lunedì 14 novembre 2016

Pierre Boileau : La pietra che trema (La pierre qui tremble, 1934) – trad. Aldo Albani – I Grandi Gialli Pagotto, Anno II, N.8, del 29 agosto 1950

La Pierre qui tremble è il primo dei romanzi di Boileau. E lo si vede subito:  è un romanzo che narrativamente parlando è più vicino ai romanzi  anni venti che a quelli successivi.
Comincia con Andrè Brunel (il personaggio che animerà tutti o quasi i romanzi di Boileau) che qui appare per la prima volta, che nel treno che lo sta portando in villeggiatura, si accorge che un individuo sospetto sta aprendo uno dopo l’altro gli scompartimenti del vagone dove lui si trova per guardare dentro.  Lo osserva e lo sorveglia con discrezione ma abbastanza da vicino da sventare un’aggressione probabilmente mortale ai danni di una giovane fanciulla, Denise Servières. La giovane, appena ventenne, si sta recando in Bretagna dove dopo una settimana è previsto il suo matrimonio con il Signore Jacques de Kervarech, al suo castello chiamato “La Pietra che trema”, in virtù della pietra che costrituisce la chiave di volta dell’arco che introduce nel castello, che sembra cadere, trema, ma non cade.
Brunel capisce che l’aggressore proveniva da Brest, avendo raccolto il biglietto che gli era caduto nella colluttazione: cioè aveva organizzato le cose per partire da Rennes e ritornare a Brest dopo aver eventualmente ucciso la giovane. Si strugge perché è da dove lui è in villeggiatura, sul mare, che l’aggressore è partito per uccidere la giovane. Chissà se riuscirà nuovamente nel suo intento.. Per questo Brunel si ripromette al più presto, dopo essersi riposato qualche giorno, di raggiungere la giovane al castello. Cosa che fa invero, in tempo per sventare un altro tentativo di assassinio, questa volta perpetrato nel bosco che circonda il castello, sempre  ai danni della giovane donna.
A questo punto, promette a lei e al suo fidanzato di stabilirsi al castello finchè lei non sarà sposa di Jacques: conosce anche il dottor Nicol, il medico del conte, ed il Conte stesso di Kervarech, tutore di Jacques.
I misteri non cessano: mentre Denise, Jacques, il Conte e Brunel stanno nel salone dove Denise sta suonando il pianoforte, Brunel vedendo in direzione della porta, prima la luce attraverso la toppa della porta e poi il buio, capisce che qualcuno, al di là della porta socchiusa, ha spento la luce ed è lì in agguato: Capisce di dover agire. Da istruzioni agli altri là presenti e poi con un balzo apre la porta, in tempo per vedere un’ombra che fugge al primo piano del nuovo castello. Non avendo altra via di fuga, si rinchiude nel bagno. Il bagno ha due entrate: una nel corridoio e una nella camera di Jacques. Ma pur presidiando tutt’è e due le uscite, e stando il conte al di fuori armato (che ha sparato allorchè il fuggiasco si è affacciato alla finestra), l’intruso, dopo aver aperto i rubinetti della vasca, fugge. Da dove? Attraverso lo scolo dell’acqua? Fa tto sta che quando si irrompe nella stanza. Non si trova nessuno. E l’altra uscita è ancora chiusa all’interno. Il Conte è sempre lì nel giardino, ha sparato la prima volta e scruta le finestre, per cui quando gli dicono che il fuggiasco è svanito, non crede alle sue orecchie. Brunel non riesce a capire come sia potuto fuggire. Non è però la sola cosa che non riesce a capire.
Denise poi racconta a Brunel di come qualche notte prima, non trovando sonno e tornandole alla mente la brutta esperienza vissuta in treno, aveva voluto respirare un po’ l’aria della notte, e nel parco aveva trovato Jacques tutto vestito che si aggirava furtivo e che alle richieste di spiegazioni della giovane aveva risposto parlando un segreto minaccioso del quale non poteva rendere edotta la fidanzata.
Brunel vuole capire cosa ci facesse Jacques a quell’ora nel parco e pertanto decide di sorvegliarlo di notte, scoprendo che di notte si allontana in direzione della vecchia torre, l’unico resto dell’antico castello, che accompagna la nuova costruzione in cui la famiglia vive. Riuscitosi ad arrampicare, assiste ad una stranissima scena: nella torre Jacques si è incontrato col Conte e lì ripete una serie di frasi, assolutamente identiche a quelle che pronuncia il suo interlocutore:ò. Il tutto poi si risolve con una gran risata ed un brindisi finale.
Brunel è sempre più attonito: non capisce nulla di quello che gli accade intorno.
Le cose a questo punto si ingarbugliano: scompare un domestico, il cameriere personale di Jacques, Yvon. E’ Annette, la sua fidanzata, altra domestica , a dare l’allarme. Lo trovano riverso, in gravi condizioni, sulla scogliera, pugnalato. Yvon è in fin di vita, ma tuttavia fissa il castello e ad un certo punto la sua facci e si contrae per il terrore: ha visto Jacques affacciato alla finestra: teme che lui possa ucciderlo. Un lampo e Brunel, temendo il peggio, si lancia verso la casa: Jacques non è più lì. Non ci sono altre uscite se non quella attraverso cui Brunel sta salendo al primo piano: eppure di Jacques nessuna traccia.  Visto che nella sua stanza non c’è e la porta del bagno è bloccata questa volta dalla parte della stanza, decide di andare nel corridoio che porta all’altra porta del bagno, ma neanche qui c’è Jacques. Ritorna indietro non capendo da dove possa essere uscito. Trova poi giù, il povero Jacques col cranio spaccato da una bastonata ma ancora vivo. Tuttavia non capisce come possa essere arrivato lì, su lui era arrivato alla casa in men che non si dica  e certamente non aveva visto uscire il giovane, né tantomeno il suo aggressore da dove lui era  entrato.
Poi..l’affare della lettera.  E’ stata spedita una lettera che è arrivata, indirizzata a Brunel. Annette l’ha vista, il conte pure, ma..la lettera è scomparsa. Il misterioso aggressore fantasma se ne deve essere impossessato. Perché? Era importante? Tuttavia chi l’ha scritta, tale Marie Calvez, aveva avuto l’accortezza di inviarne un’altra, uguale alla prima, al dottor Nicol. Così i due vengono a sapere che quella donna forse è a conoscenza di qualcosa che possa spiegare il tutto. E’ colei che ha visto nascere Jacques. Promette di dire tutto. Ma prima che avvenga, qualcuno, sempre lui, il fantasma misterioso cerca di ucciderla. Non prima che però lei riveli qualcosa a Brunel. Ora Brunel è in grado di cominciare a ricostruire l’arcano, ma ancora una volta il nemico è in agguato nell’ombra: appena l’auto con  Brunel alla guida arriva al castello, “La pierre qui tremble” che ha resistito per centinaia d’anni alla gravità, scalzata dal criminale e posta in equiolibrio, appena il rombo della macchina è sotto di lei, cade pesantemente, appresso alle altre pietre del portale sulla macchina di Brunel, che per un miracolo resta solo ferito:.
Ci sarà ancora un tentativo di aggressione a Jacques ferito, prima che il colpevole non venga individuato e messo nella condizione di non poter nuocere:  tenterà l’impossibile, cadendo poi sulle rocce. Prima che egli cada sulla scogliera, se ne vede il viso sconvolto dalla furia: è Jacques. Jacques?
Brunel ricostruirà la storia di un terribile segreto, ed una infame macchinazione.
Romanzo pieno di tensione, a metà potrei dire tra un thriller, tanto l’angoscia pervade le pagine, ed un mystery, per gli interrogativi, veramente stuzzicanti che pone (una Camera Chiusa nel bagno ed una al contrario, quando Jacques scompare dalla casa per essere ritrovato poi ferito dabbasso alla casa per una bastonata al cranio: al contrario perché a determinare l’impossibilità non è una porta chiusa all’interno di una stanza ma una chiusa all’esterno della stanza, che quindi non può essere stata usata per entrare nel bagno ed uscire poi nel corridoio), è interessantissimo per la questione che pone, che poi è alla base della soluzione.
Comunque mi pare di poter tranquillamente affermare che qui, pur essendoci un tipico ambiente da Belle Epoque ( innamorati teneri, donne indifese, ingenue, incapaci di atti abominevoli, assassini sempre uomini, turpi e avidi ) e una trama che evidenzia tempi che furono e che mai più saranno e tematiche che oramai stanno scomparendo (onore, scandalo) e pur essendoci anche una scrittura che denota la datazione , per esempio  le frequenti invocazioni, che nella scrittura contemporanea sono del tutto o quasi scomparse, e i commenti coloriti:  Ah! Il Mostro! , oppure Tutto no! Una parte…Ah! È straordinario! Oppure ancora  Ah! Lo sporcaccione (non per atti libidinosi ma per aver ferito Brunel alla mano durante la colluttazione nel treno) o Ah! Non domandarmi il perché, è orribile!  O Ah! Capire, capire… o ancora Su! Rimettiamoci ora! Ormai tutto è finito! …Oh! È orribile!...Orribile? che cosa dirà allora quando saprà tutto?...Parli mio buon amico, parli. Io divento pazza!
Di queste espressioni invocative i dialoghi sono zeppi. Testimoniano che il romanzo è datato, che lo stile lo è ancor più (frequenti le sdolcinature, tipo due persone che si salutano amorevolmente e poi si abbracciano, o invece atti opposti, come se colei che sembra buona non potesse sentire sentimenti malevoli oppure che colui che è malvagio non potesse nutrire anche sentimenti buoni) e una certa semplicità psicologica applicata alle persone: le donne sempre indifese, gli uomini sempre spavaldi o truci. Quindi, in un ambiente siffatto, ha uno stridore notevole il fatto che il romanzo presenti rispetto ad altri dello stesso periodo, caratterizzati da misteri che attengono quasi esclusivamente alla natura materiale dell’impossibilità (sono quasi tutti howdunnit), una componente psicologica elevatissima: qui il doppio mistero della camera chiusa (notevole il rumore dei rubinetti aperti e l’assassino che svanisce, o una camera chiusa all’incontrario per effetto della porta del bagno nella camera di Jacques non chiusa dal di dentro, come nella camera chiusa precedentemente accennata, ma dal di fuori, che impedisce pensare che l’aggressore sia potuto entrare da lì) è spiegabile non con espedienti meccanicistici o empirici, ma ricorrendo alla natura psicologica delle persone: è proprio il dialogo incoerente tra il Conte e Jacques (che fa dubitare il lettore di ciò che stia leggendo), unito allo strano incontro notturno nel parco tra Denise e Jacques, e alla rivelazione di Marie Calvez, a risolvere tutto, anche le Camere Chiuse. Che non c’entrerebbero nulla con una storia fatta di onore macchiato, disonore, una ragazza madre, un figlio non riconosciuto, soldi a buttare, una eredità di cui si godeva e che poi è stata tolta e che si agogna anche ricorrendo all’omicidio. Ma che poi c’entrano eccome!
Tuttavia il nocciolo della soluzione è nella natura ambivalente di un personaggio come Jacques che è capace di tutto e del contrario, che si trova laddove non potrebbe essere e che non si trova laddove dovrebbe stare, e di un suo doppio. Perché il nocciolo è proprio questo:  due fratelli, di cui uno sa dell’altro, mentre l’altro no. Il famoso tema del doppio. Che qui è trattato devo dire in maniera superba.
Solo così qualcosa viene spiegata. Il resto no, perché solo leggendo il romanzo e la spiegazione si capisce tutto. E io non lo spiego altrimenti il lettore che ha la possibilità di comprare il romanzo su ebay, e gustarselo (perché io me lo sono gustato, come non mai) poi che lo compra a fare? La soluzione è una di quelle che ti appagano, non c’è che dire! Boileau ha questa particolarità: crea dei palazzi su basi che non sarebbero capaci di resistere ad una baracca, però crea delle fondamenta così forti, da sfidare la forza di gravità. Soprattutto perché crea attorno un sistema di indizi e di fatti che trovano perfettamente la loro spiegazione solo alla fine, quando viene spiegato il tutto. Prima non sarebbe stato possibile spiegarlo.
Mi piacerebbe pensare che Boileau abbia preso qualche cosa dai due magnifici cugini Queen, che abbia tratto ispirazione da The Siamese Twin Mystery,  che è del 1933 e quindi pubblicato un anno prima che lo venisse questo primo romanzo di Boileau, ma poi in realtà è altrettanto possibile che Boileau avesse tratto ispirazione da una narrativa tipicamente francese, precedente alla sua: come non pensare a due romanzi di Alexandre Dumas come  Le Vicomte de Bragelonne  o Les freres corses, in cui è presente il dilemma di due fratelli gemelli monozigote? O sempre di Alexandre Dumas, a Les deux étudiants de Bologne, un lungo racconto? Ma se pensiamo a Queen, indubbiamente il tema della sostituzione di un fratello con l’altro, cosa che non è presente in The Siamese Twin Mystery, lo ritroviamo, in una storia che risente in certo modo dell’impostazione di Boileau, in The Finishing Stroke di Ellery Queen, un vero capolavoro, poco letto e ricordato.
La bellissima la scena in cui il cattivo dei due sta per pugnalare l’altro, già precedentemente da lui colpito ma non ucciso, mi serve per ragionare anche su un altro aspetto del romanzo: come non pensare che l’eliminazione dell’altro, sia anche il riappropriarsi dell’unicità di una identità sdoppiata in due? Perché se uccidi quello, uccidi anche te, o meglio una parte che è in te. E diventi tutt’uno?
Del resto, a ben vedere, tutto avrebbe avuto un valore solo se nessuno si sarebbe accorto della sostituzione.  Così l’elemento che scardina tutto il piano dell’assassino e del suo complice (perché senza il complice, la sparizione nel bagno non si sarebbe potuta spiegare !) diventa la mancata sostituzione. E chi ha ancora una volta un’importanza notevole in un romanzo giallo francese? Un domestico! Come ne La maison interdite di Herbert & Wyl !  L’uccisione di Yvon, il servo fedele, ha una valenza fondamentale, più fondamentale di quello che sembri e che appaia: Yvon ha visto l’alter di Jacques, e per questo deve morire! Se non si fosse accorto che esisteva un doppio, il doppio malvagio si sarebbe sostituito al doppio buono, opportunamente eliminato precedentemente e fatto sparire, avrebbe sposato la fanciulla, si sarebbe impossessato dell’eredità e Brunel sarebbe rimasto a scervellarsi sull’impossibilità di una sparizione dal bagno. Vedete ora quale sia l’eredità del Visconte di Bragelonne su questo romanzo?
Invece, l’estremo anelito di vita di Yvon permette di concentrare l’attenzione su Jacques affacciato alla finestra e su un fantomatico piano per eliminarlo e solo per questo Brunel corre alla casa, non lo trova dove dovrebbe trovarlo – perché ci mette un tempo troppo esiguo per permettere qualsiasi altra cosa, cioè trascinare il corpo di Jacques per le stanze e per le scale, in un tempo ancor più esiguo perché lui non li noti – e poi lo trovi laddove non dovrebbe essere! Se Yvon non si fosse accorto del doppio, se il doppio non avesse dovuto ucciderlo, se Yvon non fosse sopravvissuto perché ci si fosse accorti della sua mancanza, se questi non avesse indicato la camera d Jacques e Jacques stesso, tutto sarebbe andato come nei paini dell’altro Jacques. Invece…
Il bene trionfa. Per una serie di fatti assolutamente casuali.
La grandezza di Boileau.

