giovedì 27 marzo 2025

Roger Scarlett : Gli Omicidi di Beacon Hill ( The Beacon Hill Murders, 1930) - trad. Dario Pratesi

 


 

Per qualche notizia didascalica, rimandiamo al precedente articolo su romanzi di Roger Scarlett (vedasi Il Mistero della Piuma Bianca, The Back Bay Murders).

Il precedente articolo verteva sul secondo romanzo della coppia di autrici che scelsero come loro pseudonimo comune, Roger Scarlett, The Back Bay Murders, uscito sempre nel 1930. Oggi prendiamo in esame invece il loro esordio, pubblicato nel febbraio 1930: The Beacon Hill Murders (una volta tanto pubblicato in Italia con traduzione fedele del titolo): Gli omicidi di Beacon Hill.

L'ispettore Norton Kane della Polizia di Boston, è alle prese con un doppio delitto maturato a casa Sutton.

Viene avvisato dal suo amico Underwood, testimone indiretto dell'assassinio di Alfred Sutton, di recarsi a casa della vittima. E qui si snoda tutta l'indagine.

In sostanza Alfred Sutton, patriarca della famiglia, uomo privo di scrupoli, che si è creata una solida posizione del jet set cittadino, pur dal nulla e che ha fama di ricco parvenu, viene ucciso nel suo salotto, mentre sta conversando amabilmente con la bellissima e ben introdotta nei salotti cittadini, Signora Anceney, ricca vedova, di cui pare si sia invaghito. Per l'occasione della cena a casa sua, le ha regalato un ciondolo con un pezzo unico di giada cinese, incisa. Mentre stanno parlando, Sutton viene ucciso da un colpo di pistola al cuore, sparato da qualcuno che si suppone ragiovevolmente, in base alla traiettoria del proiettile, stia dove stava Anceney, che quindi viene sospettata dell'omicidio. Passa poco tempo relativamente, e la Signora Anceney, viene uccisa, sgozzata con un rasoio mella sua camera da letto,

Il problema, è che non si capisce come ciò sia avvenuto. Perchè a guardia della bellissima Signora Anceney, sospettata del primo delitto, è posto un agente, che sorveglia la porta. Che ha lasciato il suo posto di guardia solo quando ha portato del vino nella sua camera (ma la vittima era viva), quando è andato al bagno un attimo (un minuto) e quando è andato ad aprire la porta: ma comunque tempi brevissimi, in cui l'assassino avrebbe dovuto uccidere la vittima, lasciare il rasoio ben in vista e fuggire senza che nessuno lo vedesse. Aggiungasi che sia nel primo che nel secondo omicidio, le finestre erano ermeticamente chiuse. E che il secondo omicidio è una diretta conseguenza del primo: forse che la vittima del secondo, avesse visto qualcosa che non doveva vedere? Ma del resto come è possibile che fosse stato ucciso Sutton, se non era stata la Anceney ad ucciderlo? La balistica impone che l'assassino fosse stato dove era la Anceney, perchè la traiettoria del proiettile aveva una angolazione tale che il colpo per forza era stato sparato vicino all'angolo sinistro del camino.

E dove portano, la sparizione del ciondolo di giada e il ritrovamento casuale da parte di Kane, di un pezzo di stoffa insanguinata, tra le pieghe della tenda della finestra della stanza da letto della Anceney?

E oltre ai movimenti ambigui dei familiari (della moglie di Sutton, della figlia Katherine che amava molto il padre, del figlio James che non vedeva l'ora di divenire erede, del cognato Walton, un po' tocco, che si lamentava della poca sufficienza con cui era trattato da Sutton), c'è da valutare la presenza ambigua dell'amico di Sutton, Gilroy, che sembra avere interessi nella vicenda: aveva falsificato assegni con la firma dell'amico, e sperava di rientrare in possesso di una nota in cui si autoaccusava della vicenda, custodita in una piccola cassaforte murale. Gilroy si scoprirà che era il fratello della seconda vittima.  Tutti erano assieme nella sera in cui era stato invitato anche Underwood, l'amico di Kane. E proprio Underwood, assieme a Moran, sergente investigativo, assise nelle indagini Kane, che dopo aver trovato il ciondolo di giada in un cassetto segreto di una scrivania, e un pezzetto di piombo rimuovibile da una delle fnestre, elaborerà una teoria, e avvalendosi anche di una ricostruzione del secondo omicidio, inchioderà l'assassino alle sue responsabilità.

Questo primo esordio, sarebbe dovuto essere col botto, come si suol dire, perchè le due coautrici avevano pensato ad una vicenda che si snodasse avendo come due punti cardini, due delitti avvenuti in circostanze impossibili. E in effetti una buona parte del romanzo, quella che supporta l'assassinio delle due vittime, fino a che Kane non comincia a elaborare le sue teorie, è costruita in maniera spettacolare, avvalendosi addirittura di tre mappe: una del piano delle camere da letto, una della stanza dove fu ucciso Sutton e quella della camera da letto della Anceney. Il problema di questo primo romanzo è però nell'abbondanza di carne messa sul fuoco: ce n'è troppa. I troppi indizi, e per di più alcuni vengono trovati o pensati senza che siano stati spiegati (uno su tutti, la stoffa insanguinata trovata celata dal panneggio del tendaggio delel finestre: perchè si trovava lì si capirà, ma perchè una stoffa insanguinata, e da dove veniva, non viene spiegato. Ma poi anche pistola e rasoio che si trovano nelle stanze da letto, e la cui presenza viene spiegata come un gioco di prestigio, ma senza che se ne fosse avvertita la presenza subito: compaiono, come  caduti dal cielo), si possono spiegare come la volontà di creare una trama spettacolare, non avendo però le due coautrici ancora l'esperienza letteraria per riuscire a spiegare tutto ciò che mettono dentro. E' in altre parole, una meravigliosa opera acerba, che pone in essere due delitti spettacolari, che hanno punti di contatto con altre opere precedenti e successive.

Sicuramente, la balistica che entra in scena per spiegare il modus operandi del primo delitto, è una conseguenza dell'esordio di Van Dine, in The Benson Murder Case: anche lì la balistica ha una parte importante per spiegare la dinamica del'omicidio. Ma anche la spiegazione del secondo omicidio, ha punti di contato con altri romanzi: mi viene in mente per esempio la spiegazione, di un romanzo di qualche decennio fa di Paul Halter, A 139 pas de la mort.

Come dissi recensendo la seconda opera di Roger Scarlett, Norton Kane è sicuramente un eroe vandiniano, ma che non ha tutta l'enciclopedica cultura di Philo Vance. E' più un detective ibrido, un vandiniano holmesiano, direi molto vicino al Thatcher Colt di Abbot, o a Michael Lord di Daly King. Altri dati che affermano la paternità vandiniana dell'opera, è la coppia Kane-Underwood, che ricorda quella Colt-Abbot o Vance-Van Dine, in cui l'avvocato Underwood, nel nostro caso presente a casa Sutton in quanto esecutore testamentario della vittima, narra in prima persona, come fa anche nei suoi romanzi Van Dine. Mentre Moran fa il sergente Heath di Van Dine. Ed è troppo vicino nel tempo The Greene Murder Case, del 1928, per non affermare la filiazione di Beacon Hill dal romanzo di Van Dine, che ha anche un altro evidentissimo punto di contatto col suo genitore, che riguarda l'assassino. E sempre col romanzo di van Dine, questo di Scarlett condivide anche l'esistenza di cassetti segreti: là ce n'era uno che nascondeva la pistola, qui uno nella scrivania che contiene il ciondolo di giada.

Lo stile che imprimono le due co-autrici fa sì che la narrazione proceda fluida, nonostante le tante situazioni narrate, ma certo non è lo stile sontuoso di S.S. Van Dine. Devo dire in tutta sincerità, che circa 80 pagine prima della rivelazione, ho indovinato chi potesse essere l'assassino e il movente (che non è facile da immaginare), sulla base di un'astrazione per ciò che si dice all'inizio del romanzo. Possibile che...? Sì, è proprio così. Mentre il modus del primo e del secondo sono una genialata di chi ha scritto il romanzo (anche se il secondo mi sembra un po' tirato per i capelli: se davvero si fosse verificata così la cosa, si sarebbe dovuto pensare che la gente normalmente è cieca e sorda, oppure assai impressionabile come accade nel caso della pistola e rasoio che compaiono d'incanto laddove non c'erano prima). Insomma, si pretende che le cose vadano così perchè così devono andare.

Tuttavia anche se opera acerba, riesce a tratteggiare a tutto tondo i personaggi, dall'infido Gilroy, al malevolo e ridicolo Walton, dall'appassionata Katherine, alla succube Mrs Sutton, dal padrone di casa pieno di sè, alla sua fiamma, la Signora Anceney che rischia le proprie virtù per aiutare il fratello fetente. E riesce a dare anche un'immagine ben definita sia di Underwwod, il narratore in prima persona, anche troppo poco leone per stare accanto al grande Norton Kane, che invece riesce a dare la giusta luce, a degli avvenimenti che presi in sè, non direbbero molto.

In un blog americano che dà anche il punteggio in stelle, viene dato un voto di 4,25 su 5 mentre al secondo 4,50. 

Sono sostanzialmente d'accordo.

Un bel romanzo, ma non un capolavoro.

