sabato 25 giugno 2016

Anthony Abbot : Il mistero di Madeline (About the Murder of a Startled Lady ,1935) – Traduzione: Igor Longo – I Classici del Giallo Mondadori N.1152 del 15 febbraio 2007 – Prima edizione – pagg. 222.


Qualche giorno fa ho riletto delle note che avevo steso sulla seconda versione di Lacourbe di 99 Camere (quella del 2007) e mi sono accorto che non avevo ancora letto il solo dei romanzi di Abbot che mancasse all’appello: About the Murder of a Startled Lady (1935). Lacourbe e gli altri intervenuti alla sua riunione del 2007, infatti stilarono una seconda lista che doveva in certo senso sostituire quella di 16 anni prima che lo stesso Lacourbe aveva esteso: 99 Novels for a Locked Room Library. In questa “libreria”, il primo posto venne riservato proprio a About the Murder of a Startled Lady, di Anthony Abbot, tradotto in Italia chissà perché col titolo “Il Mistero di Madeline”.
Antonio Abate è il curioso pseudonimo in italiano, Anthony Abbot in americano, sotto cui si celò 
Charles Fulton Oursler (1893-1952), nato a Baltimora. Non molti lo conoscono in Italia, ora che Mondadori ha pubblicato tutti i suoi romanzi; figurarsi prima che ciò accadesse: era un illustre sconosciuto! O almeno “misconosciuto”, in quanto in Italia, il suo nome diceva qualcosa solo a quelli come me che avevano sentito parlare di un leggendario romanzo poliziesco (leggendario ma non certo un capolavoro, semmai una curiosità), romanzo nato da una scommessa, nel 1935, durante una cena con l’allora Presidente U.S.A. Franklin Delano Roosvelt, cui era presente lo stesso Abbot, che con il suo vero cognome era il Direttore del giornale newyorkese “Liberty” : fu proprio lui pare a pensare che dall’innocente soggetto del Presidente U.S.A. si sarebbe potuto ricavare un romanzo; e quindi allertò una serie di scrittori, allora famosi, tra cui S.S. Van Dine e John Erskine, che assieme a lui avrebbero dovuto scrivere i vari capitoli.  Il romanzo fu poi pubblicato nel 1936, e in Italia apparve in alcune edizioni, tra cui una de Il Romanzo Mensile (Le due vite di Giacomo Blake, 1937); e due, una Mondadori, 1982, negli Oscar, e un’altra nel 1993 per conto di Edizioni Olivares, con l’uguale titolo “Il giallo del presidente”. Ecco perché qualcuno in Italia conosceva già Abbot: ma quanti? Fu un notevole colpo, quello che l’allora Direttore Editoriale delle pubblicazioni da edicola Mondadori (Giallo, Segretissimo, Urania, soprattutto) Sandrone Dazieri, portò a termine consigliato dai consulenti editoriali della collana gialla, anni fa. Tanto più che, se è vero che da noi, Anthony Abbot lo conoscevano pochissimi, in America, all’epoca del Vandinismo, Abbot fu uno dei più importanti scrittori, tra i meno noti.
Abbot scrisse otto romanzi a partire dal 1930 (About the Murder of Geraldine Foster): About the Murder of A Startled Lady, 1935, è il quinto.
La storia prende l’avvio da una seduta spiritica: i coniugi Lynn, sedicenti spiritisti, riferiscono al Professor Gilman, scienziato convertitosi alla parapsicologia, di aver saputo da uno spiritom di un delitto avvenuto tempo prima: una certa Madeline sarebbe stata uccisa, fatta a pezzi e chiusa in una cassa buttata nelle acque antistanti una nota spiaggia.
Thatcher Colt, Alto Commissario e Capo della Polizia di New York, solo per scrupolo, pur non credendo affatto ai medium e affini, invia in segreto dei suoi uomini ed un palombaro a verificare la notizia, e con suo grande stupore, la cassa viene trovata, e dentro un cadavere del tutto decomposto, uno scheletro insomma, fatto a pezzi: 200 e più ossa.
In casa dello stesso Colt viene ricomposto lo scheletro, ma non risultano dati che possano essere validi per una identificazione: gli abiti sono quasi del tutto distrutti, la cassa è dozzinale, i denti della vittima sono perfetti.
La vittima è stata uccisa con un colpo in fronte, ed infatti nel cranio si sente un rumore metallico quando lo si scuote: è il proiettile di una Calibro 32. E visto che non risulta esserci stata nessuna denuncia di scomparsa riguardante una giovane donna, Colt decide di affidarsi a Imro Fitch, uno scultore fallito e tuttavia genio al tempo stesso che, mischiando conoscenze antropomorfiche e sensibilità d’artista, ricostruisce basandosi su precisi rapporti antropometrici, il volto come presumibilmente sarebbe dovuto essere.
Fitch realizza una vera opera d’arte e da vita allo scheletro; non solo, basandosi sui pochi resti di vestiti, ne trova di simili, vestendo quella che sarebbe dovuta essere Madeline nel suo ultimo giorno di vita. Da qui prende le mosse l’indagine vera e propria: si arriva alla identificazione della vittima: Madeline Swift, 22 anni.
Gli stretti familiari della ragazza rivelano un ambiente fortemente represso: padre e nonno paterno fanatici religiosi: nonno, costruttore di amuleti; il padre, commerciante di spartiti e dischi; la madre, modista, asservita al padre; una sorella, Verna, ricoverata per esaurimento nervoso. Insomma un ambiente che mal sopportava l’esuberanza di Madeline, ragazza descritta troppo moderna per quell’ambiente così all’antica (una forma di reazione?): fumava, beveva e collezionava storie d’amore. Finchè..finchè si era innamorata di un certo Alfred Keplinger, uno studente universitario. E da lì era derivata una furibonda lite col padre, che non ne voleva sapere che la figlia frequentasse un tale individuo.. Insomma..emergono i primi moventi ed i primi sospetti.
Pare che la ragazza fosse spaventata: da chi? Non si sa. Diceva che un misterioso personaggio la stesse seguendo: viene scovato un tassista che aveva portato la ragazza: non sa dove fosse andata ma sa da dove l’avesse presa in macchina: la casa è quello di un uomo politico democratico molto influente,Daniel O’ Toole, collegato al Procuratore Distrettuale, le cui elezioni sono a breve termine.
Poi, interrogando Keplinger, si viene a sapere che era uno studente di medicina, che racconta come la sua Madeline fosse un’incompresa etc etc. Ma non dice tutto. Colt se ne accorge e mette sotto sorveglianza il centralino del palazzo in cui dimora e da qui viene confermato il suo sospetto: il giovane parlando alla sorella afferma di non aver detto tutto. Morale della favola: Keplinger viene fermato.
Dalle indagini si viene a sapere che:
- l’uomo politico ha distrutto un maglione sporco di sangue nella caldaia del suo palazzo;
-un uomo fantomatico seguiva Madeline;
-Madeline si era incontrata con un’altrettanta fantomatica signora all’Hotel Waldorf Astoria..;
-Keplinger risulta essere innamorato della sorella di Madeline;
-La sorella di Madeline, Verna, frequentava sedute spiritiche;
-nella camera di Keplinger viene trovata una pistola, una 32 che risulta essere compatibile con quella che ha sparato;
-Keplinger non ha alibi, mentre quello della sorella Josephine, che aveva detto di essere stata ricoverata in quel tempo, risulta fasullo, perché risultata dimessa dall’ospedale la sera prima dell’omicidio;
-l’uomo politico democratico, aveva una figlia compagna di Madeline: durante una gita, l’auto aveva subito un guasto e mentre la figlia andava a cercare aiuto e lui restava con Madeline, questa mentre lui si era appisolato, si era ubriacata. Così il padre di Madeline, in base alle testimonianze di coloro presso cui l’auto era stata trasportata per le riparazioni, pur conoscendo la figlia e sapendo che lui non c’entrava nulla, l’aveva ricattato, minacciandolo di rivelare lo stupro della ragazza (che non era più vergine..ma da tanto tempo!) e l’ubriacatura, tutte cose che avrebbero distrutto la sua carriera politica. Per molti anni l’aveva ricattato. Ed ora che la ragazza era arrivata alla maggiore età, il padre voleva che fosse lei a continuare a ricattarlo;
-nel bagno di casa Keplinger vengono ritrovati strumenti chirurgici e delle macchie di sangue vicino alla vasca da bagno;
- si scopre che la signora dell’Hotel era la sorella di Keplinger, fermamente decisa ad impedire in qualsiasi modo le nozze tra il fratello e Madeline;
-interrogati gli spiritisti, e soprattutto la medium Eva Lynn, Colt scopre che la voce che le aveva rivelato dove trovare la cassa con le ossa umane, non l’aveva sentita in trance né tantomeno l’aveva sognata, ma era una presenza nella sua camera; tuttavia la cosa strana è che nel momento in cui lei sentiva queste cose era sola: non c’era nessun altro, nemmeno il marito, e la porta era chiusa da un catenaccio internamente. Vien fatto un sopralluogo: se ad un primo tempo si pensa ad un microfono occultato e collegato al cavo dell’antenna, si scopre che la derivazione era ricoperta da una ragnatela, segno che era stata posta all’angolo della finestra un tempo antecedente all’arrivo dei Lynn. Questo spinge Colt a esaminare più approfonditamente la stanza, trovando un pannello rimovibile ed un foro al suo interno che comunica con l’appartamento adiacente.