Pietro De Palma

sabato 12 novembre 2016

Ngaio Marsh : Giochiamo all’assassino (A Man Lay Dead, 1934) – trad. Giulia Betocchi – I Gialli del Secolo N. 211 del 1956.

Quando ero giovane, ho letto (si può dire) tutta l’opera di Agatha Christie.
La scelta fu indotta principalmente da due fattori: il primo fu la sponsorizzazione diretta della mia indimenticata docente (del Ginnasio) di Lettere, Latino e Greco, che non faceva altro che parlare di Agatha Christie, di Poirot sul Nilo, di Corpi al Sole etc.. E già questo sarebbe un tassello non di poco conto, visto che in Italia, la letteratura di genere è ritenuta poco più che niente al confronto di altri generi di letteratura “più nobili”e pochissimi sono i docenti che la difendono. Ma per di più non si deve dimenticare che Agatha Christie ha goduto di un trattamento più che di favore presso la Mondadori, in quanto la sua opera completa di romanzi e racconti polizieschi è stata messa a disposizione dei lettori, in maniera integrale, in libreria. Fenomeno più unico che raro. Per uno come me, che era curioso di leggere cose che non fossero quelle di Nancy Drew, dei Tre Investigatori, e degli Hardy Boys, che già avevo letto, la scelta quindi era più che obbligata.
Devo dire in tutta sincerità che la Christie mi è piaciuta molto, non del tutto però. Col tempo, ho cominciato a leggere dell’altro, e ho scoperto come vi fossero degli scrittori di pari livello forse, ma non pubblicati in Italia, in libreria, come lei.
I miei lettori sapranno che io amo molto Ngaio Marsh e Christianna Brand, al pari di Agatha Chistie. Negli ultimi anni, le prediligo alla più nota scrittrice. Oggi parlerò di un romanzo di Ngaio Marsh, non trovabile in libreria, e neanche pubblicato da Mondadori, ma da..nei Gialli del Secolo. Quindi ad oggi virtualmente introvabile o reperibile solo difficilmente. Perché ne parlo allora? Perché questo blog non è rivolto a cose che si possano trovare, ma anche e soprattutto a cose introvabili, eppure straordinarie, così da costituire l’input a che qualcuno le cerchi (e magari qualcun altro le ripubblichi).
Straordinario romanzo? Sì, proprio così. Purtroppo, per una scrittrice come Ngaio Marsh, famosa anche e soprattutto per le sue meravigliose descrizioni, un testo tradotto all’osso, senza orpelli, ma neanche senza quelle raffinatezze che solo una traduzione integrale e fatta bene, avrebbe saputo valorizzare, un romanzo come questo, presentato nella Collana dei Gialli del Secolo, perde molto del proprio fascino. Eppure è ancora un eccezionale saggio di scrittura e genialità. Non dirò nulla su Ngaio Marsh, perché ne ho parlato altre volte; dirò solo qualcosa su questo romanzo. A Man Lied Dead, è la sua opera prima. Fu pubblicata nel 1934. E’ un coacervo di idee, ognuna di per sé interessante: armi antiche e maledette, società segrete, tre russi che complottano, e un delitto inspiegabile. Idee che non è detto che in altre mani avrebbero, tutte insieme, prodotto un risultato soddisfacente. Il fatto è però che in questo caso ci troviamo dinanzi ad una delle scrittrici maggiori del ‘900, famosa non solo per i suoi romanzi polizieschi ma anche per i suoi lavori teatrali. Anzi, posso dire, senza timore di essere contraddetto, che questo primo suo romanzo è assieme un’opera teatrale ed un romanzo poliziesco: ha un così alto livello di spettacolarizzazione e di rappresentazione, da lasciare interdetti. C’è un tale livello di orchestrazione, di cura dei particolari, da non lasciare delusi.
Sir Hubert Handesley è famoso per le sue feste, indimenticabili. Ha invitato questa volta sua nipote Angela North, Charles Rankin un uomo di 46-47 anni, inveterato play.boy, Nigel Bathgate, cugino di Rankin e giornalista di cronaca, Rosamund Grant, una gran bella donna, e infine i signori Wilde, Arthur archeologo, e sua moglie Marjorie. Scopo della festa è organizzare un Cluedo Party: il gioco dell’assassino. Bisognerà prima scegliere un assassino, che dovrà scegliersi la vittima. Una volta comunicata la sua decisione, la vittima dovrà fare il morto e gli altri dovranno – entro un tempo limite – scoprirne l’assassino. Il fatto è che non tutto va dove dovrebbe andare: in altre parole, dopo che l’assassino ha colpito, il morto..rimane morto sul serio: Charles Rankin, che aveva avuto il torto di cercare a tutti i costi di rendersi antipatico ( deridendo in pubblico Arthur Wilde, mettendolo letteralmente in mutande; prendendo in giro le due donne Marjorie e Rosamund, entrambe di lui innamorate, ed una delle due, Marjorie fedifraga, avendo con lui una relazione extramatrimoniale; inimicandosi il dottor Tokareff, medico russo, facente parte di una società segreta, a causa di un antico pugnale mongolo, che Rankin ora possiede ma che prima apparteneva alla società segreta di cui Tokareff è uno degli affiliati; e per di più aveva promesso, in caso di morte, 3000 sterline ad Arthur Wilde e il pugnale al padrone di casa , Sir Hubert Handesley, noto collezionista di armi antiche), giace ora per terra, col pugnale mongolo infisso nella schiena, secondo un’angolazione per cui lo stesso cuore sia rimasto trafitto.
Ben presto, l’Ispettore Roderick Alleyn, rampollo di famiglia aristocratica, che lavora in polizia più per appagare una sua passione che non per altro, entra in scena, trovandosi di fronte ad un problema apparentemente insolubile: tutti i soggetti sono al riparo da accuse, in quanto ognuno di essi è protetto dalle dichiarazioni almeno di uno degli altri invitati, se non del personale di servitù. Qualcuno deve pur avere ucciso Charles Rankin! Eppure dalle testimonianze, tutti gli autori del dramma sarebbero nell’impossibilità di aver commesso l’omicidio: c’è chi stava nella vasca da bagno, chi cantava squarciagola dall’altra parte della casa, chi era stata vista altrove dalla servitù. L’unica persona che sembrerebbe essere più a rischio è Rosamund, il cui alibi è stato contraddetto da una cameriera.
Intanto però si muovono, assieme al subplot centrale, altri secondari: la società segreta, il pugnale antico e maledetto, la fuga del maggiordomo, Vassily, anche lui russo; la morte apparentemente sconnessa di un polacco a Soho. Poi vengono trovati degli indizi: un guanto bruciato nel camino, la lanugine di una pelliccia nera attaccata ad un cancello del cortile, una lettera misteriosa. E alla vicenda centrale si lega quella di una macchinazione di una società segreta, di torture, delle indagini più che di Alleyn, cui è riservato il ruolo di “deus ex-machina”, dello stesso Nigel innamorato (amore ricambiato) della bella Angela North. E’ come se la Marsh, qui facesse le prove generali per le sue storie indimenticate, che intrecceranno vicende poliziesche a elementi sentimentali (la storia di Agatha Troy, pittrice, con Roderick Alleyn, Ispettore di polizia ma soprattutto Lord: non a caso, in uno sceneggiato che venne costruito su questa storia, ad Angela North di cui si innamora ricambiato Nigel Bathgate, venne sostituita Agatha Troy, presente in gran parte delle altre storie della Marsh).
