sue storie, sarei stanco della vita!
Tu hai 57 anni, e puoi dire “ho scritto quasi quaranta romanzi”. Scrivi un romanzo per anno, si può dire. L’ultimo è stato “La Tombe indenne”. Non ti è mai venuto in mente di scrivere storie per ragazzi come Jo Nesbo o l’italiano Giulio Leoni? E, mettendo la parola fine a quest’intervista, cosa fai oltre che scrivere romanzi? Stai lavorando a qualche altro romanzo?
Quest’intervista sarà diffusa non solo in francese ed in inglese, ma sarà posta all’attenzione del pubblico italiano. Vuoi dire qualche cosa?
Ti ringrazio del tempo e dell’attenzione che mi hai riservato.
No, non ho intenzione di scrivere regolarmente romanzi per ragazzi. “Spiral” era un’eccezione, una richiesta del direttore della collezione, che mi aveva già sollecitato per un’altra serie (La Nuit du Minotaure = La Notte del Minotauro). Ci sono troppi vincoli, preferisco scrivere storie per i “grandi”!
Attualmente sto rileggendo il romanzo appena finito Le Masque du Vampire (= La Maschera del Vampiro – titolo suscettibile di essere cambiato). Dopo di che, mi dimenticherò per qualche tempo le “camere chiuse” per ricaricare le mie batterie al meglio, facendo qualcosa di diverso (musica, acquerelli, escursioni), come ho l’abitudine di fare dopo aver completato un libro.
Per concludere, mi sia permesso di parafrasare il compianto John Dickson Carr: “Se i miei lettori potranno divertirsi leggendo anche solo la metà delle storie che io abbia scritto, sarò entusiasta!”.
Vorrei aggiungere che io sono molto felice di essere pubblicato regolarmente in Mondadori, tra l’altro, per le sue belle copertine di libri, che sono fonte sempre d’ammirazione dei miei amici collezionisti.

P. De Palma
1 The Avengers, serie televisiva britannica ultrafamosa con Patrick Macnee (John Steed) e tre belle assistenti: Cathy Gale (Honor Blackman), Emma Peel (Diana Rigg), e più tardi Tara King (Linda Thorson)
2 John Pugmire : “The first novel Paul actually wrote was La Malediction de Barberousse… No sooner had I said that than Paul authorized Le Masque to publish it, based, he said, on the fact that I liked it. It came out in 1995”. L’affermazione mi è stata fatta personalmente da John. Sgombra il campo. Paul Halter si ricordò di segnalare a Le Masque che avrebbe potuto pubblicare il libro, una volta saputo che il libro piaceva anche ad uno dei suoi amici più cari. Si fidò cioè del commento di John Pugmire (oltre che del proprio).
3 L’espressione usata da Paul è stata: Carr a dit : « Lorsque j’écris un roman, j’ai toujours envie de faire quelque chose d’exceptionnel, un livre qui frapperait tout les autres de nullité. ». In realtà l’espressione completa e fedele di Carr è: « Mon intention est toujours d’écrire un roman policier véritablement exceptionnel, ce à quoi en toute honnêté j’estime ne pas être encore parvenu. Quand un auteur de mon espèce déclare une chose pareille, il veut en réalité dire qu’il souhaite écrire un roman policier qui frappe tous les autres de nullité. C’est là bien entendu quelque chose d’impossible. Mais on peut toujours essayer. » (Roland Lacourbe, John Dickson Carr, scribe du miracle – Inventaire d’une oeuvre, pag.25)
4 Raccolta di racconti di Chesterton, pubblicata nel 1905. Il riferimento in particolare è al primo capitolo: The Tremendous Adventures of Major Brown
5 L’uomo che amava le Nuvole (inedito in Italia)
6 Nella mia fine è il mio principio
7 Death comes as the End (C’era una volta)