Insomma come si vede, molti sospetti e poche prove. Colt capisce chi sia l’assassino/a, ma non può provarlo. E allora tenta il tutto per tutto: affidandosi all’ improvvisazione, saputo che O’Toole è morto per strada per un infarto, fa sapere in giro invece che l’uomo è stato ferito mortalmente per strada mentre gli stava portando la prova che lo scagionava, accusando il vero assassino. E così davanti al cadavere viene messo un microfono: Colt dice che sta dicendo il nome dell’omicida prima di morire, e l’omicida si rivela dicendo di non aver ucciso per volontà. Chi sarà mai?
Abbot comincia questo romanzo riallacciandosi idealmente all’inizio di About the Muder of the Clergyman’s  Mistress, secondo suo romanzo, in cui viene trovato un cadavere non identificato. Dal ritrovamento partono le indagini: l’atmosfera in entrambi è sinistra con delle punte di “macabre” che inAbout the Murder of a Startled Lady raggiungono toni parecchio accentuati. Se tuttavia potremmo dire che l’inizio sia pressappoco simile, da quel momento in poi i due romanzi divergono profondamente.
Diciamo subito che l’assassino si immagina molto tempo prima chi possa essere: Abbot si discosta abbastanza sensibilmente dai primi romanzi, laddove la rivelazione arrivava nelle ultime pagine.
E’ una cosa risaputa infatti che i romanzi di Abbot seguano due distinte maniere di concepimento: i primi quattro romanzi (scritti tutti entro il 1932) sono più o meno tutti riconducibili al vandinismo (plot molto spettacolari, rivelazioni nelle ultime pagine, descrizioni particolareggiate, indagini in luoghi ben definiti, struttura del romanzo in cui si conceda molto alla deduzione del soggetto e poco alle prove scientifiche): About the Murder of Geraldine Foster (1930), About the Muder of the Clergyman’s Mistress (1931), About the Murder of the Night Club Lady (1931), About the Murder of  the Circus Queen (1932); quelli che vengono scritti a partire dal 1935, se ne differenziano: plot meno spettacolari anche se sempre complessi, la deduzione viene messa in un angolo a favore di una indagine più serrata, lo stile è meno elaborato e più fluido, le prove scientifiche trovano sempre più spazio nell’indagine poliziesca: About the Murder of a Startled Lady (1935), About the Murder of a Man Afraid of Women (1937), The Creeps (1939), The Shudders (1943).
L’abbandono del vandinismo lo si nota chiaramente anche nell’abbandono della formula costruttiva del titolo, cosa che è sensibilmente tipica sia dei romanzi di S.S. Van Dine, sia di quelli di Ellery Queen fino a  Halfway House, “La casa delle metamorfosi”(il cui primo titolo sarebbe dovuto essere The Swedish Match Mystery): se è visibile a partire dal 1937, è però altrettanto vero che già prima di quella data Abbot aveva mutato il suo stile nella realizzazione di un romanzo poliziesco: più spazio all’indagine della polizia (già Abbot tende a differenziarsi da Queen e Van Dine, nel momento in cui crea il suo primo romanzo, in quanto il protagonista non è un dilettante colto e snob, quanto addirittura il Capo della Polizia: se in Van Dine la Polizia era rappresentata da chi era spalla semmai dell’investigatore, vero deus ex machina dell’indagine, nella figura del Procuratore Distrettuale Markham, e in Ellery Queen dal padre dell’investigatore, un Ispettore di Polizia; e se in altri autori, nati nel solco del vandinismo, il primo detective era sempre un investigatore proveniente da classe agiata, colto, e che aiuta la polizia (Rufus King, Stacey Bishop, Rex Stout, Rufus Gillmore), bisogna riconoscere ad Abbot l’aver inaugurato un altro filone vandiniano cui si uniformeranno altri autori, per esempio il Charles Daly King del Tenente Lord, il cui primo romanzo risale al 1932, Obelists at Sea, “In alto mare”. E’ curioso riscontrare, ma evidenzia evidentemente un mutamento di gusto a partire dalla abbondante seconda metà degli anni trenta, il fatto che sia Abbot, sia Ellery Queen, sia lo stesso C.Daly King, tutti autori nati nel solco del vandinismo puro, mutino il modo di costruire il titolo del romanzo: infatti anche C.Daly King, di cui parleremo un giorno più approfonditamente, presenta sino al 1935 la ricorrente ripetizione “Obelists” cui segue il sostantivo che identifica il romanzo, datando invece dal 1937, più o meno gli anni in cui gli altri due mutano il loro modo di intitolare le proprie opere, il cambiamento di intitolazione: di quell’anno è infatti  Careless Corpse: A Thanatophony.
Quello che emerge da “Il mistero di Madeline”, è l’azione investigativa che non è riservata esclusivamente all’investigatore di turno, quanto è la sommatoria di tutta una serie di indagini parallele che possono portare fuori strada ma anche a risultati concreti: Abbot inaugura in sostanza una specie di Procedural, che alleggerisce di molto la lettura, in quanto pur non essendo un Hard Boiled, gli si avvicina notevolmente, in quanto “ad azione”: è chiaro come questo nuovo genere tendesse in taluni scrittori ad influenzarne gli esiti creativi: Tuttavia, se la lettura risulta facilitata di molto, è altrettanto vero che la spettacolarità del plot subisce un colpo decisivo: l’atmosfera delittuosa non è mai la stessa che ci si possa aspettare e riscontrare nei primi suoi due romanzi, o anche nel terzo.
Il romanzo è stato purtuttavia, come dicevamo nella presentazione, scelto da Roland Lacourbe per la sua 99 Novels for a Locked Room Library: c’è quindi una Camera Chiusa? Sì, ma pur essendo importante per la soluzione, per gli sviluppi che ne conseguono, non è tuttavia collegata strettamente al delitto in quanto tale: se proprio devo esprimermi, secondo me la scelta di questa camera chiusa mi sembra essere stata un po’ forzata, come se non si trovasse altra novella che per tutti quanti i presenti potesse essere inserita appieno nella lista. Del resto la presenza di un foro che comunica con l’altra stanza, occultato da un pannello rimuovibile, all’interno di un armadio a muro, mi sembra un particolare alquanto risibile, perché si possa parlare di Camera Chiusa: è come se si introducesserod’amblè  anche i passaggi segreti, tra i modi per cavarsi d’impaccio!
Tuttavia l’impossibilità manifesta è data da un catenaccio che chiude internamente la porta, dall’assenza di altre persone al di là della medium, dal fatto che un qualsiasi microfono da collegarsi magari  al cavo dell’antenna della radio non fosse stato ritrovato e che ci fosse addirittura una ragnatela sul cavo di rame esterno alla finestra a significare che nessuno avesse trafficato da parecchio tempo, da ben prima che arrivassero ad abitare lì i Lynn. La presenza di una ragnatela potrebbe collegare idealmente questo romanzo ad uno di Halter (La tela di Penelope, nel titolo italiano) in cui la tela di un ragno, su una finestra, è tuttavia connessa direttamente alla camera chiusa, se non ci fosse altra opera di Talbot (molto rara: The Hanging Rope), del 1946, in cui una ragnatela, quella dell'argiope, caratterizza la Camera Chiusa, anche se giunge ad un traguardo opposto a quello di Halter. 
Se tuttavia metto in dubbio che questa camera chiusa potesse a tutti gli effetti competere con tutte le altre presentate in quella lista, è soprattutto però per un ragionamento psicologico: Carr, seppure statunitense era britannico di adozione, e gli inglesi hanno alle spalle tutta una letteratura sovrannaturale (letteratura fantastica, gotica, ghost-story) in virtù della quale la situazione impossibile di una Camera Chiusa, se viene razionalmente successivamente ricondotta ai recinti della ragione (salvo proporre una parallela soluzione ne La Corte delle Streghe), inizialmente a ben donde può avere una caratterizzazione sovrannaturale: si realizza pertanto quello scontro tra opposte nature, che determina uno sviluppo interessante dell’azione, all’interno della trama; pertanto anche uno sviluppo come quello messo in atto da Abbot, nel caso fosse stato praticato da Carr, forse, dico forse però, avrebbe potuto avere una scusante. Per Abbot, invece, statunitense anche lui, Thatcher Colt è un personaggio troppo razionalista e troppo sprezzantemente antispiritualista perché un espediente del tipo “seduta spiritica” potesse qui, in questo romanzo, avere un’influenza sul lettore, e sull’atmosfera del romanzo. Così se una seduta spiritica si verifica in Carr o in Christie, il lettore prova una certa inquietudine; se la stessa si verifica in Abbot, almeno in questi primi romanzi, il lettore non pensa minimamente alla possibilità che la seduta spiritica possa essere stata vera, e dà per scontato che la voce sentita sia stata il prodotto di qualche marchingegno nascosto.
Ecco perché a parità di situazioni impossibili, a me risulta essere molto più interessante come Camera Chiusa, quella presente in About the Murder of the Night Club Lady (1931) che, pur derivando dalla trovata inventata da Edgar Wallace ne The Four Just Men (1905), se ne differenzia parecchio.

