sabato 5 novembre 2016

Pierre Boileau – Sei delitti senza assassino (Six crimes sans assassin, 1939) – Trad. Massimo Caviglione – Il Giallo Mondadori N. 3095 del 6 dicembre 2013

Anni fa, mi ricordo che con Igor Longo (ma qualcuno sa dove sia andato a finire?), si parlava anche di Pierre Boileau, un monumento della narrativa poliziesca francese, e dei suoi due maggiori capolavori: Six crimes sans assassin, e Le repos de Bacchus, lamentando la sua colpevole mancanza dagli scaffali dei giallofili più esigenti, se non riferendosi alla sola e vecchiotta edizione de I Grandi Gialli Pagotto.
Pierre Boileau è ai più famoso perché assieme a Thomas Narcejac, formò uno dei più innovativi e solidali connubi letterari del genere poliziesco, firmando innumerevoli capolavori, da Celle qui ne’e`tait plus, 1952(I Diabolici)  a D’entre les morts, 1954 (La donna che visse due volte) a L’Ingenieur aimait trop les chiffres, 1959 (Il quarto colpo) e molti altri. Se tuttavia con l’amico, i romanzi da lui anche firmati, scandagliavano vittime e carnefici, soffermandosi soprattutto su disturbi di personalità, generando quindi una narrativa intensamente psicologica e di suspence, fino a quando li aveva pubblicati con la sua sola firma, cioè fino all’incontro con Narcejac avvenuto in occasione della premiazione del romanzo di quest’ultimo, LaMort est du voyage, al Grand Prix du Roman d’Aventure del 1948, i suoi romanzi erano stati solo esempi mirabili di Romanzo ad Enigma.
Era nato a Parigi nel 1889. Dopo vari mestieri, aveva cominciato a scrivere e collaborare con alcuni giornali, firmando per il giornale “Lectures pour tous” il suo primo racconto col detective  André Brunel: Deux hommes sur une piste, 1932. Da quel momento, scriverà alcuni romanzi tutti col tale personaggio: La Pierre qui tremble, 1934 (La pietra che trema, 1950); La Promenade de minuit,1934 (Uno strano cliente, 1951); Le Repos de Bacchus, 1938 (Il quadro maledetto, 1950); Six crimes sans assassin, 1939 (Sei delitti senza assassino, 1950); Les Trois clochards, 1945 (R.I.E.N., 1950). Dal 1936 al 1942 pubblicò diversi racconti per la rivista Ric et Rac e taluni di essi furono ripubblicati durante la Seconda Guerra Mondiale e l’occupazione della Francia, sotto lo pseudonimo Anicet (non si è mai appurato precisamente se fosse un suo effettivo pseudonimo o un tentativo di altri di sfruttare la sua fama). Dopo la guerra, Boileau pubblicò ancora; L’Assassin vient les mains vides, 1945 (L’assassino invisibile, 1951); La bete du bois sans nom; Sans-Atout en danger, 1949 (L’ultimo proiettile, 1950); Les Rendez- vous de Passy, 1951 (Il fantasma dell’assassinato, 1950). Gli ultimi tre romanzi da lui firmati individualmente, uscirono dopo tuttavia che aveva formato il sodalizio con Narcejac. Morì nel 1989 a Beaulieu-sur-Mer.
Six crimes sans assassin, narra ancora una volta di una tragedia all’interno di un preciso gruppo familiare e del più grande successo di André Brunel investigatore, chiamato, assieme al narratore suo amico, a individuare un assassino invisibile.
Una tragedia si è svolta in un condominio: una donna è stata vista chiamare aiuto, affacciata ad una finestra, ed un attimo dopo, cadere all’indietro, mentre una scena di lotta tra due persone si è intravista alle sue spalle. La gente accorre, e in primis il portiere dello stabile che però, giunto dietro alla porta dell’appartamento presumibilmente teatro della vicenda, si accorge di aver dimenticato il pass-partout; quando ritorna sopra, questa volta con la chiave universale, ed apre la porta, si trova dinanzi una scena terribile: un uomo morto con due ferite da arma da fuoco, una donna agonizzante, che non può essersi ferita da sola, la pistola mancante, e l’assassino…scomparso. Da un appartamento chiuso: la porta di casa è impraticabile perché vi sta armeggiando dietro il portiere e varie altre persone, nelle altre camere non c’è anima viva, le finestre sono ad un’altezza tale che non possono essere utilizzate per la fuga e per di più sono guardate  da chi richiamato dalle grida, non fa altro che scrutarle, e l’unica porta che da sulla scala di servizio, è chiusa dall’interno da un catenaccio. Quindi, da dove è scappato l’assassino?
