martedì 22 marzo 2016

Agatha Christie: Problem at Sea, - trad. Lydia Lax ( in Il Giallo Mondadori presenta "LA MORTE SOTTO CHIAVE", 1996)



Problem at Sea a differenza di The Dream, è un racconto più leggero, più brioso. E ha anche un’atmosfera più gaia, laddove il primo è sostanzialmente plumbeo. Ma in agguato c’è sempre il Poirot che conosciamo che riserva un finale memorabile.
Il racconto apparve in due diverse raccolte: Poirot’s Early Cases del 1974, che conteneva racconti pubblicati tra il 1923 ed il 1935, e The Regatta Mystery and Other Stories, altra collezione ma di molto anteriore, essendo uscita nel 1939.  In origine era uscito per la prima volta nel 1936, nel supplemento settimanale This Week.


Poirot in questo caso è su una nave da crociera diretta in Egitto. Soffre per il mal di mare e quindi per non pensarvi, cerca di seguire le conversazioni degli altri passeggeri e se invitato, parteciparvi. Così, tra l’altro segue la conversazione tra la Sig.na Henderson, una donna già anziana che sta parlando col Generale Forbes, un vecchio militare, burbero ma dignitoso: l’oggetto di conversazione è il maggiore Clapperton, un ex showman che, ferito in guerra, è riuscito a fare un matrimonio da favola, sposandosi con una ricchissima ereditiera che impiega il suo tempo assistendo i feriti di guerra. Il generale ha per lui parole poco lusinghiere: lo definisce in parole povere un pusillanime.
La sig.na Henderson è segretamente innamorata del Maggiore, odiando la di lui moglie che lo vessa in continuazione rendendogli la vita un inferno e facendogli continuamente pesare la condizione di poveraccio, cosa che il marito non sembra prendere in considerazione, innamorato com’è della moglie. Anche due ragazze, a bordo della nave, cercano in tutti i modi di svegliare il piacente Maggiore, proponendogli l’indomani, che la nave attracca ad Alessandria, una gita a terra: la moglie ovviamente non verrà. Intanto è Poirot che attacca conversazione proprio con la moglie, ipocondriaca ed egocentrica, che cerca di spacciarsi per eterna malata senza esserlo. Liquidata la donna con una battuta arguta, Poirot raccoglie un frammento di carta con quella che sembra una pozione di Digitale. Anche altri passeggeri criticano la Signora Clapperton, giudicando pericoloso il suo modo di fare. La sera, si organizza una partita a bridge, ma il maggiore non affianca la moglie, e questa lo critica: la ragione è, come spiega lui agli astanti (le ragazze e Poirot) è che lui è un ex intrattenitore, abilissimo nel maneggiare le carte da gioco, tanto da saper distribuire carte ai giocatori riuscendo a dare a ciascuno dei quattro, compreso se stesso, quattro scale perfette dall’asso al Re, seme per seme. La sua abilità di prestidigiatore renderebbe assai sospetta la sua partecipazione a giochi di carte e per questo lui cerca di sottrarvisi elegantemente affermando falsamente di non saper giocare.
L’indomani mattina, mentre la nave sta attraccando ad Alessandria, le due ragazze cercano di tentare con la loro gioventù e freschezza il maggiore che, tentato, chiede tuttavia alla moglie, che si è chiusa dentro la loro cabina, se voglia unirsi a loro nella gita, ma la risposta è negativa. Al colloquio, casualmente assiste anche Poirot. Alcune ore dopo, quando il marito torna dall’escursione, non essendo ancora apparsa la moglie, vanno a svergliarla, ma la cabina è chiusa dal di dentro ancora e regna il più completo silenzio; dopo aver tentato invano di farsi aprire, buttano giù la porta e trovano la Sig.ra Clapperton uccisa con un coltello piantato nel cuore: per terra grani di collane.
La finestra è aperta ma è troppo piccola perché un uomo possa entrarvi, e per di più all’ora in cui il delitto deve essersi svolto, cioè in piano giorno, se qualcuno fosse uscito da lì avrebebro dovuto vederlo per forza e la sig.ra sicuramente non avrebbe aperto a venditori ambulanti la sua porta della cabina, quando essa aveva rifiutato di farlo a suo marito. E allora?
