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mercoledì 21 dicembre 2016

Pierre Boileau – Uno strano cliente (La Promenade de minuit, 1934) – trad. Aldo Albani -I Grandi Gialli Pagotto n.14, anno III, 1951


C’erano una volta I Grandi Gialli Pagotto. Già, i Pagotto. Il nome di una collana mitica per i collezionisti di libri gialli in Italia.
Tanti anni fa, alla fine degli anni ’40, c’è chi puntò tutto su una serie che proponesse autori non anglofoni ma francofoni. E’ bene dire che questa scommessa non pagò i risultati voluti, perché il bacino di lettura italiano, sin dall’origine fortemente anglofilo, non reagì entusiasticamente; tuttavia, quell’atto di presunzione, ci donò un patrimonio che ancor oggi, con notevoli difficoltà, per la rarità del materiale cartaceo in circolazione e quindi anche per il costo, ci dona momenti di grande lettura.
E’ il caso del romanzo che propongo questa volta, “Uno strano cliente” del francese Pierre Boileau. Il titolo dice poco a prima vista: direbbe di più se si fosse tradotto quello originale: La Promenade  de minuit, “La passeggiata di mezzanotte”, titolo che fa diretto riferimento ad un episodio di cui si narra nel romanzo e che condurrà alla soluzione.
Pierre Boileau è conosciuto per il sodalizio che lo legò all’altro scrittore francese Thomas Narcejac, di cui felici risultati furono tanti romanzi (anche conosciuti per le felici riduzioni cinematografiche): Les diaboliques (I Diabolici) oppure per esempio D’entre les morts (La donna che visse due volte), Maléfices, L’ingénieur aimait trop les chiffres, Les veufs (I Vedovi),  e anche per i romanzi che egli scrisse prima che incontrasse l’amico, tra cui il recentemente ripubblicato da Mondadori, Six Crimes sans Assassin (1939), “Sei delitti senza assassino”.
Tuttavia prima che scrivesse quest’ultimo, ne scrisse altri due, entrambi nel 1934, La Pierre qui tremble (La pietra che trema, 1950) e La Promenade de minuit (Uno strano cliente, 1951): quindi il romanzo di cui parlo in quest’occasione, anticipò direttamente Six Crimes sans Assassin: Perché lo metto in rilievo? Perché troviamo già nel romanzo precedente delle strane anticipazioni che verranno riprese e ampliate nel romanzo successivo.
Andrè Blunel è alle prese con una delle sue crisi di identità: vorrebbe avere per le mani un bel caso, che gli dia la possibilità di mettere in moto le sue cellule grigie; invece nulla gli viene proposto. Il fatto che la stampa locale lo definisca  benefattore dell’umanità, lo fà star male, perché egli non si sente tale: egli non combatte i criminali per affermare il senso della giustizia, ma solo per affermare il suo egocentrismo. In sostanza è una specie di Philo Vance, che cerca i migliori criminali per battersi con loro, sfidandoli sul piano della logica e della deduzione. Qunado meno se l’aspetti, ecco che gli capita un altro caso: gli si presenta alla porta un certo Lucien Blaisot, un tale secco secco e lungo che verrà chiamato per tutto il romanzo coll’appellativo di “Il trampoliere”. Lucien gli racconta una storia: suo padre, Auguste, un bel giorno è scomparso. Conduceva una vita tutto sommato tranquilla: aveva solo il pallino delle costruzioni meccaniche, e per quello s’era fatto costruire, accanto alla casa, una specie di laboratorio-deposito, dove passava le notti. Né lui, né la madre, né tantomeno lo zio, Charles, immaginano dove possa essere finito. Non hanno avvisato la polizia, anche per evitare di finire in bocca alla gente. Il fatto è che Lucien rivela che suo padre doveva avere una doppia vita: infatti una volta che sarebbe dovuto essere in laboratorio, era scomparso, e con lui il calesse, non l’auto. Dove andava di notte, per poi ritornare di mattino presto e infilarsi a letto come se avesse lavorato in laboratorio tutta la notte?
Andrè Brunel e l’amico (il narratore) partono alla volta di Coteville (Seine-Inférieure), vicino Dieppe, dove Blaisot vive. Appena arrivati, ricevono una gravissima notizia: lo zio Charles, il fratello del padre, è stato ritrovato dalla domestico morto: causa della morte una profonda ferita all’addome. Il fatto è che quando si recano sul posto e trovano il vecchio morto, notano: l’assenza di tracce evidenti di sangue, nonostante l’imponenza dell’emorragia, segno che il ferimento è avvenuto altrove; e che dev’essersi trattato di omicidio, perché lo strumento per mezzo del quale è stato ferito a morte, un’arma da fuoco, non è stato trovato.
Brunel, sulla base del fatto che al momento del ritrovamento del cadavere e anche qualche tempo prima, spirava vento contrario, e in base al fatto che la villa dello zio Charles abbia due uscite contrapposte (una davanti ed una dietro alla villa) deduce la possibile direzione che deve aver seguito lo zio, trascinandosi ferito fin dove è stato trovato morto, sulla base che il vecchio ogni giorno, ad una determinata ora, soleva fare un giro a piedi nella sua tenuta, anche per controllare che nelle sue terre non girassero bracconieri, con cui aveva una sorta di guerra privata.
Il tenente Perruchet della gendarmeria, che già è in loco, di buon grado accetta la collaborazione di Brunel.
Che possa essere stato forse un bracconiere, viene avvalorato dal fatto che viene trovato, nel posto che Brunel indica come possibile per l’omicidio, un bossolo calibro 16, di un fucile a pallettoni, un’arma che benissimo può aver colpito orribilmente all’addome il vecchio Charles. E trova anche una serie di impronte, che all’inizio sembrano indirizzare verso uno zoppo, zoppo che però, dopo un certo numero di passi, all’imboccatura di un sentiero che porta ad una casa abbandonata, scompare: evidentemente un depistaggio.
Dopo una serie di abboccamenti, decidono di penetrare in quella casa e vi trovano nascosto un fucile che potrebbe essere stata l’arma dell’omicidio. La casa è abitata da un certo Raymond Roujard, che alla loro vista fugge ma è acchiappato dopo un breve inseguimento: è un cacciatore di frodo, uno zoticone, mezzo vagabondo. Arrestato, viene portato in guardina. E’ lui l’assassino dello zio di Lucien Blaisot? E c’entra qualcosa con la scomparsa di Auguste Blaisot? Brunel è convinto del fatto che, se davvero come sembra, la morte e la scomparsa (ma sospetta un’altra morte) sono collegate, Roujard dev’essere stato sicuramente manovrato da qualcuno: insomma è stato il braccio, come è oramai sicuro, ma sicuramente non la mente, essendo un individuo alquanto stolido.
Brunel convince Perruchet a tendere un tranello a Roujard: allenteranno la sorveglianza in maniera che fugga, e lo seguiranno, sicuri che così sorprenderanno i complici. Tutto fila come previsto: Roujard fugge e si rifugia a casa sua . Brunel, l’amico e il tenente della gendarmeria si dividono le uscite della casupola: la porta e le due finestre, ognuno di guardia ad una di esse. L’evaso è alla loro mercè. Tuttavia mentre tendono l’assedio alla casa arrivano due ciclisti, e mentre uno dei due rifiuta di qualificarsi, assalta il tenente, e fugge, vedono anche l’altro che fugge, proprio mentre si sente un grido orribile e Roujard viene trovato in un mare di sangue con la gola squarciata: i due non possono essere stati, non è stato visto altro avvicinarsi alla casa, eppure Roujard è morto. Sembrerebbe un mistero da Camera Chiusa. Accanto al cadavere un coltello, che viene identificato come appartenente a Charles Blaisot. Cosa significa? Che sicuramente Roujard deve avere ucciso Blaisot, ma..chi ha ucciso a sua volta lui? Come ha fatto un coltello con le iniziali di Charles Blaisot ad essere trovato nella gola di Roujard?
Brunel sospetta che c’entri qualcun altro. Ma non ha prove di alcun genere. Sa solo che l’unico testimone del mistero che grava sull’intera faccenda non parlerà mai, perché parlare proprio non sa. Semmai sa..nitrire. E’ il cavallo che tira il calesse. Possibile che lui sappia la strada che il vecchio Auguste faceva di notte? Brunel si affida all’unica pista che ha a disposizione: convinto a seguirlo Lucien, partono di notte sul calesse e lasciano che il cavallo segua un suo itinerario. Li porterà ad una casa abbandonata, dove Brunel avrà una grande sorpresa che per poco non si concluderà con la sua morte prematura. Questa volta dovrà dire grazie al suo aiutante, che a sua volta, novello Sherlock Holmes, avrà capito come nella faccenda c’entri qualcun altro di casa Blaisot, tra la fidanzata di Lucien, Hélène Dorance, il custode Bertrand, e la moglie di Auguste, e proprio nell’istante in cui Brunel sta per andar a far visita, legato mani e piedi, alle rane di uno stagno, pardon, a San Pietro, ecco che l’amico interviene, vero deus ex machina e lo salva.
In un finale liberatore, si spiegherà tutto, e più d’uno dovrà rivelare la sua verità.
Romanzo delizioso, con tratti assai godibili (il modo come senza indizi di sorta, ma solo affidandosi all’acume e all’intuito, Brunel capisca dove è avvenuto veramente l’omicidio di Charles Blaisot, e gli indizi che lo portano a sospettare di un bracconiere, è veramente un pezzo di bravura), il romanzo gioca ancora una volta su quella che è la caratteristica comune dei romanzi francesi del periodo, di cui Boileau incarna la leadership indiscussa: disinteressarsi di atmosfera e descrizioni psicologiche, per presentare al lettore una storia basata esclusivamente su un mistero, che porterà, allorchè venga risolto brillantemente, alla spiegazione del tutto. E’ un modo assai semplicistico di scrivere ma che consente di concentrare tutte le proprie energie sull’intreccio e sul mistero, senza occuparsi di altro.
In un certo senso questo romanzo è anche assai interessante, non solo perché è uno studio rivolto alla Camera Chiusa, ma anche perché in certo senso, è uno studio preparatorio, una sorta di cartone su cui Boileau fissa alcune delle idee che riprenderà nel romanzo del 1939: innanzitutto il motivo della casa sorvegliata da tre persone diverse (Brunel, l’amico assistente ed il poliziotto di turno) che sorvegliano ognuna una delle uscite possibili della casa, e il motivo della Camera Chiusa conseguente, visto che colui che si è chiuso in casa, muore in circostanze impossibili.
Interessante è anche l’intreccio che avviluppa assieme, due storie completamente diverse, presentandoci un due cadaveri, morti per cause diverse, in seguito a fatti completamente estranei, che coinvolgono persone che neanche si conoscono, in un intreccio che non sente il bisogno di seguire le idee classiche del romanzo poliziesco di quegli anni, quelle delle 20 regole di Van Dine.
In un mondo ancora una volta d’altri tempi: un’ambientazione bucolica (ma non troppo), personaggi quasi surreali, un animale che porta gli uomini a scoprire un intreccio neanche immaginato, carrozze e auto d’epoca, malfattori che fuggono inforcando due biciclette, mezze verità e mezze bugie, un detective osannato che deve la vita al suo aiutante improvvisatosi a sua volta detective, una bella fanciulla di cui l’amico di Brunel si innamora. E due assassini che stanno per diventarlo spinti dalla necessità, ma in realtà ladri di polli; ed un ladro di polli che diventa assassino.
Insomma tante sorprese con un finale a sorpresa che sorprenderà non poco e non pochi.

