mercoledì 25 settembre 2024

Ellery Queen – Una stanza per morirci (A Room to Die In, 1965) – Trad. Maria Luisa Vannucci – I Classici del Giallo Mondadori N. 739 del 1995

 

Room 001 

Come è noto oramai, i due cugini Manny e Danny QUEEN, pensarono ad un certo punto di interrompere la serie di Elley Queen. Probabilmente si vedevano fuori dal mondo, con un Ellery che si barcamenava volente o nolente con enigmi che se rispettavano l’ “enigma deduttivo formale” a dirla con Francis Nevins, risultavano non essere compatibili con l’indirizzo che aveva preso la Crime Fiction dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale: meno enigmi cervellotici, e più azione e violenza. Prima Spillane, poi Ed McBain, avevano stravolto il panorama del giallo, e così alla fine degli anni ’50, i due Queen, dopo aver provato la conversione ad U sul viale del giallo psicologico (vedi Il Gatto dalle molte code), evidentemente si sentivano inadeguati.  The Finishing Stroke (Colpo di Grazia), pertanto, sarebbe dovuto essere “il canto del cigno” della serie. Ma, invece, il romanzo del 1958, rimase l’ultimo solo nelle intenzioni, perché, cinque anni dopo, nel 1963, i due cugini pensarono di riprendere la collaborazione e proseguire la serie queeniana con The Player on the Other Side (Bentornato, Ellery!). Tuttavia, qualcosa non quadrava.

Infatti due anni prima, in sostanza due anni dopo The Finishing Stroke, era stato pubblicato un romanzo dal titolo Dead Man’s Tale (L’eredita` che scotta). Stile radicalmente diverso, sembrava stridere non poco con quell’idea di poliziesco che la serie di Ellery Queen aveva imposto sino a due anni prima. Il bello è che non fu un episodio solitario, ma fu seguito da altri 26 parti di romanzi tutti estremamente diversi, perché – questa l’idea base rivoluzionaria – i due cugini, diciamo Lee, affidarono ad una serie di autori minori, la prosecuzione della loro serie, realizzando una sorta di binario parallelo ma radicalmente diverso.

In sostanza quelli che si è soliti chiamare “apocrifi queeniani”, termine che non rende giustizia all’esperimento, erano romanzi che rompevano sì  l’unità formale dei romanzi sino a quello del 1958, ma (è anche vero) che avevano l’imprimatur di uno dei due Queen, Lee,  che supervisionava il lavoro e trasformava sovente un bell’abbozzo di romanzo, in un bel romanzo.

Tra gli autori, figurarono sovente anche noti autori di fantascienza, imprestati al genere “giallo”, come Edward D. Hoch, Theodore Sturgeon o Jack Vance, oltre che autori di rango hardboiled come Hanry Kane.

Tre romanzi della serie furono realizzati da Jack Vance, “notissimo scrittore di fantascienza.

Molto conosciuto in Italia per i suoi molti romanzi fantascientifici pubblicati nelle varie collane, non ultima Urania, Vance è l’unico tra tutti gli autori coinvolti, ad aver deliberatamente adottato situazioni e tematiche di carattere queeniano”: The Four Johns (Confessa o morirai); The Madman Theory (Il seme della follia); A Room to Die In (Una stanza per morirci).  

Perché li scrisse? In un’intervista, lui rivelò che : “…Because Ellery Queen gave me a flat fee of 3000 dollars for each book. Which was then a lot of money ! I did have to sign a contract never to reveal I actually wrote the books. Theoretically I never took his name. In a way he took my good proze and did everything to let it pass as his own.”

Romanzo degno di nota, A Room To Die In è una variazione di “Camera Chiusa”, non molto ortodossa, ma comunque degna di essere menzionata. Gli apocrifi, e questo romanzo lo conferma, non erano per forza opere di narrativa che dovevano prendere vie diverse da quelle battute dai Queen, cioè non per forza dovevano essere opere alternative al Mystery. Quello che cambia è lo stile di scrittura meno voluttuoso di quello dei Queen denso di metasignificati e il fatto che sono romanzi che hanno vari protagonisti, ma non Ellery. E’ anche vero però che vi sono dei romanzi, inclusi nel canone delle opere queeniane autentiche, che non è che lo siano in effetti! Per es. “The Player on the Other Side (scritto da Dannay insieme a Theodore Sturgeon)” o …And On The Eighth Day…(scritto da Dannay insieme ad Avram Davidson) o ancora The Fourth Side of The Triangle o The House of Brass (stessa collaborazione).

Peraltro di Camere Chiuse queeniane, non è che ce ne siano molte: Il Re è morto (The King Is Dead), Dietro la porta chiusa (The Door Between), Delitto alla rovescia (The Chinese Orange Mystery, anche se questo romanzo, in senso stretto non è una Camera Chiusa). Ma la soluzione adottata qui, è al limite: è, cioè nel genere, un’opera di rottura.

Perché? Il modo come la soluzione riesca a fare breccia nella costruzione del plot, è del tutto dissimile dalla costruzione di una Camera Chiusa tout court, come era stata teorizzata da Carr, Rawson, Boucher e Derek Smith. Essa prevedeva in pratica tre possibili momenti (una camera in cui il delitto avveniva prima, una in cui avveniva nello stesso istante  ed un’altra infine in cui la vittima viene uccisa posteriormente) e una serie infinita di trucchi per chiudere la porta o le finestre. Qui invece si ricorre ad una soluzione che sovverte la regola ispiratrice di fondo, che cioè l’assassino fugga da una camera chiusa. Perché?

Roland Nelson è stato trovato morto in casa, in una stanza ermeticamente chiusa, dotata di tali e tanti catenacci e chiavistelli da pensare che egli temesse per la sua incolumità. La sua morte viene lapallissianamente definita un suicidio dall’ispettore Thomas Tarr quando egli ne comunica le circostanze alla figlia Ann, raggiunta da un poliziotto a casa propria.

Per la polizia il caso è chiuso, per la figlia no. E’ lei che non si ferma. Lei conosceva troppo bene il padre, uomo pieno di vita, che non si sarebbe mai ucciso. Eppure la circostanza del ritrovamento del suo cadavere è lì a rammentarle che non può che essersi ucciso. Ma lei non ci crede.

Da chi egli temeva di essere ucciso? Perché sul suo conto bancario risulta un ammanco di almeno ventimila dollari e poi due prelevamenti mensili di mille, come se avesse pagato un ricattatore? E un ricatto perché?

Roland Nelson aveva avuto la figlia dalla convivente Elaine Gluck senza averla mai sposata, ma poi effettivamente era convolato a nozze con una donna ricca, Pearl Maudley. Il matrimonio, per una certa insensibilità di Roland era naufragato ben presto ma lei non aveva voluto divorziare, e così una notte, dopo esser stata dai Cypriano, una coppia di amici, Pearl era morta di incidente stradale.

Roland aveva ereditato una fortuna. Possibile che egli avesse avuto una qualche responsabilità nella morte della moglie e qualcuno lo avesse scoperto? Anche Tarr investiga in questo senso, ma non si trova alcunchè.

La vita privata di Roland viene vagliata a fondo. Era un giocatore di scacchi, che sarebbe potuto anche diventare un ottimo giocatore se solo avesse perseverato e se fosse stato meno spavaldo. Suo abituale compagno di gioco era stato Alexander Cypriano, un eccellente giocatore che, una volta appresa la morte di Roland, si fa vivo presso la figlia invitandola a pranzo. Ann capisce che c’è sotto qualcosa: lei pensa che la ragione possa essere una preziosa scacchiera che ha trovato fra gli effetti personali del padre, intarsiata di ebano con rubini e diamanti, memoria di una grande vittoria in un torneo internazionale. Cypriano dice che era sua e che era stata data al padre dopo uno scherzo. Ma poi scopre che la casa dei Cypriano è ipotecata e che intestataria dell’ipoteca era stata Pearl, da cui era passata a Roland. Solo che questa ipoteca non si trova.

Anche ambigui sono altri due personaggi: il padrone di casa di Nelson, il costruttore edile Martin Jones, e un cugino di Pearl, Edgar Maudley.

 Il primo è uomo sgradevole, che parla male del padre defunto, e offende la figlia; il secondo è un rapace, defraudato del tesoro di famiglia dal matrimonio di Pearl con Roland, un cugino che sarebbe stato erede di Pearl se Roalnd non avesse avuto una figlia riconosciuta. Ora lui è lì a chiederle, quando non imporle quasi la restituzione dei beni di famiglia. Ann non intende approfittare della situazione ma neanche essere presa per scema; e così si accorda sulla spartizione dei beni, soprattutto libri di rare edizioni, contenuti in due grandi librerie a muro addossate alla parete coperta di pannelli di legno, che divide il salotto dal salotto.

Per di più la madre di Ann non si trova. E’ lei la ricattarice? Arriva una sua lettera che farebbe pensare ad un suo arrivo imminente. Ma…nulla.

Inoltre altre cose non quadrano.

Innanzitutto gli spari: se ne sono uditi tre la notte in cui presumibilmente è morto Nelson, ma solo uno lo ha ucciso e non c’è traccia degli altri due: né proiettili, né bossoli. Poi la questione dell’ipoteca: si viene a scoprire che è stata stracciata da Roland dopo lui e Alexander si son giocati a scacchi Jehane, la moglie di Alexander che si scopre essere stata la compagna di letto di Nelson, Roland ha vinto, lei si è rifiutata, il marito ha offerto la sua preziosa scacchiera al rivale, e quello ha stracciato l’ipoteca come a suggellare la fine di una relazione (quella con l’amante). E infine le orme lasciate sul pavimento: Ann nella sua ricerca disperata di verità, analizzata l’impossibilità della situazione di morte del padre, e passato a setaccia tutto, concentra la sua azione sulle due librerie e si accorge che per terra ci sono una serie di orme circolari: ce ne dovrebbero essere sei e invece nove ne trovano, nonostante le pareti siano solide.