Può essere stato Tokareff ad assassinare Rankin, per rientrare in possesso del pugnale, detenuto impropriamente da Rankin? Oppure il padrone di casa per accaparrarsi un oggetto preziosissimo? O lo stesso Wilde per entrare in possesso delle 3000 sterline (ma non ne avrebbe bisogno)? Oppure sono state le due donne, Rosamund o Marjorie ad assassinarlo per vendicarsi di essere state usate? Oppure la stessa Angela o Nigel, per oscuri motivi? Qualcuno ha suonato il gong, quando è stato commesso l’omicidio: per quale motivo richiamare l’attenzione dei presenti? Perché è andata via la luce? Chi ha potuto colpire alle spalle Rankin, abbastanza alto da raggiungere la panoplia nella quale è stato riposto il pugnale, afferrarlo e colpire alle spalle Rankin, che stava preparandosi un cocktail, senza che lui se ne accorgesse? E soprattutto come ha fatto tenendo conto che tutti (tranne Rosamund, ma non è lei l’assassina) hanno alibi inattaccabili, cioè sono messi al riparo dalle indagini dalle testimonianze si altri soggetti del dramma? Ci riuscirà in ultima battuta Alleyn, con un exploit ed una soluzione da lasciare a bocca aperta.
Già con questo primo suo romanzo, con la pubblicazione del quale Ngaio Marsh entrò a pieno titolo nell’ambito del gruppo delle Crime Queen (formato anche da Christie, Sayers e Allingham), Ngaio Marsh delineò la sua tecnica narrativa che avrebbe fatto scuola: c’è una prima parte in cui viene presentato il luogo e gli autori del dramma, avvengono le schermaglie tra gli stessi, e viene presentata di solito ed inquadrata l’ipotetica vittima, quasi sempre abbastanza antipatica da poter accentrare su di sé le ire dei presenti. Poi avviene il delitto ed entra in scena l’ispettore Alleyn che comincia a raccogliere indizi, per costruire delle prove. Infine Alleyn inchioda, nel corso di spettacolari finali, l’insospettabile assassino alle sue responsabilità.
Questo romanzo potrebbe essere anche una Locked Room celata. Perché? Nel corso del romanzo, a un certo punto, si precisa che nessuna altra persona, dal di fuori, avrebbe potuto commettere l’omicidio di Rankin, perché la casa era stata isolata da una nevicata che aveva avvolto la campagna circostante, per più di congelata. Quindi, se Ten Little Niggers di Agatha Christie fosse una Locked Room, come alcuni dicono, perché i crimini avvengono su un’isola, anche questo romanzo di Ngaio Marsh potrebbe essere ascritta alla lista delle Camere Chiuse.
Tutti i romanzi presentano questa successione di momenti sempre ben cadenzati, già presenti in questo primo romanzo, in cui, è bene dirlo, il grosso dell’indagine non è svolto tanto dall’ispettore, quanto dal giornalista. Avviene cioè, quello che leggiamo nella prima avventura del Merrivale, di Carter Dickson: l’entrata in scena, attentamente studiata, del personaggio presente in tutti i romanzi della scrittrice, che ha una funzione di vero e proprio deus ex-machina, colui che risolverà l’enigma, partendo da indizi di per sé senza sostanza. Ngaio Marsh delinea qui quello che sarà il carattere tipico della scuola britannica, differenziandola da quella americana, nell’ambito del Mystery: prima del delitto c’è sempre (o quasi) una specie di introduzione in cui vengono descritti i personaggi e si delineano le azioni del dramma; dopo il delitto, invece, entra in scena il detective, che risolve il tutto. Parecchi sono gli autori che si attengono a questo tipico modo di presentare la storia: per esempio un’altra classicissima scrittrice, come Georgette Heyer. John Dickson Carr invece pur facendo parte e operando nell’ambiente inglese degli anni trenta, se ne discosta radicalmente, anche perché è americano: tutti o quasi gli americani cominciano la storia col delitto, e semmai, dopo, spiegano gli antefatti.
Notiamo inoltre un’altra caratteristica che invece accomuna stranamente la Marsh alla narrativa di ambiente americano (ma accadrà anche per Christianna Brand per altre ragioni), soprattutto all’ambiente vandiniano, a testimonianza che non è detto che Van Dine non abbia avuto proselite o sviluppatori anche nella scuola britannica: Alleyn è un aristocratico come Vance; le storie contengono quasi sempre dei particolari bizzarri; i delitti se non sono impossibili, poco ci manca!; gli ambienti sono formalmente circoscritti; vi sono sempre riferimenti all’arte, al teatro, al collezionismo; ed è poliziotto, come Michael Lord di Daly King o Tatcher Colt di Abbott.
Ancora un’altra cosa: la presenza di più subplot, che di per sé anche non collegabili direttamente al delitto, comunque hanno il pregio di incasinare la situazione, distogliendo gli spettatori dal vero obiettivo dell’azione scenica: inquadrare l’assassino. Spesso inoltre Marsh, afferma delle cose, che poi vengono contraddette da altre, e spiegate in diversa maniera, prima insinuando il possibile colpevole, poi liberandolo dalle accuse ed infine ritornando su di esso ed inchiodandolo alle sue responsabilità. Con una storia che ha i tratti a volte della spy-story (la congiura filo-bolscevica), a metà anche nelle ultime sezioni del thriller e dell’hardboiled, con un poliziotto e Nigel prigionieri dei russi, picchiati e torturati con gli spilli sotto le unghie, ma soprattutto del mystery puro, Ngaio Marsh affascina, regalandoci un romanzo straordinario per intensità, ma delizioso al contempo per la leggerezza dell’impianto e per la poliedricità delle voci in capitolo: come un consumato direttore d’orchestra – ma qui è al suo esordio! – Ngaio Marsh riesce a dare corpo a diversi movimenti, a dare voci a diverse sezioni strumentali, pur senza perdere mai la visione dell’assieme e del particolare. E nello stesso tempo, imbastisce una vicenda nella vicenda: un Cluedo ad uso del lettore, che utilizza il Cluedo come base per la messinscena narrativa, applicando idee anche di altri scrittori: alcuni hanno messo in chiaro come le torture e i malviventi rimandino a storie di Wallace, mentre a me il delitto spiegato in termini di secondi, mi fa pensare a certi romanzi di Crofts, basati su alibi inattaccabili che poi vengono smascherati (come qui).
Rimarco infine come in tutte le sue storie, Ngaio Marsh, ripetendo all’infinito, in tutte le varianti, la sua costruzione teatrale della vicenda, basata su tre sezioni scandite regolarmente e continuamente, faccia suo e applichi in un ambito narrativo, una tecnica che, ai primi dell’Ottocento, era espressione della musica strumentale più classica: tre sezioni, concatenate tra loro, variate innumerevoli volte, secondo i temi musicali (spesso opere liriche ed arie) da innumerevoli autori : una Introduzione, in cui viene inquadrato il tema dell’azione; un Tema e delle Variazioni in cui l’azione si sviluppa in vari modi; un Finale, spesso virtuosistico, in cui l’azione finisce in una catarsi liberatoria.
Possibile che Ngaio Marsh abbia elaborato la costruzione delle sue storie partendo da una tecnica compositiva tipica del Biedermeier musicale di primo Ottocento? Secondo me è possibilissimo, tanto più che il Biedermeier, che altrimenti e altrove si evolve nel romanticismo, in Inghilterra rimane, per più tempo, connesso alla forma della Monarchia, che altrove finisce, mentre qui rimane intatta. E non a caso la società che la Marsh rappresenta, il più delle volte, è quella aristocratica, vista nella sua visione più conservativa, proprio perché non vissuta, ma assunta come propria pur non essendolo: non a caso Ngaio Marsh, neozelandese, diventa più britannica di scrittori britannici come per esempio Edmund Crispin o Nicholas Blake, che invece tendono a staccarsi dall’ambiente più tipicamente conservatore della narrativa inglese, proponendo storie che li avvicinano invece ad esponenti non britannici.
Un po’ un moto al contrario rispetto a quello di Ngaio Marsh.
Pietro De Palma

giovedì 10 novembre 2016

William De Andrea: Neve rossa a Rocky Point (Killed on the Rocks, 1990) – traduz. Maria Luisa Vesentini Ottolenghi – Il Giallo Mondadori N° 2255 del 1992.