Alla domanda, apparentemente senza risposta, cercano di rispondere, oltre che Brunel, chiamato in causa da Roland Charasse, suo amico carissimo e avversario nelle aule dei tribunali, tra i primi ad arrivare sulla scena del delitto, e cugino di Marcel Vignaray, la vittima.
La domanda che sorge spontanea dopo aver esaminato la scena del delitto, è che manca Adèle Blanchot, domestica della coppia, che sarebbe dovuta essere lì e che invece non c’è: il commissario ed il portinaio, si recano al sesto piano del palazzo, dove stanno le camere della servitù, ma nella stanza di Adéle non trovano né la donna né altra cosa che serva a dare una traccia. Tuttavia lasciano un poliziotto di guardia.
Un’ora dopo Brunel, il narratore e Charasse vanno a visionare la stanza di Adéle alla ricerca di elementi sfuggiti al commissario, ma Roland, il primo ad entrare nella camera si trova dinanzi ad una terribile scena: Adéle morta sul letto. Dopo un primo istante di sbigottimento, gli altri due raggiungono il compagno e trovano la domestica, anche lei uccisa da un colpo di pistola al cuore.
Il poliziotto di guardia giura e spergiura di non essersi mosso neanche un istante dal suo posto e intanto però un cadavere si è materializzato: dell’assassino ovviamente nessuna traccia. Anche in questo caso non vi è nessuna uscita al di fuori della porta.
Si pensa a questo punto che se è stata uccisa la domestica, stessa sorte potrebbe accadere a Julien Blanchot, il marito, il maggiordomo, che è presso la villa di Vignaray. Gli telefonano e gli dicono di barricarsi in casa, di non aprire a nessuno, finchè non lo andranno a trovare. Quella sera Brunel vuole cercare altri indizi e dà appuntamento a Charasse per il mattino dopo. Tuttavia l’indomani egli non si presenta: allarmati lo vanno a cercare e lo trovano agonizzante nel suo studio, avvelenato. Si recano alla villa quindi con un taxi, Brunel, il narratore ed il Brigadiere Girard della Brigata Speciale, ma alcuni segni premonitori li mettono in allarme: un cavo telefonico tagliato, dei segni di scalfittura della pesante porta dello studio, eppure la porta è chiusa dall’interno; inoltre una pesante scrivania vi è stata sospinta contro dall’interno. Nessuno risponde ai loro richiami. Quando con molta fatica riescono a spalancare la porta, si trovano dinanzi ad un altro cadavere: su un divano giace il povero Julien, ucciso da un colpo di pistola, e dell’assassino nessuna traccia. E anche in questo caso non vi sono uscite che possano averne permesso la fuga.
Ormai ci troviamo dinanzi ad una ecatombe: i due domestici e Marcel Vignaray morti, Simone Vignaray in coma con una pallottola nel fegato, e Roland Charasse avvelenato. Ma l’eccidio non è ancora finito. Infatti nello studio di Vignaray trovano delle tracce di un possibile ricatto: ricevute di più pagamenti per somme rilevanti e un indirizzo, che si ricava essere quello del misterioso ricattatore: si chiama Alfred Rupart.
La casa viene messa sotto sorveglianza, ma proprio quando non c’è nessun poliziotto nelle vicinanze, il narraore ed amico di Brunel assiste, penetrato nella casa di Rupart grazie al pass-partout fornito dalla portinaia già contattata dalla polizia, origliando alla porta, al colloquio tra Rupart ed un misterioso altro individuo, probabilmente l’assassino, del quale Rupart deve aver saputo in qualche modo il nome: i due si stanno dando appuntamento in una villa alle porte di Parigi.
Il narratore cerca di far avvisare l’amico e si reca nel luogo dell’appuntamento dove trova Brunel e poco dopo anche Charasse, ristabilitosi grazie alle cure dei medici: i tre decidono di sorvegliare le tre uscite della villa, ma ad un certo punto sentono sparare, si affrettano ognuno dalla propria uscita verso la villa ma penetrativi, trovano Rupart morto e l’assassino ancora una volta…scomparso.