Dopo altri due omicidi (il marito di sua madre Elaine, Harvey Gluck, strangolato al posto di Ann, nel bagno dell’appartamento di Ann; e la madre Elaine,  strangolata tre mesi prima e rinvenuta nel bagagliaio della sua auto, abbandonata in uno sfasciacarrozze), sarà Ann a capire movente dell’omicidio e soluzione, e quindi il colpevole e a consegnarlo a Tarr, di lei perdutamente innamorato.

Bel romanzo, ha un finale che richiama in certo modo la letteratura francese anni trenta: l’assassino si trova nel momento in cui si capisce come sia stata posta in essere la Camera Chiusa, perché la sua azione delittuosa lo individua come il solo che avrebbe potuto in quel contesto realizzarla. Al di là di questo, il romanzo fila che è un piacere, anche se si riscontra in più d’una occasione come ben altra sarebbe stata la densità del romanzo, se questo fosse stato tradotto integralmente. In verità il romanzo consta di circa tra le 160 e le 180 pagine mentre l’edizione tradotta negli anni sessanta è di circa centoquaranta (sicuramente qualcosa è stato tagliato): probabilmente nella versione originale si parlava di più di scacchi, mentre qui pochi righi è tutto quello che resta per spiegare il titolo originario. La versione originale del romanzo, il cui titolo originale era “Death of a Solitairy Chess Player”, aveva più o meno lo stesso numero di pagine.

Innanzitutto l’indagine vera e propria la porta avanti Ann: è lei che scova, è lei che cerca, è lei che rischia, è lei che risolve. La polizia si limita ad un’azione più che altro di conferma e di eliminazione di false piste, con le sue indagini. Poi..interessante è la struttura del plot: di Camera Chiusa si parla all’inizio, in occasione del ritrovamento del cadavere; poi si parla di altro: ricatto, altri personaggi del dramma. Poi ritorna il discorso sulla Camera Chiusa, e ancora una volta ci si allontana da essa, e questo distendere e contrarre la corda va ancora avanti: è come se la Camera Chiusa, pur non parlandone sempre, condizionasse l’andamento del romanzo, perchè alla fine, tutto ciò di cui si è parlato, e che si è stati indotti a pensare che servisse a distrarre il  lettore allungando il brodo, in realtà si ritrova nel finale. Semmai altre sono le caratteristiche che sostanzialmente fanno capire la differenza con un prodotto firmato dai due Queen: Vance è lineare nella sua tenuta ma si vede lontano un miglio che non era uno scrittore versato al Mystery. Da cosa? Dal suicidio.

La polizia, finchè non viene provato il contrario,  sostiene la teoria del suicidio. Per il fatto che il corpo sia stato trovato in una camera ermeticamente chiusa, con una ferita a bruciapelo. Il bello è che non spiega affatto il tutto: strana questa polizia! Ancor più strana da quella che viene fatta agire in un qualsiasi romanzo firmato da due cugini: si è sparato? E il guanto di paraffina? E’ stato fatto? No. Perchè? Forse – pensa il lettore – si era talmente convinti di ciò da non averlo fatto. OK. E la ferita a bruciapelo? Come è stato possibile che l’assassino potesse sparare a bruciapelo alla vittima senza che lei opponesse resistenza? Senza che si trovassero segni di lotta, graffi, o peggio che la vittima fosse stata tramortita o drogata. Nulla. Nulla per spiegare ciò. Ben strana questa polizia! Per di più il medico legale, che entra sempre nelle indagini di Ellery (Sam Prouty) nella sua figura caratteristica, qui non si vede. E’ come se ingenuamente Vance ponesse degli assiomi senza dimostrarli, cosa che invece rientra nella normale procedura di impianto e risoluzione di un romanzo poliziesco classico. E la pistola? Una calibro 38. Non si sa se fosse o no della vittima. Non si sa come possa essere entrata, se è suicidio. Ecco tutto questo non è spiegato nel romanzo.

Insomma…

Resta la soluzione, carina. Ma poi ti accorgi che è tutto un bluff. Perchè l’assassino non è riuscito per nulla ad uscire da una camera sbarrata, semmai l’ha creata lui.

Pietro De Palma

lunedì 23 settembre 2024

John Dickson Carr : L’assassinio dei proverbi (The Proverbial Murder, 1943?) – senza trad. – in I Gialli di Ellery Queen, Garzanti, N°2 Febbraio 1950

 

AVVERTO I LETTORI CHE ESSENDO UN’ANALISI DETTAGLIATA DEL RACCONTO , NON POTRò PRESCINDERE DAL RIVELARE L’ASSASSINO. PERTANTO CHI NON ABBIA LETTO IL RACCONTO, RIMANDI LA LETTURA DEL PRESENTE ARTICOLO 
 
 

Si era in un’epoca in cui il sospetto era dietro l’angolo, e i venti di guerra stavano per soffiare impetuosi.
In quel 1939 in cui lo scellerato patto Molotov-Ribbentrop portò all’occupazione della Polonia e al suo smembramento, John Dickson Carr probabilmente firmava un suo storico racconto, pervaso di atmosfere spy e con un delitto che diventa impossibile solo un attimo prima della soluzione. ma che resta un capolavoro di ingegno e di indizi fulminanti anche se criptici.
The Proverbial Murder uscì prima nel 1943 in E.Q.M.M. e poi nel 1947, nella raccolta “Fell, Detective and Other Stories“.
Nel 1991 fu pubblicato, da Crippen & Landu, in una raccolta firmata da Doug Greene, “Fell and Foul Play“. Riporto parte delle note firmate da Doug perchè mi sembrano abbastanza indicative per confutare innanzitutto la data di pubblicazione originale, che non deve essere stato il 1943 ma qualche anno prima se è vero che l’editore affermò che il racconto veniva in  quell’anno pubblicato anche negli USA:

During the First World War, Dr. Fell acted as a spycatcher. According to The Mad Hatter Mystery, he seems to have specialized in uncovering secret means of communication; he caught a University of Chicago professor who had recorded information on the lens of his spectacles, and a naturalist whose drawings of butterflies contained the plans for British minefields. It was thus natural that he became involved in the espionage surrounding “The Proverbial Murder.” This story is a source of frustration for Carrian bibliographers. Its earliest known publication was in Ellery Queen’s Mystery Magazine, July 1943. The editor’s preface says that it is “here published for the first time in the United States,” and it seems likely that it was previously published in Britain. Repeated searches, however, have failed to find it, and all that can be said is that the story probably takes place shortly before the declaration of war in 1939 or during the so-called Phony War between October 1939 and Spring 1940 when Hitler was digesting his conquests in Poland and at least publicly paying little attention to Britain and France. 
Il racconto inizia con un appostamento: l’Ispettore Ballard del Reparto Speciale della Polizia Metropolitana, assieme ad un suo uomo, il sergente Buck, sta controllando con il binocolo la casa del prof. Meyer, uno scienziato atomico tedesco, che una nota informativa afferma non solo essere una spia ma in procinto anche di incontrare un suo contatto. Questa soffiata viene ritenuta attendibile perchè a farla è stata addirittura la moglie di Meyer. 
Mentre i due controllano, ecco che si sente distintamente un colpo d’arma da fuoco, che viene riconosciuto essere stato prodotto d aun fucile da guerra. I due focalizzano i binocoli ed ecco che vedono distintamente un foro nel vetro della finestra preso al quale era intento a scrivere la vittima, la tendina della finestra agitarsi ed un foro sulla sua tempia destra.
Accorrono in tempo per portare soccorso alla moglie ormai vedova.
L’azione si sposta e cambia scenario: ora assistiamo ad un colloquio tra il colonnello Penderel, vecchio amico del dottor Fell, e sua figlia Nancy. Il colonnello ipotizza che potrebbe essere arrestato per l’omicidio del dott.Meyer, dato che hanno avuto una lite qualche tempo prima e che è stato ucciso con un fucile militare cal. 8 , che proprio lui ha nella rimessa. Le circostanze parrebbero essere contro di lui, se è vero che la sola chiave che apre la rimessa non solo è Yale ma è anche di esclusivo suo possesso ; e che il fucile gli è stato richiesto da Ballard per essere portato via. La situazione precipita quando, proprio Ballard, gli annuncia  che il proiettile che ha ucciso Meyer è stato sparato proprio dal suo fucile. A rendere la situazione ancora più tesa, contribuisce anche Kuhn, un amico di Nancy, inglese di origini tedesche, che sembra avere parole di elogio per chi compie azioni gloriose fascendo la spia.
A questo punto abbiamo almeno due sospetti: Penderel e Kuhn.
Ecco che però chi arriva? Fell, tutto ammantato di bianco – siamo in estate – che trova il modo di asciugarsi il sudore con un fazzolettone rosso. E di dire due cose che lasciano a bocca aperta: parla di muschio secco e di gatti impagliati.
Cosa c’entrerà mai il muschio secco e un gatto impagliato in questa storia? E cosa c’entrerà mai un tiro a segno personale? E soprattutto, come, una tendina dentro la stanza, si è potuta muovere , all’atto dell’omicidio del professor Meyer, per effetto di un proiettile sparato dall’esterno? E come ha fatto qualcuno  ad uccidere adoperando un fucile tenuto in una rimessa, di cui altra persona aveva la chiave, non forzando la serratura?
Rispondendo a questi interrogativi Fell inchioderà un assassino, diabolico non solo per aver ordito un piano di una complessità rilevante, ma anche per essere riuscito a strornare i sospetti da sè in quanto spia e averli fatti concentrare su altre due persone innocenti: la vittima, e il presunto assassino.
Dico subito che questo è uno dei racconti più straordinari che abbia letto negli ultimi anni, di una sottigliezza senza paragoni.
L’assassino agisce sotto due piani distinti: innanzitutto, appena le indagini della polizia si concentrano nella sua direzione, pur non avendone inquadrato l’identità, offre ai Servizi segreti un perfetto soggetto che possa essere ritenuto spia ; e poi lo uccide, facendo ricadere la colpa su altra persona, in virtù di uno stratagemma assolutamente mefistofelico.
Alla comprensione dei fatti concorre ancora una volta il Gross.
 