William De Andrea è un nome che a molti non dirà nulla in Italia. Eppure la Mondadori gli ha pubblicato gran parte dei suoi romanzi, una ventina di anni fa.
William De Andrea nacque il 1 luglio 1952 a Port Chester, New York. Dopo aver studiato in USA, svolse la professione di giornalista e scrittore, soggiornando in Europa, a Parigi e Londra. Successivamente, da quando si stabilì nuovamente in USA, visse fino alla morte, avvenuta nel 1996, nel Connecticut, nella Contea di Litchfield. Scrisse varie serie di romanzi: in quella con Matt Cobb che gli dette il successo, inserì la propria esperienza in una grande rete televisiva americana; quella di Niccolò Benedetti fu intesa anche come un omaggio a Nero Wolfe di cui egli fu sempre un fan; la serie Clifford Driscoll invece si avventurò nel genere spy, mentre quella con Lobo Black/Quinn Booker prese le mosse nel vecchio West.
De Andrea è ricordato per essere stato un grande scrittore, vincitore di ben tre Edgar: il primo, vinto come “Best First Novel” nel 1978 con Killed in the Ratings, facendo esordire Matt Cobb (dopo la morte di De Andrea, la serie è stata continuata dal moglie, anche lei scrittrice, Jane Haddam); il secondo vinto, nel 1979, come “Best Paperback Original” con il primo romanzo della serie dedicata a Niccolò Benedetti,  The HOG Murders, mentre il terzo gli fu assegnato il suo grande saggio “Encyclopedia Mysteriosa”.
Neve rossa a Rocky Point (Killed on the Rocks) è il settimo romanzo con Matt Cobb, ed è la sua unica Camera Chiusa. E’ compresa in qualche lista di lavori del genere, stilata da critici americani, pur non essendo un romanzo di grande impatto.
Matt Cobb è il vicepresidente di un network, la NTA, che sta passando di mano. Allorchè si è sparsa la di una imminente offerta di Dost per rilevare il network,  i dirigenti del network  entrano in fibrillazione: vogliono capire infatti a cosa miri in realtà  l’offerta che Dost si appresta a fare. Infatti, qualcuno che trama nell’ombra, ha inviato una missiva anonima in cui si perora di far di tutto perche l’NTA non venga ceduto al miliardario, in quanto si sostiene che egli sia pazzo.
A questo punto , Tom Falzet, il presidente del network si affida a Cobb, perché scopra cosa vi sia sotto, e gli dà incarico di scoprire cosa vi sia sotto: Matt  accompagnerà i dirigenti del network presso la tenuta di Dost ad Adirondacks, sulle montagne rocciose, di proprietà del miliardario, e lì si discuterà della faccenda.
Lo Chalet è stato riammodernato dallo stesso miliardario che non ha badato a spese, e si è affidato al gusto della moglie Aranda, per far colpo su chi fosse lì invitato. Oltre alla moglie, è presente, assieme al miliardario, suo figlio Barry. Dost alla domanda di Cobb, nega che sia pazzo anzi muove il dito contro qualcuno nell’ombra che sta facendo di tutto per mandare a monte la sua offerta. Infatti molti non vorrebbero che il Network, pure in cattive acque, non passasse di mano.
Prima della cena, Cobb conosce Jack Bromhead, amico e braccio destro di Dost. E’ un tipo vestito da cowboy, con una vistosa cravatta a stringa, chiusa da un turchese, che si sarebbe aspettato calzasse degli stivali intonati al vestito. E invece, Jack calza degli sivaletti da passeggio, allacciati alla caviglia, a causa di una distorione: infatti zoppica. Subito Jack gli riesce simpatico, tanto più che difende a spada tratta il suo amico. Non così simpatico invece gli appare il figlio di Dost, il quale pensa che Cobb gli voglia sottrarre,  una volta conclusa la vendita del network, la “promogenitura”. Non è la sola nota stonata di quella sera, a Rocky Point: dopo la sontuosa cena che Gabby ha organizzato pe ri suoi ospiti, Cobb è invitato da Charles Wilbeforce, Capo dell’Ufficio Legale del Network, a uscire fuori dallo chalet, al freddo, poiché deve confidare una cosa. Cobb, trova fuori anche Carol Coretti, assistente di Wilbeforce che gli rivela comela moglie di Gabb abbia tentato di adescarla, facendole un’offerta esplicita di sesso, giacchè lei, Carol, è lesbica. Cobb consiglia ai due di far finta di nulla, anche perché non sa che pesci prendere: Aranda è la terza moglie di Gabb, giacchè la prima e morta, e dalla seconda lui ha divorziato.
Dopo esser caduto in un sonno profondo, Cobb è risvegliato, come altri ospiti da un grido lacerante: qualcuno ha scoperto un corpo nella neve, a circa quaranta passi dallo chalet: è Dost, morto. Il sangue macchia la neve. Tutt’attorno una distesa immacolata, priva di impronte. E una lenza da pescatore: cosa mai possa esserci tra le montagne, su quella distesa di neve, vicino al cadavere di Dost una lenza da pescatore, è una cosa che al momento non capisce
Dopo aver trovato anche Bromhead sveglio, e averlo inviato a svegliare il figlio del miliardario, Cobb sale al quinto piano della casa di montagna, perché vorrebbe capire come sia stato possibile che qualcuno abbia potuto uccidere Dost senza lasciare impronte: vuole guardare la scena del delitto dall’alto. Ma si imbatte nel figlio di Dost, che pensa sia stato lui ad uccidere il padre: fuori di sé, sferra un violento calcio alla tempia di Matt, prima di andare via.
Quando Cobb, barcollando, riesce a scendere giù, trova tutta la combriccola riunita. Compreso l’autista del miliardario, che egli apprende essere un ausiliario della polizia locale e come tale, rappresenta, seppure in una veste non professionale, la giustizia a Rocky Point.
Cobb prima viene a sapere da Bromhead che Aranda pur ereditando venti mioni di dollari non avrebbe avuto nulla da guadagnare dalla morte del marito, perché se fosse stato vivo avrebbe fatto per sempre la bella vita, e non per qualche anno, visto che la sue aspettativa di vita è altissima e venti milioni di dollari nel suo caso sarebbero spariti in men che non si dica; sa pure che il grosso dell’eredità andrà al figlio, salvo delle cose che eredita lui stesso, Jack.
Insomma, di candidati ad essere indicati quali assassino, ce ne sono non pochi, tra cui anche un sospetto maggiordomo ed un’altra sospetta governante.
A condurre le indagini è l’agente Ingersoll, che ben presto deve affidarsi all’acume di Cobb. L’atteggiamento ostile di Barry Dost, che si sfoga anche contro l’agente rompendogli il naso, sarebbe spiegabile sotto forma di una reazione eccessiva, ma ad indirizzrea le indagini vi pensa una misteriosa apparizione di Gabby Dost sul televisore di casa: il fantasma della vittima accusa il figlio di qualcosa. La matrigna, che era stata colta di sorpresa dall’apparizione spiritica sviene. Barry fugge finchè, pazzo furioso, si trova dinanzi Cobb e cerca di ucciderlo, credendo sia parte di un fantomatico complotto contro di lui, venendo a sua volta ucciso da Bromhead. Ma era davvero lui l’assassino? Oppure quello vero ha posto le cose in modo che le indagini prendessero il verso errato?
Cobb riuscirà a comprendere come sia stato commesso l’assassinio di Gabby Dost, come l’apparizione sul televisore sia riconducibile a qualche rudimento di trasmissione via cavo, e cosa c’entrino una lenza ed una canna da pesca, e persino una gruccia di metallo. E a inchiodare il vero assassino.
Bel romanzo di De Andrea, regge però il ritmo sino ad un certo punto: il fatto è che De Andrea non coinvolge molti potenziali assassini, ristretti a tre quattro persone. E per di più, tratta la materia narrativa anche ingenuamente, dicendo troppo, e facendo morire troppo presto il figlio della vittima e nel tempo stesso, dichiarando, senza neanche troppi sotterfugi, che l’assassino potrebbe essere un altro. Per di più fà accusare, da Cobb, una persona di aver realizzato la falsa trasmissione, e quindi indirizza le attenzioni verso di essa: se fosse un abile inganno per nascondere quello vero, e ottenere quindi un finale ad effetto, sarebbe una bella cosa;ma siccome quella persona finisce per essere responsabile, è evidente che o sia stata lei ad uccidere oppure sia stata aiutata da qualcuno. E quindi il sillogismo porta come risultato ad individuare il vero assassinio, e anche il movente.
Il metodo utilizzato per la variazione del prato innevato, della Camera Chiusa, mi pare possa rifarsi ad un celebre racconto di Joseph Commings, Serenade to a Killer, se non direttamente almeno indirettamente: infatti entrambi utilizzano dei cavi come mezzo per arrivare al luogo del ritrovamento del cadavere, anche se nel caso di De Andrea, è il cadavere che viene spostato dal luogo dell’omicidio a quello del ritrovamento, mentre nel caso di Commings è direttamente l’assassino che usa il cavo come via per raggiungere il luogo dell’omicidio, superando la distesa innevata e poi ritornare per la stessa strada. Carino è anche il metodo di spiegare l’apparizione spettrale.
Al di là di questo, un romanzo che avrebbe potuto avere ben altra tensione, se non si avesse avuto troppa fretta ad impostarlo e concluderlo.