Pietro De Palma

martedì 21 giugno 2016

Joel Townsley Rogers : La fune sospesa (The Hanging Rope, 1946) – trad. Alessandra Roccato – vol. 3 di Delitti Impossibili – Editrice Garden, 1994




Rogers è conosciuto soprattutto in Italia per La Rossa Mano Destra (The Red Right Hand,1945) opera che assomma in sè mistero, orrore, fantasy e una vena di bizzarria non certo poco evidente. E sicuramente quest’opera merita il favore del pubblico e della critica. Purtuttavia Rogers, non ha scritto solo quella cosa, ma..moltissimo altro. Anzi, The Red Right Hand, è solo una delle tante opere che scrisse. Rogers fu un autore non tanto di romanzi lunghi o brevi, ma di racconti: ne scrisse a centinaia. Ecco qui un’estratto di una lettera che scrisse negli anni ’60 ad un certo Mr. Vreeland:


How did I come to write stories? In college I’d done poetry and editorials and stories and articles for the college magazines. In the fall of ’19, fresh from the service, jobs were scarce, and so I began writing. For absurd magazines called Snappy Stories, and the like. Better than working at a job, I thought. For three years I wrote a little book-review magazine in New York, and became a kind of pundit….But I didn’t [stay with that job], because I’d got married, and the job didn’t pay enough. So I began writing reams and reams of imaginary war flying stories, for swarms of magazines which were popular at the time. And when the magazines died away, it was too late for me to get an honest job. In fact, if one says one has been a fiction writer, it is like saying one has been a strip-tease artist. You may have a brain, but it is doubtful.
E lo stesso The Red Right Hand fu un ampliamento di una storia scritta e pubblicata sullo stesso magazine sul quale venne pubblicato The Hanging Rope: infatti la prima storia breve da cui fu tratto il famosissimo romanzo, fu pubblicata nel Marzo 1945 su New Detective Magazine, a differenza di The Hanging Rope che fu pubblicato nel settembre 1946. C’è  tra le tante, un’altra storia che vale essere ricordata, di Rogers, che è il suo ultimo romanzo The Stopped  Clock, 1985: un thriller mozzafiato, giocato sulla speranza che l’assassino che ha abbandonato una donna morente non torni a finire il lavoro prima che ella sia riuscita a barricarsi in casa (in qualche misura, il lettore fa il tifo con la donna perché si salvi). Due romanzi quindi. Non unici. Ci sono infatti anche altri romanzi propriamente detti di Rogers, che sono Once In A Red Moon, e Lady With The Dice. Ci sarebbe anche Never Leave My Bed, che però pare sia una revisione di The Stopped Clock.
Però oltre a questi romanzi, ne ha scritto anche uno breve, una sorta di lungo racconto (ma io opterei più per l’accezione “romanzo breve” perché di poco, ma sempre sostanzialmente, l’opera supera la soglia delle 100 pagine che è accettata come un limite perché si possa cominciare a parlare di romanzo), The Hanging Rope. Il romanzo, è stato dimenticato per tantissimo tempo e solo nel 1990 è stato riscoperto da Robert Adey (autore della Bibbia delle Camere Chiuse, Locked Room Murders and Other Impossible Crimes: A Comprehensive Bibliography) e di Jack Adrian, che assieme hanno realizzato un’antologia vorrei dire storica, The Art of the Impossible,contenente novelle e racconti di assoluto valore, in cui accanto a opere più conosciute (ma non moltissimo) ve ne sono alcune quasi del tutto sconosciute. E’ il caso di quest’opera di Rogers.
In Italia, fu pubblicata nell’ambito del volume N.3 dell’edizione italiana, approntata dall’Editrice Garden di Milano (ma come fece a soffiarla a Mondadori?), consistente appunto in tre volumetti, intitolati “Delitti Impossibili”. Nel terzo appunto, oltre all’opera di Rogers, sono presenti opere di Walkmann, Perowne e Atkinson.
Daniel McCue vive al quarto piano di un grande palazzo lussuoso, in un grande appartamento signorile: è un ricco imprenditore che fa anche il politicante.
Ogni sera, e la sera del fattaccio pure, lo vanno a trovare due suoi amici: il suo avvocato Paul Bean, che oltre che legale è anche suo amico (il quale dopo averlo lasciato, per strada viene fatto oggetto di uno scherzo da parte di ragazzacci, cade, si sbuccia un ginocchio e le palme delle mani, e sanguinante torna a casa sua, senza che nessuno per strada sia stato presente al fatto né l’abbia pertanto aiutato) e Padre Finley, un prete devoto alla causa dei gatti abbandonati, mite e bislacco. Entrambi tuttavia, sono usciti dal palazzo ben prima che si appurasse che qualcuno avesse ucciso il vecchio McCue, e il testimone che lo conferma è Boaz, l’omino dell’ascensore. E quindi parrebbe che non c’entrino proprio con l’omicidio del vecchio compiuto con l’ausilio di una bottiglia di champagne che l’amico oltre che ex-genero Paul Bean gli ha portato in regalo per il compleanno, e poi con l’attizzatoio: ma, se Paul Bean ritorna a casa con le mani insanguinate, il prete entra in un palazzo poco distante da quello in cui è morto il vecchio McCue, in cui lui sa che non c’è nessuno, per trovare un gatto.
Tuttavia in quel palazzo, mezzo disabitato, in un appartamento spoglio, privo di suppellettili che non siano quasi solo  un letto, un tavolo ed una macchina da scrivere, vive anche il famoso commediografo Kerry Ott, sordo, lì dimorante, nel silenzio più assoluto, affinchè trovi l’ispirazione per la sua nuova commedia.
Tuxedo Johnny Blythe è quello che dà l’allarme. Ex tenente di polizia, proveniente da Washington, arrivato all’appartamento di McCue, di cui è ex genero avendo sposato la di lui figlia, prima che questa si risposasse a Paul Bean e se ne divorziasse, trova la maniglia della porta di casa sporca di qualcosa che sembra sangue. Spaventato dal sangue, scende le scale e trova che il portiere, tale Ignaz Slipsky che indossa l’uniforme della polizia di ronda, ma che anche lui dalla polizia è uscito (ma Tuxedo non lo sa).  A quello che gli conferma che nessuno è uscito, dice che la porta è bloccata, avendo provato ad aprirla utilizzando la sua chiave e non essendoci riuscito.
Insieme decidono di entrare in casa e quindi dal di fuori, dai balconi. Il custode, Rasmussen, altro tipo strano, dice loro che ha visto il diavolo uscire dall’appartamento del vecchio Dan: vi si sarebbe recato per riprendersi l’anima del vecchio indemoniato.
Quando Tuxedo e Slipsky arrivano sul balcone al quarto piano grazie alla scala antiincendio e rompono il vetro, si trovano davanti al cadavere di Dan: con le mani rattrappite nell’atto di afferrare i bordi del Bukkara persiano, vicino alla scrivania Luigi XV, e la nuca sfondata da una pesante bottiglia di Champegne (che gli ha portato Paul) e da selvaggi colpi di attizzatoio. Mentre Johnny va a vedere la porta d’ingresso (per accertarsi se sia chiusa dall’interno) e non si accorge che dietro a lui c’è Slipsky, si sente un grido lacerante proveniente da una delle altre stanze. Tuxedo si slancia verso una di essa, e un secondo dopo Slipsky lo trova frastornato presso il cadavere di Kitty Kane, la bellissima Kitty, cui qualcuno ha reciso la giugulare: il sangue caldo sta ancora uscendo a fiotti dalla mortale ferita del collo. Nessuno ha però visto l’assassino, che è sfuggito ai due in un niente. Sarebbe potuto uscire dalla porta, ma la trovano bloccata dalla catena interna, e dal balcone non è uscito perché Rasmussen lo avrebbe visto. E allora? Come ha fatto? Unica possibilità è la finestrella del bagno, che si affaccia però su una parete liscia e senza appigli. L’unica possibilità sarebbe una finestrella dirimpetto, appartenente ad un altro stabile: guarda il caso strano,  la finestra si affaccia nell’appartamento adesso abitato dal famoso commediografo Kerry Ott, che vive in un suo mondo privo di suoni: Ott infatti è sordo. Possibile che sia stato proprio Ott? Oppure sono stati Padre Finley, che pochi istanti prima è stato visto da Slipsky e Boaz, l’uomo dell’ascensore, andare via; o Paul Bean, andato via ancora prima di Finley, da casa di McCue? Il fatto è che i due uomini avrebbero un alibi inattaccabile che è dato proprio da Slipsky; eppure il primo, che abita nello stesso palazzo di Ott, e sul suo stesso pianerottolo, tra miriadi di gatti, è stato visto con i guanti sporchi di sangue (ma lui dice che era la carne che dà ai suoi gatti) ed uno lo ha perso a casa di Ott, dove è entrato ignorando che l’avesse presa in affitto il commediografo, da pochi giorni; invece Bean è stato aggredito per strada dai terribili figli di Kitty Kane, ferendosi e venendo rapinato del borsellino, che poi viene trovato a casa di Ott: sono stati loro a perderlo o è stato Ott, penetrato attraverso la finestrella? Il fatto è che per porre in comunicazione le due finestre sarebbe servita una scala o un’asse come quelle utilizzate dai pittori per dipingere le pareti delle stanze. E in effetti una, nell’appartamento occupato da Ott, viene trovata.