Hans Gross, il padre della Scienza Forense, scrisse nel 1893 Handbuch für Untersuchungsrichter als System der Kriminalistik (Manuale di scienze criminali per magistrati inquirenti). Il testo che è il punto di partenza della criminologia forense, e quindi anche dei metodi scientifici degli organi inquirenti (giudici ma poi anche polizia), è ovviamente citato in moti romanzi della GAD: innanzitutto S.S. Van Dine lo cita in The Canary Murder Case, in The Greene Murder Case e anche in The Kennel Murder Case; viene anche citato da Augusto De Angelis, almeno in Il do tragico, e da Helen Reilly in Dead Man Control. Anni dopo lo cita H.R.F. Keating nel suo The Perfect Murder ma anche recentemente lo ha citato Stefanie Pintoff nel suo In the Shadow of Gotham.
E proprio nel saggio del Gross è citato l’espediente che concerne il muschio secco. Quando Fell lo cita, ecco che interviene Penderel a confermarlo:

Colonel Penderel’s eyes opened wide, and then narrowed.

“Moss!” he said. “By the Lord Harry, dry moss! I must have been halfwitted. Wrap the bullet in dry moss. It doesn’t touch the inside of the gun, and no marks are left. The combustion ignites and destroys the moss: so that there’s nothing left except a fouled barrel.
La presenza del trattato del Gross, a parere mio, legittima anche la presenza di Fell, anzichè di Merrivale. Noto che questa è una di quelle storie di Carr in cui la parte spy entra dalla finestra (come Strictly Diplomatic) e quindi a rigor di logica, la presenza di Merrivale sarebbe dovuta essere legittima. E anche l’abbigliamento di Fell non è consono: vestito di bianco non l’ho mai visto, Fell è sempre vestito di scuro, con la sua cappa, che qui non c’è. Il colore bianco è funzionale al fatto che è estate, ma anche all’abbigliamento con cui di solito troviamo Merrivale. A me sembra come se in un primo tempo fosse stato pensato Merrivale, e poi solo dopo Carr abbia pensato a Fell. E la ragione potrebbe essere proprio il Gross: perchè Merrivale come capo del controspionaggio militare, avrebbe anche potuto non conoscere il Gross, ma Fell no, perchè è un uomo di legge. E qui, tutto gioca intorno a quel trattato e a quel che Carr dice che è riportato ad un certo punto (conoscendo come Carr si documentasse, l’espediente può essere sicuramente vero), cioè l’uso del muschio secco per evitare che ai segnir riportati su un proiettile usato, se ne aggiungano altri.

Ma al di là del Gross che apparentemente è l’elemento centrale, quello che lo è veramente di questa  storia, è il cammuffamento. Lo vediamo espresso da più caratteri:

innazitutto Ludwig Meyer, onesto scienziato dedito alla conoscenza e rifugiato che qualcuno pensa bene di trasformare in una spia; questa persona che trasforma Meyer in una spia (ma forse lo è davvero) è addirittura la moglie, inglese, ma che potrebbe essersi cammffata da inglese per nascondere la propria anima tedesca, di cui elementi rivelatori potrebbero essere gli occhi azzurri ,i capelli biondi e la carnagione rosea; pure Kuhn che è sempre stato inglese, potrebbe essersi cammuffato da inglese per tradire il suo paese, anche se lui non porta un cognome inglese ma tedesco e rivendica orgogliosamente le sue origini; Fell è cammuffato da Merrivale (l’abbigliamento bianco è più consono al secondo che al primo); il gatto impagliato è un altro elemento cammuffato: infatti potrebbe esser stato utilizzato come cassaforte di documenti segreti, dice Fell; lo strumento del delitto è un’altra espressione di cammuffamento: viene utilizzato un proiettile già usato su un diverso tipo di bossolo;  come pure l’arma è espressione di cammuffamento: il proiettile cammuffato viene usato su un diverso tipo di fucile; infine quando pare che tutto sia finito, Fell  esprime oltre che un giudizio squisitamente personale anche una rara valutazione politica, dei fatti del suo tempo, che a parere nostro incarna il pensiero di Carr e che è in sostanza il fine ultimo cui tende tutta la storia e di cui è espressione l’assassino che fugge via, che a sua volta non è altro che un grosso personaggio politico del tempo cammuffato.
A questa chiave di volta del racconto si arriva in virtù anche dei tre proverbi che vengono citati nel corso del racconto da Fell. A indicare direttamente l’assassino è il finale, ma anche gli altri due, menzionati prima, sono interessanti:
il primo è a rolling stone gathers no moss, in sostanza..una pietra smossa non fa muschio: è un vecchio proverbio che significa che “chi viaggia sempre e cambia lavoro continuamente non ha alcuna responsabilità ma non ha anche un posto dove stare”. Questo proverbio è pronunziato quando si sta parlando di Meyer che è una spia, ma potrebbe intendersi anche nei confronti di Kuhn; il secondo invece è direttamente connesso a Kuhn, in forma di domanda: birds of a feather flock together? e il suo risultato è chiarissimo:  uccelli dalle stesse penne volano assieme? 
In sostanza Fell pensa che Kuhn possa aver provato una specie di amore nei confronti della Meyer. Il primo proverbio potrebbe significare che lui che ha viaggiato moto, ha sentito il bisogno di fermarsi e di stare con qualcuno. Il secondo proverbio è ancora più diretto: Fell vuol sapere se  lui stia dalla parte della donna. Kuhn cerca di discolparsi ma fa una gaffe clamorosa: dice che chi fa quelle cose, compie azioni gloriose. E’ evidente che egli non si riferisce a Ludwig Meyer perchè prima aveva detto, quando aveva sentito il primo sparo, quello fatto dal giardino contro la finestra da Harriet, che non era accorso perchè il sangue non era il suo nè la sua razza. E’ evidente che egli disprezzi lo scienziato che non è di razza ariana, e invece apprezzi la donna che lo è, pur essendo inglese. L’affermazione fatta dinanzi a Fell, Ballard, Penderel, e Nancy, tuttavia volendola esaminare, può significare anche altro. Come faceva lui a sapere che compiva azione gloriosa? Evidentemente, pur non avendo collaborato con la donna, Kuhn ha capito che era una spia. Non è intervenuto allora, e non interviene neanche quando ella viene arrestata, perchè non è affar suo, non è tedesca, è una questione britannica. Fell capisce tuttavia che Kuhn è una persona sincera, tutta d’un pezzo, onesta, anche se orgogliosa della sua razza e di appartenere ad altro popolo e perciò gli si rivolge dolcemente, e gli dice che nei suoi confronti non ha nulla perchè è un tedesco onesto.. Ma anche se così non fosse, è meglio avere rapporti chiari con nemici leali, che si dimostrano all’esterno essere per quello che sono, cioè di una razza diversa, che non con chi invece è inglese ma rema e trama contro (come Harriet Meyer).

Fell dice infatti:

“You would not,” said Dr. Fell softly, “you would not like her to get away?”

“I cannot say,” said Kuhn, whose face had lost its color. “I do not know. She is a compatriot of yours, not mine. It is none of my affair.”

Dr. Fell stowed away his handkerchief.

“Sir,” he said gravely, “I know nothing against you. I believe you to be an honest man.”

Kuhn ducked his head, and his heels came together.

“Even if you were not, you fly your own colors and present yourself for what you are. But there,”—he pointed his stick in the direction Harriet Meyer had taken,—“there goes a portent and a warning. 
Tuttavia, per me, Harriet Meyer, è il supremo cammuffamento. Tutti i cammuffamenti della storia fanno riferimento a questo che è la chiave di volta di tutto. Carr voleva dire dell’altro, e ha detto dell’altro, attrraverso Fell. Ma siccome non poteva e non voleva fare nomi, ha usato un personaggio fittizio come paravento: il suo discorso è chiaro.
The alien we can deal with. But the hypnotized zealot among ourselves, the bat and the owl and the mole who would ruin us with the best intentions, is another thing. It has happened before. It may happen again. It is what we have to fear; and, by the grace of God, all we have to fear!”.
La traduzione italiana è alquanto strana. Infatti traduce:
Ma i fanatici invasati, le talpe e le tarme che ci rovinerebbero con le migliori intenzioni sono un’altra cosa. E’ già capitato e può ancora capitare. Ed è ciò che dobbiamo temere. Ciò che tutti dobbiamo temere.
Dico strana perchè nel testo inglese di tarme non se ne parla proprio. Si parla di pipistrello, gufo e  talpa.
Il discorso di Fell è da intendersi come un avvertimento affinchè le trame di collaborazionisti e di gente che pur non essendolo e pur comportandosi con le migliori intenzioni, favorisce i nemici dello stato, non riescano. Secondo me quei tre animali stanno a rappresentare delle persone del tempo : in particolare il pipistrello, creatura della notte, che si nasconde, potrebbe aver voluto indicare  il Duca di Windsor, già Edoardo VIII, che aveva amicizie fino-naziste e che fu ospitato nel 1937 durante il viaggio di nozze,in Germania da Adolf  Hitler. Non a caso il monogramma dei Duchi di Windsor è

 
 
che in forma stilizzata ricorda un pipistrello.
E come il pipistrelloi potrebbe aver voluto rappresentare il Duca di Windsor, il Gufo, The Owl, potrebbe esser stato scelto per indicare un uomo politico con folte sopracciglia, per es. Sir Neville Chamberlain; la talpa, infine, che potrebbe indicare una spia, potrebbe aver voluto indicare parecchia gente: da Lord Halifax, ad altri personaggi: per es. Oswald Mosley; Harold Sidney Harmsworth detto anche Lord Rothermere; fino a Unity Mitford, una delle figlie del 2^ Barone di Redesdale. E forse, si voleva riferire propria a quest’ultima. Unity era bellissima, bionda, occhi azzurri.Sembra le Meyer. E come la Meyer, era una inglese votata alla causa del nazionalsocialisno (tanto da essere l’amica di Hitler). Quindi una traditrice, una spia, una talpa.