Pietro De Palma

lunedì 14 novembre 2016

Pierre Boileau : La pietra che trema (La pierre qui tremble, 1934) – trad. Aldo Albani – I Grandi Gialli Pagotto, Anno II, N.8, del 29 agosto 1950

La Pierre qui tremble è il primo dei romanzi di Boileau. E lo si vede subito:  è un romanzo che narrativamente parlando è più vicino ai romanzi  anni venti che a quelli successivi.
Comincia con Andrè Brunel (il personaggio che animerà tutti o quasi i romanzi di Boileau) che qui appare per la prima volta, che nel treno che lo sta portando in villeggiatura, si accorge che un individuo sospetto sta aprendo uno dopo l’altro gli scompartimenti del vagone dove lui si trova per guardare dentro.  Lo osserva e lo sorveglia con discrezione ma abbastanza da vicino da sventare un’aggressione probabilmente mortale ai danni di una giovane fanciulla, Denise Servières. La giovane, appena ventenne, si sta recando in Bretagna dove dopo una settimana è previsto il suo matrimonio con il Signore Jacques de Kervarech, al suo castello chiamato “La Pietra che trema”, in virtù della pietra che costrituisce la chiave di volta dell’arco che introduce nel castello, che sembra cadere, trema, ma non cade.
Brunel capisce che l’aggressore proveniva da Brest, avendo raccolto il biglietto che gli era caduto nella colluttazione: cioè aveva organizzato le cose per partire da Rennes e ritornare a Brest dopo aver eventualmente ucciso la giovane. Si strugge perché è da dove lui è in villeggiatura, sul mare, che l’aggressore è partito per uccidere la giovane. Chissà se riuscirà nuovamente nel suo intento.. Per questo Brunel si ripromette al più presto, dopo essersi riposato qualche giorno, di raggiungere la giovane al castello. Cosa che fa invero, in tempo per sventare un altro tentativo di assassinio, questa volta perpetrato nel bosco che circonda il castello, sempre  ai danni della giovane donna.
A questo punto, promette a lei e al suo fidanzato di stabilirsi al castello finchè lei non sarà sposa di Jacques: conosce anche il dottor Nicol, il medico del conte, ed il Conte stesso di Kervarech, tutore di Jacques.
I misteri non cessano: mentre Denise, Jacques, il Conte e Brunel stanno nel salone dove Denise sta suonando il pianoforte, Brunel vedendo in direzione della porta, prima la luce attraverso la toppa della porta e poi il buio, capisce che qualcuno, al di là della porta socchiusa, ha spento la luce ed è lì in agguato: Capisce di dover agire. Da istruzioni agli altri là presenti e poi con un balzo apre la porta, in tempo per vedere un’ombra che fugge al primo piano del nuovo castello. Non avendo altra via di fuga, si rinchiude nel bagno. Il bagno ha due entrate: una nel corridoio e una nella camera di Jacques. Ma pur presidiando tutt’è e due le uscite, e stando il conte al di fuori armato (che ha sparato allorchè il fuggiasco si è affacciato alla finestra), l’intruso, dopo aver aperto i rubinetti della vasca, fugge. Da dove? Attraverso lo scolo dell’acqua? Fa tto sta che quando si irrompe nella stanza. Non si trova nessuno. E l’altra uscita è ancora chiusa all’interno. Il Conte è sempre lì nel giardino, ha sparato la prima volta e scruta le finestre, per cui quando gli dicono che il fuggiasco è svanito, non crede alle sue orecchie. Brunel non riesce a capire come sia potuto fuggire. Non è però la sola cosa che non riesce a capire.
Denise poi racconta a Brunel di come qualche notte prima, non trovando sonno e tornandole alla mente la brutta esperienza vissuta in treno, aveva voluto respirare un po’ l’aria della notte, e nel parco aveva trovato Jacques tutto vestito che si aggirava furtivo e che alle richieste di spiegazioni della giovane aveva risposto parlando un segreto minaccioso del quale non poteva rendere edotta la fidanzata.
Brunel vuole capire cosa ci facesse Jacques a quell’ora nel parco e pertanto decide di sorvegliarlo di notte, scoprendo che di notte si allontana in direzione della vecchia torre, l’unico resto dell’antico castello, che accompagna la nuova costruzione in cui la famiglia vive. Riuscitosi ad arrampicare, assiste ad una stranissima scena: nella torre Jacques si è incontrato col Conte e lì ripete una serie di frasi, assolutamente identiche a quelle che pronuncia il suo interlocutore:ò. Il tutto poi si risolve con una gran risata ed un brindisi finale.
Brunel è sempre più attonito: non capisce nulla di quello che gli accade intorno.
Le cose a questo punto si ingarbugliano: scompare un domestico, il cameriere personale di Jacques, Yvon. E’ Annette, la sua fidanzata, altra domestica , a dare l’allarme. Lo trovano riverso, in gravi condizioni, sulla scogliera, pugnalato. Yvon è in fin di vita, ma tuttavia fissa il castello e ad un certo punto la sua facci e si contrae per il terrore: ha visto Jacques affacciato alla finestra: teme che lui possa ucciderlo. Un lampo e Brunel, temendo il peggio, si lancia verso la casa: Jacques non è più lì. Non ci sono altre uscite se non quella attraverso cui Brunel sta salendo al primo piano: eppure di Jacques nessuna traccia.  Visto che nella sua stanza non c’è e la porta del bagno è bloccata questa volta dalla parte della stanza, decide di andare nel corridoio che porta all’altra porta del bagno, ma neanche qui c’è Jacques. Ritorna indietro non capendo da dove possa essere uscito. Trova poi giù, il povero Jacques col cranio spaccato da una bastonata ma ancora vivo. Tuttavia non capisce come possa essere arrivato lì, su lui era arrivato alla casa in men che non si dica  e certamente non aveva visto uscire il giovane, né tantomeno il suo aggressore da dove lui era  entrato.
Poi..l’affare della lettera.  E’ stata spedita una lettera che è arrivata, indirizzata a Brunel. Annette l’ha vista, il conte pure, ma..la lettera è scomparsa. Il misterioso aggressore fantasma se ne deve essere impossessato. Perché? Era importante? Tuttavia chi l’ha scritta, tale Marie Calvez, aveva avuto l’accortezza di inviarne un’altra, uguale alla prima, al dottor Nicol. Così i due vengono a sapere che quella donna forse è a conoscenza di qualcosa che possa spiegare il tutto. E’ colei che ha visto nascere Jacques. Promette di dire tutto. Ma prima che avvenga, qualcuno, sempre lui, il fantasma misterioso cerca di ucciderla. Non prima che però lei riveli qualcosa a Brunel. Ora Brunel è in grado di cominciare a ricostruire l’arcano, ma ancora una volta il nemico è in agguato nell’ombra: appena l’auto con  Brunel alla guida arriva al castello, “La pierre qui tremble” che ha resistito per centinaia d’anni alla gravità, scalzata dal criminale e posta in equiolibrio, appena il rombo della macchina è sotto di lei, cade pesantemente, appresso alle altre pietre del portale sulla macchina di Brunel, che per un miracolo resta solo ferito:.
Ci sarà ancora un tentativo di aggressione a Jacques ferito, prima che il colpevole non venga individuato e messo nella condizione di non poter nuocere:  tenterà l’impossibile, cadendo poi sulle rocce. Prima che egli cada sulla scogliera, se ne vede il viso sconvolto dalla furia: è Jacques. Jacques?
Brunel ricostruirà la storia di un terribile segreto, ed una infame macchinazione.
Romanzo pieno di tensione, a metà potrei dire tra un thriller, tanto l’angoscia pervade le pagine, ed un mystery, per gli interrogativi, veramente stuzzicanti che pone (una Camera Chiusa nel bagno ed una al contrario, quando Jacques scompare dalla casa per essere ritrovato poi ferito dabbasso alla casa per una bastonata al cranio: al contrario perché a determinare l’impossibilità non è una porta chiusa all’interno di una stanza ma una chiusa all’esterno della stanza, che quindi non può essere stata usata per entrare nel bagno ed uscire poi nel corridoio), è interessantissimo per la questione che pone, che poi è alla base della soluzione.