Il colpevole più ovvio sarebbe il marito, se non vi fosse il fatto che egli era fuori in compagnia delle due ragazze nel tempo presumibile in cui la donna è stata uccisa.
Poirot tuttavia arriva ben presto alla verità, supponendo come il delitto possa essere stato commesso e da chi, e giungendo a far tradire lo stesso assassino, facendolo assistere ad uno sketch teatrale, istruita una ragazza in tal senso: la brevissima rappresentazione fa capire all’assassino di essere stato scoperto, ed, essendo lui malato di cuore, cosa di cui si è accorto Poirot avendo osservato come le sue pupille erano dilatate come se assumesse della digitalina, muore per un attacco fatale di cuore.
Nell’apologo della storia Poirot riassume gli aventi, spiegando come la donna sia stata assassinata, e come lui sapesse che l’omicida era malato di cuore.
Il finale come ho detto è memorabile. Ellie Henderson mormora contrita, rivolgendosi a Poirot:
-E’ stato un trucco..un trucco crudele! E Poirot risponde: - Io non approvo il delitto.
In questo brevissimo dialogo fulminante è contenuta l’essenza del racconto: la sig.ra Henderson che aveva già capito chi fosse l’omicida ma aveva taciuto in qual modo addebitando alla vittima la colpa di essere stata alfine uccisa; e Poirot, che si assume la parte anche di chi avrebbe voluto che non vi fosse alcuno scandalo.
In sostanza, rapportando questo racconto a quello precedentemente esaminato, riscontro come quello avesse un metodo senza dubbio più originale di quello qui usato: il trucco del ventriloquo, era stato già esperito in Carr parecchi anni prima. Come sia stato attuato non lo dico, lasciando che il lettore si procacci il racconto e si gusti la storia.
Carr aveva già utilizzato la tecnica del ventriloquismo in uno dei suoi primissimi racconti (vedi mio articolo sui quattro racconti di Bencolin, in questo blog già apparso): The Ends of Justice, del 1927, per spiegare come in una stanza si fosse sentita la voce di qualcuno che in effetti non era presente. E di ventriloquismo si era ancora parlato, per esempio in The Red Widow Murders di Carter Dickson (sempre Carr) del 1935. Quindi di esempi non ne mancavano alla Christie che confezionò questo breve racconto. Il fatto che sia appunto estremamente succinto, condensa la soluzione in poche pagine, e toglie ovviamente parecchia suspence, perché l’omicida non può che essere o uno o l’altro di due persone: solo due avevano l’interesse a che la Signora Clapperton morisse.
Non a caso, nella serie televisiva britannica in cui Poirot è stato interpretato da David Suchet, l’adattamento televisivo di questo racconto (Stagione 1^ Episodio 7) ha dovuto tener conto di un rimpinguamento dei personaggi presenti nel cast e nel racconto originale con altri assolutamente inventati, perché altrimenti l’esiguo numero dei sospettabili non avrebbe tenuto  alta la suspence e la rivelazione finale.

Tuttavia, mi pare di cogliere uno dei lati meno scrutati della personalità di Poirot: la sua voglia di giustizia e come egli non approvi il delitto. In sostanza Poirot è espressione del ristabilimento dell’ordine e dell’applicazione della giustizia: egli si sente come un inviato da Dio, si sente investito, nel suo egocentrismo, di un potere enorme di cui disporre, quando non applicato da altri: il potere di vita o di morte. Questa tendenza a far giustizia, provocandola in certo modo, si estrinsecherà alla fine della sua carriera di investigatore in “Sipario” (Curtain, 1975), ultima avventura di Poirot ma risalente nella stesura alla seconda guerra mondiale, quando per punire un assassino che nessuno riuscirà a condannare, Poirot si assumerà il ruolo di angelo vendicatore.
In questo Poirot è certamente differente da tutti gli altri investigatori dilettanti, per cui fermare l’assassino non coincide con aiutare la giustizia ma in una partita a scacchi che si vuole vincere: ciò che accade dopo non è un problema dell’investigatore. Per Poirot questo non vale. Perché lui è un ex poliziotto.
Pietro De Palma