Come è probabile che l’espressione  It has happened before secondo me si riferisca alla vicenda del Duca di Windsor ex Re Edoardo VIII, che opinione comune dice essersi dimesso per sposare Wallis Simpson, ma che secondo molti invece fu costretto ad abdicare per le sue ingombranti amicizie neonaziste.
Il terzo dei tre proverbi, pronunziato da Gideon Fell negli ultimi due righi del racconto, è:  Haven’t I heard somewhere that people who live in glass houses shouldn’t throw stones? che poi significa “non ho sentito da qualche parte che chi vive in case di vetro non dovrebbe tirare sassi”, cioè “non avete mai sentito che chi vive in case di vetro non dovrebbe mai tirare sassi”, che poi significa ” non dovrebbe dire ad un altro che ha una pagliuzza nell’occhio, chi abbia una trave.
Questo proverbio si riferisce direttamente all’assassino: esso lo indica non solo in maniera allusiva, attraverso il proverbio, ma diretta: infatti nel corso del racconto, l’assassino, che è chiaro chi sia, ha rotto deliberatamente il vetro di una finestra.
Siccome è chiaro da tutto quel che si è detto che l’assassino è la moglie dello scienziato, Harriet Meyer, inglese ma anche spia nazista. si può anche capire ala luce di ciò un passaggio criptico della storia : quando il Colonnelo Penderel viene accusato da Ballard di aver in pubblico minacciato di uccidere Meyer, lui risponde che la cosa si era verificata perchè lui ad una festa  a casa di Penderel, aveva asserito che gli inglesi non avevano, gusto, educazione. modi, cognizioni scientifiche. Perchè avrebbe voluto dire questo Meyer?
A parer mio, le possibilità sono due: o Leonard Meyer è la spia  e questo spiegherebbe perchè Penderel noti che pur essendo scappato dalla Germania in grande difficoltà, sembra che non gli manchi nulla, in altre parole che sia un falso reduce: e allora il suo assassinio potrebbe anche spiegarsi con un innamoramento della moglie con Kuhn (la riproposta del vecchio triangolo: la moglie giovane uccide il marito per averene uno più giovane; oppure Leonard Meyer è un vero reduce, usato come paravento per coprire la moglie, la vera spia, e allora le sue parole contro Penderel potrebbero nascondere uno sfogo contro il Colonnello cha ha amici tedeschi (nazisti). Questa seconda possibilità che è la più plausibile, metterebbe sotto una certa prospettiva tutto il racconto di Carr, che potrbbe essere tutta una metafora dell’ Inghilterra del suo tempo, in cui accanto a onesti patrioti, cospirava gente che avrebbe preferito che l’Inghilterra fosse statta bombardata e avesse chiesto l’armistizio ai tedeschi, piuttosto di ritrovarsi gli americani in Europa e in cui vi era una largha parte della classe dirigente che era amica, invitava nazisti (come Penderel che invita Kuhn) ed era invitata dai nazisti, dall’erede al trono d’Inghilterra ad una larga parte dell’aristocrazia (imparentata con l’aristocrazia tedesca). Questa parte della nazione è il vero cancro (Harriet Meyer), perchè agisce nell’ombra per fini contrari allo Stato, più di chi, pur essendo nemico (Kuhn), agisce però lealmente alla luce del sole (e quindi può essere combattuto a viso aperto).
Traduzione molto buona e fluente (pur con qualche libertà).


Racconto STRAORDINARIO.

Pietro De Palma

martedì 3 settembre 2024

Paul Harding : La torre delle tenebre (Candle Flame, 2014) - trad. Mauro Boncompagni. Il Giallo Mondadori N° 3242, 2024


 


Dopo due anni, ecco un nuovo Paul Harding (pseudonimo di Paul Doherty), con Brother Athelstan. Va da sè che è la serie più pubblicata in Italia, quella di Athelstan. Oramai la serie di Kathryn Swinbrooke (firmata C. L. Grace), può dirsi virtualmente terminata, ferma com'è a vent'anni fa. Le due serie più prolifiche ad oggi sono quella appunto di Fratello Athelstan (firmata Paul Harding) che Mondadori ha pubblicato quasi interamente, mancando solo gli ultimi otto romanzi, e quella di Hugh Corbett di cui in Italia sono stati pubblicati quattro romanzi da Hobby & Work e uno solo da Mondadori, a fronte di una serie di 23 romanzi pubblicati. Ma vi sono molte altre serie (ricordiamo anche quella ambientata in Egitto, Saga Amerotke, di sette romanzi in tutto di cui ne furono pubblicati cinque da Mondadori ).

Anche questo nuovo romanzo dal titolo originale Candle Flame, precorre di qualche mese la grande rivolta del 1381, scoppiata nel maggio del 1381.

La storia è incentrata sulla Candle-Flame, una maestosa taverna, costruita col sangue delle spedizioni in Francia, nel corso delle quali il suo proprietario, l'oste Simon Thorne, era stato capitano degli Hobelar. 

Proprio questa taverna viene presa in affitto da uno dei due Ufficiali Esattori del Regno, Edmund Marsen, dal suo scriba Mauclerc, e dalla loro scorta armata formata da un capitano degli arcieri Hugh di Hornsey e da 5 arcieri. Marsen ordina ogni ben di Dio per lui, il suo scriba e anche per i suoi uomini, ma di notte accade qualcosa, di strano: la guardia di due arcieri fuori dal barbacane, è immobile (i due sono stati uccisi in men che non si dica e nessun rumore proviene dalla torre, che è chiusa dall'interno, sia la pesante porta, sia la finestrella, sia si vedrà la botola che da sul tetto). Qunado riescono ad entrare con un artificio dall'esterno delal finestrella, trovano un massacro: tutti passati a fil di spada, comprese due prostitute mezze nude. Manca solo Hugh di Hornsey che non si capisce dove sia andato e se sia stato lui a commettere la strage.

John di Gaunt incarica Fratello Athelstan e il Coroner di Londra, Sir John Cranston, di appurare come si siano svolti i fatti, chi sia stato ad uccidere i sette uomini e le due prostitute, e soprattutto abbia sottratto la cassa piena zeppa di oro e argento, che doveva portare  nuova liquidità nelle casse sovrane.

Athelstan dovrà muoversi in un ginepraio di sospetti, dovendo innanzitutto capire se la strage sia da addebitare a Beowulf, il misterioso assassino, che ruba e uccide i ricchi normanni, erede della tradizone sassone, che pare si sia alleato agli Uomini Retti, i rivoltosi che si stanno armando per una insurrezione che molti temono, e di cui fanno parte anche alcuni parrocchiani di Athelstan, tra cui Watkin e Pyke, oppure se ad uccidere gli uomini e a rubare il tesoro sia stato altro soggetto. Ma dovrà anche capire il ruolo di Fratello Roger, un francescano che si muove sullo sfondo di questa prossima ribellione, e di Marcel, un domenicano che Athelstan ha conosciuto, e che è diventato inquisitore, incaricato dal Pontefice di verificare la sostanza dell'eresia dei Lollardi e di Wycliffe. E dovrà anche scoprire chi ha ucciso un marinaio, in possesso di informazioni sulla flotta inglese nel Tamigi, e chi abbia ucciso prima Scrope, il medico chiamato per analizzare i cadaveri dei sette uomini uccisi dentro e fuori del Barbacane, e poi il menestrello Ronseval che seguiva Marsen e il capitano degli Arcieri Hugh di Hornsey, nella chiesa di Athelstan. E anche Lascelles, il braccio destro di Thibault, Magister Secretorum di John di Gaunt. 

E se tutto si inserisca in un vasto piano, perchè e come. Oltre tutto, non solo non si sa come l'assassino abbia ucciso i cinque uomini e le due prostitute nel Barbacane, evadendo a porte sprangate dall'interno, ma anche come abbia fatto ad uccidere Scrope trovato trafitto da un dardo di balestra nella sua stanza chiusa dall'interno.

In mezzo a peripezie di ogni genere, in cui anche gli Uprights Men e soprattutto John Strike, Simon Grindcobbe e Wat Tyler, si muovono sullo sfondo di un'alzata popolare sempre più temuta, Athelstan e Cranston, scopriranno assassini e assolveranno e condanneranno i responsabili dei vari fatti luttuosi descritti nel romanzo.

Gran bel romanzo di Doherty (e una bella prova di Mauro che traduce si può dire tutto): viene da dire, come faccia Doherty a sfornare talvolta uno due romanzi all'anno, che abbiano una struttura narrativa così complessa ! In sostanza qui abbiamo due assassini che agiscono ognuno per proprio conto, e le loro gesta sono facilmente separabili: il primo che opera la strage del Barbacane, lo fa essenzialmente per cupidigia, per impadronirsi dell'oro; il secondo, per motivi "politici" (sarebbe quello che oggi definiremmo un "terrorista"). Il primo uccide anche gli altri tre e quindi in sostanza uccide da solo 12 persone, il secondo uccide Lascelles, il braccio destro di Thibault, con un agguato, e tenta di uccidere lo stesso Thibault. E poi c'è una spia francese, che è un personaggio di rango; e poi anche l'eresia di Wycliffe e dei Lollardi. E riesce a creare un magnifico arazzo comune.