Comunque mi pare di poter tranquillamente affermare che qui, pur essendoci un tipico ambiente da Belle Epoque ( innamorati teneri, donne indifese, ingenue, incapaci di atti abominevoli, assassini sempre uomini, turpi e avidi ) e una trama che evidenzia tempi che furono e che mai più saranno e tematiche che oramai stanno scomparendo (onore, scandalo) e pur essendoci anche una scrittura che denota la datazione , per esempio  le frequenti invocazioni, che nella scrittura contemporanea sono del tutto o quasi scomparse, e i commenti coloriti:  Ah! Il Mostro! , oppure Tutto no! Una parte…Ah! È straordinario! Oppure ancora  Ah! Lo sporcaccione (non per atti libidinosi ma per aver ferito Brunel alla mano durante la colluttazione nel treno) o Ah! Non domandarmi il perché, è orribile!  O Ah! Capire, capire… o ancora Su! Rimettiamoci ora! Ormai tutto è finito! …Oh! È orribile!...Orribile? che cosa dirà allora quando saprà tutto?...Parli mio buon amico, parli. Io divento pazza!
Di queste espressioni invocative i dialoghi sono zeppi. Testimoniano che il romanzo è datato, che lo stile lo è ancor più (frequenti le sdolcinature, tipo due persone che si salutano amorevolmente e poi si abbracciano, o invece atti opposti, come se colei che sembra buona non potesse sentire sentimenti malevoli oppure che colui che è malvagio non potesse nutrire anche sentimenti buoni) e una certa semplicità psicologica applicata alle persone: le donne sempre indifese, gli uomini sempre spavaldi o truci. Quindi, in un ambiente siffatto, ha uno stridore notevole il fatto che il romanzo presenti rispetto ad altri dello stesso periodo, caratterizzati da misteri che attengono quasi esclusivamente alla natura materiale dell’impossibilità (sono quasi tutti howdunnit), una componente psicologica elevatissima: qui il doppio mistero della camera chiusa (notevole il rumore dei rubinetti aperti e l’assassino che svanisce, o una camera chiusa all’incontrario per effetto della porta del bagno nella camera di Jacques non chiusa dal di dentro, come nella camera chiusa precedentemente accennata, ma dal di fuori, che impedisce pensare che l’aggressore sia potuto entrare da lì) è spiegabile non con espedienti meccanicistici o empirici, ma ricorrendo alla natura psicologica delle persone: è proprio il dialogo incoerente tra il Conte e Jacques (che fa dubitare il lettore di ciò che stia leggendo), unito allo strano incontro notturno nel parco tra Denise e Jacques, e alla rivelazione di Marie Calvez, a risolvere tutto, anche le Camere Chiuse. Che non c’entrerebbero nulla con una storia fatta di onore macchiato, disonore, una ragazza madre, un figlio non riconosciuto, soldi a buttare, una eredità di cui si godeva e che poi è stata tolta e che si agogna anche ricorrendo all’omicidio. Ma che poi c’entrano eccome!
Tuttavia il nocciolo della soluzione è nella natura ambivalente di un personaggio come Jacques che è capace di tutto e del contrario, che si trova laddove non potrebbe essere e che non si trova laddove dovrebbe stare, e di un suo doppio. Perché il nocciolo è proprio questo:  due fratelli, di cui uno sa dell’altro, mentre l’altro no. Il famoso tema del doppio. Che qui è trattato devo dire in maniera superba.
Solo così qualcosa viene spiegata. Il resto no, perché solo leggendo il romanzo e la spiegazione si capisce tutto. E io non lo spiego altrimenti il lettore che ha la possibilità di comprare il romanzo su ebay, e gustarselo (perché io me lo sono gustato, come non mai) poi che lo compra a fare? La soluzione è una di quelle che ti appagano, non c’è che dire! Boileau ha questa particolarità: crea dei palazzi su basi che non sarebbero capaci di resistere ad una baracca, però crea delle fondamenta così forti, da sfidare la forza di gravità. Soprattutto perché crea attorno un sistema di indizi e di fatti che trovano perfettamente la loro spiegazione solo alla fine, quando viene spiegato il tutto. Prima non sarebbe stato possibile spiegarlo.
Mi piacerebbe pensare che Boileau abbia preso qualche cosa dai due magnifici cugini Queen, che abbia tratto ispirazione da The Siamese Twin Mystery,  che è del 1933 e quindi pubblicato un anno prima che lo venisse questo primo romanzo di Boileau, ma poi in realtà è altrettanto possibile che Boileau avesse tratto ispirazione da una narrativa tipicamente francese, precedente alla sua: come non pensare a due romanzi di Alexandre Dumas come  Le Vicomte de Bragelonne  o Les freres corses, in cui è presente il dilemma di due fratelli gemelli monozigote? O sempre di Alexandre Dumas, a Les deux étudiants de Bologne, un lungo racconto? Ma se pensiamo a Queen, indubbiamente il tema della sostituzione di un fratello con l’altro, cosa che non è presente in The Siamese Twin Mystery, lo ritroviamo, in una storia che risente in certo modo dell’impostazione di Boileau, in The Finishing Stroke di Ellery Queen, un vero capolavoro, poco letto e ricordato.
La bellissima la scena in cui il cattivo dei due sta per pugnalare l’altro, già precedentemente da lui colpito ma non ucciso, mi serve per ragionare anche su un altro aspetto del romanzo: come non pensare che l’eliminazione dell’altro, sia anche il riappropriarsi dell’unicità di una identità sdoppiata in due? Perché se uccidi quello, uccidi anche te, o meglio una parte che è in te. E diventi tutt’uno?
Del resto, a ben vedere, tutto avrebbe avuto un valore solo se nessuno si sarebbe accorto della sostituzione.  Così l’elemento che scardina tutto il piano dell’assassino e del suo complice (perché senza il complice, la sparizione nel bagno non si sarebbe potuta spiegare !) diventa la mancata sostituzione. E chi ha ancora una volta un’importanza notevole in un romanzo giallo francese? Un domestico! Come ne La maison interdite di Herbert & Wyl !  L’uccisione di Yvon, il servo fedele, ha una valenza fondamentale, più fondamentale di quello che sembri e che appaia: Yvon ha visto l’alter di Jacques, e per questo deve morire! Se non si fosse accorto che esisteva un doppio, il doppio malvagio si sarebbe sostituito al doppio buono, opportunamente eliminato precedentemente e fatto sparire, avrebbe sposato la fanciulla, si sarebbe impossessato dell’eredità e Brunel sarebbe rimasto a scervellarsi sull’impossibilità di una sparizione dal bagno. Vedete ora quale sia l’eredità del Visconte di Bragelonne su questo romanzo?
Invece, l’estremo anelito di vita di Yvon permette di concentrare l’attenzione su Jacques affacciato alla finestra e su un fantomatico piano per eliminarlo e solo per questo Brunel corre alla casa, non lo trova dove dovrebbe trovarlo – perché ci mette un tempo troppo esiguo per permettere qualsiasi altra cosa, cioè trascinare il corpo di Jacques per le stanze e per le scale, in un tempo ancor più esiguo perché lui non li noti – e poi lo trovi laddove non dovrebbe essere! Se Yvon non si fosse accorto del doppio, se il doppio non avesse dovuto ucciderlo, se Yvon non fosse sopravvissuto perché ci si fosse accorti della sua mancanza, se questi non avesse indicato la camera d Jacques e Jacques stesso, tutto sarebbe andato come nei paini dell’altro Jacques. Invece…
Il bene trionfa. Per una serie di fatti assolutamente casuali.
La grandezza di Boileau.