Pietro De Palma


 

domenica 2 marzo 2025

Anthony Berkeley: Caffè al veleno a Piccadilly (The Piccadilly Murder, 1929). Trad. Dario Pratesi. I Bassotti N.85, Polillo Editore, 2010

 

 


 

Nuovo appuntamento con Anthony Berkeley, questa volta su questo blog e la ragione è semplice: per quanto nessuno lo dica, The Piccadilly Murder, tradotto in Italia come Caffè al veleno a Piccadilly, è un romanzo con un delitto impossibile, anzi "un signor romanzo con delitto impossibile", probabilmente un capolavoro, il secondo capolavoro del 1929, quando il primo, lo ricordo, era stato il celeberrimo  The Poisoned Chocolates Case. E con quest'ultimo, The Piccadilly Murder, ha in comune due personaggi:  Ambrose Chitterwick, uno dei sei appartenenti al Club del Crimine (un club immaginario, ma neanche tanto, che sembra rieccheggiare Il Detection Club, da lui fondato nel 1928), quello che conclude con la sua, la serie delle sei ipotesi che stanno alla base del romanzo, individuando l'omicida (lui che prima di elaborarla è solo un personaggio insignificante, ma dopo viene accreditato dai suoi compagni di club, quale un criminologo) e l'Ispettore Capo Moresby di Scotland Yard; e un avvelenamento. In sostanza The Piccadilly Murder, concede la parte di primo attore, e i riflettori per tutto il romanzo, all'amico di Sherringham, il mite ed impacciato Chitterwick, che aveva saputo risolvere  il Caso dei cioccolatini avvelenati. E la dimostrazione del suo ingegno, è proprio questo romanzo (e Trial and Error, che apparirà prossimamente in Italia, finalmente tradotto): è come se Berkeley, non volendo inflazionare troppo la figura di Sherringham, avesse voluto sostituire ad essa quella di Chitterwick, riconoscendone la portata e il valore, in un caso in cui, ancora una volta, si parla di avvelenamento.

Ambrose Chitterwick, è nella sala del Piccadilly Palace Hotel (uno dei più lussuosi hotel di Londra), ed è intento a sorseggiare un caffè, quando la sua attenzione si fissa su una signora anziana, e sul suo ospite, un tizio coi capelli rossi, che all'interesse di Chitterwick replica con maligni sguardi. Tra l'altro pare che armeggi con una tazza di caffè. Ad un certo punto Chitterwick viene contattato da una cameriera a causa di una telefonata per lui, che si rivela falsa. Quando ritorna al suo posto, l'uomo è scomparso, e la donna è assopita. Come guidato da un sesto senso, Chitterwick va a vedere casomai si senta male , accorgendosi che invece è morta, e dal fatto che aleggia un odore di mandorle amare, ipotizza un avvelenamento con acido cianidrico. Chiede con insistenza il direttore, e gli intima di mettersi in contatto con la polizia, anzi con Scotland Yard, e siccome vorrebbero chiamare la Polizia metropolitana pensando ad un suicidio, visto che sul tavolino è presente solo la sua tazzina di caffè, lui chiama Moresby, Ispettore Capo di Scotland Yard che aveva conosciuto già nel Caso dei Cioccolatini Avvelenati. Ovviamente anche Moresby si ricorda di lui, l'amico di Roger Sherringham. E quindi Ambrose gli esprime le sue perplessità, sulla presenza di un uomo al tavolo della signora e di una tazzina da caffeè scomparsa. Oltretutto nella mano della vittima è stata trovata una fiala, ma non stretta ma adagiata, come se fosse stata messa dopo la morte. Chi è il misterioso uomo? Da una lettera che trovano nella borsetta, attraverso un ragionamento si è portati a pensare che sia Lynn Sinclair nipote di Miss Sinclair , la vittima, donna che aveva ereditato un notevole patrimonio, il cui unico erede è appunto Lynn. Lynn, viene arrestato nella sala : è lui l'accompagnatore dai capelli rossi. In seguito a tutta una serie di prove, quella testimoniale di Chitterwick, e quella fattuale (le impronte chiarissime dell'uomo sulla fialetta contenente resti di acido prussico). Lynn viene arrestato e accusato di omicidio premeditato. Il testimone a carico dell'accusa è Chitterwick. Ad un certo punto però inaspettatamente, dopo esser stato invitato a casa di una duchessa, Lady Milborne, che lo attira falsamente dicendo di essere stata compagna della zia di Ambrose, conosce il fratello di lei, detto Pulcino, che è amico strettissimo di Judy Sinclair, e la stessa moglie di Lynn. Messo alle strette, e implorato sia da Lord Milborne che da Lady Milborne e da Pulcino e ovviamente da Judy, Chitterwick, pur sapendo che dovrà testimoniare quanto visto, intraprende una indagine, coadiuvato da Judy e da Pulcino (Pulcino è innamorato di Judy e farebbe qualsiasi cosa per farla felice, anche salvare la vita di suo marito), per dimostrare l'innocenza di Lynn, in una strenua battaglia contro i mulini a  vento.

Riesce ben presto a scoprire dalla testimonianza di una cameriera, che sul tavolino era stato visto anche un bicchierino di liquore, che poi era scomparso; che la Signorina Groole, dama di compagnia di Miss Sinclair, usa un paio di occhiali falsi privi di lenti ottiche; che il caffè non era stato il mezzo usato per uccidere, perchè altrimenti la signora sarebbe morta sotto i suoi occhi presente l'uomo, essendo il veleno in quantità tale da provocare la morte in rapidissimo tempo; che la cameriera che era venuto a chiamarlo, non esisteva; che qualcuno doveva aver preso una stanza dell'hotel per travestirsi.

Ci sono quindi due persone che hanno concorso ad uccidere. Una sembrerebbe chiara, e anche l'altra ad un certo punto. Ma dopo che l'unico nipote oltre Lynn della vittima è ritornato dall'America, con lo scopo di difendere il cugino, Chitterwick, prima pensa ad una persona, per poi fare marcia indietro e individuare la mente diabolica che ha ucciso Miss Synclair, e che probabilmente se non fosse stata fermata avrebbe ucciso ancora, fino al raggiungimento del suo fine ultimo.

Il romanzo, è una perla. Indimenticabile, è uno dei migliori romanzi in assoluto di Berkeley. Si nota subito come tra le letture ispiratrici di Berkeley, vi sia stato un racconto di Chesterton (The Invisible Man). Perchè? Il racconto è  basato su un delitto impossibile, e la spiegazione di The Invisible Man è alla base poi del ragionamento di Chitterwick, che demolisce la testimonianza di quattro testimoni trovati da Moresby nella sala del Piccadilly, che giurano che nessuno si è avvicinato al tavolino della vittima dopo che l'uomo che stava con lei è andato via. Proprio perchè chi si era avvicinato faceva parte del contesto della sala: non era qualche persona estranea al personale, ma ne faceva parte. E quindi è come se fosse stato invisibile agli occhi dei testimoni, che affermavano che nessuno (oltre il personale che loro non consideravano) si era avvicinato al tavolino. Il problema è però: chi è la cameriera sotto mentite spoglie che ha portato il liquore al tavolo? E che poi l'ha portato via?

Il personaggio di Chitterwick è delineato amabilmente, nella sua goffagine e nella dimensione di un uomo qualunque, che ha un solo hobby: fare il detective dilettante, con una personale raccolta dei dati dei più celebri casi di omicidio e degli assassini, anche per fuggire il grigiore di una vita passata con una zia pestifera. Fin quando vive quest'hobby, è deriso dalla zia, ma quando comincia la sua ricostruzione degli avvenimenti al fine di salvare il presunto omicida dalla forca, per il solo fatto che sia stato accolto dalla nobiltà, dalla zia viene rivalutato, e vive il suo momento maggiore di gloria, quando in effetti salva Lynn. Stilisticamente Ambrose è l'antitesi di Roger Sherringham: laddove Sherringham è il detective dilettante à  la page, scrittore famoso nel bel mondo, ma che con la penna di Berkeley è caricaturizzato, Chitterwick a sua volta, che è la caricatura di uno scapolo della borghesia agiata, goffo e imbranato, nella realtà dell'indagine poliziesca, dimostra di essere un personaggio di grande caratura. E' un po' la rivalsa, dell'uomo mite, che vive nell'anonimato di una vita sempre eguale, ma che in un determinato momento sa sfoggiare la parte nascosta di sè, che lo qualifica un Super uomo.

Il romanzo è diviso in due parti ben distinte: una prima parte molto corposa, che corrisponde ai 4/5 della trama, dominata dall'indagine di Chitterwick e dalle deduzioni che egli fa sulla base degli indizi raccolti su come il delitto deve essere stato concepito, ed una seconda parte, molto più snella in cui le supposizioni riguardano i colpevoli. In sostanza, sembrerebbe fino all'inizio della seconda parte, che il romanzo non sia un whodunnit, ma un howdunnit, in quanto nel caso l'assassino non sia il marito di Judy, è chiaro (ma non lo si dice) che il più probaile ad avere ucciso Miss Sinclair per ereditare (il famoso Cui Prodest), sia l'altro cugino, quello che a parole rigetta l'eredità perchè vuole salvare Lynn. E quindi, si congettura e si ipotizza, quale possa essere stato il modus agendi di chi ha ucciso, se il cugino americano o la sua complice travestita da cameriera, ricostruendo un delitto che sembrava impossibile: come avrebbe fatto a morire solo dopo che Chitterwick era stato allontanato con un pretesto dalla sala, se il veleno come diceva lo stesso Ambrose e sostiene la polizia, fosse stato messo nel caffe? In questo caso la morte sarebbe stata quasi istantanea, ed invece fin quando Ambrose si era allontanato, la signora stava sorseggiando il caffè senza che dimostrasse di stare male. E allora come era stato possibile? E chi aveva messo della signora ormai morta, la fiala? E dov'era finito il fantomatico bicchierino di liquore?