Le due camere chiuse non hanno grado uguale di comprensibilità e difficoltà: la prima è molto complessa e difficile da capire, quella del Barbacane, e oggettivamente a me pare che Doherty per spiegarla, si arrampichi sugli specchi; la seconda, è  geniale nella sua semplicità: si appaia a quelle tipo He Who Whispers di Carr o Envious Casca di Heyer, che però comtemplavano omicidi con stiletti sottilissimi; qui invece è il caso di un delitto perpetrato con un dardo da balestra. Proprio la presenza di una serratura con grossa chiave, mi aveva fatto venire in mente il delitto di The Judas Window di Carr, ma queato di Doherty è geniale (e quasi originale) perchè unisce due momenti distinti che assieme creano l'impossibilità. 

Per il resto si tratta di un altro dei fantastici romanzi di Doherty, dotati di una grandissima atmosfera data dalla sua quasi unica capacità di creare delle ambientazioni così vivide da far pensare che le abbia vissute personalmente quasi sia un Viaggiatore del tempo: non solo è un grandissimo romanziere e ha una penna duttilissima, ma è anche un grande storico, che conosce tutto del tempo, persino i costumi di vita, vorrei dire un Alessandro Barbero che scrive gialli. E questo mi da l'occasione di dire la mia sugli autori di gialli storici: ci sono tanti autori (Oddio degnissimi e bravissimi !) anche italiani, che scrivono romanzi storici, magari anche documentandosi prima ampiamente (come Carr), ma che non sono storici di professione, e poi ci sono storici che scrivono romanzi (come Eco o Doherty). Qual'è allora la differenza? Che i secondi inseriscono spesso nelle trattazioni dei particolari che solo loro conoscono o che sono di ardua rintracciabilità, che danno una freschezza unica alle trattazioni. In particolare Doherty, che ricordiamo si è specializzato in storia inglese a Liverpool e Oxford, ed è stato per trent'anni preside del Trinity College, l'istituto cattolico più ambito d'Inghilterra, qui inserisce  dei particolari sulla Peasant's Revolt del 1381: inserisce nel quadro inventato, ma che sarebbe potuto essere anche reale, alcuni degli interpreti di quella sollevazione, Wat Tyler, Jack Straw, con Simon Grindcobbe (ma chi è?) un personaggio inventato, che ricorda il William Grindcobbe, un altro dei capi della insurrezione, li fa interagire con gli eretici di Wycliffe (e del resto la critica storica ipotizza che Tyler e Ball nella lotro richiesta a Riccardo II di confisca dei beni ecclesiastici, fossero anche loro dei Lollardi); cita il Vescovo di Canterbury, Simon Sudbury, che fu poi realmente assassinato vicino alla Torre di Londra, dai rivoltosi. Cita soprattutto John di Gaunt, reggente d'Inghilterra e zio di Riccardo II, facendolo interagire con personaggi come Thibault, Magister Secretorum, assolutamente inventati, ma che sarebbero potuti essere realmente esisititi; cita gli Hobelar di Sir Walter Manny, personaggio realmente esistito. Insomma, conferisce un alto grado di verità a delle storie inventate, riuscendole ad inserire perfettamente nel quadro di avvenimenti stiorici, assolutamente veri (del resto Vermi della Terra, The Worms of the Earth, e Uomini Retti, The Uprights Men, erano davvero gli appellativi con cui erano conosciuti i rivoltosi).

Romanzo stupendo.


Pietro De Palma

venerdì 23 agosto 2024

Tom Mead : Cabaret Macabre: A Locked-Room Mystery (Joseph Spector Series), Mysterious Press , New York, 2024

 


 

Cabaret Macabre è il terzo romanzo della serie varata da Tom, con protagonista Joseph Spector, mago ed illusionista, ed è stato pubblicato nel 2024,  un mese fa.

La vicenda del romanzo si svolge in un arco di tempo di pochi giorni, dal 13 dicembre 1938 al 24 dicembre 1938.

Il 13 dicembre due bambini su una spiaggia ritrovano un baule da cui proviene un  fetore terribile, e aperto il baule trovano un cadavere in avanzato stato di decomposizione..senza faccia. 

Quello stesso giorno a Scotland Yard si presenta Caroline Silvius chiedendo di parlare con l'ispettore Flint: suo fratello Victor è in manicomio, rinchiuso lì dieci anni prima, dopo aver tentato di uccidere il giudice Sir Giles Drury, a causa della morte della sua fidanzata Gloria Crain, morta presso la casa del giudice per avvelenamento da stricnina. Le modalità dell'avvelenamento avevano fatto eliminare la possibilità che potesse essere stata avvelenata, perchè in sostanza Gloria aveva mangiato e bevuto stessi alimento degli altri presenti, ma neanche l'incidente si era potuto contemplare per le medesime modalità, come pure era da scartare l'ipotesi di un suicidio con stricnina. E allora? Ma Victor si era convinto che era stato il giudice.

Come potrebbe esser morta Gloria? Possibile che il Giudice si fosse invaghito e respinto avesse concepito un piano diabolico? 

Fatto sta che al Giudice arrivano da un po' di tempo delle lettere con inchiostro verde che lo minacciano di morte. Così Spector viene assunto per investigare dalla moglie di Sir Giles, Lady Elspeth Drury, per tramite di suo figlio Jeffrey Flack.

Spector così viene a trovarsi al centro di una macchinazione, che sembra accanirsi contro Sir Giles, e qualcuno sparerà pure in direzione di una finestra, ma che poi sfogherà i propri sinistri istinti nei confronti di due uomini, facenti parte dell'allargata famiglia del Giudice, comprendente oltre a lui e a sua moglie, i suoi due figli Leonard e Ambrose, Sylvester Monkton, figlio illegittimo del Giudice, e Jeffrey Flack, figlio di primo letto di Lady Elspeth: Monkton e Flack. Il primo sarà trovato morto, pugnalato a morte, in una barca, al centro di un laghetto ghiacciato della tenuta di Marchbanks, dov' è la dimore del Giudice; il secondo, in una stanza della casa, dove qualcuno gli sparerà con un fucile a due canne da caccia, non potendo però uscire dalla finestra bloccata e non essendo stato visto scappare dalla stanza, cosa virtualmente impossibile perchè la vittima per la potenza dello sparo ravvicinato era stato scaraventato da dentro la stanza contro la porta sfondandola e quindi aveva richimato per il fragore una serie di personaggi abitanti nella casa.

In questa atmosfera da incubo, in una casa presidiata dalla polizia, si verificheranno altri due omicidi: Ambrose, pittore e attore mancato, nella sua auto, modificata in una sedia elettrica ambulante, e John Nightingale, segretario di Leonard, decapitato nella sua camera da letto. E dal manicomio scapperanno Silvius Victor, il pazzo che ha giurato di uccidere il Giudice e due altri pazzi, uno strangolatore ed un piromane, e Griffin, l'infermiere responsabile della loro permamnenza, sarà ritrovato selvaggiamente ucciso. Cosa c'entra questa morte col resto?

Toccherà a Spector e all'ispettore Flint riunire le tessere del puzzle e arrivare alla verità straordinaria. Nell'epilogo, verrà data anche spiegazione della morte di Gloria, e questo costituisce la ciliegina sulla torta. Oltre che dell'identità del cadavere senza faccia.

Si tratta di un'opera molto complessa, formata da una trama variegata e molto sfaccettata, in cui si inseriscono una molteplicità di eventi, di personaggi e di situazioni anche affondanti nel passato, che Tom è riuscito a tessere come la tela di un ragno, non tralasciando nulla e dando risposte a tutto.E il titolo riassume perfettamente il balletto di personaggi che talora si comportano anche come  tratti da vero feuelliton: Sir Giles ha avuto un'amante e da lei è nato Monkton; Monkton a sua volta ha una relazione con la moglie di Sir Giles, Elspeth; Leonard fa il Dongiovanni e le tenta tutte: prima Ida Cosgrove che si suicida, poi anche Caroline Silvius ma lei rifiuta; Caroline Silvius è moglie di un altro personaggio, cosa di cui nessuno sa nulla; e perfino la sig.ra Runcible, la governante ha avuto una relazione con qualcuno della casa. E tutte queste relazioni, hanno effetti considerevoli sulla tenuta del dramma.

Di atmosfera ve n'è a vendere, e che Tom sappia scrivere e sappia creare tensione e una storia avvincente, questo lo si era visto già in occasione del suo primo romanzo. La cosa che tuttavia noto con perplessità è che Tom forse, volendo creare qualcosa che andasse oltre i suoi primi due, abbia voluto creare qualcosa troppo complesso. Troppo è l'aggettivo cardine di questo romanzo: c'è troppa carne sul fuoco, troppi assassini, e due problemi impossibili troppo complicati. Il primo, è ancora ancora capibile e ricalca certe Camere di Peer & Wahloo o di Paul Halter (La Mort Vous Invite) in cui entra un elemento accidentale nel delitto che la trasforma in delitto impossibile; ma il secondo è veramente complesso, troppo complesso, e non è detto che applicato nella realtà, la cosa - che a parole potrebbe andare, nella realtà dei fatti - andrebbe davvero così. Preso atto che per metterlo in scena, Tom ha inventato una soluzione veramente cervellotica, che comprende corde molto lunghe e palle da croquet forate al centro, la coppia di assassini che commette il secondo omicidio, per mettere in atto la messinscena, dovrebbe essere formata da due persone veramente muscolose. E non credo che le due prese in esame, lo siano. La sensazione che ho avuto, è che Tom nella sua aspirazione a creare una trama che incardinasse due Camere Chiuse, ne abbia create due veramente impossibili, anche da capire, soprattutto la seconda.Tanto che sembra che si arrampichi sugli specchi. Probabilmente, ritengo io, in questo romanzo manca la genialità del primo, che con una trama più semplice, una sola camera chiusa ma spettacolare, riesce a stupire e a lasciare soddisfatti tutti.