Pietro De Palma

lunedì 7 novembre 2016

John Russell Fearn – Black Maria (Black Maria, M.A. , 1944) – trad. Eleonora Mollona – Il Romanzo Giallo Classico N.12, Garden Editoriale, Milano, 1995.

Di John Russell Fearn abbiamo già parlato; pertanto, chi non lo conoscesse, può andare a leggere le note che scrissi qualche mese fa introducendo un suo poco conosciuto lavoro. Ricorderò in questa sede, solamente, che fu un prolifico autore statunitense, versato non solo al Giallo ma anche, e soprattutto, alla fantascienza, e che scrisse utilizzando una moltitudine di pseudonimi diversi, i più noti dei quali sono John Russell Fearn e Vargo Statten.
Black Maria è uno dei suoi romanzi con delitti impossibili: più precisamente è una Camera Chiusa, anche piuttosto carina.
Black Maria è la direttrice di un college femminile britannico. Un bel giorno riceve una lettera da cui apprende che suo fratello Ralph Black è morto suicida: infatti lo hanno trovato, nel suo studio, con la radio ad alto volume, ucciso da un colpo di pistola, rinvenuta peraltro per terra, accanto a del vino versato, e il tutto in una stanza chiusa dall’interno. Il suicidio è l’unica ipotesi attuabile, a detta della polizia. L’unico a non credervi è il figlio Richard (detto Dick) che esterna i suoi sospetti alla zia, quando essa, dopo un viaggio lungo dall’Inghilterra, arriva in America.
La famiglia è formata dalla moglie Alice (sinceramente innamorata del marito, ma anche intenzionata a salvare i figli da qualsiasi accusa che potesse nuocere loro) e dai figli: Dick, Janet e Patricia. Dick gestisce un teatro e degli spettacoli di cabaret, anche se è intenzionato a portare in scena un suo lavoro, che sta scrivendo assieme alla fidanzata Jane Conway, tecnico del suono; Janet invece è una cantante lirica, innamorata di Peter Wade un attore; e Pat infine, ballerina, è innamorata a sua volta di Arthur Salter, un contabile. Chi mai può aver ucciso Ralph e perché?
Ralph ha fatto fortuna con i broccoli in scatola, mettendo su una serie di fabbriche e fondando un piccolo impero. Tuttavia, è un uomo spietato, che non vede di buon occhio che i figli si sposino con gente non ricca; e così sia la ragazza di Dick (il cui fratello è stato rovinato da Ralph), sia il fidanzato di Janet, sia quello di Patricia, vengono isolati. Siccome tuttavia non riesce ad avere ragione del fidanzato della piccola Pat, ordisce nei suoi confronti addirittura una falsa accusa di appropriazione indebita, congiurando con un grosso pezzo della malavita, Onzi, e facendo finire in carcere il povero contabile. Che tuttavia fugge, con l’aiuto di Pat, nello stesso giorno in cui Ralph muore. Ralph, tuttavia, temendo che qualcuno intorno a lui, voglia tramare ai suoi danni, ha scritto una lettera alla sorella, affidandole l’incarico, qualora morisse di morte non naturale, di investigare sulla sua morte, ricevendo, qualora riuscisse a dimostrare la colpevolezza dell’assassino/a, la sua parte di eredità. Così Black Maria, comincia ad investigare.
Saprà che Arthur e Patricia, prima che lui fosse ingiustamente accusato di frode, si erano segretamente sposati; che Jane è un tecnico del suono e che assieme al fidanzato stanno scrivendo un lavoro teatrale basato sull’omicidio a distanza provocato dal suono; che Janet spesso va a trovare il fidanzato, che abita in un quartiere operaio, di periferia, ben diverso da quello ricco in cui dimora lei abitualmente; e che nello stesso quartiere si nasconde Arthur, dopo essere evaso, e che Patricia, ogni giorno lo va a trovare e gli porta da mangiare. Non solo. Black Maria riuscirà, con l’aiuto di Pulp Martin, un piccolo elemento della malavita, diventato la sua guardia del corpo, a recuperare la documentazione in base alla quale verrà scagionato Arthur; e scoprirà una serie di indizi determinanti per capire come sia stato ucciso Ralph, perché e da chi : la molla di una macchina per scrivere, un filo metallico di acciaio, del vino versato per terra, due bicchieri rotti e la gabbia con un pappagallo, una radio ad alto volume, un disco lasciato a metà sul piatto del grammofono, e un ordine al maggiordomo di portare del vino che stride con una prima ricostruzione del delitto.
Tanti avevano la possibilità e il movente per uccidere Ralph: sarà stata Jane, tecnico del suono? O Dick che lavora e che ama Jane? O Janet che lancia un acutissimo Do di petto nell’Alleluja in Fa Maggiore di Mozart? O persino Peter che odiava Ralph Blach perché non intendeva in nessun modo acconsentire al suo amore con Jane? Oppure Mary, la cameriera di Jane, anche lei nutrente odio nei confronti di Ralph, a causa della morte dei suoi genitori, il cui disastro finanziario era stato causato dall’attività commerciale di Ralph?
Sembra quasi una congiura tipo Assassinio nell’Orient- Express: tutti avevano avuto un motivo per odiare Ralph e per volerne la morte. Ma chi di loro era stato? La rivelazione finale, alla fine di una ricostruzione che l’inconsueta investigatrice terrà nella dimora del fratello, sorprenderà tutti, anche il lettore.
Gran bel romanzo di Fearn, con una soluzione impeccabile, mi ha ricordato quelle camere chiuse con meccanismi mortali, già viste in romanzi di John Rhode, J.J.Connington, Eden Phillpotts; ma soprattutto mi ha ricordato un’altra Camera Chiusa famosa, in Death Has Many Doors di Fredric Borwn, in cui l’assassinio è provocato da un meccanismo mortale, per di più alla cui base c’è una diavoleria connessa ad una legge fisica: mentre però capita la fonte, nel romanzo di Brown si riesce a desumere se non cosa almeno il principio in base al quale la morte è avvenuta, e quindi il colpevole, in quello di Fearn, anche capito il principio alla base, sbandierato in tutte le salse (cioè che una determinata nota, venendo suonata ad una determinata altezza, determina un’onda sonica non percepita dall’orecchio umano ma capace di rompere anche il vetro, in pratica un ultrasuono), non si riesce a capire come sia potuta morire la vittima, senza aspettare la soluzione finale, un vero culmine di intelligenza.
Al di là di questo, il romanzo si legge tutto d’un fiato: 150 pagine facili facili, portate avanti da un certo ritmo (cui contribuisce una vicenda a metà tra l’azione e il gangsterismo) che unisce Mystery classico ad un certo finto hard-boiled, quasi che qui Fearn avesse copiato la tendenza del giallo ibrido di Jonathan Latimer o di Craig Rice, a suo modo s’intende, creando una figura macchiettistica di direttrice di collegio imprestata alla detective fiction (probabilmente guardando anche alla signorina e maestra detective di Stuart Palmer, Hildegarde Withers), che andando a procacciarsi guardie del corpo tra avanzi di galera, riesce a salvarsi da tentativi di omicidio e ad inquadrare un complotto che si annida nella sua stessa famiglia.
Questo primo romanzo, bene accolto al tempo, fu il primo di una serie di sei romanzi impersonati da Black Maria: Black Maria, M.A. (1944); Maria Marches On (1945); One Remained Seated (1946); Thy Arm Alone (1947); Framed in Guilt (1948); Death in Silhouette (1950).
L’unica nota stonata di questo bel romanzo, pubblicato a suo tempo da Gerden Editoriale, riguarda la copertina: che c’entrano Robert Vaughn e Ben Gazzara? Mah..

Pietro De Palma

sabato 5 novembre 2016

Pierre Boileau – Sei delitti senza assassino (Six crimes sans assassin, 1939) – Trad. Massimo Caviglione – Il Giallo Mondadori N. 3095 del 6 dicembre 2013