A occuparsi delle indagini è “Big” Bat O’Brien, Ispettore della Squadra Omicidi, che girerà, annasperà, e sarà fuorviato nelle indagini finchè Kerry Ott, con la complicità involontaria di un’argiope, dimostrerà che quella finestrella non sarebbe mai potuta essere utilizzata, per via anche di una ragnatela che la ricopriva totalmente. E farà comprendere all’ Ispettore chi mai possa essere stato a compiere due delitti assolutamente straordinari.
Opera di assoluto rilievo, è un vero pezzo di bravura. Possiede una tensione che accompagna il lettore fino alla fine, fin anche dopo la stessa individuazione dell’assassino, perché il finale è costruito come un thriller: riuscirà l’assassino a farla franca oppure no? Riuscirà grazie alla via di fuga che ha messo a punto, appunto una fune sospesa, ad evitare di essere preso?
Nel finale si risolvono anche le morti del figlio di Dan e della figlia, sposatasi prima a Johnny Tuxedo Blythe e poi a Paul Bean, e morta a causa di un’infezione da tetano, rimediata grazie al graffio di un gatto, portato da Padre Finley. E lasciano intravvedere un piano assolutamente diabolico.
Il romanzo ha poi delle caratteristiche che lo rendono se non unico, almeno raro: il plot ha un’atmosfera fortissima, che quasi tramuta la vicenda poliziesca in un una di orrore, per la bizzarria della situazione e per le componenti che Rogers lascia intravedere, curando di dare a ciascun personaggio un’aria benevola che contrasta e stride con una più nascosta: in questo, e nel finale per nulla scontato, può ricordare Fredric Brown o Philip Bardin. Ma una caratteristica ancora più diretta e riconducibile esclusivamente a lui, differenziandolo da tutti: è il suo stile letterario, che utilizza una lingua desueta talora, con vocaboli esclusivi. La costruzione stessa dei periodi, si avvale di una sintassi fortemente ricercata, quasi che prima di scrivere le frasi, ne pesasse l’impatto sul lettore. Talora possono risultare anche grottesche se non surreali.
Una tale prospettiva farebbe pensare ad una lentezza di scrivere, ma evidentemente in Rogers era una caratteristica innata il saper e il voler scrivere in siffatto modo, se pensiamo alle centinaia di racconti che scrisse. Da un certo punto di vista, della bizzarria e dell’orrore, le sue opere mi ricordano anche quelle di Stanley Ellin.
The Hanging Rope , da un altro punto di vista è una sorta di sintesi di Mystery (i due delitti impossibili) e di Hard Boiled. Da questo secondo genere, prende l’atmosfera claustrofobica, realizzata quasi esclusivamente in ambienti interni, e i temi trattati:c’è il commediografo che  ricorda tanto il giornalista di turno, c’è il politicante inviso (Dan McCue), c’è la femmina fatale (Kitty Kane), c’è l’assassino triste.
Tuttavia al di là dello stile barocco e ricercato (un esempio, a pag.93, è la descrizione della ragnatela:“Non è la tela sciatta e disordinata, tessuta alla bell’e meglio in un quarto d’ora da un teridio, ma il lavoro paziente di un argiope, una tela ottagonale, geometrica, impeccabile, con quattro raggi di seta. Un lavoro che richiede tempo. E’ un’opera di alto lavoro artistico” ), è da dire che il modo di colloquiare, rapisce il lettore. Mi ha ricordato – paragone certamente ardito – il modo di impostare la scrittura de À la recherche du temps perdu di Marcel Proust, con una tortuosità semantica che gira e rigira su un determinato fatto fino a rivelarne gli aspetti nascosti oltre che quelli visibili. Questo girare continuo sulle situazioni, fa sì che i sospetti siano gettati anche per le cose che apparirebbero più ovvie, su tutti i personaggi che compaiono nella trama: per esempio Paul Bean, che cade per strada, sbeffeggiato dai terribili figli di Kitty Kane, donna amata in passato da più d’uno dei personaggi, e che si concede al vecchio Dan. Non ci sarebbe nulla di strano se cadendo, Bean si fosse sbucciato le ginocchia e si fosse graffiato le palme delle mani e quindi sanguinasse; ma..il sospetto che gli fa cadere addosso Townsley Rogers è che quel sangue possa essere anche quello del vecchio Dan (quindi Paul sarebbe ritornato dopo essersene andato, nell’appartamento di Dan).
L’ultima cosa che mi val la pena di sottolineare è che la brillantissima uscita di Orr riguardante la tela del ragno, che in sostanza conclude ante litteram il romanzo, perché il finale non è realizzato per catturare l’assassino ma per far sì che egli esca di scena in modo spettacolare (si osservi come l’incedere nella novella sul tema del sangue: sulla maniglia della porta, sulle piastrelle del bagno, che sgorga dal collo di Kitty, che sgorga da quello dell’assassino, è forse la caratteristica più evidente di un barocchismo orrorifico, che è nel tempo stesso molto spettacolare e cinematografico: ognuna delle sequenze è come se fosse concepita come una posa ben distinta dalla successiva). Tuttavia è interessante sottolineare il particolare della ragnatela dell’argiope in quanto mi pare sia la diretta fonte di ispirazione per altra ragnatela che in altro romanzo, a noi più contemporaneo, ricopre il telaio di una finestra, come un vero vetro: sto parlando de La toile de Pénélope, di Paul Halter.
In un colloquio che ho avuto con lui tempo fa, gli chiesi, sempre ossessionato dalle citazioni e dai rimandi presenti nelle opere dello scrittore alsaziano, quando egli avesse preso dalla novella di Rogers l’idea della tela del ragno (precedentemente pensavo egli avesse utilizzato l’idea della tela di ragno sul balcone della finestra in un romanzo di Abbot, ma che non copriva tutto il telaio, come qui e poi nel romanzo di Halter). La mia domando lo spiazzò, perché ignorava che un altro romanziere avesse avuto la stessa idea. Poi si ricordò che avrebbe dovuto avere un romanzo simile, e alla fine mi rivelò che aveva letto il romanzo di Rogers dagli anni ’80 ma che non si ricordava proprio di quel particolare.
Ecco la mia domanda, in inglese e risposta sua in francese (talvolta uso il francese altre l’inglese, così come mi viene):
DP – For some time I believed that you had invented La toile de Pénélope, applying the spider web, which is found in About the Murder of a Startled Lady by Abbot. Instead, a few days ago I picked up a collection edited by Adrian & Adey, and I read a short novel, of which I put off reading for a long time, written by Townsley Rogers: “The Hanging Rope”, in which there is a spider web which occupies the entire window, across which would pass the murderer, if the spider had not been there. The idea of applying the idea from Rogers was yours?
Prima mi rispose così:
PH – Bonjour Pietro
Pour répondre à votre question : non, je n’ai jamais lu ce livre.
Comme je vous l’ai dit, l’idée vient de Vincent Bourgeois, qui pensait – j’en suis sûr – sincèrement qu’elle était tout à fait originale. Igor lui-même le croyait aussi après avoir lu La Toile de Pénélope.
Sur ce, je vais voir si ”The Hanging Rope” a été traduit en français…
Amicalement,
Paul
Poi, qualche giorno dopo, aggiunse:
Juste ce petit mot pour vous dire que, chose incroyable, j’avais dans ma bibliothèque les deux livres que vous avez cités. Ce sont les noms en anglais qui m’ont trompé!
Ainsi, The haning rope, de JTRogers est : Cauchemar d’une nuit d’été. Je l’ai relu séante pour constater que, en effet, une des issues (immeuble voisin) était bloquée par une toile d’araignée ! J’avais lu ce livre fin des années 80 et vraiment je ne me souvenais plus de ce détail.
Traspare la sua incredulità che un altro abbia inventato la sua cosa parecchi anni prima. Più di quaranta! E quindi ci credo che non fingesse, per come lo conosco. No, sicuramente non si ricordava di aver letto della tela, quando scrisse La tela di Penelope! Ma io credo che il riferimento si fosse comunque sedimentato in lui, inconsciamente, e poi avesse prodotto la trovata della tela del ragno che occupa il telaio della finestra.
Comunque sia tuttavia i due romanzi differiscono nella soluzione che è diametralmente opposta: in Rogers, la presenza della ragnatela impedisce che la finestra possa essere stata utilizzata come entrata del fantomatico assassino; in Halter, la presenza della tela del ragno non è di per sé un fatto che impedisca l’azione, perché egli, superandone l’ostacolo, spiega attraverso Twist come quella finestra sarebbe potuta essere utilizzata. In sostanza in Halter c’è il superamento dell’idea base, realizzando il “plus ultra”, rispetto all’altro, tenuto conto che però in Rogers, a legittimare la ragnatela è poi la constatazione che la finestra comunque era bloccata e inchiodata.
Insomma, l’idea della tela del ragno è la stessa, ma cambia tutto il resto.
Pietro De Palma

sabato 18 giugno 2016

Edward D. Hoch: Il delitto impossibile (The Impossible Murder, 1976) - trad. Alessandra Roccato - contenuto in "Delitti Impossibili vol.2", Garden Editoriale, 1993