Tuttavia col primo romanzo questo condivide un tratto comune: in entrambi vi è scambio di identità che interessa più persone. Qui esso fa sì che la trama vari col variare delle persone: variando l'identità (in sostanza una persona ha due identità diverse almeno) l'impossibile diventa possibile.

Non ho detto tantissime altre cose e citato tantissimi altri personaggi. Il libro è da leggere. Almeno, non annoia. Anzi, ci si diverte moltissimo.

Pietro De Palma





domenica 21 luglio 2024

Paul Halter: La tomba scomparsa (la Tombe Indienne, 2013) - Trad. Angelo Petrella. Il Giallo Mondadori N.3241 del Luglio 2024

 


 

Il Giallo Mondadori di Luglio 2024 propone La Tomba scomparsa (La Tombe Indienne) di Paul Halter, ventunesimo romanzo della serie con Alan Twist.

Non sapremo mai per quale motivo sia stato scelto proprio questo romanzo, invece che Les Meurtres de la salamandre o La Corde d'argent o Le Voyageur du passe', e per di più con questo romanzo si interruppe la pubblicazione dei romanzi di Halter da parte di Le Masque. Va da sè che un romanzo della serie di Alan Twist, in cui quello che dovrebbe essere il personaggio principale finisce per rivestire una parte neanche da comprimario ma da Guest Star, la dice lunga sulla tenuta del romanzo e sulle sue ambizioni. E' come se questo fosse stato concepito come il Canto del Cigno di Twist.

Nell'economia della serie, questo titolo si pone un po' come Inspector Queen's Own Case, il romanzo in cui i Queen fecero agire dall'inizio alla fine con funzioni da protagonista, un personaggio che da sempre era stato considerato in secondo piano, cioè il padre di Ellery, l'Ispettore Queen: qui infatti ad avere la parte di protagonista, una volta uscito di scena Archibald Hurst, è Briggs che è stato oscurato finanche nel romanzo precedente a questo, Le Voyageur du passè, dalla più ingombrante presenza del collega, Archibald Hurst. Infatti Twist ha ottant'anni, e appare nelle ultime 5 - 6 pagine, cioè nell'epilogo; Briggs sta preparando le carte del pensionamento, ed è il vero protagonista; Archibald Hurst è già pensionato.

William Rigg è ossessionato dalla scomparsa dei due cuginetti Sylvain e Lisette, avvenuta sette anni prima, nei boschi della Bretagna. Grazie ad una sensitiva, riesce a sapere che i due cuginetti sono stati uccisi e murati nella cantina della dimora di una famosa attrice ora sul viale inesorabile del tramonto, il cui cancello presenta due leoni uno di fronte all'altro con una doppia D.

William e la sua fidanzata Shirley Niven girano i paraggi a sud di Londra finchè individuano una tenuta che risponde a quando detto dalla chiaroveggente, e a questo punto mettono al corrente dei fatti l'ispettore Briggs di Scotland Yard, che esamina la posizione prima della chiaroveggente, e poi, non trovando nulla di sospetto, comincia la sua indagine. Per sapere se effettivamente risulti qualcosa di insolito nella cantina, ci vorrebbe che qualcuno si introducesse nella casa dell'attrice, e di questo si incarica la fidanzata di Rigg, che si propone come cameriera. Proprio lei, ottenuta la fiducia di Doreen Day, del maritoJohn Sutherland e dei figli, legittimi (Michael) ed acquisiti (Trevor, Aurore e Pamela, la prima cieca e la seconda muta), cerca di investigare: scopre che effettivamente due bambini, fratellini, Sylvestre e Annette, che avevano stessa età dei due cuginetti di William, furono adottati dall'attrice ma un giorno scomparvero e la loro stanza, al piano terra, è rimasta da allora vuota e chiusa. 

Briggs indaga, interroga gli abitanti della casa, riesce a pervenire in possesso dell'unica foto dei due bambini, da una famiglia amica dei Sutherland, e astabilire che si tratti effettivamente di Sylvain e Lisette, e allora rischiando il tutto per tutto, perquisiscono la dimora dei Sutherland e in cantina murati trovano gli scheletrini dei due bambini. A questo punto le indagini si infittiscono: tutti vengono interrogati, anche più volte. L'unica a cercare di depistare sembra essere proprio la Day, che poi viene trovata impiccata nella sua camera da letto, chiusa dall'interno. 

Sembrerebbe un classicio suicidio autoaccusatorio: ma degli strani graffi sul chiavistello, e degli sfilacci di lana viola, fanno propendere gli investigatopri verso un omicidio. La situazione precipita, quanto Pamela precipita dalla sua camera da letto.

Briggs, in un concitato finale, inchioderà un diabolico e folle assassino, mentre Twist nell'epilogo apparirà solo per giustificare il ruolo nella faccenda della veggente cinese.

Innazitutto il titolo: in poche occasioni come questa il titolo scelto per l'edizione italiana, mi sembra essere più azzeccato di quello dell'edizione originale. Infatti nella logica del romanzo, la Tomba Indiana, che poi sarebbe il titolo di un film in cui avrebbe recitato la padrona di casa, è ininfluente per trama e soluzione.

Non è certo un romanzo questo, in cui attorno ad un delitto impossibile, ruoti la trama : il delitto impossibile, sembra qui solo giustificare quasi il fatto che il romanzo faccia parte di quelli in cui appare Twist, anche se non è Twist ad agire. E non è il fatto principale del romanzo, in quanto esso è interamente rappresentato dalla scomparsa dei bambini. La casa coni suoi anfratti, una camera chiusa a chiave dove nessuno deve entrare, una cantina dove in una sezione muraria uno spietato assassino dopo averli uccisi ha murato i corpi di due bambini, sembrerebbero incanalare la trama in una da romanzo gotico. Ma dopo il ritrovamento degli scheletri, il ritmo e anche lo stesso andamento della trama, cambiano. Purtuttavia c'è una Camera Chiusa molto buona, con una discreta soluzione. Non a caso non è la sua soluzione fondamentale per il caso, perchè viene spiegata prima della fine. 

L'assassino non cade dal cielo e in questo Paul è uno scrittore molto classico, e quindi la soluzione è lineare e lascia soddisfatti; inoltre nella trama e nella soluzione, sono presenti vari aspetti che sono spesso presenti nei suoi romanzi, cioè il tema della follia, e la presenza di ragazzi. Anzi, se vogliamo, l'aspetto che caratterizza l'opera di Paul Halter, non è tanto il tanto blasonato Delitto Impossibile, di cui indubbiamente è un maestro, ma la presenza costante nei suoi romanzi di ragazzi o bambini, che nei romanzi polizieschi cosiddetti per adulti, laddove vi è un crimine e situazioni terribili, non sono mai presenti. Invece nei suoi romanzi, i ragazzi entrano spesso, sia nel ruolo di vittime sia anche in quello di carnefici. E' come se Halter, dopo che altri prima di lui avevano fatto cadere i tabù dell'omicida poliziotto (Leroux, Carr, Smith..), dell'omicida narratore (Christie), del giudice (Queen), avesse anche lui superato un tabù, ammettendo nella cerchia dei possibili assassini (e vittime) anche i bambini e i ragazzi, perchè essi nelle sue storie quasi mai vivono una vita infantile, ma sono quasi sempre degli adulti intrappolati in sembianze infantili. Anche qui ricorre questo tema: Sylvaine e Lisette, a 9 anni, dopo essersi perduti nella foresta bretone, ritornati a casa (dopo parecchio tmpo) e appreso che la loro madre si era trasferita in Africa, si imbarcano alla volta dell'Africa e si perdono nella foresta congolese, dove vengono tratti in salvo da Doreen Day che li adotta sotto falso nome, e li porta con sè a Londra.

Ma è questo, proprio questo il quid che mi ha lasciato perplesso e che ricorre anch'esso spesso nelle opere di Halter: la capacità di creare situazioni al limite del fantastico, che nella realtà di ogni giorno, ma anche in un romanzo di Carr, sarebbe difficile da accettare: è mai possibile che due bambini di 9 anni, si badi bene, per quanto intraprendenti possano essere, possano imbarcarsi da soli dalla Francia alla volta dell'Africa e arrivare in Congo, che non è poi proprio dietro l'angolo, perdendosi nella foresta e venendo trovati dalla Day? E' un po' la stessa situazione in cui in altro romanzo, un ragazzo porta dentro il suo zaino un cadavere ripiegato su se stesso, per poi inscenare una messinscena impossibile. E' come se delle situazioni che altri scarterebbero a priori, vengano utilizzate da Halter che crea nei suoi romanzi atmosfere particolari che in qualche modo si ammette, solo perchè è lui che le crea, in quanto si e' attirati da altri aspetti suoi peculiari: cioè le situazoni impossibili. Paul ha sempre questa tendenza. A creare delle storie in cui la comprensibilità delle azioni dei protagonisti è ovvia, ma solo per lui, cose che sono facilmente postulabili per lui, ma difficilmente accettabili da altri.

Però, se poi si va a confrontare nella sua interezza, un suo romanzo, con uno di Carr, queste situazioni, ammesse nei suoi romanzi solo perchè lui è Halter, fanno propendere la bilancia per l'altro. Perchè in Carr, la razionalità è sempre massima, mentre in Halter, la razionalità spesso si fonde all'irrazionalità, al fantastico: che qui è una coppia di bambini che si comportano come gli eroi delle favole francesi, Sylvain e Silvette.

I bambini murati citano Carr, ma anche lo stesso Halter, e in più Halter ammicca a Doris Day, Donald Sutherland, Fritz Lang, a Woolrich e a Rufus King. Insomma, sempre un bell'Halter, ma in certo modo dimesso. Perchè è come se voglia concludere definitivamente la parabola Twist.

