mercoledì 30 marzo 2016

Origine possibile di The Crime in Nobody’s Room di Carter Dickson e possibili filiazioni



John Dickson Carr sotto lo pseudonimo di Carter Dickson, consegnò alle stampe, tra il 1938 e il 1940 , da pubblicarsi su The Strand Magazine, una serie di racconti aventi a personaggio principale il Colonnello March, che erano state scritte nel 1937. Della serie facevano parte anche The Empty Flat e William Wilson's Racket, due racconti che invece non furono pubblicati nella raccolta che li contenne, The Department of Queer Complaints e che apparvero invece nel 1963, contenuti nella raccolta The Man Who Explained Miracles. La ragione è da ricercarsi probabilmente nel fatto, che questi due racconti contenevano idee che vennero riprese, maggiormente elaborate ed ampliate in romanzi successivi. Per es. in  The Empty Flat viene applicato un metodo per uccidere che poi sarà riusato in maniera pedissequa in The Reader Is Warned; per non parlare di tante idee che poi saranno riusate posteriormente: ad esempio l’incontro tra due omonimi professori di storia, i Dr. Campbells, che verrà applicato posteriormente in un romanzo del 1941, The Case of the Constant Suicides (di cui tratteremo a presto); quella della casa infestata, e del docente morto di paura, che apparirà in He Who Whispers.
Della raccolta pubblicata in originale nel 1940, fanno parte i racconti:

Il nuovo uomo invisibile (The New Invisible Man)
Un'impronta in cielo (
The Footprint in the Sky)
Delitto in una stanza inesistente (The Crime in Nobody’s Room)
Denaro che scotta (Hot Money)
Il camerino della morte (Death in the Dressing-Room)
La cortina d'argento (Silver Curtain)
Errore all'alba (
Error at Daybreak)

Sappiamo anche che alcuni, vennero ideati come risposta ad opere di altri autori, anche amici di Carr. E’ il caso di The Footprint in the Sky,  ideato dopo The Footprints on the Ceiling, di Clayton Rawson.
Ma lo è anche per The Crime in Nobody’s Room, un racconto che è nella sua visionarietà, unico. E del resto esso non è che la naturale conseguenza dell’assioma carriano dell’assassino che svanisce nell’aria, vanished into the air. Infatti, dopo aver esaurito quasi le possibilità che costui si volatilizzasse, Carr cominciò a far scomparire dell’altro: diamanti (in  Behind the Crimson Blind), una preziosa coppa (in The Cavalier's Cup), la stessa arma del delitto, un pugnale (nel radiodramma The Dragon in the Pool contenuto nella raccolta The Dead Sleep Lightly), una via (in The Lost Gallows).

In The Crime in Nobody’s Room scompare un appartamento. O meglio compare un appartamento che non esiste per poi scomparire.
La storia è nota.
Roger Denham, di ritorno da una serata di bisbocce per un addio al celibato, accompagnato dal portiere all’ascensore, sale al secondo piano e si dirige al suo appartamento. Infila la chiave nella toppa e si trova in un appartamento che fatica presto a riconoscere, nonostante sia ubriaco fradicio: in quell’appartamento, in cui nelle stanze le luci sono accese, vi sono delle  cose che lui non ha mai posseduto: paralumi e una statuetta di bronzo. Inoltre alla parete c’è un Greuze color seppia che lui non ha in casa. Il fatto per cui non si sia subito accorto dell’ambiguità dei luoghi, è che il suo, come gli altri in quello stabile, è un appartamento ammobiliato, consegnatogli in quello stato, da Rufus Armingdale, il re degli appartamenti immobiliati, il quale richiede ai suoi inquilini che i mobili che egli inserisce nei suoi locali, non siano minimamente spostati, né che ve ne siano aggiunti degli altri; stessa cosa dicasi per gli oggetti di arredamento. Mentre sta per andare via, si accorge che non è solo: c’è un altro visitatore, seduto su una sedia dall’alto schienale, che indossa un impermeabile americano dal lato del risvolto, e che è..morto. Roger non ha modo di fare altro perché qualcuno provvede a mandarlo nel mondo dei sogni. Si sveglia, o meglio è svegliato, dal suo compagno di stanza, Tom Evans, che lo trova su una cassapanca nel corridoio del secondo piano, fuori dell’appartamento, con un vistoso bernoccolo. Roger afferma che in quello che credeva essere il suo appartamento c’è un cadavere: in sostanza dev’essere uno degli appartamenti del piano. Attirati dal rumore, escono dai loro appartamenti sul pianerottolo Anita Bruce, la fidanzata di Denham, e lo stesso Sir Rufus, e affermano che nei loro non c’è nessun cadavere. Tantomeno lo stesso Sir Rufus riconosce nella descrizione fornita da Denham uno qualsiasi dei suoi appartamenti. Esce infine anche il reporter Hubert Conyers: anche lui nega che un cadavere stia nel suo, anzi invita gli astanti ad accertarsene. A completare il quadro, si aggiunge il portiere Pearson, che dichiara di aver trovato nell’ascensore il cadavere scomparso, solo che ora indossa l’impermeabile dal verso giusto.
Ben presto su quel pianerottolo arriva la polizia: agenti, polizia scientifica, ed infine il Colonello March, messo a capo del Dipartimento D-3 di Scotland Yard, “The Queer Complaints Department”, il Dipartimento Casi Bizzarri, che qualcuno chiama “La casa dei matti”. Sbroglierà lui la matassa, capendo innanzitutto per quale motivo Dan Randolph, il re degli agenti immobiliari, con cui avrebbe dovuto avere un abboccamento lo stesso Sir Rufus, sia stato accoltellato. E come l’assassino sia riuscito a far sparire una stanza. Ovviamente l’assassino è uno degli astanti. Il colpo di genio di Carr sta nell’aver invertito il problema: non cambiare una stanza perché sembri un’altra, ma cambiarla perché non sembri. E quando il lettore viene informato su chi sia l’assassino, capisce come Carr abbia tratto in inganno il lettore, facendo svolgere all’assassino un’azione che avrebbe fatto una qualsiasi persona trovandosi in quel frangente; e capisce anche il perché l’assassino non abbia ucciso Denham, pur avendone avuta la possibilità.
In poche parole, il racconto è uno dei più affascinanti della raccolta (ve ne sono altri fantastici beninteso, come The New Invisible Man o The Footprint in the Sky o Death in the Dressing-Room per esempio), ma non tutti sanno che Carr potrebbe aver preso l’ispirazione da un racconto di Agatha Christie.