Le serie di Edward D. Hoch sono 14, ma di queste, quelle più conosciute, sono principalmente 4, cioè quelle che hanno per protagonista: Nick Velvet, un ladro professionista, che ruba oggetti insignificanti per non meno di ventimila dollari ad impresa; il Capitano Jules Leopold capo della Squadra Crimini Violenti, che opera nell'inventata città di Monroe assieme ai suoi assistenti il Tenente Fletcher e il Sergente Connie Trent, che normalmente ha a che fare con precedurals, ma talora si trova a risolvere crimini impossibili e camere chiuse; il Dr. Sam Hawthorne, che risolve esclusivamente Crimini Impossibili e Camere Chiuse; Simon Ark, un uomo sui sessanta anni, che in realtà vive da 2000 essendo un apparternente alla chiesa copta, che sconta una maledizione: quella di non aver aiutato Cristo a portare la croce, e per questo deve cercare il male sulla faccia della terra e sconfiggerlo: ovviamente le storie in cui si trova coinvolto hanno caratteristiche sovrannaturali anche se poi risolve pur sempre omicidi umani.
Oggi presentiamo una storia col Capitano Leopold - che è contenuta in una splendida antologia di Bob Adey & Jack Adrian, pubblicata da Garden Editoriale, anzichè  da Mondadori (chissà perchè poi !) e  più precisamente nel volume 2 dei tre che furono messi in in vendita - dal titolo: Il Delitto Impossibile. Di questa storia vi sono due  edizioni diverse: la prima in EQMM del Dicembre 1976, col titolo in inglese rispecchiante il titolo italiano tradotto : The Impossible Murder; la seconda apparsa altrove, col titolo Captain Leopold and the Impossible Murder. E' infine da notare come questa storia non appartenga alla raccolta pubblicata nel 1985, Leopold's Way (con introduzione di Nevins Jr.), che riuniva 19 storie di Captain Leopold.

Mentre sta tornando a casa, il Capitano Leopold viene avvisato dal suo assistente, il Tenente Fletcher, che in una complanare della superstrada, hanno trovato il corpo di un uomo strangolato, alla guida di un'auto, imbottigliata, come le tante di una interminabile fila, nel traffico di fine giornata. 
A trovare il corpo era stato l'automobilista dell'auto che la seguiva che, innervosito dal fatto che l'auto davanti alla sua,  ai ripetuti colpi di clacson non si muovesse, era sceso dalla sua auto e aprendo la portiera dell'auto aveva trovato l'uomo strangolato, con un pezzo di corda ancora stretto al collo. Non era stato possibile muovere alcuna accusa all'uomo, un idraulico, perchè l'automobilista dell'auto immediatamente dopo quella dell'idraulico aveva confermato la dinamica dell'accaduto, e per di più la morte dell'uomo risaliva a oltre mezzora prima. 
Leopold si trova dinanzi un altro delitto impossibile, anzi il più impossibile dei delitti impossibili che gli siano mai capitati: quello di un cadavere che andava girando da solo in auto, a meno che non si consideri l'altra ipotesi, altrettanto strampalata, che cioè Vincent Conners, un agente di cambio che guadagnava molto bene, volendo suicidarsi chissà per quale recondito motivo, abbia deciso di farlo strangolandosi con una corda mentre guidava l'auto nel caotico traffico di fine giornata.
Non sapendo da che parte iniziare, Leopold va a casa  della moglie di Vincent, Linda Cornell che, pur affranta dal dolore, gli racconta la storia della famiglia di Vincent e di come il padre di Vincent, a sua volta, fosse morto in auto, dissanguato dopo un incidente di caccia. Oltre lei,e i figli, i parenti più prossimi di Vincent sono le sue due zie, Zia Flag e Zia Gert, due vecchiette arzille, sorelle del padre: zia Flag è la più giovane delle due, e assiste da molti anni zia Gert, la più grande e l'unica che in casa, negli anni immediatamente posteriori alla seconda guerra mondiale, avesse un'automobile. Da questo e dalla sua osservazione della proprietà di famiglia, capisce che la famiglia di origine di Vincent, il padre e le due zie, era di estrazione abbiente. Qui gli viene confermata la storia della morte del padre di Vincent, dissanguato sul sedile posteriore dell'auto, che le due sorelle ancora conservano come un cimelio, in un vecchio garage monoposto vicino alla loro casa.
Leopold non sa che pesci prendere ma gli comincia a frullare una certa idea: e se qualcuno, sulla base del delitto antico, per qualche motivo avesse deciso di simulare un'altra morte in auto? Decidono di investigare sulla moglie e su un collega del marito, di cui hanno colto degli atteggiamenti molto confidenziali con la donna. Non approdano a nulla: la moglie sembra irreprensibile, e il collega del marito pure. Ma comunque vengono tenuti sotto controllo, e qualche giorno dopo lei viene beccata ad uscire dal retro per incontrarsi con qualcuno che però non è il collega del marito ma...
Leopold ha capito la dinamica dell'omicidio e come esso sia potuto diventare un delitto impossibile. Ma ha capito anche come sia avvenuto l'omicidio e non l'incidente di caccia, del padre di Vincent, molti anni prima. La molla del ragionamento gli era stata data da zia Flag: al momento dell'incidente, il fratello era con la moglie. Sulla base di ciò, lui sarebbe stato posto sul sedile posteriore e lì sarebbe morto mentre la moglie guidava per salvarlo, e questa è la storia che gira; tuttavia Leopold non pensa che sia andata così, e zia Flag dice che ad uccidere George era stata la moglie Jane, per poter essere libera di risposarsi, come in effetti aveva fatto successivamente. Interrogata Jane per telefono (risiede in Messico da molti anni), Leopold viene a sapere che ella non lo aveva ucciso, come aveva supposto zia Flag, perchè amava George, anzi.. lui era morto tra le sue braccia: e allora se lui era morto tra le sue braccia, chi guidava la macchina?
Leopold troverà così l'omicida di un delitto recente e scoprirà l'autore di un delitto affondato nel passato.
Il delitto presente collegato ad un delitto affondato nel passato non è un'idea originale. Un anno prima, Richard Forrest aveva pubblicato un bellissimo romanzo, A Child's Garden of Death, contenente un'altra bellissima camera chiusa - peraltro romanzo incluso nella Lista di Lacourbe e da me analizzato anni fa in un articolo sull'altro mio blog - in cui un delitto del passato si collegava a qualcosa che accadeva nel presente. Non mi pare fuori luogo, quindi, ipotizzare che Hoch avesse letto il romanzo di Forrest e avesse utilizzato l'idea base per un suo racconto. Tanto più che il racconto di Hoch come il romanzo di Forrest sono dominati da una nota melanconica di fondo, quella del delitto passato.
Da riscontrare nel racconto di Hoch, sono due cose:
-innanzitutto, che inizialmente, nessuno aveva pensato di inscenare un omicidio impossibile, ma solo un incidente che, come nel passato, avrebbe mascherato un omicidio: solo che l'incidente del passato si era potuto facilmente scambiare con un incidente perchè in battute di caccia, di incidenti talora ce ne sono, mentre nel caso si fosse trovato il cadavere non perfettamente carbonizzato, in seguito al premeditato incidente stradale che si voleva inscenare, come si sarebbe potuto spiegare lo strangolamento ? Quindi in sostanza che un delitto orchestrato non molto accuratamente, si trasforma per un caso, il traffico che dalla superstrada viene convogliato sulla complanare, in un delitto impossibile, dopo che l'omicida decide che in poco tempo deve necessariamente far fronte ad un diverso scenario. E' un po' quello che accade in molti altri esempi di Camere Chiuse e Delitti Impossibili in cui il caso, sotto forma di un accidente qualsiasi, modifica la situazione originaria, complicando la scena e al tempo stesso modificandola, cosicchè l'incidente che doveva aver luogo, non avviene più, e la dimenticanza (in questo caso aver tralasciato di togliere la corda dal collo della vittima) diventa il presupposto che si pensi ad un suicidio.
-che ancora una volta, perchè sia inscenata una situazione paradossale che sconfina nell'impossibile, siano necessarie più persone, che collaborino assieme, ognuna con un proprio compito, per realizzare un certo piano: nel nostro caso, che qualcuno, ucciso almeno mezzora prima, si possa trovare alla guida di un'auto, imbottigliato nel traffico di fine giornata di una complanare.
Il plot di Hoch è assolutamente geniale e spiega tutta la sequenza: per certi versi, si potrebbe pensare anche ad una filiazione di Hoch da Carr, il Carr di uno dei romanzi con Bencolin, il celebrato The Lost Gallows, in cui un cadavere, guarda caso strangolato, sembra che guidi un'auto (in quel caso l'automobile procede, e non sta invece ferma). Qui, per spiegare la dinamica, una persona deve fare quel che nel romanzo di Carr fa chi ha ucciso colui che è al volante dell'auto, e un'altra deve agire da supporto, guidando una seconda auto. Più non dico e lascio all'immaginazione di chiunque, riuscire ad individuare l'assassino del presente e quello del passato: quello del presente è più semplice di quello del passato, perchè l'interesse costituisce un movente più semplice di uno invece nascosto nel cuore di chi odia. 