Il romanzo è l'apoteosi del depistaggio e delle soluzioni multiple, di quella che in americano si dice misdirection, della creazione di false piste che dovrebbero portare a determinati risultati, ma che poi vengono abbandonate con un effetto sorpresa, che invece privilegia altre direzioni, altri indizi e altri colpevoli. In fin dei conti, era lo stesso modo di procedere adottato da Berkeley per il primo dei romanzi del 1929: in ambedue, sono contemplate delle soluzioni multiple ( si può pensare ad una coppia di romanzi inscindibili e legati oltre che da una straordinaria trama basata su avvelenamento, anche a personaggi presenti in ambedue, anche da una serie di soluzioni multiple assoluamente entusiasmanti e coivolgenti). Un po' quello che si dirà per Christianna Brand, molto tempo dopo: la regina dei romanzi dalle molteplici soluzioni. Non è un caso che citi la Brand, perchè parecchi non sanno che lei provò, quale appartenente al Detection Club (e quindi nella fantasia al Club del Crimine), a dare una settima deduzione in relazione a The Poisoned Chocolates Case, che non tutti sanno fu anticipato dal racconto The Avenging Chance (che però curiosamente fu pubblicato dopo il romanzo), la cui trama era la stessa del romanzo ma la cui soluzione era solo quella di Sherringham (la settima deduzione di Christiana Brand e un'ottava in cui si è cimentato lo stesso Martin Edwards, che firma l'Introduzione al romanzo, sono contenuti in quanto allegati, all'edizione di The Poisoned Chocolates Case, della British Library Crime Classics). Con uno stile che mischia ironia, leggerezza e acume sopraffino, Berkeley riesce a portare alla fine il lettore, sorprendendolo con una soluzione, che individua non uno, non due ma tre personaggi coinvolti nella messinscena, che agiscono in due differenti modi e tempi, in cui uno dei tre costrituisce una sorta di cerniera tra gli altri due: è in sostanza un doppiogiochista che trasforma una certa rappresenzatione in un'altra, ma a sua insaputa.

Un capolavoro di inventiva.

Pietro De Palma



venerdì 22 novembre 2024

Morte a passo di Valzer – Minisceneggiato in 3 puntate, tratto da Fire, Burn! di J.D.Carr – Sceneggiatura: Vieri Razzini, Regia: Giovanni Fago, RAI 2, 1981

 

 

 

Dal romanzo Fire, Burn! di J.D.Carr, RAI 2 trasse, nell’ottobre del 1979, lo sceneggiato in tre puntate, “Morte a passo di Valzer”, mandato in onda  nel 1981.

Nell’ambito di sceneggiati tratti da romanzi gialli, si può dire che quello tratto da Fire, Burn!, costituisca un caso si può dire unico. Il perché è presto detto: mentre tutti gli altri sono stati conformati nel tempo a romanzi già editi in italiano – e non parlo solo dei Carr (La dama dei veleni, tratta da The Burning Court; Tre colpi di fucile, tratto da Till Death Do Us Part; L’Occhio di Giuda tratto da The Judas Window), ma anche dei Maigret di Gino Cervi, o del  Philo Vance di Albertazzi (qui, addirittura proprio lui, nell’introduzione al Caso Benson , aveva in mano uno degli Omnibus Mondadori in cui furono pubblicate le avventure di Philo Vance)– Fire, Burn!  prima del 1979 non godeva di una traduzione italiana e quindi si deve apprezzare come la sceneggiatura di Vieri Razzini fosse stata approntata sull’originale inglese.  

Il che significa che Vieri Razzini (o chi per lui) conosceva da prima il testo carriano, e quindi la conoscenza di testi non ortodossi da parte di uno dei più grandi critici italiani, particolarmente versato proprio al poliziesco: chi non ricorda (e sono sicuro che molti dei miei lettori sono giovani e quindi non possono ricordare) le sue presentazioni  e i cicli da lui curati basati anche sulle avventure di Sherlock Holmes o di Charlie Chan? Igor Longo, me lo ricordo bene, stravedeva per Vieri Razzini e criticava il fatto che, alla RAI, fosse stato messo da parte. Proprio qualche giorno fa, parlandone privatamente con Mauro Boncompagni, lui mi ha detto: “Ricordo che allora chiesi a Orsi perché non pubblicassero la trad. italiana. L’ottimo Gian chiese il libro all’agente, me lo passò per la lettura (ricordo che era la prima edizione americana), io feci una recensione e la Francavilla lo tradusse (allora io non traducevo). Bei tempi, eh?”.

Lo sceneggiato, salvo alcune personalizzazioni  cui accenneremo, è fedele all’originale.

Innanzitutto, l’ambientazione è curata fino nei minimi particolari; e anche la recitazione, e la descrizione delle scene non lascia adito a dubbi.  Persino la caratterizzazione della figura di Volcano  con l’occhio di vetro, anche se Volcano nel romanzo è calvo mentre qui è ricciuto, e l’occhio di vetro nel romanzo è il destro mentre qui è il sinistro.

 

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Tuttavia vi sono cose che non esistono nel libro originale di Carr. Innanzitutto la Camera Chiusa.

Nel romanzo di Carr non c’è nessuna Camera Chiusa, ma nello sceneggiato sì.

Viene posta alla fine della seconda puntata, ultima scena, e quindi con essa comincia la terza puntata.  La vittima sarebbe quel Freddie Derbitt che qualcuno pensava potesse essere l’amante segreto di Margaret Renfrew. La sceneggiatura è evidente per quale motivo inserisca questa variazione: per accrescere l’interesse del pubblico e motivarlo a vedere la terza parte. La Camera Chiusa è una classica: porta e finestra chiuse dall’interno, nessun passaggio segreto ,eppure la vittima ha un foro sulla fronte. vlcsnap-2016-04-17-21h05m58s718 

Se la Camera Chiusa nel romanzo originale non c’è significa che lo sceneggiatore deve averla presa da qualche altra fonte, se non inventata. Io credo che l’avesse presa da un altro sceneggiato di qualche anno prima: per il tipo di soluzione, e quindi per come la vittima venga uccisa, la Camera Chiusa mi ha ricordato istantaneamente quella usata per uccidere Rex, uno dei fratelli della famiglia Greene, nell’omonimo romanzo e nello sceneggiato RAI interpretato da Albertazzi. E’ probabile che fosse stata presa da lì, penso io. Inoltre anche lì la morte -di Rex in quel caso -concludeva la puntata.

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Un’altra variazione è data dall’inizio e dalla fine dello sceneggiato: mentre il romanzo comincia con Cheviot che sta recandosi a Scotland Yard in taxi, lo sceneggiato presenta un prologo con un delitto del tutto inventato: Lord Davenport sul par di un campo da golf sta per imbucare la pallina e con lui stanno due amici e sua moglie. All’improvviso il lord cade schiantato al suolo: una pallottola lo ha colpito al cranio, senza che nessuno abbia sentito lo sparo. Ovvio pensare ad un’arma munita di silenziatore, ma per colpirlo da lunga distanza non sarebbe stato facile – perché tutt’attorno non ci sono punti da cui sparare – e per di più l’esame balistico ha dimostrato che è stato colpito con una traiettoria dal basso in alto. Insomma un delitto impossibile.

 

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La cui soluzione verrà scoperta da Cheviot nel corso del suo salto nel passato: infatti la soluzione del delitto antico potrà essere usata per spiegare anche il delitto contemporaneo. Non a caso, le ultime scene della terza ed ultima puntata, concernono la cattura dell’assassino del Lord e la spiegazione di come egli abbia potuto ucciderlo: è evidente, giacchè compaiono solo quattro persone compresa la vittima, che l’assassino debba essere uno degli altri tre.

Ma perché si pensò di introdurre un episodio assolutamente originale ed inventato in questo mini sceneggiato? Un’idea l’avrei. La scena iniziale è simile a quella di un altro sceneggiato che aveva avuto un enorme successo anni prima, tratto da un lavoro di Durbridge: Giocando a golf una mattina (Game for a Murder). Anche lì si verifica un delitto sul par di un campo da golf: chi sta giocando, viene ucciso. E’ come se gli inglesi fossero associati dal pubblico italiano al gioco del golf. Del resto nel tempo, numerosi sono stati i romanzi polizieschi che hanno avuto come teatro di azione un campo di golf: un esempio per tutti?  Herbert Adams. In Italia di Adams sono apparsi molti romanzi negli anni Trenta, nella mitica serie de I Romanzi della Sfinge, di Salani Editore. Una delle serie varate da Adams era appunto incentrata su un giocatore di golf, Roger Bennion.

Altra variazione ancora, cioè un particolare che non esiste nel romanzo ed è stato aggiunto da Razzini è l’orologio da panciotto che Cheviot si trova addosso quando rinviene nel taxi e che è stato acquistato da lui nel 1829, nel corso della sua avventura nel passato. Questo particolare, sicuramente affascinante, con cui si conclude lo sceneggiato è un altro escamotage per finire in bellezza, donando anzi accentuando l’aspetto fantastico dell’opera. Carr ne sarebbe stato deliziato.vlcsnap-2016-04-18-11h51m00s151

Altra variazione inventata è quella dell’immagine di Flora Gray. Cheviot, nel taxi, sta leggendo un paragrafo in un libro di storia trovato nella biblioteca di Lord Davenport, dedicato ai personaggi del regno di Giorgio IV e trova la foto di Lady  Flora Gray. Mentre la sta guardando, ecco che perde coscienza e si ritrova sbalzato nel 1829. Tutto questo nel romanzo non esiste. Perché è inserita? Avrò io una deformazione personale nata dalla mia conclamata cinefilia e dall’amore degli sceneggiati d’epoca, avrò io la tendenza a richiamarmi e richiamare la memoria altrui a dei particolari che ai più sfuggono, ma questo fissare una foto e ritrovarsi sbalzato nel passato, mi sembra tanto, troppo simile a quello che accade al protagonista in The Burning Court, quando in treno l’immagine della celebre avvelenatrice, la Marchesa di Brinvilliers sembra troppo simile a quella di una donna del presente. vlcsnap-2016-04-17-21h49m59s315Questo richiamo, che non mi sembra casuale, è avvalorato dal fatto che nell’epilogo, quando Cheviot viene svegliato nel taxi che ha avuto un incidente per la nebbia, si ritrova accanto la moglie, il cui volto è identico a quello di Flora Gray. Mentre nel romanzo, la rassomiglianza tra le due Flora viene ad essere indicata negli ultimi due-tre righi del romanzo.