Anni fa, mi ricordo che con Igor Longo (ma qualcuno sa dove sia andato a finire?), si parlava anche di Pierre Boileau, un monumento della narrativa poliziesca francese, e dei suoi due maggiori capolavori: Six crimes sans assassin, e Le repos de Bacchus, lamentando la sua colpevole mancanza dagli scaffali dei giallofili più esigenti, se non riferendosi alla sola e vecchiotta edizione de I Grandi Gialli Pagotto.
Pierre Boileau è ai più famoso perché assieme a Thomas Narcejac, formò uno dei più innovativi e solidali connubi letterari del genere poliziesco, firmando innumerevoli capolavori, da Celle qui ne’e`tait plus, 1952(I Diabolici)  a D’entre les morts, 1954 (La donna che visse due volte) a L’Ingenieur aimait trop les chiffres, 1959 (Il quarto colpo) e molti altri. Se tuttavia con l’amico, i romanzi da lui anche firmati, scandagliavano vittime e carnefici, soffermandosi soprattutto su disturbi di personalità, generando quindi una narrativa intensamente psicologica e di suspence, fino a quando li aveva pubblicati con la sua sola firma, cioè fino all’incontro con Narcejac avvenuto in occasione della premiazione del romanzo di quest’ultimo, LaMort est du voyage, al Grand Prix du Roman d’Aventure del 1948, i suoi romanzi erano stati solo esempi mirabili di Romanzo ad Enigma.
Era nato a Parigi nel 1889. Dopo vari mestieri, aveva cominciato a scrivere e collaborare con alcuni giornali, firmando per il giornale “Lectures pour tous” il suo primo racconto col detective  André Brunel: Deux hommes sur une piste, 1932. Da quel momento, scriverà alcuni romanzi tutti col tale personaggio: La Pierre qui tremble, 1934 (La pietra che trema, 1950); La Promenade de minuit,1934 (Uno strano cliente, 1951); Le Repos de Bacchus, 1938 (Il quadro maledetto, 1950); Six crimes sans assassin, 1939 (Sei delitti senza assassino, 1950); Les Trois clochards, 1945 (R.I.E.N., 1950). Dal 1936 al 1942 pubblicò diversi racconti per la rivista Ric et Rac e taluni di essi furono ripubblicati durante la Seconda Guerra Mondiale e l’occupazione della Francia, sotto lo pseudonimo Anicet (non si è mai appurato precisamente se fosse un suo effettivo pseudonimo o un tentativo di altri di sfruttare la sua fama). Dopo la guerra, Boileau pubblicò ancora; L’Assassin vient les mains vides, 1945 (L’assassino invisibile, 1951); La bete du bois sans nom; Sans-Atout en danger, 1949 (L’ultimo proiettile, 1950); Les Rendez- vous de Passy, 1951 (Il fantasma dell’assassinato, 1950). Gli ultimi tre romanzi da lui firmati individualmente, uscirono dopo tuttavia che aveva formato il sodalizio con Narcejac. Morì nel 1989 a Beaulieu-sur-Mer.
Six crimes sans assassin, narra ancora una volta di una tragedia all’interno di un preciso gruppo familiare e del più grande successo di André Brunel investigatore, chiamato, assieme al narratore suo amico, a individuare un assassino invisibile.
Una tragedia si è svolta in un condominio: una donna è stata vista chiamare aiuto, affacciata ad una finestra, ed un attimo dopo, cadere all’indietro, mentre una scena di lotta tra due persone si è intravista alle sue spalle. La gente accorre, e in primis il portiere dello stabile che però, giunto dietro alla porta dell’appartamento presumibilmente teatro della vicenda, si accorge di aver dimenticato il pass-partout; quando ritorna sopra, questa volta con la chiave universale, ed apre la porta, si trova dinanzi una scena terribile: un uomo morto con due ferite da arma da fuoco, una donna agonizzante, che non può essersi ferita da sola, la pistola mancante, e l’assassino…scomparso. Da un appartamento chiuso: la porta di casa è impraticabile perché vi sta armeggiando dietro il portiere e varie altre persone, nelle altre camere non c’è anima viva, le finestre sono ad un’altezza tale che non possono essere utilizzate per la fuga e per di più sono guardate  da chi richiamato dalle grida, non fa altro che scrutarle, e l’unica porta che da sulla scala di servizio, è chiusa dall’interno da un catenaccio. Quindi, da dove è scappato l’assassino?
Alla domanda, apparentemente senza risposta, cercano di rispondere, oltre che Brunel, chiamato in causa da Roland Charasse, suo amico carissimo e avversario nelle aule dei tribunali, tra i primi ad arrivare sulla scena del delitto, e cugino di Marcel Vignaray, la vittima.
La domanda che sorge spontanea dopo aver esaminato la scena del delitto, è che manca Adèle Blanchot, domestica della coppia, che sarebbe dovuta essere lì e che invece non c’è: il commissario ed il portinaio, si recano al sesto piano del palazzo, dove stanno le camere della servitù, ma nella stanza di Adéle non trovano né la donna né altra cosa che serva a dare una traccia. Tuttavia lasciano un poliziotto di guardia.
Un’ora dopo Brunel, il narratore e Charasse vanno a visionare la stanza di Adéle alla ricerca di elementi sfuggiti al commissario, ma Roland, il primo ad entrare nella camera si trova dinanzi ad una terribile scena: Adéle morta sul letto. Dopo un primo istante di sbigottimento, gli altri due raggiungono il compagno e trovano la domestica, anche lei uccisa da un colpo di pistola al cuore.
Il poliziotto di guardia giura e spergiura di non essersi mosso neanche un istante dal suo posto e intanto però un cadavere si è materializzato: dell’assassino ovviamente nessuna traccia. Anche in questo caso non vi è nessuna uscita al di fuori della porta.
Si pensa a questo punto che se è stata uccisa la domestica, stessa sorte potrebbe accadere a Julien Blanchot, il marito, il maggiordomo, che è presso la villa di Vignaray. Gli telefonano e gli dicono di barricarsi in casa, di non aprire a nessuno, finchè non lo andranno a trovare. Quella sera Brunel vuole cercare altri indizi e dà appuntamento a Charasse per il mattino dopo. Tuttavia l’indomani egli non si presenta: allarmati lo vanno a cercare e lo trovano agonizzante nel suo studio, avvelenato. Si recano alla villa quindi con un taxi, Brunel, il narratore ed il Brigadiere Girard della Brigata Speciale, ma alcuni segni premonitori li mettono in allarme: un cavo telefonico tagliato, dei segni di scalfittura della pesante porta dello studio, eppure la porta è chiusa dall’interno; inoltre una pesante scrivania vi è stata sospinta contro dall’interno. Nessuno risponde ai loro richiami. Quando con molta fatica riescono a spalancare la porta, si trovano dinanzi ad un altro cadavere: su un divano giace il povero Julien, ucciso da un colpo di pistola, e dell’assassino nessuna traccia. E anche in questo caso non vi sono uscite che possano averne permesso la fuga.
Ormai ci troviamo dinanzi ad una ecatombe: i due domestici e Marcel Vignaray morti, Simone Vignaray in coma con una pallottola nel fegato, e Roland Charasse avvelenato. Ma l’eccidio non è ancora finito. Infatti nello studio di Vignaray trovano delle tracce di un possibile ricatto: ricevute di più pagamenti per somme rilevanti e un indirizzo, che si ricava essere quello del misterioso ricattatore: si chiama Alfred Rupart.
La casa viene messa sotto sorveglianza, ma proprio quando non c’è nessun poliziotto nelle vicinanze, il narraore ed amico di Brunel assiste, penetrato nella casa di Rupart grazie al pass-partout fornito dalla portinaia già contattata dalla polizia, origliando alla porta, al colloquio tra Rupart ed un misterioso altro individuo, probabilmente l’assassino, del quale Rupart deve aver saputo in qualche modo il nome: i due si stanno dando appuntamento in una villa alle porte di Parigi.
Il narratore cerca di far avvisare l’amico e si reca nel luogo dell’appuntamento dove trova Brunel e poco dopo anche Charasse, ristabilitosi grazie alle cure dei medici: i tre decidono di sorvegliare le tre uscite della villa, ma ad un certo punto sentono sparare, si affrettano ognuno dalla propria uscita verso la villa ma penetrativi, trovano Rupart morto e l’assassino ancora una volta…scomparso.
E’ troppo per Brunel! Pensava di aver trovato finalmente una traccia e si trova in mano un pugno di mosche. Attaccato da tutti, sbeffeggiato e quant’altro, si ripromette che con le sue cellule grigie riuscirà a capre come le cose siano andate: perciò si rinchiude nello studio di casa sua ed ordina al narratore ed al suo maggiordomo, di non disturbarlo per nessuna ragione al mondo. E intanto passano i giorni. Ma alla fine Brunel dice di aver capito chi possa essere. Intanto però l’ecatombe non si ferma, perchè lo stesso Charasse fa leggere agli altri due un plico inviatogli in cui lo si minaccia di morte: morirà anche lui, dentro una Camera Chiusa dall’interno, le cui uniche vie d’uscita saranno sorvegliate da persone guidate.
Brunel riuscirà a dare un nome all’assassino e a spiegare tutto nelle ultime pagine.
Il giudizio comune che la critica riserva per questo titolo è estremamente lusinghiero, soprattutto da parte dellla critica specializzata francofona. Mi preme però sottolineare che se il virtuosismo del plot è veramente notevole (soprattutto per l’epoca), presentando ben 5 Camere Chiuse nello stesso romanzo e quindi un livello di difficoltà molto alto, bisogna anche dire che le 5 situazioni non presentano lo stesso grado di difficoltà (la prima, la seconda e la terza sono notevoli, la quarta e la quinta..puerili). Per di più tra le prime tre, solo la prima è veramente spettacolare, mentre la terza è molto buona e la seconda mi sembra abbia dei difetti, riscontrabili nel grado di difficoltà, veramente altissimo: infatti, la spiegazione vorrebbe convincere il lettore che ci fosse stato il tempo per operare l’illusione, ma esso è veramente poco rispetto all’azione di estrarre il cadavere dal posto dove lo si è infilato, sollevarlo in braccio (si tratta di una donna di 40 anni, non di una bambina!) e poi deporlo sul letto, tutto in una manciata di secondi. Mi sembra che qui Boileau si arrampichi sugli specchi; invece la terza spiegazione è abbastanza convincente (in qualche modo si avvicina alla spiegazione di Carr della Camera Chiusa in He Who Whispers, Il Terrore che Mormora). Inoltre nel caso dell’ avvelenamento, il fatto di descriverlo senza minimamente accennare alla natura del veleno, ma limitarsi a dire che “il caffè era avvelenato”, significa solo deliberatamente imbrogliare il lettore, togliendogli gli indizi concernenti il veleno, come l’assassino se lo sia procurato, e quindi anche la possibilità di trovare testimonianza di chi glielo abbia venduto.
E’ tutto il plot però che risente di un preciso intento: rigettare il romanzo all’inglese, e quindi rigettare: la ricerca dell’alibi (perché nel romanzo non si accenna mai a chi lo avesse), la ricerca del movente o di colui al quale interessi la morte (il cosiddetto Cui prodest) per ricavarne un profitto, la ricerca di indizi (prove materiali, impronte, etc..).
E tutto questo perché in definitiva, la ricerca del colpevole la si ottiene solo risolvendo il rebus: ossia, solo capendo come l’assassino abbia fatto a uccidere, Boileau dice che si riuscirà ad inchiodare l’omicida. Il tutto sullo sfondo di una Parigi del tutto estraniata dalle contingenze belliche, in una dimensione a-storica, quasi che ci volesse rifugiare nella dimensione del sogno per fuggire alla triste realtà di ogni giorno; e riconoscendo un valore assoluto alla figura dell’omicida, rivalutandolo in termini morali, togliendogli ogni vellerità malvagia, e invece assegnadogli la patente di omicida per necessità. E’ come se l’indagine si sostanziasse in una partita a scacchi con l’assassino e le vittime non fossero altro che i pezzi sacrificati necessariamente perchè si realizzasse qualcosa, che a tutti i costi bisogna perseguire (in questo caso, salvare i ricordi della piccola Janine, figlia di Simone Vignaray e dell’assassino).
Tuttavia l’intento di Boileau è nettamente reazionario. Rifugge da tutta la letteratura che fino ad allora era stata prodotta, di marca inglese, rifacendosi espressamente al filone narrativo-avventuroso di Leblanc, Allain & Souvestre, Ponson du Terrail, ma forse in un modo ancor più chiuso: infatti, Leblanc, pur presentando sempre una narrativa di tipo avventuroso-enigmistico, tuttavia crea delle grandi atmosfere, che però mancano in questo romanzo di Boileau. E’ come se l’autore francese avesse deciso, nel 1939, di rifiutare in blocco tutto quello che fino a quel momento era stato prodotto, riconoscendo valore assoluto solo ai suoi miti. Del resto anche talora frasi incidentali e interiezioni, si rifanno a un tempo assai precedente al suo, e manca sia il pur minimo accenno al taglio psicologico delle situazioni, sia la suspence, pur presenti in altri grandi scrittori francesi del periodo (Steeman, Aveline, Simenon). La cosa che più mi sorprende è che, ragionando in siffatta maniera, Boileau, incontrando Narcejac, decidesse di cambiare radicalmente stile.
A latere mi sembra interessante far infine notare come le Camere Chiuse più spettacolari, siano quelle in cui non agisce mai il solo soggetto, ma ne agiscono due: come la prima di questo romanzo, ricorderò quella bellissima di Derek Smith in Whistle Up The Devil  e quella di Carter Dickson in The Third Bullet. Tuttavia ancor di più il merito di Boileau non è tanto quello di aver fatto agire due soggetti, quanto aver invertito la successione logica che chiunque è portato ad instaurare: ponendo in essere un andamento logico opposto a quello che si era seguito fino a quel momento, Boileau attraverso Brunel dimostra come il suo autore di riferimento sia, ancor più di quelli citati precedentemente, Jacques Futrelle: senza l’ausilio di nulla al di fuori del proprio cervello, il vero investigatore è in grado di risolvere l’enigma.
In sostanza, Boileau sarà a sua volta lo scrittore europeo più vicino al modello illusionistico di risoluzione di una Camera Chiusa, proprio di Clayton Rawson.
Solo che Clayton Rawson partirà da Carr, mentre Boileau da Futrelle e Leblanc.