Pietro De Palma

sabato 5 novembre 2016

Pierre Boileau – Sei delitti senza assassino (Six crimes sans assassin, 1939) – Trad. Massimo Caviglione – Il Giallo Mondadori N. 3095 del 6 dicembre 2013

Anni fa, mi ricordo che con Igor Longo (ma qualcuno sa dove sia andato a finire?), si parlava anche di Pierre Boileau, un monumento della narrativa poliziesca francese, e dei suoi due maggiori capolavori: Six crimes sans assassin, e Le repos de Bacchus, lamentando la sua colpevole mancanza dagli scaffali dei giallofili più esigenti, se non riferendosi alla sola e vecchiotta edizione de I Grandi Gialli Pagotto.
Pierre Boileau è ai più famoso perché assieme a Thomas Narcejac, formò uno dei più innovativi e solidali connubi letterari del genere poliziesco, firmando innumerevoli capolavori, da Celle qui ne’e`tait plus, 1952(I Diabolici)  a D’entre les morts, 1954 (La donna che visse due volte) a L’Ingenieur aimait trop les chiffres, 1959 (Il quarto colpo) e molti altri. Se tuttavia con l’amico, i romanzi da lui anche firmati, scandagliavano vittime e carnefici, soffermandosi soprattutto su disturbi di personalità, generando quindi una narrativa intensamente psicologica e di suspence, fino a quando li aveva pubblicati con la sua sola firma, cioè fino all’incontro con Narcejac avvenuto in occasione della premiazione del romanzo di quest’ultimo, LaMort est du voyage, al Grand Prix du Roman d’Aventure del 1948, i suoi romanzi erano stati solo esempi mirabili di Romanzo ad Enigma.
Era nato a Parigi nel 1889. Dopo vari mestieri, aveva cominciato a scrivere e collaborare con alcuni giornali, firmando per il giornale “Lectures pour tous” il suo primo racconto col detective  André Brunel: Deux hommes sur une piste, 1932. Da quel momento, scriverà alcuni romanzi tutti col tale personaggio: La Pierre qui tremble, 1934 (La pietra che trema, 1950); La Promenade de minuit,1934 (Uno strano cliente, 1951); Le Repos de Bacchus, 1938 (Il quadro maledetto, 1950); Six crimes sans assassin, 1939 (Sei delitti senza assassino, 1950); Les Trois clochards, 1945 (R.I.E.N., 1950). Dal 1936 al 1942 pubblicò diversi racconti per la rivista Ric et Rac e taluni di essi furono ripubblicati durante la Seconda Guerra Mondiale e l’occupazione della Francia, sotto lo pseudonimo Anicet (non si è mai appurato precisamente se fosse un suo effettivo pseudonimo o un tentativo di altri di sfruttare la sua fama). Dopo la guerra, Boileau pubblicò ancora; L’Assassin vient les mains vides, 1945 (L’assassino invisibile, 1951); La bete du bois sans nom; Sans-Atout en danger, 1949 (L’ultimo proiettile, 1950); Les Rendez- vous de Passy, 1951 (Il fantasma dell’assassinato, 1950). Gli ultimi tre romanzi da lui firmati individualmente, uscirono dopo tuttavia che aveva formato il sodalizio con Narcejac. Morì nel 1989 a Beaulieu-sur-Mer.
Six crimes sans assassin, narra ancora una volta di una tragedia all’interno di un preciso gruppo familiare e del più grande successo di André Brunel investigatore, chiamato, assieme al narratore suo amico, a individuare un assassino invisibile.
Una tragedia si è svolta in un condominio: una donna è stata vista chiamare aiuto, affacciata ad una finestra, ed un attimo dopo, cadere all’indietro, mentre una scena di lotta tra due persone si è intravista alle sue spalle. La gente accorre, e in primis il portiere dello stabile che però, giunto dietro alla porta dell’appartamento presumibilmente teatro della vicenda, si accorge di aver dimenticato il pass-partout; quando ritorna sopra, questa volta con la chiave universale, ed apre la porta, si trova dinanzi una scena terribile: un uomo morto con due ferite da arma da fuoco, una donna agonizzante, che non può essersi ferita da sola, la pistola mancante, e l’assassino…scomparso. Da un appartamento chiuso: la porta di casa è impraticabile perché vi sta armeggiando dietro il portiere e varie altre persone, nelle altre camere non c’è anima viva, le finestre sono ad un’altezza tale che non possono essere utilizzate per la fuga e per di più sono guardate  da chi richiamato dalle grida, non fa altro che scrutarle, e l’unica porta che da sulla scala di servizio, è chiusa dall’interno da un catenaccio. Quindi, da dove è scappato l’assassino?
Alla domanda, apparentemente senza risposta, cercano di rispondere, oltre che Brunel, chiamato in causa da Roland Charasse, suo amico carissimo e avversario nelle aule dei tribunali, tra i primi ad arrivare sulla scena del delitto, e cugino di Marcel Vignaray, la vittima.
La domanda che sorge spontanea dopo aver esaminato la scena del delitto, è che manca Adèle Blanchot, domestica della coppia, che sarebbe dovuta essere lì e che invece non c’è: il commissario ed il portinaio, si recano al sesto piano del palazzo, dove stanno le camere della servitù, ma nella stanza di Adéle non trovano né la donna né altra cosa che serva a dare una traccia. Tuttavia lasciano un poliziotto di guardia.
Un’ora dopo Brunel, il narratore e Charasse vanno a visionare la stanza di Adéle alla ricerca di elementi sfuggiti al commissario, ma Roland, il primo ad entrare nella camera si trova dinanzi ad una terribile scena: Adéle morta sul letto. Dopo un primo istante di sbigottimento, gli altri due raggiungono il compagno e trovano la domestica, anche lei uccisa da un colpo di pistola al cuore.
Il poliziotto di guardia giura e spergiura di non essersi mosso neanche un istante dal suo posto e intanto però un cadavere si è materializzato: dell’assassino ovviamente nessuna traccia. Anche in questo caso non vi è nessuna uscita al di fuori della porta.
Si pensa a questo punto che se è stata uccisa la domestica, stessa sorte potrebbe accadere a Julien Blanchot, il marito, il maggiordomo, che è presso la villa di Vignaray. Gli telefonano e gli dicono di barricarsi in casa, di non aprire a nessuno, finchè non lo andranno a trovare. Quella sera Brunel vuole cercare altri indizi e dà appuntamento a Charasse per il mattino dopo. Tuttavia l’indomani egli non si presenta: allarmati lo vanno a cercare e lo trovano agonizzante nel suo studio, avvelenato. Si recano alla villa quindi con un taxi, Brunel, il narratore ed il Brigadiere Girard della Brigata Speciale, ma alcuni segni premonitori li mettono in allarme: un cavo telefonico tagliato, dei segni di scalfittura della pesante porta dello studio, eppure la porta è chiusa dall’interno; inoltre una pesante scrivania vi è stata sospinta contro dall’interno. Nessuno risponde ai loro richiami. Quando con molta fatica riescono a spalancare la porta, si trovano dinanzi ad un altro cadavere: su un divano giace il povero Julien, ucciso da un colpo di pistola, e dell’assassino nessuna traccia. E anche in questo caso non vi sono uscite che possano averne permesso la fuga.
Ormai ci troviamo dinanzi ad una ecatombe: i due domestici e Marcel Vignaray morti, Simone Vignaray in coma con una pallottola nel fegato, e Roland Charasse avvelenato. Ma l’eccidio non è ancora finito. Infatti nello studio di Vignaray trovano delle tracce di un possibile ricatto: ricevute di più pagamenti per somme rilevanti e un indirizzo, che si ricava essere quello del misterioso ricattatore: si chiama Alfred Rupart.