Poi vi sono delle variazioni che qui e là modificano qualcosa, senza avere un riflesso importante: innanzitutto la scazzottata. Quando Cheviot accusa Volcano di truffare e raggirare i giocatori mediante una roulette truccata, dal parapiglia generato dalla rottura del tavolo da gioco e dalle molle che escono fuori e dai sibili di aria che si sentono, testimoniando il trucco ad aria compressa che inclinava il piano con la pallina in modo che andasse a rotolare dove si voleva che rotolasse, si genera una scazzottata. Il romanzo ne accenna in due righi e basta.vlcsnap-2016-04-17-20h53m22s025 Ovviamente invece lo sceneggiato vi indugia, perché questa è una tipica scena da film. Come non ricordare i tanti spaghetti western all’italiana dove scene di questo tipo erano di casa? Mi sembra quasi un omaggio a Gianni Garko che era stato uno degli attori più impegnati in quel genere di films. C’è addirittura il volo di un tale che va a sfasciare un mobile, che ci rimanda con la memoria ai films con Terence Hill e Bud Spencer.vlcsnap-2016-04-17-21h00m02s382

Poi c’è la sparizione del registro del 1829, quello in cui erano annotati gli acquisti di Volcano in cambio di fiches, che nel romanzo non sparisce affatto, anzi viene ritrovato con la perquisizione seguita all’arresto di Volcano.

Infine, mentre lo sceneggiato è incentrato esclusivamente sulla vicenda personale di Cheviot e sugli sviluppi delittuosi e sentimentali, il romanzo è uno spaccato intenso ed appassionante dell’epoca. C’è persino una ininfluente rivolta per l’abolizione del dazio sul grano, primo assaggio delle riforme che vennero varate negli anni successivi .

 

Pietro De Palma

mercoledì 13 novembre 2024

Whitman Chambers : I morti non lasciano impronte digitali (Dead Men Leave no Fingerprints, 1935) – trad. Dario Pratesi – I Bassotti N°104, Polillo, 2011

 

 I MORTI NON LASCIANO IMPRONTE DIGITALI

 

Elwyn Whitman Chambers (1896-1968), nato a Stockton, in California, scrisse diciotto romanzi polizieschi ambientati nell’area di San Francisco, il primo dei quali fu ,nel 1928, The Coast of Intrigue. Fu un inizio tiepido, giacchè solo dopo l’uscita di The Navy Murders (1932), scritto assieme a Mary Strother Chambers, iniziò a scrivere a getto e fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale diede alle stampe altri tredici romanzi. A partire dal 1946 si dedicò prevalentemente al cinema, tornando alla scrittura solo nel 1953: firmò però altri soli tre romanzi, in quanto si occupò di collaborazioni a sceneggiature televisive, fino alla morte avvenuta a Los Angeles.

“I morti non lasciano impronte digitali” (Dead Men Leave no Fingerprints, 1935) presenta come soggetto inquirente non un poliziotto come il Michael Lord di Charles Daly King o un investigatore privato alla maniera di Poirot o Philo Vance, ma uno che si avvicina più invece al Bill Crane di Latimer e al Sam Spade di Dashiel Hammett come modi di comportarsi, e che al tempo stesso risolve un’indagine di stampo classico.

Quindi un Giallo Classico, un Mystery, con movenze da Hard-Boiled.

Stanton Lake è un investigatore privato che ha un’agenzia che condivide con l’amico Abe Bloom. Un bel giorno capita una bella bionda, classico tipo di femmina fatale, tale Hilda Haan, famosa attrice danese, che, di nascosto ai mass-media, e contando sull’appoggio di un’amica che le fa da controfigura e serve a distogliere la stampa, è fuggita con Theodore Raybourne. Hilda chiede a Lake di aiutarla proprio contro Theodore, perché troppo tardi ha compreso come egli non la ami e sia attratto solo dai suoi soldi; in più egli ha in mano della carte compromettenti che, se rivelate, la getterebbero in pasto alla stampa e la sua vita privata e di conseguenza anche la sua popolarità subirebbero uno sconvolgimento.

Lake, d’accordo col suo socio, tenta allora di insinuarsi nella casa in cui volente o nolente Hilda è costretta a rimanere, con uno stratagemma: finge di aver avuto un attacco di cuore mentre nuotava proprio davanti alla dimora dei Raybourne, e che uno che era anche lui in mare per caso (Abe Boom) sia riuscito a salvarlo. I Raybourne sono una potente dinastia, ed il vecchio Raybourne Rufus, pur a dispetto del crollo di parte del suo impero a causa di una lottizzazione sballata, è tuttavia ancora ben saldo. Lake, soccorso, viene accolto nella casa, tra gli sguardi interessati e diffidenti se non sospettosi degli altri presenti: Maurine, la giovane moglie del vecchio Rufus; i coniugi Farley e Rae Amerton, una coppia di amici sensitivi; la figlia Inez con il dottor Pageot suo fidanzato; ed infine il maggiordomo cinese, Fong Woo.

Ben presto Lake deve rivelarsi allorchè qualcuno uccide proprio Theodore Raybourne con un pesante attizzatorio: la ragione sta nel fatto che dopo che Foo Wong ha dato l’allarme d’abbasso, e Lake è entrato nella camera di Raybourne trovandolo col cranio fracassato, lì accanto è proprio Hilda Lane che ha in mano dei ritagli di giornale, le carte compromettenti che deteneva la vittima, e ora sta cercando di distruggere gettandole nel fuoco. Dopo una furiosa lotta, riesce a mettere KO il detective e a distruggere le carte compromettenti. Tuttavia lui, che è legato da un rapporto di lavoro con la bella Lane, deve ora salvarla dall’imputazione di omicidio, cosa che fa subito cercando di smontare la sua presenza lì in quella camera, davanti al vecchio Rufus, riuscendoci in parte: deve però, ora, fugare tutti i dubbi trovando il vero assassino.

Innanzitutto deve identificare le impronte digitali trovate sull’attizzatoio: il vecchio Rufus è ben convinto che qualsiasi fosse l’assassino, la morte di sua figlio dovrebbe essere vendicata, consegnando l’omicida alla giustizia. Anche se ciò costasse l’incriminazione ad uno degli appartenenti alla famiglia o dei presenti.

Tutti sono costretti a mettere a disposizione le proprie impronte digitali, e così, alla fine, le impronte vengono confrontate. Colpo di scena, quando, però, dopo che esse non vengono attribuite a nessuno dei presenti nella casa (e quindi neanche a Hilda), esse lo sono a John Royal, compagno di avventure e di speculazioni del vecchio Raybourne, che tuttavia ha esagerato con le malversazioni, finendo a San Quintino! E’ possibile che sia fuggito dal carcere e che ora voglia vendicarsi dell’amico che lo ha accusato in tribunale? No, perché Royal è morto un anno prima e proprio il vecchio Rufus ha curato che salma, imbalsamata, venisse sepolta. E allora come si spiegano quelle impronte?

Il vice dello sceriffo Catalin, il droghiere che la comunità di quelle parti ha eletto a fare lo sceriffo e che non sa come muoversi, è Lenny McManus un conoscente di Lake, che da molti anni fa il vice-sceriffo. Proprio Lenny, Stanton e la bella Hilda una notte armati di badili, vanno a dissotterrare la bara di Royal per verificare che sia proprio lui; ma, arrivati sul posto, dopo aver scavato, scoprono che la bara è stata profanata ed il cadavere non c’è più.

Possibile che John Royal sia vivo e che il cadavere fosse di qualcun altro a cui il galeotto si fosse sostituito, prendendone e cedendo la sua identità? La cosa sarebbe possibile, ma cozza con la convinzione di Lake che l’assassino sia invece qualcuno della casa: infatti, nel momento in cui è stato ucciso Theodor c’erano tutti in casa e altissima sarebbe stata la possibilità che un estraneo venisse scoperto. Come ha fatto Royal?

Ora si mette in relazione con la scomparsa del carcerato, un’aggressione subita da Lake precedentemente: qualcuno l’ha aggredito in biblioteca e poi se l’è svignata. Viene scoperto un rifugio segreto, occultato nella parete, utilizzato in passato come armeria, che gli amici di Rufus conoscevano, tra cui Royal. E’ possibile che dopo l’omicidio si sia nascosto lì e solo dopo sia fuggito?

Tuttavia ben presto il sedicente John Royal si rifà vivo. Infatti, Stanton Lake, non avendo risposta dalla bella Maurine, chiusa in camera, che non scende a colazione, con la collaborazione di altri, abbatte la porta della sua camera da letto e la trova prona sul letto, con la faccia bluastra e una delle sue calze annodata al suo collo tanto strettamente da quasi non vedersi che il suo nodo, nella carne enfiata. Il fatto strano è tuttavia che quella camera da letto non ha altre uscite che la porta, chiusa dal di dietro, e la finestra, pure chiusa dall’interno: come ha fatto l’assassino ad uscire?

Stanton Lake riesce però a trovare una botola, nello stanzino dei vestiti, chiedendosi cosa ci faccia lì una sedia: issatosi Lenny, senza toccare il pannello, e penetrato nella soffitta, ben presto trova un’altra botola, scendendo nella camera del dottor Pageot: possibile che il fidanzato della figlia di Raybourne abbia ucciso Maurine? E perché? Ben presto si scopre che i due avevano una tresca, vivevano una storiella di sesso: infatti la bella Maurine è stata trovata con addosso il negligè più trasparente dei negligè trasparenti. Probabilmente stava aspettando il suo amante, che infatti ammette di esservi andato, ma solo per trovarla morta.

Lake, per l’idea che si è fatta, tende a dar credito alla confessione di Pageot, nient’altro che uno squallido cacciatore di dote: però, senza trovare il modo come l’assassino sia uscito, non potrà dimostrare l’estraneità dell’avventuriero.

E intanto, dopo che un cadavere imbalsamato è stato trovato in mare, mezzo mangiato dai crostacei, e dopo che Abe è stato inviato da Lake a procurarsi la scheda dentaria per accertarsi che quel cadavere sia o no quello di Royal, un terzo omicidio avviene in quella dimora: viene trovato ucciso, con un pugnale infisso nel cuore, il vecchio Raybourne. E ancora una volta, Lake si troverà di fronte l’ombra di John Royal, perché ancora una volta le sue impronte si trovano sul manico del pugnale.

Ma chi è John Royal? E’ vivo o morto? E se è morto, quelle impronte come possono essere lì, sul pugnale e sull’attizzatoio?