C'è solo un ragionevole dubbio che ha il lettore smaliziato che legga questo racconto: perchè il modus operandi dell'assassino si esplichi nella sua azione sarebbe necessario che l'auto col morto proceda solo secondo un moto rettilineo. Ma noi sappiamo che quando si guida, per arrivare a destinazione, è impossibile guidare solo andando dritti: sarà necessario ad un certo momento girare, a meno che la meta da raggiungere non sia lungo una sola strada e ci si arrivi guidando solo con un unico moto di marcia. Lo stesso accenno ad una complanare di un'autostrada, fa pensare al tragitto che si sia svolto per arrivarvi. Se davvero fosse stato come immagina Hoch, sarebbero state necessarie tre persone e non due per mettere in svolgimento il piano; a meno che il luogo dove avviene lo strangolamento non sia sulla stessa complanare, ma sarebbe la prima volta che so di una casa che sta non in una via ma in una complanare dell'autostrada.

Pietro De Palma

giovedì 16 giugno 2016

Clayton Rawson: Gli uomini che vengono dalle stelle (Nothing Is Impossible, 1958) - contenuto in Estate Gialla 1970



Sapete come la penso: se non si fossero persi fiumi di denaro e non si fossero sprecate occasioni vanamente, oggi i lettori di mystery in Italia sarebbero prima di tutto molto più numerosi, secondo non si sarebbero allontanati da Mondadori via via negli anni, e ultimo  - e non meno importante –sarebbero in possesso di molte più opere importanti (invece delle tante banali prodotte), che invero oramai è meglio reperire in originale, giacchè i tempi non sono più maturi, mi sembra, per coltivare speranze.
Mi riferisco in particolare alle opere che Clayton Rawson firmò con lo pseudonimo di Stuart Towne: le due raccolte di racconti Death Out of Thin Air  e Death from Nowhere, che hanno rivestito per i molti aficionados del delitto impossibile, un alone quasi leggendario dal tempo della loro pubblicazione,  e che sono state ripubblicate in ebook da mysteriouspress qualche anno fa ( http://mysteriouspress.com ). Tuttavia tanti anni fa mi fu rivelato – molto prima della gestione Altieri – che ci fu la possibilità che gran parte dei racconti di Rawson venissero pubblicati, ma ahimè uno dei consulenti allora esistenti stroncò le opere e da allora non si è più pensato ad esse; anche perché esisteva un meccanismo – mi dissero – per cui, una volta ricevuto un giudizio negativo, per cambiarlo e riprendere in mano l’opera, sarebbe dovuto passare del tempo. Ora che questo sia vero o non, non è importante; quello che invece mi sembra doveroso sottolineare è che un modo di procedere siffatto mi sembra alquanto singolare: uno legge un’opera e sulla base di quello che argomenta l’opera viene accettata o meno. A parte che si accetta un giudizio come se esso fosse verità colata dalla bocca di un dio, è anche inconsueto che un giudizio puramente soggettivo si trasformi istantaneamente in oggettivo, e non invece sottoposto ad un contraddittorio. Altri avrebbero potuto avere una opinione diversa da chi l’aveva bollata come non presentabile in una pubblicazione:  come possiamo infatti essere perfettamente sicuri che quel giudizio così stroncatorio non fosse viziato da una qualche riserva di gusto? Fatto sta che piangere sul latte versato è inutile, e allora sarebbe meglio almeno procurarsi quelli di Rawson, tra i racconti con Merlini, che siano stati pubblicati da Mondadori. In passato ho introdotto “From Another World”, oggi invece parlo di “Nothing Is Impossible”, tradotto e pubblicato in Italia come Merlini e gli extraterrestri.
Albert North è stato un pioniere dell’industria aeronautica ma gli anni sono passati, si è scocciato di occuparsi di commesse per l’aviazione e si vuole ritirare a vita privata: così si è riservata la carica di Presidente del Consiglio di Amministrazione, lasciando al genero Charles Kane la direzione della baracca.
Una volta ritiratosi cerca di passare il tempo, e così prima costruisce modellini di aerei, poi comincia ad occuparsi di UFO. E lo fa alla grande, impiegando energie non solo fisiche ma anche economiche. Cosa che non è digerita dal genero, che osteggia queste pratiche che tolgono risorse anche importanti alla loro impresa.
Ross Harte, giornalista amico di Merlini, lo va a trovare presso il suo negozio per avere un parere, proprio in merito alla materia dei dischi volanti e del perché pare egli venga pedinato. E’ stato inviato dal giornale proprio ad intervistare Albert North, e chiede a Merlini di accompagnarlo, in quanto è l’esperto di cose impossibili. A casa North fanno conoscenza dapprima con Kane, poi con lo stesso North (che sul più bello è disturbato proprio da Kane con cui poco prima ha avuto un battibecco, per via della firma di certe commesse governative), poi infine con Anne, la segretaria maggiorata dello stesso North, che si dimostra però molto più intelligente ed informata delle attività del suo principale di quanto ci si potesse attendere prima, dopo averla vista muovere le gambe. Li informa su certe richerche fanta-archeologiche che North sta svolgendo con un certo Professor Price, un sedicente archeologo dell’Università della California, che avrebbe testimonianze certe di un atterraggio alieno nel deserto e di certi geroglifici di provenienza extraterrestre impressi a fuoco sulla roccia.
Mentre li sta edocendo su tali e altre attività, i tre sentono un colpo di pistola provenire dallo studio. Provano a entrare ma la porta è bloccata dall’interno, e deve merlini sbloccare la serratura facendo ricorso ad una serie di grimaldelli. Quando la schiudono si trovano dinanzi uno spettacolo tremendo: North è prono sulla scrivania, seduto e morto, mentre il genero è disteso per terra, con gli abiti meticolosamente ripiegati dopo essere stati abbottonati e infilati gli uni negli altri: la maglia intima nella camicia e questa nella giacca, le mutande nei pantaloni, le calze nelle scarpe. E Kane? Steso per terra completamente nudo, svenuto: su un mobile, per di più, nella polvere, vengono rinvenute delle impronte di piedi a tre dita, e sul muro a circa sessanta centimetri da terra, strani geroglifici verdi. A complicare la faccenda, il fatto che North sia morto ma che non si riesce a capire per cosa: c’è del sangue, ma il foro di uscita del proiettile sparato non si trova, e tantomeno si trova l’arma.
Ci vuole l’esame del medico legale arrivato con l’Ispettore Gavigan richiesto da Merlini, per riscontrare come North sia stato ucciso con un proiettile di una Colt & Wesson cal. 38, che è penetrata nella testa tramite l’orecchio: una volta estratto, si rivela un normalissimo proiettile. Tuttavia, la pistola non si trova. E non si trova neanche il bossolo, pur dopo una minuziosissima perquisizione: sembra volatilizzato, come la pistola.
Kane è perquisito e costretto a porgere la vestaglia che gli ha dato la segretaria per coprire la sua nudità, ma non c’è nulla ed è costretto anche ad una ispezione tendente ad esclude che abbia potuto ingoiare il bossolo.
E’ chiaro che al di là che siano stati gli alieni, i poliziotti ritengono che sia stato Kane ad uccidere il suocero, perché la stanza oltre ad avere la porta chiusa dall’interno non ha altre uscite e il laboratorio interno che comunica con la stanza tramite una porta, a sua volta non ha aperture: quindi, sempre che non siano stati i nanetti verdi a tre dita che abbiano attraversato i muri, è chiaro che sia stato Kane. Sempre che non sia stato Prince, che poco dopo che il corpo è stato trovato è sorpreso mentre cercava di abbandonare lo studio: peraltro si viene a sapere che è una vecchia conoscenza della polizia, in quanto truffatore: ogni volta che si presenta l’occasione di fare soldi, diventa all’occorrenza pittore, artista, archeologo. Quindi è un ciarlatano. Chi sarà l’assassino?
Merlini dimostrerà come sia stato possibile ottenere quellel impronte a tre dita, e come sia stato possibile sparare a North non avendo a disposizione una pistola: un altro gioco di prestigio firmato Clayton Rawson.
Qui si esplora non tanto la possibilità che l’assassino si sia volatilizzato  da una camera chiusa dall’interno che non ha altre aperture oltre la finestra e un minuscolo laboratorio di elettromeccanica, cieco senza finestre, ma che si sia volatilizzata l’arma e anche il bossolo del proiettile: innumerevoli gli esempi nella letteratura poliziesca, che del resto ho fatto recentemente, allorchè ho parlato del racconto di Daly King.
Certo, se per un attimo si pensa, ma solo per un attimo, che responsabili siano i marziani, perché non si vede il foro di entrata del proiettile, e North è indubbiamente morto, dal momento in cui viene riscontrato il foro di apertura e viene estratto il proiettile, presumibilmente sparato dal una cal.38, è chiaro che la pista aliena comincia a traballare e perché traballi del tutto è necessario che si spieghi l’arcano delle orme a tre dita. Una volta risolto anche questo quid (vengono prodotte usando il dorso della mano, in una posizione particolare e con l’aggiunta dell’impronta di due dita), e scomparsa del tutto la pista degli omini verdi, tutto il resto può essere visto sotto altra luce: i geroglifici sono stati fatti da mano umana, lo stesso ritrovamento di Price è una bufala, e il ritrovamento degli abiti tutti stranamente chiusi e abbottonati e infilati gli uni negli altri atto a far supporre che una presenza aliena avesse smaterializzato gli abiti indosso a Kane materializzandoli altrove chissà per quale motivo, è anch’esso il tentativo di aggiungere ulteriore casino a quello già esistente.
La caccia all’assassino è presto conclusa.
Del resto, come abbiamo già detto precedentemente, questo non è un racconto basato su sparizione impossibile dell’assassino, ma dell’arma usata. Perché uno sparo si è sentito, anzi…due, quando Merlini viene sorpreso a sperimentare come riprodurre uno sparo e come uccidere una persona utilizzando non una pistola ma un marchingegno, creato assemblando due elementi e agendo dall’esterno con un terzo: sembrerebbe un po’ la pistola – che Francisco Paco Scaramanga usa in The Man with the Golden Gun, film della serie 007 interpretata da Roger Moore – formata da una penna, un accendino, un portasigarette ed un gemello da polso, tutti d’oro placcato. Qui invece si deve pensare ad  un gioco di prestigio, realizzato utilizzando degli elementi semplici presenti in un laboratorio elettro-meccanico. Non dico di più, perché questo è  puro divertimento dell’illusionista. Del resto, lo abbiamo detto altre volte, Rawson non è interessato a creare un’atmosfera reale che si attacchi quasi addosso, come se fosse una nebbia (come avviene in Carr), ma al gioco di prestigio in sè per sé, a stupire. Per certi versi è molto vicino al romanzo ad enigma francese, che si basa su medesimi presupposti: una volta che hai scoperto l’inghippo, trovare l’assassino è elementare, perché non ci sono tutte le difficoltà tipiche della scuola anglosassone (alibi inattaccabili, tempi dell’assassinio, moventi inesistenti, ritorno dell’erede, etc..); solo che l’inghippo è di virtuosismo tale che non è facile da sbrogliare.
La sparizione del bossolo, che è necessaria perché nessuna prova sia possibile portare in giudizio che provi in maniera assolutamente definitiva che il calibro usato fosse proprio il N.38, a sua volta si basa su un gioco di prestigio tipico degli illusionisti, per esempio la moneta che aveva IN MANO IL PRESTIDIGIATORE VIENE TROVATA ADDOSSO AD UNO SPETTATORE: L’ARTIFICIO è LO STESSO. L’omicida, sapendo che tutti verranno perquisiti e tutto verrà perquisito, soprattutto di se stessi, cerca il nascondiglio in ciò che non verrà perquisito perchè… In sostanza il trucco è quello stesso che si vede attuato nel film Fracture: un uomo viene assassinato e la pistola, viene scambiata con quella di un poliziotto, cosicchè la pistola che ha sparato, identica a quella del poliziotto, viene portata via addosso a sé dall’agente, mentre quella dell’agente, lasciata sul luogo del delitto, è incompatibile col bossolo trovato sulla scena del delitto. Nel nostro caso, tuttavia, il bossolo viene nascosto addosso non ai poliziotti (sarebbe troppo semplice!), ma a… Tuttavia come è possibile sparare un proiettile utilizzando un semplice tubo di ottone, che non abbia le rigature interne di una pistola e  che non abbia un percussore che faccia esplodere la mini-carica di un bossolo? Semplice la domanda, ma ..la risposta? Soprattutto poi quando il proiettile estratto le rigature che allora non dovrebbe avere, le ha invece?
Una piccola curiosità: non so perché ma noto l’uso ancora di una agenda telefonica in entrambi i racconti che ho presentato in questo blog. Nel primo, l’agenda veniva strappata per similare il suono di una striscia di carta che nello stesso istante venga strappata, mentre qui è usata per stordire la vittima, prima di ucciderla sparandole con un marchingegno degno della fantasia di John Rhode.