Traduzione discreta (pesa la soluzione discutibile adottata e da me rifiutata in apposito post sul Blog del Giallo Mondadori).

Pietro De Palma


giovedì 20 giugno 2024

Paul Halter: The White Lady (LE MYSTERE DE LA DAME BLANCHE) - trad. John Pugmire. - Locked Room International , Agosto 2020

 


 

Il romanzo in questione è l’ultimo in ordine di tempo, della serie dedicata al secondo dei personaggi di Paul Halter: infatti è stato pubblicato nel 2020. La cosa strana, è che il romanzo è stato pubblicato prima in USA da Locked Room International nell'agosto 2020, e poi solo in seconda battuta in Francia nel Dicembre 2020.

La serie completa è data da 8 romanzi:

1 - Le Roi du désordre (1994)

2 - Les 7 merveilles du crime (1997)

3 - Les 12 crimes d’Hercule (2001)

4 - La Ruelle fantôme (2005)

5 - La Chambre d’Horus (2007)

6 - Le Masque du Vampire (2014)

7 - La Montre en or (2019)

8 - Le Mystère de la Dame Blanche (2020)

Così come Alan Twist è assistito da Archibald Hurst, Ispettore di Scotland Yard, così qui la coppia è più holmesiana, più classica: il detective, “la prima donna”, e l’assistente amico, “la spalla”. Owen Burns e Achilles Stock.

Paul quando inventò Owen Burns, prese a prestito la fisionomia e l’aspetto di Oscar Wilde, il dandy inglese. Infatti, nel suo sito francese, Paul introduce così il suo personaggio:

Calqué sur le brillant et immortel Oscar Wilde, le dandy détective Owen Burns cultive l’excentricité avec un soin jaloux. Il passe son temps à épater la galerie, irrite à profusion et provoque à plaisir. Critique d’art de son état, il met ses exceptionnelles facultés de déduction au service de Scotland Yard, mais il ne s’occupe que d’affaires hors du commun. Son seul souci étant la recherche du Beau, il exige des adversaires à la hauteur de son talent. Digne successeur de Thomas De Quincey, il professe que le crime parfait est une œuvre d’art, et son auteur, un artiste. Empreintes de mythologie, ses aventures baignent souvent dans une atmosphère fantastique.

Dopo un’introduzione, in cui si parla di quelle figure cui tradizionalmente è legato il significato di portatrici di sventura o addirittura di morte, e che serve a preparare il lettore all’atmosfera da incubo in cui vivrà, immergendosi nella lettura del libro, ecco la prima scena.

E’ il 13 settembre 1924, e siamo in un treno e nello scompartimento, siedono due donne e un uomo. L’uomo e una donna formano una coppia: sono John Peel e sua moglie Margot Richards, e poi c’è un’altra. Dopo un silenzio in cui si studiano, le due donne cominciano a dialogare: la prima a prendere parola è Margot, che rivela all’altra il motivo per cui hanno preso quel treno da Paddington per Buckworth: la sorella Ann l’ha chiamata per aiutarla, in quanto in famiglia si respira un’aria difficile: il loro padre Matthew Richards, vedovo, ha deciso di risposarsi e l’ha fatto con la sua avvenente segretaria, assunta poche settimane prima, Vivian Marsh. Settant’anni lui, trenta lei, quarant’anni di differenza sembrano non rappresentare nulla per loro. Ma per gli altri eredi sì. Per questo Ann e Peter Corsham suo marito l’hanno chiamata per fare fronte comune. Questo è quanto racconta all’altra viaggiatrice, oltre a vicissitudini personali legata alla morte presunta del marito e ad una nuova unione che sembrava pronta per dare felici esiti, quando John Peel dato per morto, si era ripresentato dopo anni di presunta morte. E così Margot aveva dovuto riaccogliere suo marito, a cui però difettava parecchio la memoria e i ricordi.

L’altra viaggiatrice racconta invece una storia immersa nella nera Africa, di una valigia piena di ricchezze, che il suo defunto marito africano portava con sè prima di essere ucciso. E la viaggiatrice porta con sé una valigia. Sarà quella? No, perché rivela alla sbalordita Margor che tutto quello che le ha raccontato sono solo panzane, e che lei, proprio lei, è la Vivian Marsh che ha irretito il vecchio Matthew.

Una sorpresa dopo l’altra.

La storia si sposta e inquadra tre ragazzi in un bosco: Harry, Bill e Jack. Stanno decidendo come trarre profitto dalle prede di frodo che i bracconieri catturano con le tagliole e di cui vendono il pellame, quando nell’incredulità generale  vedono una figura spettrale che avanza, bianca, vestita con un sudario, La Dama Bianca. Che si favoleggia abbia visitato il villaggio altre volte in passato, e che porti morte. Harry che è il più sfrontato e il più spaccone dei tre, ha masticato delle foglie di cicuta infischiandosene dei consigli degli altri due, e avverte un malessere; ma quando la dama si avvicina e lo tocca in fronte, lui cade stecchito. I ragazzi fuggono e chiedono aiuto, diffondendo il mito del ritorno della Dama Bianca, che precedentemente è stata vista al maniero dei Richards, proprio da Peter Corsham, vicino alla fontana.

Nel villaggio c’è anche un’indovina e una medium, Lethia Seagrave, che nel villaggio ha fama di strega o quasi e che vive con un cane, tre gatti, un coniglio, e un corvo, e che conosce molto bene Matthew Richards che se ne serve per consulti di carte. Alcuni però insinuano che abbia intrattenuto anche rapporti carnali col vecchio Richards, così come la giovane Vivian. Lei viene consultata a sua volta da Peter Corsham proprio sulla Dama Bianca.

Le apparizioni della figura spettrale continuano imperterrite al maniero: se in un primo tempo paiono innocue, poi in seguito instillano paura. Tanto che ad un certo punto viene interessato Owen Burns, che arriva col suo fido Stock e comincia ad investigare.

Su cosa?

Innanzitutto sull’ultima apparizione, avvenuta al castello, a fronte del quale, tutti i presenti sarebbero esclusi da avere un qualche ruolo nella vicenda, e che si è conclusa con un nulla di fatto. Ma dopo che Matthew e Viviana si sono coricati, ecco che l’apparizione si rifa’ viva, nella camera da letto, ma Vivian la tiene a bada impugnando il candeliere che tiene davanti al viso di Matthew quasi a difenderlo. Successivamente, per la paura Matthew ha un collasso, dal quale si salva. Ma non dura molto, perché qualche tempo dopo, una sera dopo cena, dopo che Matthew è uscito per la consueta passeggiata nel giardino, ecco che la sua assenza si protrae troppo tanto che Vivian sconvolta esce sbattendo il portone con violenza e dopo un po’ rientra annunciando che ha trovato Matthew morto..di paura. Unica cosa strana: Burns trova nei capelli del morto una strana polvere.

Da qui l’indagine si ramifica e coinvolge tutti i presenti, persino la governante Esther. Burns, avvalendosi dell’aiuto dell’Ispettore Lewis di Scotland Yard e di quello del Sovrintendente Wedekind, dopo anche la lettura del testamento di Rchards, che lascia metà del patrimonio alla moglie Vivian, e alle figlie, Burns:

scopre una diabolica congiura che coinvolge due soggetti insospettabili, legati da passione omicida;

spiega le apparizioni e come un soggetto poteva stare in due luoghi differenti nello stesso istante, durante l’apparizione nel castello;

spiega anche che chi ha ucciso Harry è altra persona, che al di fuori dei due ha impersonato La Dama Bianca;

e spiega come Matthew sia stato ucciso non dalla paura in se stessa, ma da chi ha approfittato delle condizioni critiche dell’anziano possidente, per farlo morire procurandogli un collasso da paura, usando due diverse pistole, e come lo sparo di una delle due, pur fragoroso non si sia sentito.

Inoltre spiega cosa c’entri la sparizione di un libro dal comodino di Matthew Richards, cosa c’entri la piuma di un corvo, e se uno dei figli di Samuel Ziegler, ex socio di Richards poi cacciato da lui, possa essersi infilato sotto un’identità fittizia a castello per vendicarsi del settantenne Richards responsabile della morte del padre, del suicidio della madre, e della rovina dei due figli. E cosa centri nell’affare anche una locanda nel centro di Londra dal nome evocativo The Peacock Feathers (Carter Dickson è il riferimento).

Il romanzo è stata una sorpresa, molto positiva. E’ il romanzo più recente di Paul che testimonia oltre ogni prospettiva che l’autore francese, a dispetto dei suoi sessantotto e passa anni, e dei 45 romanzi scritti, e nonostante a suo dire sia alla fine della carriera, è estremamente lucido e capace di creare trame complesse e affascinanti. Qui non c’è una Camera Chiusa tout court e neanche un omicidio impossibile, sempre che non si ritenga tale uno sparo che non si senta, e non perché venga usato un silenziatore, ma un problema di bislocazione. E’ un problema inserito nel novero delle situazioni impossibili. Da John Dickson Carr (The Black Spectacles) a Clayton Rawson (Death from a Top Hat), da Pierre Siniac  (Bilocation) a Noel Vindry (Le double alibi), da Anthony Boucher (Nine Times Nine) a Helen McCloy (Through a Glass, Darkly!), da Paul Halter (La quatrième porte) a Christianna Brand (Death of Jezebel), tutto il Gotha della letteratura poliziesca impossibile, ci ha provato con risultati diversi ma apprezzabili. Halter vi ci prova di nuovo, così come già nel suo passato, e sortisce un ottimo risultato: qui, la bislocazione non è affidata alla creduloneria, ma è un espediente ben attuato in combutta con un complice insospettabile (poi nel prosieguo si capirà il perché di questa collaborazione).