E’ troppo per Brunel! Pensava di aver trovato finalmente una traccia e si trova in mano un pugno di mosche. Attaccato da tutti, sbeffeggiato e quant’altro, si ripromette che con le sue cellule grigie riuscirà a capre come le cose siano andate: perciò si rinchiude nello studio di casa sua ed ordina al narratore ed al suo maggiordomo, di non disturbarlo per nessuna ragione al mondo. E intanto passano i giorni. Ma alla fine Brunel dice di aver capito chi possa essere. Intanto però l’ecatombe non si ferma, perchè lo stesso Charasse fa leggere agli altri due un plico inviatogli in cui lo si minaccia di morte: morirà anche lui, dentro una Camera Chiusa dall’interno, le cui uniche vie d’uscita saranno sorvegliate da persone guidate.
Brunel riuscirà a dare un nome all’assassino e a spiegare tutto nelle ultime pagine.
Il giudizio comune che la critica riserva per questo titolo è estremamente lusinghiero, soprattutto da parte dellla critica specializzata francofona. Mi preme però sottolineare che se il virtuosismo del plot è veramente notevole (soprattutto per l’epoca), presentando ben 5 Camere Chiuse nello stesso romanzo e quindi un livello di difficoltà molto alto, bisogna anche dire che le 5 situazioni non presentano lo stesso grado di difficoltà (la prima, la seconda e la terza sono notevoli, la quarta e la quinta..puerili). Per di più tra le prime tre, solo la prima è veramente spettacolare, mentre la terza è molto buona e la seconda mi sembra abbia dei difetti, riscontrabili nel grado di difficoltà, veramente altissimo: infatti, la spiegazione vorrebbe convincere il lettore che ci fosse stato il tempo per operare l’illusione, ma esso è veramente poco rispetto all’azione di estrarre il cadavere dal posto dove lo si è infilato, sollevarlo in braccio (si tratta di una donna di 40 anni, non di una bambina!) e poi deporlo sul letto, tutto in una manciata di secondi. Mi sembra che qui Boileau si arrampichi sugli specchi; invece la terza spiegazione è abbastanza convincente (in qualche modo si avvicina alla spiegazione di Carr della Camera Chiusa in He Who Whispers, Il Terrore che Mormora). Inoltre nel caso dell’ avvelenamento, il fatto di descriverlo senza minimamente accennare alla natura del veleno, ma limitarsi a dire che “il caffè era avvelenato”, significa solo deliberatamente imbrogliare il lettore, togliendogli gli indizi concernenti il veleno, come l’assassino se lo sia procurato, e quindi anche la possibilità di trovare testimonianza di chi glielo abbia venduto.
E’ tutto il plot però che risente di un preciso intento: rigettare il romanzo all’inglese, e quindi rigettare: la ricerca dell’alibi (perché nel romanzo non si accenna mai a chi lo avesse), la ricerca del movente o di colui al quale interessi la morte (il cosiddetto Cui prodest) per ricavarne un profitto, la ricerca di indizi (prove materiali, impronte, etc..).
E tutto questo perché in definitiva, la ricerca del colpevole la si ottiene solo risolvendo il rebus: ossia, solo capendo come l’assassino abbia fatto a uccidere, Boileau dice che si riuscirà ad inchiodare l’omicida. Il tutto sullo sfondo di una Parigi del tutto estraniata dalle contingenze belliche, in una dimensione a-storica, quasi che ci volesse rifugiare nella dimensione del sogno per fuggire alla triste realtà di ogni giorno; e riconoscendo un valore assoluto alla figura dell’omicida, rivalutandolo in termini morali, togliendogli ogni vellerità malvagia, e invece assegnadogli la patente di omicida per necessità. E’ come se l’indagine si sostanziasse in una partita a scacchi con l’assassino e le vittime non fossero altro che i pezzi sacrificati necessariamente perchè si realizzasse qualcosa, che a tutti i costi bisogna perseguire (in questo caso, salvare i ricordi della piccola Janine, figlia di Simone Vignaray e dell’assassino).