Qualche giorno fa, commentando un altro articolo sui racconti impossibili di Agatha Christie, Giordano Giorgi poneva l’attenzione su un racconto in particolare, affermando che secondo lui era il migliore dei “corti”. Io non ho risposto, perché avrei anticipato ciò che avevo già messo giù in questo articolo: cioè che è indubbio che un legame vi sia tra il Carr di The Crime in Nobody’s Room e la Christie di The Third Floor Flat (contenuto nelle raccolte Poirot's Early Cases, e Three Blind Mice and Other Stories. Solo che io rovescerei il commento di Giordano : “eco di Carr e la stanza che non c'è...”, nel mio:  “Eco, La stanza che non c’è di Carr, del racconto di Agatha Christie”.
Sulla filiazione dell’idea base potrebbero non esserci dubbi per quanto attiene alle date: infatti il racconto di Agatha Christie è del 1929, mentre quello di Carr è del 1937. Tuttavia se il racconto della Christie è parecchio simile, non presuppone tuttavia un Delitto Impossibile, ma uno…qualunque, anche se l’individuazione del colpevole da parte di Poirot è da lasciare allocchiti.
Due coppie salgono in ascensore dirigendosi all’appartamento di una delle ragazze. Arrivati a destinazione tuttavia la padrona di casa, non trova la chiave dell’appartamento nella borsettina di seta, accusando il suo accompagnatore di non averla messa a posto. L’altro uomo tuttavia è solidale con l’accusato, difendendolo. Insomma la chiave è andata persa. Cosa fare? La ragazza ha una trovata: servirsi non del montacarichi delle vettovaglie, dove i negozianti mettono i prodotti acquistati, perché è troppo piccolo, ma di quello del carbone, che serve anche a portare dabbasso i rifiuti. Il montacarichi si aziona tirando una fune. Se ne occupano i due giovanotti: mentre tirano la fune, uno conta i piani. Arrivati a destinazione, entrano nell’appartamento, ma, al buio, vanno a sbattere contro i  mobili, troppi, tenendo conto che nell’appartamento della ragazza ve ne sono invece pochi. Capiscono di essere entrati in quello immediatamente sotto il loro: mentre uno rimane nella prima stanza, quella che dev’essere una cucina, l’altro entra in un salotto, non essendosi accesa la luce nella cucina. Lì, hanno la prova che l’appartamento non è quello delle ragazze: è pieno di mobili, tendaggi. Con la coda tra le gambe scappano via, salgono di un altro piano e sbucano finalmente nell’appartamento voluto, che aprono dal di dentro. Fine dell’avventura? No perché una delle ragazze si accorge che la mano del giovane che è andato alla scoperta del salotto è insanguinata: come può essere se non vi è nessun  taglio? I due giovanotti capiscono che la ragione non può risiedere se non nell’appartamento sottostante: vi ritornano per la stessa strada di prima, e questa volta, facendo maggiormente attenzione agli interni, dietro la tenda del salotto, rinvengono il cadavere della proprietaria. Nella tasca dell’abito, un foglio con un appuntamento ed un nominativo, che poi si scopre essere inventato. Il giovane si era appoggiato al grande tavolo rotondo con una tovaglia rossa e lì non accorgendosene si era sporcato col sangue, non particolarmente in evidenza su una tovaglia pure rossa.
Poirot ricostruirà le  varie fasi, gli spostamenti dei quattro giovani, individuando chi avrebbe potuto uccidere l’inquilina dell’appartamento sottostante e perché. Ancora una volta la rivelazione è una mazzata.
Però non c’è nessun delitto impossibile.
Carr può aver preso l’ispirazione da Christie e poi averla variata.