Pietro De Palma

giovedì 9 giugno 2016

Cornell Woolrich: La stanza maledetta ( The Murder in Room 913, 1938) , tratta dall'antologia "Incubo" - trad. Marilena Caselli - Il Giallo Mondadori Oro N.2114 del 1989

Ci fu  un tempo in cui, ai consulenti che presentavano progetti interessanti, al Giallo Mondadori veniva dato amplio credito.
Mi ha detto qualche giorno fa Boncompagni che ai tempi di "Incubo", Gian Franco Orsi gli dava "carta bianca": a  quel tempo, la considerazione dei consulenti era massima. "Bei tempi!" mi ha detto qualche giorno fa.
Mauro mi ha detto che quella di Incubo, di Cornell Woolrich, fu la prima antologia che confezionò, interamente: la moglie si occupò delel traduzioni, lui dell'introduzione e del "pezzulo" critico, il servizio critico "Cornell Woolrich vent'anni dopo". Il titolo non era a caso, visto che Woolrich era nato a New York nel 1903 e vi era deceduto nel 1968 (vent'anni prima del ricordo di Mauro)..
Qualcuno mi chiederà il perchè presenti Woolrich in un blog come questo dedicato alle Camere Chiuse e ai Delitti Impossibili, ma il fatto è che Woolrich, contrariamente a quanto si crede, scrisse alcune storie contenenti delitti impossibili.
Afferma Mike Grost: "A surprising number of Cornell Woolrich's stories deal with impossible crime . Many of his tales of Vanishing Women (which as Anthony Boucher pointed out, was a Woolrich staple) are in fact impossible crimes. How could a woman disappear so completely, that everyone around her would deny her existence? On the surface this seems impossible, yet... These tales include Phantom Lady (1942), and "I Won't Take a Minute" (1940). There are also impossible crimes in "Screen Test" (1934), which is one of Woolrich's earliest mysteries, "Murder at the Automat" (1937), "The Room With Something Wrong" (1938), "The Street of Jungle Death" (1939), "Nightmare" (1941), "That New York Woman" (1942) and "Money Talks" (1961). One suspects that there are others scattered through Woolrich's voluminous, still often unreprinted work". 
L'antologia "Incubo" presentava due lunghi racconti: Nightmare (Incubo) e Murder in Room 913, e quella che è stata la prima storia poliziesca di Woolrich, La morte sulla poltrona del dentista (Death Sits in the Dentist's Chair, 1934).  
Murder in Room 913 , meglio conosciuta come The Room with Something Wrong, del 1937, è una vera escursione di Woolrich nel sottogenere delle Camere Chiuse: presenta infatti ben quattro omicidi inspiegabili, classificati some suicidi, avvenuti in circostanze assurde. Fu pubblicata nel 1938 sul magazine Detective Fiction Weekly.
La vicenda ruota attorno alla figura di Striker, agente di sorveglianza del St. Anselm Hospital: è lui infatti che nel marzo del 1933 accorre ad una chiamata dell'addetto alla reception Dennison che gli dice di correre perchè il cliente della 913, una delle camere dell'ultimo piano, si è buttato giù: James Hopper giace sfracellato nella strada sottostante, con indosso solo il pigiama. Nonostante l'incongruenza della situazione ( il cliente è arrivato con numerosi bagagli avendo preso la stanza per una settimana e ha appeso nell'armadio numerosi capi di vestiario, è uscito, poi è rientrato di buon umore, si è spogliato, ha indossato il pigiama, si è coricato e poi...si è buttato giù), viene trovato dal poliziotto investigativo Courlander l'ultimo messaggio del suicida. Per cui, nonostante Striker sia perplesso ed esterni i suoi dubbi a Courlander, non essendoci alcun indizio che possa attribuire l'accaduto non a a suicidio ma ad incidente o additittura omicidio, l'evento viene archiviato.
Passa un anno e Allan Hastings di Princeton, arrivato con le migliori intenzioni, giovane brillante e molto bello e prestante, con numerose amicizie femminili, in una notte dell'autunno del 1934, cade dalla finestra della stanza 913 che aveva affittato. Nuovamente, dopo aver presidiato la strada dove si trova il corpo e averlo pietosamente coperto con fogli di giornale, il poliziotto Courlander e Striker entrano in disaccordo: è stato trovato un messaggio d'addio ma ancora una volta non c'è alcuna ragione che possa spiegare l'insano gesto: Hastings era in ottima salute, stava per ereditare una fortuna, e e proprio la notte della sua morte, si era fidanzato con una bella fanciulla. Insomma era al settimo cielo: per quale motivo allora uccidersi?
Striker comincia a pensare che ci sia qualcosa sotto e così perlustra la stanza, palmo a palmo, non trovando proprio nulla. Le sue supposizioni nontrovano gente disposta ad ascoltarle; anzi, Perry, il dirtettore dell'albergo temendo che una cattiva pubblicità danneggi le prenotazioni gli intima di tenersi per sè le sue congetture: Che del resto finiscono per essere pensate incongruenti dall stesso Striker, quando, due giorni dopo, una coppia di contadini di passaggio affitta la stanza per una notte, e contro tutte le aspettative, non accade alcunchè.
Finito tutto? Neanche per l'anticamera del cervello!
Passa un altro anno e nell'estate del 1935, in un luglio estremamente caldo, arriva all'albergo e prende la stanza  913, Amos J. Dillberry di professione rappresentante di commercio. Arriva con le sue valigie di rappresentanza e subito si presenta come un tipo estremamente simpatico, facile alla battuta e alla barzelletta, che non si pone problemi per portarsi a letto una prostituta, se è vero che la sera viene beccata una "puttana" salita per cercare clienti, esterna al giro cui l'albergo è abituato. Lui è rincasato co una borsa contenente delel bottiglie di liquore, intenzionato con la sua donna occasionale a fare bisboccia: nonostante tutto, Striker,  prima che arrivi il cliente ha avuto il tempo per perlustrare in maniera approfondita, ancora una volta la stanza, avendo un presagio: ma ancora una volta non ha trovato nulla. Eppure quella notte, Dillberry vola giù dalla finestra. Striker entrato grazie al suo passpartout nella stanza, immediatamente dopo "il suicidio" non vi trova biglietti, ma poi ad una successiva perquisizione di Courlander, ecco che spunta da sotto un cuscino un messaggio che può essere ritenuto d'addio. Ancora una volta non esiste alcun motivo valido perchè Dillberry possa essersi ucciso, ma ancora una volta non si trovano prove che possano indirizzare in altro modo le indagini.