Tuttavia l’intento di Boileau è nettamente reazionario. Rifugge da tutta la letteratura che fino ad allora era stata prodotta, di marca inglese, rifacendosi espressamente al filone narrativo-avventuroso di Leblanc, Allain & Souvestre, Ponson du Terrail, ma forse in un modo ancor più chiuso: infatti, Leblanc, pur presentando sempre una narrativa di tipo avventuroso-enigmistico, tuttavia crea delle grandi atmosfere, che però mancano in questo romanzo di Boileau. E’ come se l’autore francese avesse deciso, nel 1939, di rifiutare in blocco tutto quello che fino a quel momento era stato prodotto, riconoscendo valore assoluto solo ai suoi miti. Del resto anche talora frasi incidentali e interiezioni, si rifanno a un tempo assai precedente al suo, e manca sia il pur minimo accenno al taglio psicologico delle situazioni, sia la suspence, pur presenti in altri grandi scrittori francesi del periodo (Steeman, Aveline, Simenon). La cosa che più mi sorprende è che, ragionando in siffatta maniera, Boileau, incontrando Narcejac, decidesse di cambiare radicalmente stile.
A latere mi sembra interessante far infine notare come le Camere Chiuse più spettacolari, siano quelle in cui non agisce mai il solo soggetto, ma ne agiscono due: come la prima di questo romanzo, ricorderò quella bellissima di Derek Smith in Whistle Up The Devil  e quella di Carter Dickson in The Third Bullet. Tuttavia ancor di più il merito di Boileau non è tanto quello di aver fatto agire due soggetti, quanto aver invertito la successione logica che chiunque è portato ad instaurare: ponendo in essere un andamento logico opposto a quello che si era seguito fino a quel momento, Boileau attraverso Brunel dimostra come il suo autore di riferimento sia, ancor più di quelli citati precedentemente, Jacques Futrelle: senza l’ausilio di nulla al di fuori del proprio cervello, il vero investigatore è in grado di risolvere l’enigma.
In sostanza, Boileau sarà a sua volta lo scrittore europeo più vicino al modello illusionistico di risoluzione di una Camera Chiusa, proprio di Clayton Rawson.
Solo che Clayton Rawson partirà da Carr, mentre Boileau da Futrelle e Leblanc.

Pietro De Palma

giovedì 3 novembre 2016

John Dickson Carr : Il Cappuccio del Cieco (Blind Man’s Hood, 1937) – trad. Paola Campioli – in “DELITTI DI NATALE”, Editori Riuniti, Milano, 1983


John Dickson Carr, l’autore che più di tutti forse amo, non fu solo un inventore sterminato di Problemi da Camera Chiusa e delitti impossibili, ma fu un grande scrittore, anzi – credo di dire la verità -  il più grande scrittore imprestato alla narrativa di genere.Quando era giovane, come tutti quando siamo stati ragazzi, aveva letto le storie di cappa e spada, e più in là le ghost stories. E’ indubbio che in lui, Montague Rhodes James dovette avere un’influenza non da poco.  Infatti in una gran parte della sua produzione letteraria, Carr inserisce atmosfere dark e di fantasmi. Il più delle volte è solo facciata, è solo un modo  per stornare inizialmente le responsabilità dall’assassino di turno e caricarle sul povero spettro; e di questi esempi ve ne sono innumerevoli. Ma tal’altra, la ghost story impregna tutta la storia, dall’inizio alla fine. Son d’accordo, vi sono solo sporadici esempi di tale pratica, ma quelli che esistono sono veramente spettacolari.
Sporadici esempi? Ma non c’era solo The Bournig Court? No, Signori miei. A differenza di quanto si dica in giro, Carr non scrisse solo quella storia, con atmosfera soprannaturale: ne scrisse anche altre. Che però attengono al primo periodo, gli anni ’30 sostanzialmente, della sua attività di scrittore.
Si è parlato a più riprese dell’eccezionalità di The Bourning Court, soprattutto perchè il romanzo in questione fu, assieme ad uno della Christie, inserito da Todorov come esempio di Letteratura Fantastica, nell’ambito della Crime Fiction. Todorov, probabilmente aveva letto solo tale romanzo, e non altro, altrimenti, nel suo fondamentale studio “Introduction à la littérature fantastique“, avrebbe inserito anche questi altri esempi.