Lake risolverà il mistero e scagionerà sia Pageot che Hilda Lane, nel frattempo innamoratasi dell’investigatore.

Memorabile il finale: Hilda lo prega di non abbandonarla, ma Stanton che pure sa di essere debole nei suoi confronti, non vuole però perdere la propria soggettività e diventare solo “il marito di Hilda Lane”. E per questo scende dall’auto, e si avvia verso il treno, senza guardarsi dietro. Duro e puro.

Bellissimo romanzo, conserva una tensione immutata per tutta la sua durata, che viene mantenuta molto alta, in virtù di una trama estremamente scoppiettante e mai monotona: tantissimi avvenimenti sconvolgono l’indagine e fino alla fine non si riesce a capire chi possa essere l’omicida, se John Royal o altro, e come allora le sue impronte digitali siano finite sia sull’attizzatoio che sul manico del pugnale.

Carina anche la Camera Chiusa, la cui soluzione pur essendo una variazione di metodo già contemplato da Carr, è purtuttavia molto intrigante per il fatto che per scoprirsi, si debba guardare dal di fuori e non dal di dentro, e dal di fuori non sia facile farlo, perché si sta fuori da una finestra senza balcone, alta almeno sei metri dal viale sottostante.

L’investigatore potrebbe essere un clone di Sam Spade, duro, talora anche sprezzante, che ricorre alle maniere forti, per esempio pestando Pageot per indurlo a parlare dopo la morte di Maurine, debole con le donne, ma al tempo stesso orgoglioso della propria individualità; e Hilda Lane, è la cosiddetta Femme fatale, pronta a far perdere la testa ad un uomo, ma anche a perderla lei, quando lui invece che bramarla la rifiuta; e Inez Raybourne, l’ereditiera, è la cosiddetta donna indifesa, preda delle attenzioni di gente attratta dai soldi, che simula di essere innamorata di lei ma poi invece, di nascosto da lei, ha una storia di sesso con la matrigna della ragazza.

Il maggiordomo cinese è un classico, come un classico è anche la sostituzione di un corpo con un altro (non l’aveva per la prima volta sperimentato Edmond Dantes?); e anche il marito anziano, fatto becco dalla moglie giovane che se l’intende con altro, che a sua volta fà becco la fidanzata molto fragile; e anche la finta medium, che irretisce i creduloni.

Il cadavere che sparisce, potrebbe aver influenzato anche il Latimer di The Lady in the Morgue (che è del 1936, cioè posteriore di un anno rispetto al romanzo di Chambers), e No Coffin for the Corpse di Clayton Rawson (il disseppellimento). Ma a sua volta potrebbe aver preso qualcosa, sempre che si potesse provarlo, da The Greek Coffin Mystery di Ellery Queen (1934) in cui viene disseppellita una bara in cui dovrebbe esserci un corpo imbalsamato; oppure da Into Thin Air (1929) di Horatio Winslow and Leslie W. Quirk , in cui viene disseppellito un corpo per vedere se sia presente o no un oggetto.

Insomma un gran bel romanzo, che si legge appassionatamente.

Pietro De Palma

sabato 5 ottobre 2024

Ulf Durling : L’ospite che non arrivò (Gammal ost, 1971) – trad. Monica Bianchi – Il Giallo Mondadori N.2554 del 1998

 

 


 

Ulf Durling è un nome che ben pochi, sospetto, conosceranno. Eppure ha meritato la menzione nel famoso Mystères à huis clos di Roland Lacourbe, nell’appendice, memore del meeting del 2007 cui partecipò anche l’italiano Igor Longo, e che è espresso nel bellissimo articolo, A Locked Room Library,  del mio amico John Pugmire ( http://mysteryfile.com/Locked_Rooms/Library.html ) . Il perchè è chiaro: in quell’elenco, erano riportate le migliori Camere Chiuse, a parere di un pool di esperti. E Gammal ost ha una gran bella Camera Chiusa, non c’è che dire!

Ulf Durling è uno scrittore svedese, nato nel 1940 a Stoccolma e diventato poi, dopo laurea e specializzazione, un famoso psichiatra. Nel 1971 ha provato ad esordire proprio com Gammal Ost ( trad. Formaggio vecchio) che è stato un grande successo, tanto da convincersi a scriverne altri. E’ tuttora vivente. E’ l’unico romanzo che gli ha pubblicato Mondadori

La trama si svolge in un pensionato svedese, laddove dimorano: il tipografo in pensione, fondatore del Club del Giallo, Johann Lundgren; Carl Bergmann, anche lui socio fondatore, e libraio in pensione, e il dottor Nylander, appartenente al club del giallo; Alex Nilsson; il commesso viaggiatore, Johanson; le due insegnanti, signorina Hurting-Olofson e la signora Soderstrom; il maresciallo dell’esercito Renqvist.

Uno degli ospiti della pensione, Alex Nilsson, 52 anni, già dimorante da alcune settimane nella pensione, è trovato morto nella sua camera, chiusa a chiave dall’interno: giace “completamente vestito, vicino al letto, come se si fosse ferito battendo la testa contro la spalliera…sangue sul viso e sul davanti della camicia. Sul tavolo..una bottiglia di vino rovesciata ed il vino..sparso sul pavimento…e anche sul viso e sulla camicia di Nilsson” (Prima parte, cap.2 pag.21). Inoltre viene trovato nel cestino della spazzatura un pezzo di formaggio; e sul comodino, un diuretico molto potente, il Diclorotride-K. Inoltre c’è un asciugamano macchiato di rosso (solo vino?).

Però qualcuno ha sentito del trambusto in quella camera la sera prima, come se ci fosse stato un litigio: quindi c’era una seconda persona, anche perchè compare la richiesta della stessa vittima di un cerotto, al Signor Blom, il padrone della pensione: eppure non c’è nessuna ferita, neppure piccolissima sul corpo di Nilsson.

Efraim Nylander suppone che la lite sia finita in tragedia, e che l’assassino non si sia neppure accorto di quanto era accaduto: in sostanza, la morte sarebbe sopravvenuta in un secondo momento, e quindi sarebbe stata la stessa vittima a spegnere la radio, rimasta accesa durante buona parte della notte, richiudere la porta e quindi rimanere quindi soccombere per un colpo già precedentemente riportato; Johann Lundgren invece lega il misterioso visitatore di Nilsson a suo fratello Edvin, che sarebbe stato il responsabile di un avvelenamento mortale da metanolo ( un po’ quello che accadde in Italia tanti anni fa), e che sarebbe ritornato per via di una misteriosa eredità e del resto lo stesso Alex Nilsson anni prima era stato ricoverato varie volte per disintossicazione dall’alcool: sarebbe stato ospite del fratello nella sua stanza al pensionato, senza che nessuno lo sapesse e per farlo avrebbero escogitato un trucco, cioè Alex avrebbe finto di essere zoppo perchè il fratello lo era, e in questo modo sarebbe ro stati scambiati l’uno per l’altro e non ci sarebbero stati problemi. I due avrebbero avuto una lite ed Edvin avrebbe ucciso l’altro fratello. Infine Carl propone la sua teoria: la radio accesa durante la notte, avrebbe significato un modo come un altro per Nilsson di addormentarsi a causa del vino bevuto, perche lui aveva un appuntamento col suo assassino che si suppone sia il marito della figlia: Nilsson ricattava il genero e la figlia. In pratica, secondo questa ultima ricostruzione, ci sarebbero state due visite: la prima casuale di un amicone di Nilsson, con cui si mangia formaggio e si beve vino e durante la quale il visitatore si ferisce tanto da far chiedere a Blom da Nilsson un cerotto; poi questo va via ed ecco che avviene la seconda visita durante la quale il secondo visitatore uccide Nilsson e poi, dopo averlo ucciso con un oggetto contundente, salta dalla finestra, utilizzando come materasso delle coperte prese dalla pensione, che poi riporta furtivamente dentro da una porta secondaria.

La seconda parte del romanzo supporta invece la teoria di Gunnar Bergmann, figlio di Carl, e poliziotto (Vice Commissario), secondo la quale la morte sarebbe stata dovuta a cause naturali : una emorragia cerebrale, non causata dalla botta, ma che avrebbe causato lo sbandamento alla base della botta.

La terza parte infine è quella in cui uno dei tre appassionati, il dottor Nylander, rivede la sua teoria precedente e integrandola con tutte le novità apprese, la rimodula: Nilsson avrebbe avuto precedentemente al suo ritorno in Svezia dall’ America, un attacco apoplettico o una emorragia cerebrale, che avrebbe causato una emiparalisi: da qui il movimento claudicante. Inoltre avrebbe sofferto di pressione alta: lo avrebbe fatto rilevare l’ingrossamento del cuore. Proprio alle sue condizioni di salute sarebbe stata connessa l’assunzione del medicinale trovato sul comodino, un diuretico molto potente, il Diclorotride-K. Come avrebbe fatto a morire di emorragia cerebrale un paziente molto assiduo nell’assumere il medicinale prescritto, per di più molto efficace? Per via di un pezzo di formaggio stagionato e di un altro medicinale del tutto innocuo. Efraim Nylander troverà l’omicida, che ha dovuto agire per proteggere la figlia e il suo matrimonio da un passato che non sarebbe dovuto ritornare, con un’azione delittuosa insime semplicissima ma altrettanto altamente geniale.

In sostanza nel romanzo di Durling, le 3 ipotesi sostanziali fanno capo a tre diverse sezioni del romanzo, che inquadrano ovviamente le stesse verità, secondo tre prospettive ed inquadrature diverse:

  1. La prima, elaborata da tre appassionati di Mystery classico, mette in primo piano il fatto che la porta fosse chiusa dall’interno e quindi si dovesse in sostanza spiegare un Mistero di Camera Chiusa: questa prima teoria viene di volta in volta supportata da tre diverse ipotesi che recano a tre diversi postulati accusatori e quindi a tre possibili soluzioni diverse ;
  2. La seconda, approntata da un ufficiale di polizia, figlio di Carl Bergmann, che ridicolizza l’azione dei tre investigatori dilettanti, paragonandola a quella di tre vecchi troppo innamorati dei libri, che ragionano sulla base delle letture fatte, perdendosi per strada: la verità sarebbe purtroppo molto più semplice e banale: morte per cause naturali.
  3. La terza sviluppata da uno dei tre investigatori, il medico, eliminando le ipotesi più fantasiose, riesce basandosi sugli indizi raccolti, a formulare la soluzione, individuando l’omicida, un altro anziano.