I due racconti, simili nel fatto che in un appartamento preso per un altro si trovi un cadavere, ma non nella resa finale, cioè che nel racconto di Christie l’appartamento sia in effetti un altro, in quello di Carr no, differiscono anche nella impossibilità reale o assente; tuttavia, essi ebbero numerosi aficionados che vollero variare i due racconti in altri.
Non posso quindi non accennare a quello che altrove ho definito la migliore opera nel campo del delitto impossibile, di John Sladek, “By An Unknown Hand”, un racconto con delitto impossibile, che si aggiudicò il primo premio in un concorso di letteratura poliziesca, indetto da The Times, con presidentessa della giuria nientedimeno che Agatha Christie.
Il racconto di Sladek, assolutamente inedito in italiano, che ho letto avendomene fatto avere la copia in inglese Mauro Boncompagni anni fa, è un piccolo capolavoro. Su di esso, Stefano Serafini ha realizzato anche un articolo sul suo blog, dopo che io ne avevo parlato già in un articolo pubblicato sul Blog Mondadori, della serie “Dissertando per Camere Chiuse”. A mia volta io avevo sentito parlare di esso, avendo letto anni fa un commento, pure di Boncompagni, in cui si accentuava la particolare impossibilità dell’opera: si vede un uomo entrare in un appartamento, e poi non vedendolo uscire, lo si trova morto assassinato dentro di esso, senza che vi sia alcun altro nell’appartamento e senza  che egli sia potuto uscire da qualche parte. Insomma un’impossibilità pazzesca, visto che a testimoniare della bontà della testimonianza del testimone è il protagonista, dato che lui, proprio lui, è il testimone.
Questo racconto tuttavia pur essendo una classica Camera Chiusa, non discende tanto da Carr ma da Agatha Christie: direi proprio da The Third Floor Flat, di cui è un’elaborazione, assolutamente geniale. Infatti si vedrà che è avvenuto in altro appartamento, di altro piano, solo che la confusione sul piano dove è situato l’appartamento, ricorre a sua volta ad una variazione del racconto di Carr: variando in qualche particolare il luogo, lo rende simile ad un altro.
Altra variazione dei due racconti base è quella contenuta in un romanzo di Michael Innes, di cui parleremo prossimamente :  Appleby’s Other Story, 1974.
Altra variazione ancora si trova in un radio-dramma dello stesso Carr, in cui scompare una villa intera se non un sobborgo (nel radiodramma The Villa of the Damned, contenuto nella raccolta The Dead Sleep Lightly): infatti qui vi è uno dei trucchi ottici tanto cari a Carr (uno in The Hollow Man, un altro a memoria in The New Invisible Man), che consente di ingannare la vittima dell’inganno in modo che veda dall’unica finestra aperta in essa, prima una villa davanti, e dopo…il nulla.
Infine, cito un altro bellissimo racconto, questa volta di Edward D. Hoch, che deriva da quello di Carr, ponendosi ancora una volta come un delitto impossibile: The problem of the Phantom Parlor.



Ne parlerò, quando scriverò a riguardo; tuttavia, anticipo l’antefatto: una ragazza, in una casa definita stregata, vede la zia uccisa in un salotto con passamanerie e altro arredamento rosso, che tutti giurano non esistere in quella casa; ad un successivo controllo, il dottor Hawthorne pur accertandosi che questo salotto sembra non esistere, è sicuro tuttavia che la ragazza non è pazza perché in una delle mani della vittima viene rinvenuto proprio un brandello di quella passamaneria che la ragazza ha affermato di aver visto nel salotto fantasma.

Insomma…tanta carne sul fuoco, da analizzare ancora a fondo.

Pietro De Palma