La casa viene messa sotto sorveglianza, ma proprio quando non c’è nessun poliziotto nelle vicinanze, il narraore ed amico di Brunel assiste, penetrato nella casa di Rupart grazie al pass-partout fornito dalla portinaia già contattata dalla polizia, origliando alla porta, al colloquio tra Rupart ed un misterioso altro individuo, probabilmente l’assassino, del quale Rupart deve aver saputo in qualche modo il nome: i due si stanno dando appuntamento in una villa alle porte di Parigi.
Il narratore cerca di far avvisare l’amico e si reca nel luogo dell’appuntamento dove trova Brunel e poco dopo anche Charasse, ristabilitosi grazie alle cure dei medici: i tre decidono di sorvegliare le tre uscite della villa, ma ad un certo punto sentono sparare, si affrettano ognuno dalla propria uscita verso la villa ma penetrativi, trovano Rupart morto e l’assassino ancora una volta…scomparso.
E’ troppo per Brunel! Pensava di aver trovato finalmente una traccia e si trova in mano un pugno di mosche. Attaccato da tutti, sbeffeggiato e quant’altro, si ripromette che con le sue cellule grigie riuscirà a capre come le cose siano andate: perciò si rinchiude nello studio di casa sua ed ordina al narratore ed al suo maggiordomo, di non disturbarlo per nessuna ragione al mondo. E intanto passano i giorni. Ma alla fine Brunel dice di aver capito chi possa essere. Intanto però l’ecatombe non si ferma, perchè lo stesso Charasse fa leggere agli altri due un plico inviatogli in cui lo si minaccia di morte: morirà anche lui, dentro una Camera Chiusa dall’interno, le cui uniche vie d’uscita saranno sorvegliate da persone guidate.
Brunel riuscirà a dare un nome all’assassino e a spiegare tutto nelle ultime pagine.
Il giudizio comune che la critica riserva per questo titolo è estremamente lusinghiero, soprattutto da parte dellla critica specializzata francofona. Mi preme però sottolineare che se il virtuosismo del plot è veramente notevole (soprattutto per l’epoca), presentando ben 5 Camere Chiuse nello stesso romanzo e quindi un livello di difficoltà molto alto, bisogna anche dire che le 5 situazioni non presentano lo stesso grado di difficoltà (la prima, la seconda e la terza sono notevoli, la quarta e la quinta..puerili). Per di più tra le prime tre, solo la prima è veramente spettacolare, mentre la terza è molto buona e la seconda mi sembra abbia dei difetti, riscontrabili nel grado di difficoltà, veramente altissimo: infatti, la spiegazione vorrebbe convincere il lettore che ci fosse stato il tempo per operare l’illusione, ma esso è veramente poco rispetto all’azione di estrarre il cadavere dal posto dove lo si è infilato, sollevarlo in braccio (si tratta di una donna di 40 anni, non di una bambina!) e poi deporlo sul letto, tutto in una manciata di secondi. Mi sembra che qui Boileau si arrampichi sugli specchi; invece la terza spiegazione è abbastanza convincente (in qualche modo si avvicina alla spiegazione di Carr della Camera Chiusa in He Who Whispers, Il Terrore che Mormora). Inoltre nel caso dell’ avvelenamento, il fatto di descriverlo senza minimamente accennare alla natura del veleno, ma limitarsi a dire che “il caffè era avvelenato”, significa solo deliberatamente imbrogliare il lettore, togliendogli gli indizi concernenti il veleno, come l’assassino se lo sia procurato, e quindi anche la possibilità di trovare testimonianza di chi glielo abbia venduto.
E’ tutto il plot però che risente di un preciso intento: rigettare il romanzo all’inglese, e quindi rigettare: la ricerca dell’alibi (perché nel romanzo non si accenna mai a chi lo avesse), la ricerca del movente o di colui al quale interessi la morte (il cosiddetto Cui prodest) per ricavarne un profitto, la ricerca di indizi (prove materiali, impronte, etc..).
E tutto questo perché in definitiva, la ricerca del colpevole la si ottiene solo risolvendo il rebus: ossia, solo capendo come l’assassino abbia fatto a uccidere, Boileau dice che si riuscirà ad inchiodare l’omicida. Il tutto sullo sfondo di una Parigi del tutto estraniata dalle contingenze belliche, in una dimensione a-storica, quasi che ci volesse rifugiare nella dimensione del sogno per fuggire alla triste realtà di ogni giorno; e riconoscendo un valore assoluto alla figura dell’omicida, rivalutandolo in termini morali, togliendogli ogni vellerità malvagia, e invece assegnadogli la patente di omicida per necessità. E’ come se l’indagine si sostanziasse in una partita a scacchi con l’assassino e le vittime non fossero altro che i pezzi sacrificati necessariamente perchè si realizzasse qualcosa, che a tutti i costi bisogna perseguire (in questo caso, salvare i ricordi della piccola Janine, figlia di Simone Vignaray e dell’assassino).
Tuttavia l’intento di Boileau è nettamente reazionario. Rifugge da tutta la letteratura che fino ad allora era stata prodotta, di marca inglese, rifacendosi espressamente al filone narrativo-avventuroso di Leblanc, Allain & Souvestre, Ponson du Terrail, ma forse in un modo ancor più chiuso: infatti, Leblanc, pur presentando sempre una narrativa di tipo avventuroso-enigmistico, tuttavia crea delle grandi atmosfere, che però mancano in questo romanzo di Boileau. E’ come se l’autore francese avesse deciso, nel 1939, di rifiutare in blocco tutto quello che fino a quel momento era stato prodotto, riconoscendo valore assoluto solo ai suoi miti. Del resto anche talora frasi incidentali e interiezioni, si rifanno a un tempo assai precedente al suo, e manca sia il pur minimo accenno al taglio psicologico delle situazioni, sia la suspence, pur presenti in altri grandi scrittori francesi del periodo (Steeman, Aveline, Simenon). La cosa che più mi sorprende è che, ragionando in siffatta maniera, Boileau, incontrando Narcejac, decidesse di cambiare radicalmente stile.
A latere mi sembra interessante far infine notare come le Camere Chiuse più spettacolari, siano quelle in cui non agisce mai il solo soggetto, ma ne agiscono due: come la prima di questo romanzo, ricorderò quella bellissima di Derek Smith in Whistle Up The Devil  e quella di Carter Dickson in The Third Bullet. Tuttavia ancor di più il merito di Boileau non è tanto quello di aver fatto agire due soggetti, quanto aver invertito la successione logica che chiunque è portato ad instaurare: ponendo in essere un andamento logico opposto a quello che si era seguito fino a quel momento, Boileau attraverso Brunel dimostra come il suo autore di riferimento sia, ancor più di quelli citati precedentemente, Jacques Futrelle: senza l’ausilio di nulla al di fuori del proprio cervello, il vero investigatore è in grado di risolvere l’enigma.
In sostanza, Boileau sarà a sua volta lo scrittore europeo più vicino al modello illusionistico di risoluzione di una Camera Chiusa, proprio di Clayton Rawson.
Solo che Clayton Rawson partirà da Carr, mentre Boileau da Futrelle e Leblanc.