Oggi, parlerò di una di queste altre poche storie in Carr. Tanto più che l’antologia in cui è inserita è di non facile reperimento, a meno che non si trovi il volume in qualche negozio di libri usati o Remainder’s:  le uniche edizioni in Italia  a riportare tale storia sono state infatti quella degli Editori Riuniti, la cui traduzione ritengo migliore; e quella di Newton Compton.
Il Cappuccio del Cieco (Blind Man’s Hood) è una storia soprannaturale straordinaria, con una Camera Chiusa a prova di bomba. Fu scritta originariamente nel 1937 e pubblicata nello Strand. Successivamente nel 1940, fu compresa nella prima antologia di racconti, The Department of Queer Complaints a firma Carter Dickson, che comprendeva 7 racconti col Colonnello March (poi ripresi e pubblicati successivamente in altra antologia, Scotland Yard: Department of Queer Complaints, 1944) e 4 altri racconti, tra cui appunto codesto.
Il soggetto cui pensò Carr, secondo me fu Hoodman’s Blind, il gioco antico da cui è derivato quello di Blind Man’s Buff (Mosca Cieca), che si effettuava nel Medioevo, infilando sulla testa del giocatore un cappuccio, detto “il cappuccio del cieco”.
Due coniugi, giovani innamorati, Rodney e Muriel Hunter, sono invitati a passare la notte di Natale a casa di loro amici, i Bannister. La casa, situata “nella parte più isolata del Kent, anzi del Weald – una dimora di campagna del XVII secolo – era proprio ciò che si erano aspettati” (pag. 303). Una dimora del tempo di Giacomo I. La casa è isolata senza un albero o un cespuglio intorno, e illuminata a festa. Tuttavia stranamente la porta d’ingresso è aperta. I due, erano attesi prima, ma hanno perso tempo lungo la strada.
Dopo aver parcheggiato la macchina, si affacciano ma non vedono nessuno. Chiamano: nessuna risposta. Lui batte ripetutamente il batacchio, ma non hanno nessuna risposta. Pare che in casa non vi sia nessuno. Ma la porta è aperta. Ma dove sono andati a finire tutti? Neanche la servitù si vede: eppure almeno le cuoche sarebebro dovute essere in casa! I due non sanno che fare. Fa un freddo cane. E allora entrano e chiudono la porta alle loro spalle con la sbarra. A sinistra c’è la sala da pranzo, col pollo freddo sulla tavola e la coppa con le castagne e nel caminetto c’è un bel fuoco; a destra una biblioteca. Proprio in quel momento avanza saltellando una giovane, uscendo da essa. Porta seco quello che pare un sacchetto di cotone, e che spiega essere un cappuccio per giocare a mosca cieca. Pur senza dire chi sia, li conduce nella biblioteca e spiega il motivo per cui non hanno trovato nessuno.
In quella casa, tanti anni prima, secoli, era stato commesso un atroce delitto. E proprio in ragione di ciò, il rettore della chiesa di quel tempo aveva  fatto in modo, e da allora la costumanza si era tramandata, che nell’ ora in cui si era verificata, dalle 19 alle 20, nessuno stesse in casa e si approfittasse per andare alla funzione religiosa.
La giovane, li precede nella biblioteca e cerca di metterli a loro agio. Nella parete laterale, laddove c’è un caminetto con un bel fuoco acceso, Rodney crede di vedere una delle due cortine che chiudono le due finestre a bovindo ai lati del camino, gonfiarsi, come se ci fosse qualcuno; ma la ragazza interviene e speiga che anche se andassero a vedere sentirebbero solo una corrente d’aria. E soggiunge che è per questo motivo che “accendono tante luci” (pag. 307).
Muriel vorrebbe andare incontro ai Bannister, ma la giovane vuole trattenerli in casa. E per convincerli a sentire la sua storia, chiede a Rodney se in quanto scrittore di romanzi polizieschi, gli sarebbe interessato sapere per quale motivo, l’atroce delitto che avvenne, non fu mai spiegato.
La storia risale al 1870 circa. In quel tempo abitava in quella casa una coppia, i coniugi Waycross: Edward e Jane. Lei, come tante altre ragazze del luogo si era innamorata di un tale, Jeremy Wilkes, della stessa età di Waycross, di famiglia benestante ma scapestrato. E così era finita per sposarne un altro, un brav’uomo, che aveva una fabbrica di attrezzi agricoli.