Il romanzo è il pretesto per confrontare e raffrontare 3 diversi modi di vedere le cose: lo stesso fatto, con l’aggiunta o la mancata visione di determinati particolari, è passibile di tre distinti, separati e contrastanti giudizi, tre diverse ipotesi con altrettante diverse individuazioni dei responsabili: In sostanza Ulf Durling sviluppa, alle estreme conseguenze, il confronto/scontro presente ne “I tre investigatori” di Leo Bruce, laddove i tre investigatori non sono quelli dei romanzi omonimi pubblicati da Mondadori negli anni settanta ottanta (e scritti in origine da Robert Arthur), ma delle parodie di Poirot, Lord Peter Wimsey e Padre Brown, che parlano e si atteggiano come i loro rispettivi riferimenti originali. Del resto non va dimenticato che già in Berkeley, ne Il caso dei cioccolatini avvelenati, diverse esposizioni dello stesso antefatto, svolte da diversi personaggi, avevano portato a diverse ipotesi con individuazione di responsabili altrettanti differenti. E’ il caso ancora di segnalare, come lo stesso procedimento fosse stato adottato ne I Cinque frammenti di George Dyers (The Five Fragments, 1932) , pubblicato da Mondadori ne I Libri Gialli (Palmine) col numero 110 nel 1935, altro straordinario romanzo assai poco conosciuto; uno stesso fatto, che visto secondo la prospettiva diversa di cinque testimoni, rivela diverse angolazioni e verità.

Anzi mi verrebbe quasi da pensare che, siccome nel romanzo trovano spazio molti riferimenti ad autori del Giallo Classico, cui il romanzo è un omaggio (Bentley, Sayers, Carr, Allingham, Christie, Millar, Brand, Milne, etc..), e addirittura un riferimento alla Conferenza del Dottor Fell in The Hollow Man di John Dickson Carr, potrebbe essere benissimo accaduto che piuttosto che prendere ad esempio Case for Three Detectives di Leo Bruce, egli avesse preso come propria ispirazione, proprio The Five Fragments di George Dyers: potrebbe essere valida sia la prima che la seconda ipotesi, poiché se tre sono le sezioni del libro che sottendono a tre diverse formulazioni dell’ipotesi accusatoria, è anche vero che nel primo caso abbiamo tre diverse sotto-ipotesi, che unita alla seconda e alla terza, assommerebbero a cinque.

Nell’ambito del divertissement, che è quello che poi è, il romanzo è per di più scritto in forma parodistica. Non è un caso unico, perchè almeno in tempi molto vicini a noi, altri autori hanno cercato di portare il loro mattone all’edificazione del palazzo del Giallo, scrivendo dei romanzi in cui i protagonisti sono investigatori dilettanti che prendono le mosse dai libri che leggono: così John Sladek, così Isaac Asimov, così Peter Lovesey, cosi…Ulf Durling.

La Camera Chiusa, viene spiegata, solo nelle prime tre ipotesi della prima parte, perchè esse fanno capo ad una idea di assassinio che preveda la presenza diretta dell’omicida assieme alla vittima, mentre nella seconda, non si parla di omicidio perchè è morte naturale, mentre la terza parte pur inquadrando la morte di Nilsson con un omicidio, esso pur scaturito dal tentativo di salvare qualcuno e quindi di evitare il male, lo provoca, con la premeditazione dell’omicidio di Nilsson, che presuppone che l’passassino non sia presente nella stanza quando muore Alex, che chiude lui la porta a chiave dall’interno e poi muore, per una emorragia cerebrale, causata non da eventi naturali ma da un farmaco sostituito e da un vecchio pezzo di formaggio ultrastagionato, il Cheddar, acocmpagnato da una buona bottiglia di vino.

Tutto sommato un romanzo assai interessante, la cui soluzione è presente già nella prima parte, solo che non è sondata a dovere, e in cui la soluzione finale avviene tra lo stupore del lettore distolto da altro, non avendo avuto il modo per metabolizzare quanto letto.

 

Pietro De Palma

mercoledì 2 ottobre 2024

Richard Forrest : Identikit per un delitto antico ( A Child’s Garden of Death, 1975) – trad. Oriella Bobba – Il Giallo Mondadori N. 1470 del 3 aprile 1977

 

 

 