Pietro De Palma

giovedì 18 febbraio 2016

Pierre Boileau : L’assassino invisibile (L’assassin vient les mains vides, 1945) – trad. Aldo Albani – I Grandi Gialli Pagotto, N°15 – Anno III – Milano, 1951



La Società Editrice Pagotto, se mai ha avuto un pregio, è stato quello di aver cercato, in un periodo, in cui il Giallo in Italia si dimostrava tenacemente anglofilo, di invertire il senso della tradizione, cercando oltralpe dei validi sostituti al giallo d’Albione.

Ovviamente, diciamo noi, avrebbe potuto raccogliere ben altra messe, magari attingendo a Lanteaume o a Vindry; invece egli si accontentò di pubblicare gran parte della produzione di Steeman, autore che in quegli anni era al massimo della conoscenza e della fama in Italia, e qualcuno degli autori francesi che si erano segnalati maggiormente: tra questi, Decrest e Boileau, e minori, come Duvic, Renard, Mandelstamn, Ashton, Mc Orlan. Pubblicò persino, come battistrada, il primo romanzo di Pierre Very, altro grande romanziere francese, di cui nelle Palmine Mondadori era stata pubblicata la sua Camera Chiusa, Le Vipere di cristallo  (Les Quatre Vipères), molto famoso in Francia, il cui primo romanzo, Le Testament de Basil Crookes, quello presentato come primo romanzo della serie Pagotto, aveva meritato il Prix du Roman d’Aventures .

Di Boileau, vennero pubblicati in codesta serie ben otto romanzi (precedenti come periodo, alla sua collaborazione con Thomas Narcejac): tra questi, anche, L’assassino invisibile,L’assassin vient les mains vides ” (1945).
http://www.journaux-collection.com/
Come altri romanzi di Boileau, anche questo comincia senza una introduzione: Brunel e il suo accompagnatore (che narra come di consueto le vicende) mentre sono per strada, vengono quasi investiti da un’auto sparata sulla strada come se fosse ad un Gran Premio automobilistico. Il guidatore, dopo essersi scusato, riconosce nel compagno di Brunel un suo commilitone e la stessa cosa accade a questi nei confronti di quello. Fatto sta che dopo avergli inviato tutti i gastemi di questo mondo, poco manca che l’amico di Brunel lo soffochi per gli abbracci e per la felicità. Anche costui, Georges Durban, è tanto felice, da invitarli al miglior caffè degli Champs Elisées, dove farà conoscere ai due il cugino, Alex Fontaille. Costui, nipote di una possidente, Apolline Fontaille, che l’ha cresciuto come un figlio, si è unito sentimentalmente con una nota ballerina di locali notturni parigini, Monique Clerc. Sin dal primo momento, dimostra di essere tutt’altro che sereno e ciononostante insiste perché i due amici del cugino, che egli non ha mai conosciuto personalmente, ma conosciuto per sentito dire, vadano con lui alla tenuta della zia, Les Chaumes.