In una sera di febbraio, che faceva tanto freddo e aveva nevicato così tanto che tutt’attorno c’era una distesa innevata, alle 23,30 circa, Jeremy Wilkes, che stava conducendo il suo calesse assieme a due amici sulla strada che passava davanti alla casa, si sorprese che le luci ad una stanza del pianterreno fossero tutte accese, giacchè si sapeva che Waycross era fuori e la moglie andava a letto presto. Lasciando i due amici sul calesse ad osservarlo, Jeremy si avvicinò ad una delle finestre e guardò dentro. Poco dopo ritornò al calesse, raccontando ai due amici, che aveva visto Jane nel vestibolo, la quale aveva una candela in mano, vicino ad un uomo di cui non aveva visto che le spalle ed il cilindro, che le stava parlando.
L’indomani mattina, la domestica, la signora Randall, che era mancata la sera prima perchè assistente una parente che stava partorendo, rientrando a casa, trovò Jane morta. Dovette abbattere la porta di casa, chiusa dal di dentro. La trovò nuda dalla vita in giù, col corpo coperto di ustioni, in mezzo a sangue e segni di un incendio che aveva bruciato anche parte della scala del vestibolo, e con la gola recisa da un colpo tagliente. A terra una bottiglia rotta, contenente probabilmente della paraffina. Evidentemente si era trattato di assassinio: l’uomo col cilindro. Ma la porta era chiusa dal di dentro e così pure le finestre. La polizia investigò ma non se ne seppe nulla, tranne che vicino al corpo erano stati trovati i frammenti di una lettera d’amore indirizzata alla donna: insomma lei aveva avuto una relazione extraconiugale con qualcuno all’insaputa del marito. La lettera era di Jeremy. I due probabilmernte si vedevano anche e avevano dei rapporti carnali quando mancava il marito. Ma lui aveva un alibi di ferro: non era entrato in casa, in quanto sempre visibile ai suoi due amici, era rimasto fuori delal casa, seppure vicino ad una finestra trovata chiusa dall’interno. Quindi, anche se l’unico ad avere un movente sarebbe stato lui, perchè la donna minacciava di rivelare, alla donna con cui Jeremy stava per congiungersi in matrimonio, la loro intima relazione extraconiugale, lui proprio non poteva essere stato. Il marito a sua volta aveva un alibi inattaccabile: era stato tutta una notte, in un posto lontano. La notizia della morte della moglie e poi del fatto che l’avesse tradito, lo fece andare fuori di senno: abbandonò la sua attività e si fece pastore di anime. La poliza investigò ma non trovò nulla. E quindi  il caso fu archiviato. Senza giustizia.
La famiglia che andò ad abitare e rimise la casa a posto, furono i Fenton. Un Natale organizzarono una festa, senza balli ma coi giochi che si facevano alla vigilia di Natale, alla quale invitarono i vicini, tra cui il signor Wilkes. Subito egli si dette da fare con le signore, con buona pace della moglie, nonostante si fosse intrattenuto un po’ troppo dietro una tenda con una di esse. Fatto sta che nonostante i preparativi della festa avessero inghirlandato la casa e l’avessero resa più allegra, c’era qualcosa che covava: la signorina Abbot, una zia dei Fenton che viveva con loro, si era lamentata dell’insopportabile  e “cattivo odore di terra” che si avvertiva per tutta la casa; la signora Fenton, si era tagliata un dito, perchè a suo dire una testa si era sporta dalla tenda mentre lei stava trinciando il pollo, e lei l’aveva attributo ad uno scherzo die bambini; ed infine, a serata iniziata, durante  il gioco della “coppa dell’uvetta” (prendere degli acini di uva passa da una coppa in cui bruciava del brandy, mentre la stanza era nella semi-oscurità) proposto dal signor fenton, lui si era spaventato in quanto aveva creduto di vedere nell’ombra un volto non del tutto piacevole che li fissava.