Al di là del problema, il romanzo è un tripudio di situazioni che affascinano e talora spiazzano il lettore: dal ritorno dell’erede, alla doppia Dama Bianca interpretata da due diverse persone non complici fra loro, dalla unione nascosta  tra due amanti (in quanto adulterina) a quella strana tra due persone così diverse in età (reale tra Vivian/ Matthew, presunta tra Matthew/Leitha che poi con i suoi sviluppi sorprende), dallo sparo esistente/inesistente alla morte di Harry così vicina a quella di Arlena di Agatha Christie, fino alla presenza ricorrente in romanzi di Halter, di ragazzi (ad es. vd. La malediction de Barberousse).

E oltretutto, l’atmosfera, uno dei tratti stilistici più caratterizzanti di Halter, qui è ai suoi massimi.

I colpevoli sono difficilmente individuabili in quanto si celano sotto ruoli diversi: nominalmente sono inquadrati in un certo modo, ma in realtà lo sono in maniera diversa. Essi concepiscono un piano diabolico, ma non capiscono che qualcuno li ha anticipati e così come sfugge al loro tentativo di incolparlo, così usa il proprio carisma per farli scoprire fornendo al momento opportuno alla polizia, gli elementi giusti. Mentre Lewis è troppo diretto per accorgersene, Owens alla fine mette questa persona con le spalle al muro pur riconoscendo che le proprie sono deduzioni non suffragate da prove ma solo da intuizioni seppure giuste.

Insomma un romanzo magnifico, tutto da gustare.

Pietro De Palma

 

lunedì 19 febbraio 2024

Giorgio (Georges) Meirs , La mano fantasma (La main fantôme, 1913) -trad. I.Sappia - I nuovi Sonzogno, N.91, 1969


Dopo parecch anni ritorniamo a Georges Meirs, trasformato in Italia in Giorgio Meirs, per parlare di un ottimo romanzo del 1913:  La main fantôme.

Pubblicato solo dopo un anno da Sonzogno, col titolo fedele La mano fantasma (1914), nonostante sia un testo più che datato, è un ottimo esempio di mystery con un quasi delitto impossibile, e tre camere chiuse, dico tre. Insomma, un romanzo quasi sconosciuto in Italia in tempi a noi vicini, ma capace di tenere avvinto il lettore con una trama ricca di colpi di scena e di inventiva.

William Tharps, il celebre poliziotto privato, è richiesto urgentemente dall'Ispettore Asselin: è avvenuto un delitto in circostanza assolutamente straordinarie, e la polizia non si raccapezza. In via Miromesnil, al quinto piano di un caseggiato, uno scultore anziano, è stato trovato morto in un appartamento. Il medico ha stilato un certificato di morte per embolia, ma l'ispettore ha come un presentimento, che si rivela giusto: da come il cadavere è stato trovato e dall'aspetto, Tharps formula l'ipotesi che egli sia stato invece ucciso. L'autopsia attesterà un avveleamento da Veronal.

Già in queste prime avvisaglie di romanzo, Tharsp fa riscontrare tutta la sua deduzione e la sua osservazione, indicando sia una serie di impronte digitali, addirittura sulla cornice di un quadro, sia dei segni sia infine l'impronta di una mano, e si pone in antitesi col dottor Mortet: sembrerebbe persino che egli si sia affrettato a diagnosticare una causa naturale per mascherare l'avvelenamento. Perchè?

Tuttavia questa non è la sola stranezza, in quante parecchie altre la polizia nella figura del Capo della polizia Assarde il Giudice Istruttore Ballencourt hanno giù stupito: tutt'intorno al cadavere ci sono delle impronte, come se qualcuno avesse fatto  qualcosa durante o dopo la morte. Eppure è strano: non è stato sparato o accoltellato o percosso, ma avvelenato. E l'assassino pare che sia rimasto lì accanto a lui fino alal sua morte, e abbia cercato qualcosa: pare qualcosa connesso ad un libretto di assegno che Tharps trova setacciando al casa. Non è la sola stranezza: ce n'è una ancora più sbalorditiva. L'assassino che ha assassinato il signor Corbat propinandogli una dose elefantiaca di Veronal, è penetrato in una casa assolutamente sbarrata da catenacci e inferriate, mente il domestico era affacendato alle sue mansioni, negli altri ambienti della casa, penetrando nelllo studio, da cui si accede anche tramite una porta esterna serrata da catenacci, passando da una porta dissimulata da un arazzo, che era nota solo al personale della casa. Ma il domestico non è stato: tutti giurano sulla sua innocenza e anche Tharps ne è persuaso. Eppure qualcuno deve essere penetrato nello studio illuminato da una grande finestra sul soffitto: forse che è passato da lì? Ipotesi dubito accantonata: il mastice che circonda il vetro è vecchio e non presenta rotture e tutt'attorno vi sono anche ragnatele che fanno pensare come da lì nessuno sia potuto passare.

Un assassino invisibile, anzi..un asssassino fantasma. E gìà perchè una mano, fantasma, attenterà alla vita di Tharps più tardi, sparandogli nell'appartamento, presidiato dalla polizia, dove nessuno è penetrato dall'esterno, come giura il portiere dello stabile. Un assassino materializzatosi, che scappa e svanisce nell'aria: Carr ne sarebbe rimasto deliziato.

Ma prima che ciò si verifichi, anche il libretto di assegni, scomparirà dallo studio del Giudice Istruttore, sbarrato, e senza che si sia verificata alcuna effrazione; e del resto nè Ballencourt nè il suo Cancelliere, fidatissimo, possono esserne ritenuti colpevoli.

E dopo l'attentato a Tharps, grazie a Dio, sfiorato da due proiettili e ferito leggermente, un'altra Camera chiusa ancora con delitto, si verificherà nell'appartamento, un appartamento definito già maledetto prima della morte di Corbat, perchè negli anni precedenti una serie di locatari era morto in circostanze misteriose: non ultimo l'ultimo affittuario, Barolais, caduto d'abbasso, dalla finestra sul salone. Sarà trovato, nell'appartamento guardato a vista da due poliziotti, e assolutamente sbarrato, un cadavere sconosciuto: come si sarà potuto materializzare?

Tharps, durante una seduta, davanti al dottor Mortet, al capo della Polizia, al giudice Ballancourt, al domestico e al suo assistente Pastor Linhyam, scoprirà le sue carte e individuerà il colpevole, anzi..i colpevoli.

Scritto nel 1913, questo romanzo di Meirs, pur avendo certi caratteri abbastanza datati (es. tutte deduzioni su come Lynham si presenta una mattina, su come egli abbia fatto un telegramma, e che si è raso il volto male con la luce del giorno invece che con quella elettrica, e parecchie altre, che attengono anche i luoghi del delitto  (per es che l'assassino dovesse essere di statura media) che rimandano chiaramente a Sherlock Holmes di cui Tharps è chiaramente un clone, possiede indubbiamente delle sue qualità:

per essere del 1913, quindi in una età del romanzo giallo ancora influenzato dall'avventura, questa storia avvince, proponendo una serie di falsi colpevoli: prima Mortet, poi il domestico che esce dall'appartamento e scompare alla ricerca di una fantomtica persona, poi di nuovo Mortet che si materializza, quando sparano a Tharps, ed un altro domestico del vicino, poi di nuovo il domestico di Corbat, fino alla conclusione inaspettata; una serie di morti maledette e sospette; una strana vicenda di bancarotta, curiosamente legata a quell'appartamento; un banchiere scomparso con un tesoro di titoli; uno scultore povero che vive ben al di sopra delle sue possibilità; ed una serie di quasi omicidi e omicidi e sparizioni di oggetti e persone, in situazioni impossibili.

La soluzione è logica, e oggi diremmo quasi scontata, ma neanche tanto: vi si collega direttamente una di Halter (che mi viene il sospetto che avesse letto questo romanzo:glielo chiederò prima o poi ) e anche una di Rogers, per una cosa chiaramente indicata, quando se ne parla all'inizio. E quella della sparizione del libretto degli assegni, basandosi sulla assoluta innocenza di Cancelliere e Giudice Istruttore che l'avevano in consegna, una volta risolta, ci verrebbe da dire: trucco strausato, ma, se ci riferiamo al tempo in cui fu scritto... E io francamente non ci avevo pensato, perchè in un libro del genere dove l'impossibile aleggia ognidove, non ti aspetti una cosa del genere, che però è perfettamente logica.


Tharps rivela ogni cosa e trionfa: e spiega perchè ci sono due omicidi, attribuibili a due diverse persone, ma compiuti senza una vera premeditazione. Il primo noi diremmo oggi un omicidio preterintenzionale, il secondo un omicidio di difesa. Però il primo messo in pratica da chi ruba e quasi uccide Tharps, il secondo da uno che vorrebbe appropriarsi di un tesoro. Mentre il primo usa la via di fuga impossibile, il secondo accede all'appartamento naturalmente, ma non viene indagato. E l'omicidio accade mentre i due agenti, incaricati della sorveglianza della casa, sono giù al bar a sorseggiare un caffè e a mangiare un panino, avendo perfetta visuale del portone, da cui solo si può accedere dall'esterno, non vedendo nulal di strano, ma poi trovando il domestico di Corbat tremante e per terra il cadavere di qualcuno che non si sa chi sia, ma che a Tharps ricorderà qualcuno.

Tharps, che in origne si chiamava Thorpe, e che un bel giorno ebbe il cognome mutato perchè un tale Thorpe si presentò alla casa editrice di Meirs minacciando di adire alle vie legali se non si fosse cambiato il cognome del personaggio, manifesta oggi la tanta popolarità di cui già godeva in quel tempo, l'oggi dimenticato Meirs, che pare fosse anche l'illustrratore delle copertine delle prime edizioni dei suoi romanzi.


Pietro De Palma