Mentre stanno a Parigi, Brunel si accorge che qualcuno li sta tenendo d’occhio, e più tardi riconosce in costui il domestico personale della vecchia Apolline, Simon.

La vecchia, appena arrivati, nonostante Alex sia il suo nipote prediletto, non lo saluta, mentre maltratta l’altro nipote, Georges reo di non averla frequentata negli ultimi tempi, e accoglie i nuovi venuti con molte smancerie.

Avute le stanze, dopo cena, Brunel, Pierre, Alex e la fidanzata, decidono di giocare a bridge, dopo che hanno fumato e bevuto, mentre Georges fa un giro fuori, nel giardino. La vecchia chiede ad Alex di passare a fare un’ispezione e di chiudere tutto, cosa che Alex fa, per poi tornare dai compagni: mentre tuttavia stanno giocando, sentono delle grida altissime, provenire dal primo piano, dalla stanza della vecchia. Lanciatisi per le scale, la trovano pugnalata, in un lago di sangue: mentre Alex resta a vegliare il cadavere della zia, Brunel e Pierre si dividono i compiti: uno va sopra e uno giù: Pierre appura che se mai qualcuno fosse entrato dal di fuori in casa, si sarebbe trovato davanti Gustave, che stava rimettendo a posto il vasellame e le posate usate per la cena, quindi l’assassino può essere andato solo sopra, al secondo piano, dove non trovano nessuno. Dal secondo piano, è sceso solo Simon, il domestico personale di Apolline Fontaille, fidatissimo, con i piedi nudi nelle pantofole e la veste da letto infilata alla bell’e meglio nei pantaloni: a meno che non sia lui l’assassino, questo deve essersi volatilizzato: infatti, anche se la finestra era aperta, essendo estate, l’assalitore non può essersi calato, perché sull’edera che si abbarbica sulle pareti esterne, non si nota nulla che possa far supporre tale ipotesi. L’assassino, se non è Simon, si è volatilizzato. Ma perché Simon avrebbe ucciso la vecchia? Non aveva nessun motivo per farlo, tanto più che percepiva un salario altissimo, non commisurato alle sue mansioni: se in un primo tempo si sospetta un ricatto, poi si viene a sapere che Simon era carissimo alla vecchia che lo aveva allevato da quando era piccolo, salvandolo dalle grinfie di genitori snaturati che lo bastonavano senza pietà pur in tenera età, e lui aveva sempre ricambiato con dedizione e affetto la cura della sua padrona. Quindi, Simon è da escludere: ma allora dov’è finito l’assassino? E cosa stava facendo Simon a Parigi? E’ chiaro tuttavia che egli debba conoscere qualcosa che non intende rivelare, che possa esser messo in relazione con l’omicidio della vecchia.

Dall’esame del corpo della vecchia, che è indubbiamente morta, si scoprono due ferite molto vicine, segno di due pugnalate: l’arma è un tagliacarte affilatissimo, trovato vicino al copriletto, con un manico intarsiato, tanto da eliminare la possibilità che su di esso possano trovarsi impronte.

In attesa che l’indomani arrivino i poliziotti, Pierre dovrà vegliare, alternandosi a Brunel, il cadavere della vecchia, nella sua stanza. Ma, Pierre si addormenta;  ad un certo punto, tuttavia, si ridesta, sudando dalla tensione, perché si accorge che nel buio della stanza, c’è qualcun altro che si muove: vorrebbe fare qualcosa ma non ha armi e quindi pensa al da farsi, mentre l’altro sta prendendo delle carte, di cui sente il fruscio. D’improvviso, si ricorda del campanello elettrico che la vecchia aveva fatto sistemare nella sua camera, che usava per chiamare Simon: lo preme ripetutamente, e poco dopo sente qualcuno che bussa alla porta. Dopo il suo invito a entrare, l’interruttore della luce viene premuto, la luce si irradia nella stanza: Simon è sulla porta. Ma oltre lui, Pierre, nella stanza c’è solo il cadavere della vecchia: a meno che essa sia un vampiro, anche stavolta il misterioso visitatore si è volatilizzato.

Possibile che vi sia un passaggio segreto? Impossibile. Tutti negano che vi sia. E allora? Come ha fatto il visitatore ad eclissarsi? Brunel è dubbioso, ma Pierre insiste. Inoltre ha sentito un fruscio ed un rumore caratteristico, come di qualcosa che fosse stato aperto. Brunel ha un’illuminazione: il secretaire. Lo aprono, e lì, da un cassetto, vedono uscire una carta: è un testamento olografo che sostituisce un altro precedente: in esso Georges Durbans viene nominato unico erede. A questo punto, se mai si era fatta strada la possibilità che fosse lui l’assassino (del resto era nel giardino, era l’unico che del gruppo, non fosse assieme a Brunel e Pierre) ora diventa una possibilità più reale, anche se Georges sembra tutto fuorchè un assassino. La cosa strana è che la vecchia aveva prima di allora redatto altro testamento che nominava Alex suo erede universale: perché quel testamento allora? Brunel si maledice di non aver esaminato subito dopo il ritrovamento del cadavere il secretaire, perché ora doppia è la possibilità: perché il visitatore ha aperto il secretaire? Chi ha messo quel testamento, vergato con calligrafia che sembra quella della vecchia ma tremolante, come se la mano che l’avesse buttata giù non fosse stata del tutto sicura: la stessa Apolline Fontaille o l’assassino? In altre parole è un testamento vero o falso?

Nenche il perito calligrafo nominato l’indomani per dare un giudizio, si sbilancia di molto: sembrerebbe essere della vecchia, ma poi non è del tutto sicuro.

Mentre non si riesce a cavare un ragno dal buco dalla morte dell’anziana donna, e Brunel teme che qualcos’altro possa accadere (e vedono che dalla camera di Simon in pieno giorno esce del fumo come se stesse bruciando qualcosa, che poi riescono con un tranello a verificare cosa sia, cioè della corrispondenza con Monique pare), ecco che un secondo delitto, turba l’atmosfera: viene ucciso Alex, anche lui pugnalato al cuore da un tagliacarte molto simile al primo. Pierre vede un’ombra che si cala dalla finestra, si butta addosso, ma quello lo evita, invece di uccidere anche lui: perché mai ha rischiato di essere preso, se ha prima ucciso un uomo, ed ora invece non ha voluto aggredire Pierre?

Brunel. Indaga e scopre che quell’ombra era qualcuno che si era incontrato con Alex: che era il primo marito di Monique, un gentiluomo. Se non è stato lui ad uccidere Alex, chi è stato? Simon, Monique, Gustave , Brigitte, o Georges? Siccome è stato escluso che per la forza necessaria a sferrare quella pugnalata sia stata una donna, rimangono tre uomini: Gustave, Simon o Georges?

Per di più, Alex, prima di essere trovato ucciso, aveva chiuso con due scatti la porta e di questo Pierre era sicuro, perché aveva sentito distintamente i due scatti: ma poi, dopo la scoperta del cadavere di Alex, hanno trovato la porta di casa non più chiusa a mandate: il che significa che vi è un complice oltre che un assassino, che evidentemente non sa che l’assassino è scappato dalla finestra, perché evidentemente il piano presumeva che egli dovesse scappare attraverso la medesima uscita, per cui sicuramente dovrà ridiscendere per chiudere la porta ed impedire che si possa pensare  a lui come complice, a meno che egli non sia Simon, che in quanto maggiordomo, ha anche il compito di chiedere e aprire la porta di casa di mattina. Si mettono d’accordo per vegliare la porta così da beccare il complice oppure no, nel qual caso sarebbe vera l’altra ipotesi. Nessuno scenderà. Brunel, dopo una notte insonne, riuscirà a dare un nome all’assassino e a risolvere l’enigma, scoprendo come la veste da camera della donna presenti non due ma un solo taglio, cosa non opportunamente vagliata in sede di ricostruzione del delitto. E anche ad assolvere dall’accusa di complicità nell’assassinio di Alex, Simon.