Pietro De Palma

giovedì 3 novembre 2016

John Dickson Carr : Il Cappuccio del Cieco (Blind Man’s Hood, 1937) – trad. Paola Campioli – in “DELITTI DI NATALE”, Editori Riuniti, Milano, 1983


John Dickson Carr, l’autore che più di tutti forse amo, non fu solo un inventore sterminato di Problemi da Camera Chiusa e delitti impossibili, ma fu un grande scrittore, anzi – credo di dire la verità -  il più grande scrittore imprestato alla narrativa di genere.Quando era giovane, come tutti quando siamo stati ragazzi, aveva letto le storie di cappa e spada, e più in là le ghost stories. E’ indubbio che in lui, Montague Rhodes James dovette avere un’influenza non da poco.  Infatti in una gran parte della sua produzione letteraria, Carr inserisce atmosfere dark e di fantasmi. Il più delle volte è solo facciata, è solo un modo  per stornare inizialmente le responsabilità dall’assassino di turno e caricarle sul povero spettro; e di questi esempi ve ne sono innumerevoli. Ma tal’altra, la ghost story impregna tutta la storia, dall’inizio alla fine. Son d’accordo, vi sono solo sporadici esempi di tale pratica, ma quelli che esistono sono veramente spettacolari.
Sporadici esempi? Ma non c’era solo The Bournig Court? No, Signori miei. A differenza di quanto si dica in giro, Carr non scrisse solo quella storia, con atmosfera soprannaturale: ne scrisse anche altre. Che però attengono al primo periodo, gli anni ’30 sostanzialmente, della sua attività di scrittore.
Si è parlato a più riprese dell’eccezionalità di The Bourning Court, soprattutto perchè il romanzo in questione fu, assieme ad uno della Christie, inserito da Todorov come esempio di Letteratura Fantastica, nell’ambito della Crime Fiction. Todorov, probabilmente aveva letto solo tale romanzo, e non altro, altrimenti, nel suo fondamentale studio “Introduction à la littérature fantastique“, avrebbe inserito anche questi altri esempi.
Oggi, parlerò di una di queste altre poche storie in Carr. Tanto più che l’antologia in cui è inserita è di non facile reperimento, a meno che non si trovi il volume in qualche negozio di libri usati o Remainder’s:  le uniche edizioni in Italia  a riportare tale storia sono state infatti quella degli Editori Riuniti, la cui traduzione ritengo migliore; e quella di Newton Compton.
Il Cappuccio del Cieco (Blind Man’s Hood) è una storia soprannaturale straordinaria, con una Camera Chiusa a prova di bomba. Fu scritta originariamente nel 1937 e pubblicata nello Strand. Successivamente nel 1940, fu compresa nella prima antologia di racconti, The Department of Queer Complaints a firma Carter Dickson, che comprendeva 7 racconti col Colonnello March (poi ripresi e pubblicati successivamente in altra antologia, Scotland Yard: Department of Queer Complaints, 1944) e 4 altri racconti, tra cui appunto codesto.
Il soggetto cui pensò Carr, secondo me fu Hoodman’s Blind, il gioco antico da cui è derivato quello di Blind Man’s Buff (Mosca Cieca), che si effettuava nel Medioevo, infilando sulla testa del giocatore un cappuccio, detto “il cappuccio del cieco”.
Due coniugi, giovani innamorati, Rodney e Muriel Hunter, sono invitati a passare la notte di Natale a casa di loro amici, i Bannister. La casa, situata “nella parte più isolata del Kent, anzi del Weald – una dimora di campagna del XVII secolo – era proprio ciò che si erano aspettati” (pag. 303). Una dimora del tempo di Giacomo I. La casa è isolata senza un albero o un cespuglio intorno, e illuminata a festa. Tuttavia stranamente la porta d’ingresso è aperta. I due, erano attesi prima, ma hanno perso tempo lungo la strada.
Dopo aver parcheggiato la macchina, si affacciano ma non vedono nessuno. Chiamano: nessuna risposta. Lui batte ripetutamente il batacchio, ma non hanno nessuna risposta. Pare che in casa non vi sia nessuno. Ma la porta è aperta. Ma dove sono andati a finire tutti? Neanche la servitù si vede: eppure almeno le cuoche sarebebro dovute essere in casa! I due non sanno che fare. Fa un freddo cane. E allora entrano e chiudono la porta alle loro spalle con la sbarra. A sinistra c’è la sala da pranzo, col pollo freddo sulla tavola e la coppa con le castagne e nel caminetto c’è un bel fuoco; a destra una biblioteca. Proprio in quel momento avanza saltellando una giovane, uscendo da essa. Porta seco quello che pare un sacchetto di cotone, e che spiega essere un cappuccio per giocare a mosca cieca. Pur senza dire chi sia, li conduce nella biblioteca e spiega il motivo per cui non hanno trovato nessuno.
In quella casa, tanti anni prima, secoli, era stato commesso un atroce delitto. E proprio in ragione di ciò, il rettore della chiesa di quel tempo aveva  fatto in modo, e da allora la costumanza si era tramandata, che nell’ ora in cui si era verificata, dalle 19 alle 20, nessuno stesse in casa e si approfittasse per andare alla funzione religiosa.
La giovane, li precede nella biblioteca e cerca di metterli a loro agio. Nella parete laterale, laddove c’è un caminetto con un bel fuoco acceso, Rodney crede di vedere una delle due cortine che chiudono le due finestre a bovindo ai lati del camino, gonfiarsi, come se ci fosse qualcuno; ma la ragazza interviene e speiga che anche se andassero a vedere sentirebbero solo una corrente d’aria. E soggiunge che è per questo motivo che “accendono tante luci” (pag. 307).
Muriel vorrebbe andare incontro ai Bannister, ma la giovane vuole trattenerli in casa. E per convincerli a sentire la sua storia, chiede a Rodney se in quanto scrittore di romanzi polizieschi, gli sarebbe interessato sapere per quale motivo, l’atroce delitto che avvenne, non fu mai spiegato.
La storia risale al 1870 circa. In quel tempo abitava in quella casa una coppia, i coniugi Waycross: Edward e Jane. Lei, come tante altre ragazze del luogo si era innamorata di un tale, Jeremy Wilkes, della stessa età di Waycross, di famiglia benestante ma scapestrato. E così era finita per sposarne un altro, un brav’uomo, che aveva una fabbrica di attrezzi agricoli.
In una sera di febbraio, che faceva tanto freddo e aveva nevicato così tanto che tutt’attorno c’era una distesa innevata, alle 23,30 circa, Jeremy Wilkes, che stava conducendo il suo calesse assieme a due amici sulla strada che passava davanti alla casa, si sorprese che le luci ad una stanza del pianterreno fossero tutte accese, giacchè si sapeva che Waycross era fuori e la moglie andava a letto presto. Lasciando i due amici sul calesse ad osservarlo, Jeremy si avvicinò ad una delle finestre e guardò dentro. Poco dopo ritornò al calesse, raccontando ai due amici, che aveva visto Jane nel vestibolo, la quale aveva una candela in mano, vicino ad un uomo di cui non aveva visto che le spalle ed il cilindro, che le stava parlando.
L’indomani mattina, la domestica, la signora Randall, che era mancata la sera prima perchè assistente una parente che stava partorendo, rientrando a casa, trovò Jane morta. Dovette abbattere la porta di casa, chiusa dal di dentro. La trovò nuda dalla vita in giù, col corpo coperto di ustioni, in mezzo a sangue e segni di un incendio che aveva bruciato anche parte della scala del vestibolo, e con la gola recisa da un colpo tagliente. A terra una bottiglia rotta, contenente probabilmente della paraffina. Evidentemente si era trattato di assassinio: l’uomo col cilindro. Ma la porta era chiusa dal di dentro e così pure le finestre. La polizia investigò ma non se ne seppe nulla, tranne che vicino al corpo erano stati trovati i frammenti di una lettera d’amore indirizzata alla donna: insomma lei aveva avuto una relazione extraconiugale con qualcuno all’insaputa del marito. La lettera era di Jeremy. I due probabilmernte si vedevano anche e avevano dei rapporti carnali quando mancava il marito. Ma lui aveva un alibi di ferro: non era entrato in casa, in quanto sempre visibile ai suoi due amici, era rimasto fuori delal casa, seppure vicino ad una finestra trovata chiusa dall’interno. Quindi, anche se l’unico ad avere un movente sarebbe stato lui, perchè la donna minacciava di rivelare, alla donna con cui Jeremy stava per congiungersi in matrimonio, la loro intima relazione extraconiugale, lui proprio non poteva essere stato. Il marito a sua volta aveva un alibi inattaccabile: era stato tutta una notte, in un posto lontano. La notizia della morte della moglie e poi del fatto che l’avesse tradito, lo fece andare fuori di senno: abbandonò la sua attività e si fece pastore di anime. La poliza investigò ma non trovò nulla. E quindi  il caso fu archiviato. Senza giustizia.