Molti anni fa, uno Speciale del Giallo Mondadori,dal titolo “L’Ultima Sfida” (N.21 del Luglio 1999) presentò 2 romanzi della Camera Chiusa: uno già famoso ai lettori italiani, “Gideon Fell e la gabbia mortale” (The Problem of the Wire Cage, 1939), di John Dickson Carr;  ed un altro assai meno noto, “Identikit per un delitto antico” (A Child’s Garden of Death, 1975), di Richard Forrest. Tale romanzo, era stato pubblicato, ventidue anni prima, nella Collana Il Giallo Mondadori, col numero 1470, e siccome aveva registrato un buon successo, era stato seguito da  altri romanzi di Forrest 
Questo romanzo fu inserito nella lista delle 99 migliori Camere Chiuse, proposta come appendice a Mystères à Huis Clos (Mysteries In Camera) Omnibus 2007, di Roland Lacourbe.
Ma chi era Richard Forrest?
Poche e scarne le notizie su di lui..
Richard Stockton Forrest,nacque l’8 maggio del 1932. Discendente di Richard Stockton , un firmatario della Dichiarazione d’Indipendenza, fu un dirigente assicurativo prima di diventare uno scrittore a tempo pieno. Visse a Old Saybrook, Connecticut, con la moglie e tre figli. In seguito si trasferì a Charlottsville, Virginia, dove morì il 14 marzo del 2005, all’età di settantadue anni.
Who Killed Mr Garland’s Misteress?, romanzo pubblicato nel 1974, senza personaggio fisso, fu  nominato per un Edgar Speciale nel 1975, come “Best Paperback Original“. Utlizzò anche gli pseudonimi di Stockton Woods, Lee Evans, Rebecca Morgan.
Scrisse più di 24 romanzi – pubblicati in USA, UK, Giappone, Italia, Finlandia, Francia, Germania e Svezia – 8 dei quali basati sulla coppia Lyon e Bea Wentworth, di cui A Child’s Garden of Death, 1975, fu il primo.
Lyon Wentworth, è una figura emblematica di detective: scrive libri per bambini, ama errare per i cieli sul suo piccolo pallone aerostatico (mentre la moglie trema di paura) ma nello stesso tempo ama risolvere degli enigmi.
Non v’è l’introduzione tipica dei romanzi britannici, che descrive l’ambiente in cui si muovono i personaggi tra i quali matura il delitto, ma il romanzo comincia nel momento in cui vengono trovati i resti dei corpi: è da questo momento che comincia l’indagine investigativa.
In una fossa, sulla collina vicino a una strada, nel territorio attorno alla città di Murphysville, vengono ritrovati i tre scheletri di un uomo, una donna, e di quel che sembra una bambina. Accanto al piccolo scheletro vengono ritrovati i resti imputriditi di una bambola con dei pattini, probabilmente una delle bambole che rappresentavano la famosa pattinatrice Sonja Henie.
Tuttavia qui finiscono le tracce. E cosi, il capo della polizia locale, Rocco Herbert, chiama in suo aiuto Lyon Wentworth, un amico scrittore di libri per bambini, che si diletta in investigazioni.
Dai temi della guerra in Corea i due si conoscono: il poliziotto era allora un capitano dei Ranger, mentre Lyon era un agente dello spionaggio dell’esercito, impegnato in operazioni in Estremo Oriente; da allora son stati sempre insieme. Proprio Lyon suggerisce la pista da seguire: per lui questa bambola, costituisce la spia di quando il delitto fu consumato: almeno trenta, trentacinque anni prima. Infatti, tale bambola, anche piuttosto costosa a suo tempo, era di moda agli inizi degli anni ’40; per di più, il costo della stessa, convince che si trattasse di una famiglia non di poveracci.
Rocco, che intravede la possibilità di riuscire a risolvere un caso importante senza interessare la Polizia dello Stato del Connecticut, alletta la curiosità dell’amico, che è piuttosto restio a farsi coinvolgere, facendo leva sul fatto che la bambina, che trent’anni prima era stata uccisa, dovesse aver avuto più o meno la stessa età della figlia di Lyon, nel momento in cui era morta, anni prima.
Lyon si mette al lavoro: non capisce per quale motivo l’omicida avrebbe dovuto trascinare tre cadaveri per una salita scoscesa esponendosi al rischio di essere visto. Per questo, volendo esaminare il territorio, fa una passeggiata “fra le nuvole”: con un pallone aerostatico che possiede, sorvola il terreno, scattando delle foto, prima di finire su un par, durante una partita di golf. Esaminandole assieme al poliziotto, scopre che l’assassino avrebbe potuto trasportare i tre cadaveri direttamente sulla cresta delle collina attraversando una strada che era servita tempo prima per il trasporto di tronchi e che la collegava al lago: proprio facendolo dragare, successivamente vengono trovate un’automobile del 1938 ed una roulotte dello stesso tempo, che confermano le ipotesi di Lyon circa il tempo del triplice delitto.
Tuffandosi nel lago ed esplorando al suo interno la roulotte, scoprono un libro infracidito con una parola ancora leggibile sulla copertina: “Das”; due servizi di piatti diversi, che rimandano a costumanze ebraiche; un set di strumenti di precisione, da tecnici stampisti, e da ciò ricavano che chiunque avesse usato quella roulotte sarebbe dovuto essere un operaio specializzato, ebreo, di origini tedesche, quindi emigrato in America, probabilmente impiegato da quelle parti, ad Hartford. Basandosi su queste tenue supposizioni, ricostruiscono l’identità del tecnico ucciso assieme alla moglie e alla figlia; di come fosse diventato un elemento di spicco nelle officine aeronautiche trent’anni prima per il suo attaccamento al dovere; ma anche di quanto incorruttibile fosse: si chiamava Meyerson. E guarda caso una famiglia Meyerson risultava scomparsa nel 1943: lui aveva lavorato presso la Houston Company e aveva lasciato in banca un conto in banca di tremila dollari senza che nessuno mai si fosse presentato a ritirarli.
Padrone della piccola industria al tempo, poi diventato un magnate delle industrie aeronautiche, è Asa Houston: egli si mette a disposizione della polizia. E dà ordini ai suoi collaboratori di rispondere a tutte le domande della polizia: è Graves, un suo collaboratore, a fornire dei rilievi importanti: Meyerson era stato caporeparto. Un tizio in gamba. Ma poi – dopo una rissa con un altro caporeparto di nome Bull Martin – era andato via dalla città; e lui, Graves, era diventato a sua volta caporeparto.
Ricostruendo la storia di Martin, ipotizzano che questi avrebbe potuto avere una relazione sessuale con la moglie di Meyerson e da qui fosse originata la zuffa.
Martin è proprietario di un ristorante con annesso night, nel quale si svolgono spettacoli di strip-tease, ma anche orge. Rocco interroga Martin, restio a fornirgli informazioni, ricorrendo anche alle maniere forti e ottiene la confessione che sì lui aveva conosciuto Meyerson, e che si era portato a letto la moglie. Rocco, che si illude di avere per il mattino seguente la piena confessione di Martin, nella notte finisce investito da un’auto pirata, e si trova a combattere contro la morte. Toccherà poi allo stesso Lyon, essere sparato da un ignoto killer armato di un fucile: Lyon, per il rotto della cuffia, scamperà alla morte, e riuscirà persino ad uccidere il suo assalitore, scoprendo che si tratta di Martin.
Tutto finito? Per Rocco sì: secondo lui è stato Martin a tentare di ucciderlo e ad aver tentato la stessa cosa con l’amico, perché aveva ucciso lui i Meyerson. Per Lyon invece la verità è più complessa: Martin in punto di morte non gli ha confessato di aver ucciso Meyerson e famiglia, ma solo di aver avuto una relazione extraconiugale con la moglie di lui e di aver cercato di massacrarlo di botte molti anni prima. Solo questo. In verità i suoi sospetti su un possibile ricatto di Bull Martin si rafforzano allorché la moglie di Asa cerca in tutti i modi, ricompensandolo con 5000 dollari, di chiudere la faccenda, tentando di fargli accettare che proprio Bull Martin fosse stato ad uccidere i Meyerson. Questo tentativo di corruzione, lo convince a investigare più a fondo, scoprendo che l’industria di Asa, trent’anni prima costruiva motori per aerei caccia e bombardieri.
Dopo indagini serrate, Lyon scopre una vicenda di corruzione, che aveva riguardato una commessa per l’aeronautica militare, risalente al tempo in cui la famiglia Meyerson era stata trucidata, di motori di aerei, risultati poi difettosi. E, partendo dal fatto che Martin anni prima, fosse riuscito un bel giorno, così quasi per incanto, senza aver mai avuto il becco di un quattrino, a creare un ristorante dal nulla, disponendo subito di molti soldi, Lyon ricostruisce un ricatto. Chi Martin avrebbe potuto ricattare?
Prima che possa arrivare all’identità del ricattato, Lyon scopre un altro ricattatore: Cyprus Coop, un ispettore governativo, che aveva preferito non rivelare che i motori dei B-24 fossero difettosi, in cambio di soldi datigli da Asa, tanti da acquistare una bella villa ed uno yacht. A distanza di tanti anni, Coop, che era stato già contattato da Lyon a proposito del suo incarico governativo presso le Industrie Houston durante la guerra, rivela di aver estorto ad Asa, un assegno extra: Coop ha un tumore maligno e sa di essere alla fine, ma la moglie non lo sa. Egli le vuole risparmiare quello è il suo calvario; e per non soffrire, in alto mare, fuori da sguardi indiscreti, assume morfina. Con i soldi extra di Asa, vorrebbe assicurare alla moglie qualche anno di serenità economica.
Asa è l’assassino dei Meyerson? Messo in difficoltà dalla ricostruzione di Lyon, Asa ammette che aveva tentato invano di pagare il silenzio di Meyerson, ma nega di esserne l’assassino. Purtuttavia è pronto a fare qualsiasi cosa perché il nome degli Houston non venga infangato, e che non abbia a risentirne la bella moglie Helen, già ingegnere presso la sua stessa compagnia.
Lyon lo aggredisce ma viene cacciato dalle guardie della sicurezza.L’indomani mattina Lyon apprenderà che Asa si è ucciso: è stato trovato con una pistola accanto, ed un registratore in funzione con quello che pare un testamento spirituale, nella suo studio chiuso dall’interno.
Lo studio ha due ingressi: quello principale ed uno secondario, entrambi chiusi. Proprio la porta chiusa dall’interno esclude che sia avvalorata altra ipotesi, quella dell’omicidio. Ma un rumore sospetto durante la registrazione del nastro, convince Lyon di un abilissimo tentativo di depistaggio e quindi dell’ipotesi più remota, di omicidio.
Come avrà fatto l’omicida a uscire dalla stanza? E chi sarà mai?
In un finale convulso, verrà prima ipotizzata una spiegazione altamente tecnologica della Camera Chiusa, poi un’altra meno d’effetto, ma definitiva, che inchioderà il vero assassino.
Romanzo veramente notevole, l’opera prima del ciclo Lyon & Bea Wentworth, di Richard Forrest, è un romanzo ibrido, che mischia azione e indagine, hard-boiled e giallo classico, in un connubio senza sbavature, di forte intensità.
La trama, serrata, si snoda senza pause: per essere una delle sue primissime opere, la riuscita è veramente eccezionale. Non so se il ritmo forsennato, in talune sezioni, sia stato raggiunto, eliminando, in un secondo tempo, delle parti ritenute inutili oppure scrivendo il tutto, di getto. Certo è che lo sviluppo del plot si snoda su una girandola di trovate che lasciano il lettore assolutamente incapace di formulare una qualche ipotesi personale, tanto l’azione investigativa è rapida e nello stesso tempo risolutiva.
Parrebbe che lo stile fosse quello di un Pronzini già maturo, o anche di un Kaminski, scrittori in cui l’Hard-boiled di fondo si sviluppa su una base ancora classicamente Mystery: solo che in questi autori, spesso si nota una certa auto-ironia ed un umorismo sottile, che stemperano il dramma narrato. Nel romanzo di Forrest, invece, l’umorismo e l’ironia mancano del tutto: è la rappresentazione di una tragedia, con un prologo, uno sviluppo ed una conclusione altrettanto drammatica, in cui il dolore, la rabbia, la volontà di fare giustizia, sono espressioni cieche sorte alla vista dei resti di una bambina, a cui, come quella di Lyon morta anni prima, è stata negata l’infanzia e la vita. Del resto tra i due, solo Pronzini ha cominciato a scrivere prima del romanzo di Forrest. Ma siccome la prosa di Forrest è molto dolente, sembrerebbe derivata, a mio parere, più da quella di Jonathan Latimer, autore che mischiava azione ad una detection di stampo classico, e in cui mancava qualsiasi umorismo ed anche autocompiacimento. Tuttavia il Crane di Latimer era un detective privato ancora parecchio hammettiano, che risolveva enigmi per campare; il Lyon Wentworth di Forrest, invece, non risolve misteri per vivere, ma più per pensare ad altro che non ai suoi tristi ricordi.
Per di più la Camera Chiusa, intorno alla quale non gira l’intero romanzo, ma solo la sua conclusione, è veramente notevole: non solo per la sua complessità, con una soluzione sbagliata che porterebbe all’individuazione di un certo assassino, seguita dalla soluzione esatta, che reca invece all’individuazione di un diverso colpevole, questa volta giusto; ma anche per la natura stessa della tecnica della soluzione. Ci troviamo dinanzi, ad una soluzione iper-tecnologica, che proprio per la sua complessità verrà poi accantonata, sulla base di una contro-deduzione che metterà in luce come la vittima avesse già previsto la possibilità che la porta potesse essere aperta e violato il suo studio con tutti i suoi segreti, e che pertanto avesse schermato la porta contro un tentativo del genere; e che verrà invece seguita da una soluzione molto più semplice, ma nel tempo stesso che non avrà alcuna falla nella sua costruzione. Soluzioni di questo genere, create per spiegare Camere altamente tecnologiche, verranno anni dopo elaborate da Herbert Resnicow: in Forrest ne troviamo la prima espressione.
A ragione, mi vien da dire, venne inserita nella Lista di Lacourbe!

Pietro De Palma

sabato 28 settembre 2024

Jacques Futrelle. Il Problema della Cella 13 (The Problem of Cell, 1905) – trad. Luigi Viganò – I Bassotti N.6, Polillo Editore, 2002


 

copertine gialli blog 039.jpgPuò mai essere che l’invenzione di un personaggio fittizio abbia potuto mutare la storia? In assoluto no certamente, ma nella fattispecie del genere letterario, sicuramente sì.