Romanzo estremamente godibile, si basa su un Delitto Impossibile, e su una Camera Chiusa, da cui un ladro è stato capace di volatilizzarsi.

Alla base dell’enigma è la risultante del ragionamento di Brunel: “i fatti si presentano così: l’assassino si presenta ai suoi…nemici senza sapere esattamente ciò che farà, e questi temono terribilmente quella visita, senza tuttavia potere prevedere come si svolgerà. L’uno non ha armi per uccidere, gli altri non ne hanno per difendersi”. Infatti per due volte l’assassino ha usato qualcosa che era in casa, e quindi, non era premeditato che uccidesse, altrimenti avrebbe portato con sé un’arma. Eppure deve avere un complice, e quindi ha premeditato di introdursi in casa. E per che fare?

Boileau, come altre volte, si arrampica sugli specchi: dimostra un virtuosismo ineguagliato ( eguagliato solo da Vindry e da Lanteaume), nel proporre un problema e la sua soluzione, avendo a disposizione pochi ingredienti, cosa che del resto è un po’ la tipicità dei romanzi francesi del periodo: insistere sul mistero, proporne uno o più abbastanza allettanti, senza invece allargare la rosa dei sospettabili, perché non dalla contrapposizione di alibi e moventi deve uscire la soluzione, ma dalla proposizione del problema in sé, in quanto in sostanza è su questo che il plot e le sue variazioni, si regge. Inoltre altre due differenze con quello anglosassone si manifestano: innanzitutto non vi è mai una vera e propria introduzione, in cui matura il delitto, che invece è caratteristica tipica del romanzo poliziesco britannico (ma non di quello americano); e quindi , come conseguenza di ciò, il romanzo poliziesco francese, e in particolar modo quello di Boileau, basa la propria trama su qualcosa che avviene casualmente, senza che il lettore abbia assistito o sappia già o almeno immagini per quale motivo un determinato delitto si sia consumato: è un romanzo, potremmo dire, di tipo poliziesco-avventuroso, erede delle atmosfere da feuelliton, un feuelliton drammatizzato, di Leroux e Leblanc; seconda differenza, direi, è insita nel fatto che, mentre il romanzo poliziesco britannico, proprio per differenziarsi da quello d’appendice, in cui se c’era un delitto, bisognava cercare la donna e il maggiordomo, tende a presentare tra i sospettabili tutti i possibili personaggi con l’esclusione dei domestici (e questo sostanzialmente per un classismo sociale, quasi razzistico,  che presenta i domestici  un gradino più in basso rispetto alla nobiltà o all’alta borghesia, l’unica che potesse consumare un delitto perfetto, che per intelligenza non poteva essere appannaggio di un ordine sociale inferiore), nel romanzo poliziesco francese, come conseguenza del fatto che domestici, padroni, poliziotti, giudici istruttori, tutti nell’ambito delle proprie mansioni sono cittadini della repubblica, anche i servitori sono sospettabili al pari dei padroni. Questo, allarga la rosa dei sospetti, che però, come abbiamo riferito precedentemente, è sempre abbastanza contenuta. Questo porterebbe ovviamente ad un lavoro più semplice per i detectives, e quindi c’è la necessità di voltare e rivoltare la matassa, non solo per allungare il brodo (non a caso i romanzi francesi dell’epoca non sono così lunghi come quelli anglofoni) ma anche per non attenuare la tensione narrativa che altrimenti si infiacchirebbe naturalmente.

Nel caso di questo romanzo, le peculiarità, oltre che insistere sugli argomenti che abbiamo testè sottolineato, rivelano un ragionamento sottilissimo, un vero e proprio virtuosismo della deduzione e del sofismo, vorrei dire di tipo alessandrino- bizantino: in grado di rivoltare il problema dando di ciascun fatto due o più possibili soluzioni, da cui derivano altrettante diverse risultanze, che riguardano qui soprattutto: il testamento, vero o falso (potrebbe essere che l’assassino avesse creato uno falso per creare un colpevole perfetto, cioè Georges; oppure è falso perché inserito da Georges, oppure è vero, e allora  è stato inserito tempo prima dalla vecchia Fontaille); il ladro invisibile: come ha fatto a sparire; il problema sulla serratura della porta d’entrata e sulle due mandate e su un possibile complice; il problema dell’esistenza di due ferite e del fatto che la veste da camera presenti un solo taglio; come ha fatto a sparire l’assassino; perché Alex ha cercato di difendersi con un ceppo di legno preso dal caminetto (questo gli è stato trovato stretto nella mano); come mai non esiste un complice; cosa l’assassino o il ladro hanno preso dal secretaire.

Così facendo Boileau riesce a tenere la tensione molto alta, e se fino a quel momento il lettore ha avuto pochi sospetti e quindi in sostanza è stato portato a concentrare la propria attenzione su pochissimi, perché due Alex e Monique sono  tenuti fuori dalle indagini proprio perché giocavano assieme a Brunel e Pierre, a bridge (un gioco che compare spesso in romanzi dell’epoca, da De Angelis ad Agatha Christie, da Dorothy Sayers a Stanislas-André Steeman), proprio durante la soluzione, in cui catarticamente la tensione dovrebbe cadere, in questo di Boileau, essa invece si accresce spasmodicamente perché in un finale assolutamente inaspettato, avviene tutto ed il contrario di tutto. E tutto viene spiegato, sia come un assassino ed un ladro, persone diverse, possano svanire in ambienti circoscritti senza che essere scoperti, sia come in un assassinio in cui non può non esserci un complice, esso invece manchi; e come infine Simon, pur non essendo l’assassino e tantomeno il complice dell’assassino nell’omicidio di Alex, è in un certo senso complice di altro assassino, quello della vecchia, pur non potendo in nessun modo esser coinvolto nell’omicidio di questi.

Straordinario. Il modus agendi nell’assassinio della vecchia Fataille, si trova già in altro romanzo di Vindry, che verrà ripreso in un romanzo celeberrimo di Agatha Christie. Non so se Boileau avesse letto quel Vindry o la Christie, ma certo è che il delitto si spiega prendendo le mosse da uno dei due.

Comunque Boileau straordinario lo è davvero perché, e questa è la sorpresa maggiore, lungi dal creare un romanzo basato solo ed esclusivamente su indizi, proprio nella soluzione rivela un meccanismo molto cerebrale, con un risvolto psicologico assai accentuato, che concerne il modo di mischiare le carte e volgere l’attenzione del lettore, creando i presupposti perché, sulla base di atti molto ovvi, egli sia portato a credere una cosa invece di pensarne un’altra. Per dare la misura di questo meccanismo stilistico di altissimo virtuosismo, sottolineo due momenti peculiari che per me danno la misura vera della creatività e della forza del ragionamento di Boileau: la chiusura della porta d’ingresso, e la volatilizzazione del ladro dopo che Simon ha bussato tre volte alla porta della camera dove è il cadavere della signora vegliato da Pierre.

Un romanzo veramente magnifico.

Pietro De Palma