La famiglia che andò ad abitare e rimise la casa a posto, furono i Fenton. Un Natale organizzarono una festa, senza balli ma coi giochi che si facevano alla vigilia di Natale, alla quale invitarono i vicini, tra cui il signor Wilkes. Subito egli si dette da fare con le signore, con buona pace della moglie, nonostante si fosse intrattenuto un po’ troppo dietro una tenda con una di esse. Fatto sta che nonostante i preparativi della festa avessero inghirlandato la casa e l’avessero resa più allegra, c’era qualcosa che covava: la signorina Abbot, una zia dei Fenton che viveva con loro, si era lamentata dell’insopportabile  e “cattivo odore di terra” che si avvertiva per tutta la casa; la signora Fenton, si era tagliata un dito, perchè a suo dire una testa si era sporta dalla tenda mentre lei stava trinciando il pollo, e lei l’aveva attributo ad uno scherzo die bambini; ed infine, a serata iniziata, durante  il gioco della “coppa dell’uvetta” (prendere degli acini di uva passa da una coppa in cui bruciava del brandy, mentre la stanza era nella semi-oscurità) proposto dal signor fenton, lui si era spaventato in quanto aveva creduto di vedere nell’ombra un volto non del tutto piacevole che li fissava.
Fatto sta che avevano cominciato a giocare a mosca cieca. E tutte le signore, chissà come rivolgevano la loro attenzione a Wilkes, riuscendolo a prendere, in quanto sbirciavano dai fazzoletti legati attorno ai loro occhi. Allora Fenton aveva proposto di sostituire i fazzoletti con un cappuccio di cotone, una federa del cuscino di uno dei suoi figli; e l’aveva calzato sul volto di una signora dietro di lui. Ben presto era ricominciato il gioco, e nonostante la donna avesse il volto completamente nascosto dal cappuccio, era attirata da Wilkes qualunque movimento lui facesse, fino a che lui aveva supplicato di togliergliela. Ma lei era attirata da lui, e vicino alla tenda di un bovindo, per l’ultima volta cercò di carpirlo, cadendo con lui dentro. Si sentì un ultimo grido di Wilkes e poi il silenzio. Quando scostarono la tenda, trovarono Wilkes morto con la gola tagliata, e la donna scomparsa. Prima che accadesse, qualcuno aveva sentito un  odore di stoffa bruciata tutt’attorno a quella donna col volto celato. Pensarono che donna fosse scappata dalla finesta, ma questa era bloccata dall’interno, col paletto.
L’ impressione fu enorme. Ma in definitiva tutto si sopì anche questa volta, perchè si disse che in defintiva Jane aveva avuto giustizia. Ma perchè se Jeremy non poteva averla uccisa? Eppure la donna fà capire che così non era. Ma allora? Cos’era accaduto a Jane?
Intanto sono arrivate le 20:  la donna ringrazia i coniugi Hunter di esser stati lì a sentire la sua storia, giacchè è all’ora in cui  loro sono arrivati, che da parecchi anni si son verificati fatti tremendi: ogni anno, tra le 19,15 e le 20, alla Vigilia di Natale, ci sono state delle presenze inaspettate. E’ per questo che gli abitanti di quella casa, fanno in modo che in quel lasso di tempo, la casa sia illuminata in ogni angolo e loro siano lontani. E siccome solo loro due finalmente hanno sentito quello che lei aveva da dire, ora lei e qualcun altro potranno dormire in pace, qualcun altro che probabilmente aveva sostato dentro la finestra a bovindo al riparo dalla cortina. Ma quando la scostano, non trovano nulla e alle loro spalle la donna piangente è scomparsa. Fuori più forti si sentono i canti di Natale.
Straordinario racconto di fortissima suggestione e fortissima atmosfera da ghost story, fino alla fine mantiene la sua aria soprannaturale: questo sì che è un racconto fantastico!
La loro interlocutrice evidentemente è uno spettro. Di chi? Di Jane. Perchè? Per il fatto che porta un mano un cappuccio come quello usato durante la mosca cieca. Jane racconta la storia sua e di Jeremy, e di come lei abbia avuto giustizia, la sua giustizia. Chi Muriel Hunter pensava si celasse dietro la cortina del bovindo, era evidentemente Jeremy, che lì era stato ucciso, o meglio era morto alla stessa maniera di Jane. E che ora anche lui per sempre era ritornato nell’oltretomba.
Quali sono i segni durante la narrazione, che fanno capire che si tratti di una storia di spettri anche prima che la misteriosa interlocutrice scompaia?
Innanzitutto le luci: la casa deve risplendere la notte di Natale perchè quando vi sono luci, gli spettri non appaiono. Infatti gli spettri emergono dalle cortine e dalla penombra: uno aveva causato lo spavento della signora Fenton; un altro aveva causato lo spavento del signor Fenton durante il gioco dell’uvetta.
L’odore insopportabile di terra, era evidentemente quello del camposanto, in cui erano sotterrate le bare di Jane e di Jeremy.
Fenton non si ricordava chi fosse quella donna che era apparsa alle sue spalle e alla quale senza neanche guardarla in faccia aveva coperto il volto col cappuccio; ma mentre giocava a mosca cieca con Jeremy, si era sentito sempre più un odore insopportabile di stoffa bruciata. Di chi? Un altro indizio che Carr semina, che dovrebbe portare il lettore attento a capire cosa fosse accaduto a Jane.
Un altro indizio, cui non ho accennato prima, che la persona che stava parlando a Muriel fosse non una persona umana, era il colore del tessuto connettivale interno all’occhio che non era rosso, ma un rosa pallido; e la foggia del vestito, molto antiquata, con un vitino a vespa. La figura si muove come se si apprestasse a correre, ad andar via. Ma anche quando procede come se stesse saltando, da l’impressione che non cammini, ma fluttui. E poi va via, scompare. E possono finalmente riposare, lei e un’altra entità.
E nel momento in cui vanno via, si sente il canto di Natale, e il portone dell’ingresso si apre, come se qualcuno fosse andato via. Ma da dentro non si vede nessuno uscire dalla casa, semmai si vedono in lontananza i padroni di casa che vi ritornano.
E la camera chiusa? Molto intrigante. Mette assieme l’incidente (ma perchè?) e il delitto perfetto( perchè il movente di Jeremy ci sarebbe stato). Ma intanto, ad escluderlo erano state la porta d’ingresso e le finestre tutte ritrovate chiuse coi paletti interni. E per di più una coltre di neve che copriva il terreno tutt’intorno alla casa, come una bianchissima coperta, su cui spiccavano solo due serie di impronte: quelle di Jeremy che si era affacciato alla finestra e quelle della domestica ritornata la mattina dopo.
Come era morta allora Jane? E perchè si era voluta vendicare di Jeremy?
Gli indizi che Carr semina ci sono tutti, basta solo interpretarli a dovere: il corpo mezzo ustionato, una bottiglia di paraffina rotta, i frammenti di una lampada, i frammenti di una lettera mezza bruciacchiata, una gola recisa, la porta e le finestre chiuse dall’interno, un misterioso visitatore di cui però non si trovano le impronte, una finestra illuminata come mai ci sarebbe riuscita una lampada sola. E poi ancora i segni misteriosi durante la festa dei Fenton; l’odore di terra, le apparizioni, il fatto che inspiegabilmente i camini non tirassero e il fuoco non fosse vivo, la caccia della donna incappucciata. E in ultimo, il cappuccio che all’inizio del racconto la misteriosa figura che accoglie gli Hunter, ha in mano, che è lo stesso di quello usato durante il gioco della mosca cieca durante il quale è morto Jeremy.
Anche qui c’è, come in tanti racconti della prima età di Carr, un riferimento che più tardi verrà usato per un romanzo: Muriel, ritornerà come personaggio dell’ultimo romanzo di Carr, The Hungry Goblin (1972). Strano che si chiamino Hunter, vero? E che incontrino un fantasma? Il cacciatore di fantasmi, come si chiama? Ghost Hunter.
Un racconto appassionante, il cui ricordo resta ben oltre, la mera lettura.

Pietro De Palma