Anche questa volta sebbene i due agenti, pubblico e privato, si trovino ancora una volta su posizioni opposte, nonostante l'assurdità di situazioni che legittimano qualcuno a pensare ad una stanza maledetta, o a influssi metapsichici capaci di influenzare la psiche e spingere la vittima a buttarsi nel vuoto, il suicidio viene considerato tale: viene ancora una volta trovato un messaggio considerato come d'addio, e l'affare chiuso. Striker tuttavia prende la risoluzione di fare lui le indagini che altri non vogliono fare e così restringe il campo a tre occupanti di altre camere che erano presenti all'atto della morte delle tre vittime: convince Perry a venirgli incontro e con diversi sotterfugi entra nelle camere inquadrate. In una, sottostante alla 913, vive una coppia di facoltosi cinesi (lei lavora in radio): dalla perquisizione non emerge altro che una maschera demoniaca conservata nell'armadio; in un'altra vive una zitella, dedita a pratiche mesmeriche: è convinta di poter influenzare l'altrui volontà con la sua forza psichica; ma al di là di un testo ampiamente letto, non trova nient'altro; nell'ultima vive un eremita, un cercatore di miniera, che vive nel più completo disordine in mezzo a padelle, minerali, setacci, stivali, canne da pesca con ami, una doppietta, bilance di precisioni, attrezzi per scavare: è il possessore di miniere nell'Ontario ma finora nonostante ne sia sicuro, non ha trovato nulla. E perciò ha deciso di lasciarsi crescere barba e capelli finchè non frutteranno qualcosa.
Striker decide di apssare all'azione e interroga i suoi sospettabili: non trova nulla, al di là di uno strano lampo biancastro che i cinesi hanno visto prima che la terza vittima volasse davanti ai loro occhi nella strada sottostante. Stavolta decide di essere lui a tentare la sorte, e dopo una serie di preparativi, passa lui una notte senza tuttavia notare nulla di strano, al di là dell'odore di incenso di sandalo che sale dall'appartamento dei cinesi sotto al suo.
Sospettando che non sia accaduto nulla perchè qualcuno lo ha scoperto, e quindi sopettando che la causa sia interna all'albergo, nonostante la camera "sia pulita" e non contenga nulal di anormale, assolda un marinaio senza un futuro, trovato in un bar malfamato e gli offre dei soldi, dei vestiti e la possibilità anche di trovare un lavoro, a patto che passi la notte nella Camera 913. Harry Kramer non se lo fa ripetere due volte, e davanti alla prospettiva di un futuro, dopo che era stato sul punto di suicidarsi, accetta e affitta, coi soldi datigli da Striker , la stanza per una notte. Ma nonostante le precauzioni...vola anche lui giù.
Questa volta Striker ha l'asso nella manica: il marinaio non sapeva scrivere, eppure viene trovato un messaggio d'addio. E dei cinquanta dollari che gli ha dato e che aveva Kramer prima di volare nella notte, vengono ritrovati solo 5: quanlcuno gli ha sottratto 45 dollari. Agli agenti di polizia che lo interrogano, Striker racconta la sua ipotesi che sia qualcuno ad uccidere, ma ancora uan volta viene ritenuto pazzo. E cosìperde anche il lavoro.
Intenzionato tuttavia a fare giustizia, dopo un anno si presenta all'albergo  e non viene riconosciuto, giacchè l'addetto alla reception è cambiato: è sotto falso nome, e affitta la stanza.
Prende però delle precauzioni: lega una lunga grossa fine attorno alla sua vita e nello stesso tempo attorno alla rete del letto, si spogia e aspetta nel letto che acacda qualcosa. E qualcosa accade perchè ad un certo punto mentre sta dormendo  viene costretto a svegliarsi da una fortissima luce, a scendere dal letto per capire cosa sia, nonostante sia buio e orientandosi sulla base dell'uscio del bagno che è vicino al suo letto. Ma quando sorpassa la soglia del bagno, da dove ritiene provenga quella luce abbagliante, cade nel vuoto, ed è solo la fune attorcigliata attorno al letto che lo salva dallo sfracellarsi in strada, aiutato da alcuni dei sospettati a scampare alla morte.
Intanto lo stesso ribaltamento del letto ha causato la morte dell'omicida che a sua volta è stato scaraventato giù dalla finestra.
La successiva spiegazione rivelerà un ingegnoso metodo usato dall'assassino per uccidere le sue vittime, e poi per derubarle. E Striker otterrà le scuse di Courlander davanti ai responsabili della Squadra Omicidi della locale polizia.
Escursione nel genere Delitto Impossibile (è una vera e propria Locked Room), il lungo racconto  presenta tutti i caratteri che resero famoso Woolrich: l'atmosfera d'incubo, l'assurdità di una situazione cui non riesce a venire a capo; l'atmosfera claustrofobica di una camera d'albergo (il vecchio eremita, cercatore d'oro,  può essere una sorta di autocitazione, visto che già in quegli anni Woolrich era solito passare interte giornate chiuso in una cmaera d'albergo); la depressione causata dalla crisi economica, più nera che non si può: fu chiamata La Grande Depressione, che viene vista come motivo spiegante la catena di suicidi; l'assurdità della morte.
Ma è anche una sorta di pezzo geniale, che spiega poi la catena di suicidi, con una volontà incomprensibile dell'omicida, nata in una mente minata dalla pazzia: il movente non esiste, poichè la serialità degli omicidi è spiegabile solo con le motivazioni dell'omicida, che, essendo minate dalla follia, non hanno senso. Come pure non ha in un certo senso la fissazione di Striker nel giungere alal verità, mettendo a rischio la vita altrui e la propria, quasi fosse anche lui una mente disturbata, che vive come il suo alter ego, l'omicida, in una modesta camera d'albergo.
La stessa spiegazione è plausibile, con l'ausilio di strumentazioni assolutamente non convenzionali ma funzionali: una lampada con una luce potentissima che abbaglia nel buio della stanza la vittima costringendola a scendere dal letto e dirigersi verso la luce, nel frattempo avendo mosso il letto, che si sposta su piccole rotelle di gomma, cosicchè venga a trovarsi non vicino alla porta del bagno, ma vicino alla finestra: il malcapitato, credendo di dirigersi verso il bagno, da cui proviene la fortissima luce, invece si dirige verso la finestra, incespicando nel basso davanzale e finendo dabbasso.
Il racconto peraltro è un altro dei tanti esempi della cosiddetta "stanza che uccide", ulteriore sottospecie di delitto impossibile già esperito da Phillpotts, Fearn, Carr, etc..
E proprio su Carr dovette avere un certo riscontro questo racconto del trentenne Woolrich se è vero che nel 1941 Carr, dopo aver scritto l'ossessivo e in parte soprannaturale, The Door To Doom (1935)  consegnò alle stampe The Case of The Constant Suicides, ulteriore variazione del tema della stanza che uccide, in cui le vittime sono spinte a lanciarsi nel vuoto ( asuicidarsi).
E' evidente l'influsso anche dello stesso soggetto del ricorrente apparente suicidio, sull'opera carriana, che prossimamente esamineremo.

Pietro De Palma