Jacques Futrelle nacque in Georgia nel 1875, figlio di un insegnante. Ancora giovane intraprese la carriera di giornalista prima all’Atlanta Journal, poi al Boston Post, poi di nuovo all’ Atlanta Journal. Nel 1895 si sposò: sua moglie, Lily May Peel, in quattro anni gli diede due figli: Virginia nel 1897 e John nel 1899; e intanto i due si erano trasferiti a New York, lavorando Jacques stavolta al New York Herald. Il pellegrinaggio nelle sedi dei giornali non si fermò qui: nel 1904 si era di nuovo trasferito, questa volta a Boston, con il Boston American. Si può dire che proprio l’attività presso questa testata gli fornì l’energia per tentare l’attività dello scrittore a tempo pieno: apparvero infatti, sulle colonne del giornale, le avventure del Professor Van Dunsen, Il genio dei genii, uno Sherlock Holmes all’ennesima potenza, poi riprese nell’antologia The Thinking Machine (1907), seguita da altra The Thinking Machine on the Case (1908). Per strano che possa essere, tuttavia, il personaggio che gli permise di divenire super famoso, non venne mai utilizzato nella stesura di romanzi, e così Futrelle si può dire sia divenuto un’icona, nel genere poliziesco, solo per queste due raccolte. Seguirono anche dei romanzi, ma su quello che egli sarebbe potuto diventare, nessuno può dare garanzia, visto che ancor giovane, a 37 anni, perì nell’affondamento del Titanic, dove si era imbarcato con la moglie, per ritornare dai figli che li aspettavano in America, loro che erano andati in Europa per cercare consensi e scritture editoriali: ebbe appena la forza di farla salire su una scialuppa e poi la salutò, per sempre, fumando una sigaretta, sulla nave già inclinata. La fama postuma di Jacques Futrelle è legata a due fatti che hanno mutato la storia: l’affondamento del Titanic il 15 aprile del 1912, e l’invenzione del personaggio del Professor Van Dunsen, detto anche The Thinking Machine, “La Macchina Pensante”. Tuttavia, nell’ambito della sua opera collettiva, non tutto è conosciuto, tranne uno dei racconti della raccolta del 1907, The Thinking Machine: The Problem of Cell 13 (1905), l’opera per cui Futrelle è passato alla storia. E’ in sostanza la storia di una sfida,quella che il Professor Van Dusen, un essere che dall’aspetto rachitico, dal volto emaciato, ma dalla testa spropositata, dalla fronte larga e da una gran zazzera arancione di capelli, muove a due suoi interlocutori e amici, Charles Ransome e Alfred Fielding, che non credono alla capacità sua, sulla base del solo ragionamento e della logica pura, di sconfiggere ogni avversità, anche la più estrema. Così, quando lo sfidano a fuggire da una prigione sorvegliata, e in particolare dal braccio della morte del penitenziario di Chisholm, lui a sua volta risponde, nella loro incredulità, che evaderà entro una settimana. Anzi, con sarcasmo e sicurezza ostentata, ordina alla cuoca di preparare, a distanza di una settimana da quel giorno, per cena, i carciofi come piacciono a Ransome. Poi entra nel carcere. Il direttore del carcere ostenta a sua volta sicurezza: dal suo carcere non è mai fuggito nessuno, né tantomeno fuggirà. Vi sono sette porte da varcare per arrivare alla Cella n.13, nel braccio della morte, che è chiusa da una pesante porta di acciaio, con delle sbarre al di sotto: nella cella non c’è nulla al di fuori di una brandina. Prima di entrare deve consegnare tutti gli oggetti personali e i vestiti, chiedendo solo: che le sue scarpe siano lucidate, di poter portare una camicia bianca, pantaloni, calze, e di avere delle banconote. Nient’altro. Ben presto comincia a stupire il direttore: viene beccato mentre cerca di comunicare con Ransome, mediante una striscia di cotone, su cui vi è uno scritto incomprensibile, fatto per mezzo di un codice: alla perquisizione della cella risulta che la stoffa è stata strappata dalla camicia, che gli viene sequestrata e sostituita da una giacca carceraria. Ma nessuno tuttavia riesce a capire come e con che cosa egli sia riuscito a scrivere, visto che non viene trovato nulla. Nei giorni successivi lo vedono spesso carponi mentre cerca di acciuffare numerosi topi che entrano nella cella, topolini di campagna: per quale ragione nessuno lo sa. Passano i giorni, e si nota che egli cerchi di corrompere o far passare dalla cella numerose banconote, non del taglio di quello che era stato consegnato all’atto dell’imprigionamento: come avrà fatto a procurarsele, quando nessuno ammette di sapere nulla? Il direttore del resto afferma di fidarsi ciecamente dei propri uomini, e da quello che leggiamo la cosa è perfettamente vera.E allora? Fatto sta che un bel giorno, di notte, sentono un macello provenire da una cella del braccio della morte: pensano si tratti di van Dusen, ma quello dorme beato: il baccano proviene invece da una cella situata esattamente sopra quella dello scienziato, in cui il detenuto, accusato di aver buttato dell’acido in faccia ad una donna, grida la propria colpevolezza, che mai prima d’ora aveva ammesso, sulla base di voci che sono venute a tormentarlo. Una in particolare mormorava: “Acido..acido”. Poi si registra un black-out, mai verificatosi prima d’allora, e, successivamente a ciò, Van Dusen riesce ad evadere, mentre nessuno al di dentro del carcere pare essersene accorto: del resto il secondino, quando si affaccia per controllare, vede una zazzera bionda. E allora? Come avrà fatto Van Dusen,? Il povero direttore, che aveva giurato di dimettersi semmai Van Dusen fosse riuscito nel suo intento, se lo ritroverà davanti, dopo aver chiamato una ditta esterna per eliminare il black-out delle luci del penitenziario, sotto le mentite spoglie di uno dei due giornalisti, (l’altro è Hutchinson Hutch, una vecchia conoscenza del direttore del carcere) che sono appena un attimo prima arrivati. La spiegazione della fuga farà restare Ransome, Fielding ed il direttore del carcere a bocca aperta. E con loro, tutti i lettori che mai si avvicineranno a questo lungo racconto. Una sola cosa anticipo: l’inchiostro e la penna di cui Van Dusen si era servito più volte (altre, in aggiunta alla prima, e sempre su strisce di cotone bianco che non si capiva da dove provenissero e dove fossero state occultate): l’inchiostro era stato formato dal lucido per scarpe grattato dalle scarpe e disciolto in acqua, mentre il pennino di cui il professore si era servito, era stato la punta metallica delle stringhe delle scarpe. Perché il racconto ebbe tanto successo? Innanzitutto il personaggio: Van Dusen è un clone di Sherlock Holmes, ma all’ennesima potenza. Segue un po’ la falsa riga del principe Zalenski di Shiel, un nobile che in forza del suo ragionamento logico riesce a sbrogliare ogni matassa anche la più complessa. Mi sembra che i due personaggi siano molto simili, dal fatto che entrambi rifuggono dall’azione, da cui il personaggio di Sherlock Holmes invece non rifugge. Del resto altri autori del tempo, inventano personaggi che si adattano alla figura di Holmes non solo per doti logiche ma anche temperamentali e fisiche: innanzitutto Gaston Leroux che inventa il personaggio che diverrà famosissimo di Rouletabille, c’è Maurice Leblanc che inventa un personaggio ancor oggi famosissimo, molto letto e molto tradotto: quello di Arsene Lupin, ladro gentiluomo, dotato di requisiti pari a quelli di Holmes, ed in più seduttore di belle donne: in alcune avventure Leblanc gli contrapporrà un clone sfortunato di Sherlock Holmes, Herlock Sholmes, che uscirà sempre sconfitto dal duello con Lupin. Ma anche altri autori inventarono cloni di Holmes e tutti nel periodo agli inizi del ‘900, conseguenza dell’enorme successo del personaggio doyliano: per esempio George Meirs che inventò i due personaggi di William Tharps, “il celebre poliziotto inglese”, e quello di Walter Clarck, pure definito “Il celebre poliziotto inglese”. Ma il personaggio di Van Dusen fu usato per molti racconti: perché proprio questo ebbe particolare fortuna? Beh, io una teoria l’avrei. Secondo me la fortuna di questo romanzo va cercata proprio nel soggetto, la fuga da una cella guardata a vista. In quegli anni anche un altro personaggio faceva parlare i giornali delle sue imprese: si trattava non di un europeo, bensì di un americano. E non si trattava di uno scrittore, ma di un illusionista: Harry Houdini, famoso ancor più per le sue fughe impossibili, che proprio in quegli anni, quelli in cui viene ideato e pubblicato il racconto (1905), raccoglieva ovunque il calore entusiastico delle folle. In particolare, Houdini, dopo esser visuto 4 anni in Europa, nel 1904 era tornato, attorniato da un alone di leggenda, in U.S.A. I tempi, troppo stretti e coincidenti quasi, suggeriscono una filiazione evidente ed una correlazione tra i due personaggi (uno vero: Houdini) ed uno fittizio (Van Dusen). Stabilite le origini, l’importanza del racconto risiede piuttosto nella soluzione della fuga dalla cella, che negli avvenimenti accessori, anche questi spiegati, che hanno una funzione di cornice e servono a spiegare le stranezze, che di per sé attengono all’atmosfera. Non c’è dubbio, ancor prima che si giunga alla soluzione finale, che Van Dusen non può esser fuggito da solo, ma solo ricorrendo all’aiuto di altre persone, che non sono i secondini o il direttore del carcere: del resto una frase finale o quasi, del testo, è rimasta celebre: “Ogni prigioniero ha un amico, fuori, disposto ad aiutarlo ad evadere (op. cit. pag. 59).. E’ altresì evidente quanto il racconto sia importante per la teoria delle Camere Chiuse e per la soluzione di alcune di esse: tra le Camere Chiuse più famose , un posto particolare hanno quelle che si rifanno alla soluzione presente in questo racconto, per essere spiegate, ossia la presenza di un complice che fa sì che il delitto o comunque il reato, che altrimenti non sarebbe stato possibile, risulti impossibile da essere classificato come un omicidio (quasi sempre c’è un delitto) e ancor più come un suicidio: il complice non è l’esecutore materiale, cosa che accade anche nel nostro racconto, ma un fiancheggiatore, un complice che dall’esterno favorisce la fuga dalla camera chiusa del colpevole, mettendo in atto tutte le mosse perché esso non possa essere inizialmente inquadrato. L’ingegnosità, qui, sta dolo nel capire, attraverso quale via, Van Dusen ed X, abbiano potuto stabilire una via di comunicazione: indovinata quella, il tutto diviene estremamente semplice.

O quasi.

Pietro De Palma