Fatto sta che avevano cominciato a giocare a mosca cieca. E tutte le signore, chissà come rivolgevano la loro attenzione a Wilkes, riuscendolo a prendere, in quanto sbirciavano dai fazzoletti legati attorno ai loro occhi. Allora Fenton aveva proposto di sostituire i fazzoletti con un cappuccio di cotone, una federa del cuscino di uno dei suoi figli; e l’aveva calzato sul volto di una signora dietro di lui. Ben presto era ricominciato il gioco, e nonostante la donna avesse il volto completamente nascosto dal cappuccio, era attirata da Wilkes qualunque movimento lui facesse, fino a che lui aveva supplicato di togliergliela. Ma lei era attirata da lui, e vicino alla tenda di un bovindo, per l’ultima volta cercò di carpirlo, cadendo con lui dentro. Si sentì un ultimo grido di Wilkes e poi il silenzio. Quando scostarono la tenda, trovarono Wilkes morto con la gola tagliata, e la donna scomparsa. Prima che accadesse, qualcuno aveva sentito un  odore di stoffa bruciata tutt’attorno a quella donna col volto celato. Pensarono che donna fosse scappata dalla finesta, ma questa era bloccata dall’interno, col paletto.
L’ impressione fu enorme. Ma in definitiva tutto si sopì anche questa volta, perchè si disse che in defintiva Jane aveva avuto giustizia. Ma perchè se Jeremy non poteva averla uccisa? Eppure la donna fà capire che così non era. Ma allora? Cos’era accaduto a Jane?
Intanto sono arrivate le 20:  la donna ringrazia i coniugi Hunter di esser stati lì a sentire la sua storia, giacchè è all’ora in cui  loro sono arrivati, che da parecchi anni si son verificati fatti tremendi: ogni anno, tra le 19,15 e le 20, alla Vigilia di Natale, ci sono state delle presenze inaspettate. E’ per questo che gli abitanti di quella casa, fanno in modo che in quel lasso di tempo, la casa sia illuminata in ogni angolo e loro siano lontani. E siccome solo loro due finalmente hanno sentito quello che lei aveva da dire, ora lei e qualcun altro potranno dormire in pace, qualcun altro che probabilmente aveva sostato dentro la finestra a bovindo al riparo dalla cortina. Ma quando la scostano, non trovano nulla e alle loro spalle la donna piangente è scomparsa. Fuori più forti si sentono i canti di Natale.
Straordinario racconto di fortissima suggestione e fortissima atmosfera da ghost story, fino alla fine mantiene la sua aria soprannaturale: questo sì che è un racconto fantastico!
La loro interlocutrice evidentemente è uno spettro. Di chi? Di Jane. Perchè? Per il fatto che porta un mano un cappuccio come quello usato durante la mosca cieca. Jane racconta la storia sua e di Jeremy, e di come lei abbia avuto giustizia, la sua giustizia. Chi Muriel Hunter pensava si celasse dietro la cortina del bovindo, era evidentemente Jeremy, che lì era stato ucciso, o meglio era morto alla stessa maniera di Jane. E che ora anche lui per sempre era ritornato nell’oltretomba.
Quali sono i segni durante la narrazione, che fanno capire che si tratti di una storia di spettri anche prima che la misteriosa interlocutrice scompaia?
Innanzitutto le luci: la casa deve risplendere la notte di Natale perchè quando vi sono luci, gli spettri non appaiono. Infatti gli spettri emergono dalle cortine e dalla penombra: uno aveva causato lo spavento della signora Fenton; un altro aveva causato lo spavento del signor Fenton durante il gioco dell’uvetta.
L’odore insopportabile di terra, era evidentemente quello del camposanto, in cui erano sotterrate le bare di Jane e di Jeremy.
Fenton non si ricordava chi fosse quella donna che era apparsa alle sue spalle e alla quale senza neanche guardarla in faccia aveva coperto il volto col cappuccio; ma mentre giocava a mosca cieca con Jeremy, si era sentito sempre più un odore insopportabile di stoffa bruciata. Di chi? Un altro indizio che Carr semina, che dovrebbe portare il lettore attento a capire cosa fosse accaduto a Jane.
Un altro indizio, cui non ho accennato prima, che la persona che stava parlando a Muriel fosse non una persona umana, era il colore del tessuto connettivale interno all’occhio che non era rosso, ma un rosa pallido; e la foggia del vestito, molto antiquata, con un vitino a vespa. La figura si muove come se si apprestasse a correre, ad andar via. Ma anche quando procede come se stesse saltando, da l’impressione che non cammini, ma fluttui. E poi va via, scompare. E possono finalmente riposare, lei e un’altra entità.
E nel momento in cui vanno via, si sente il canto di Natale, e il portone dell’ingresso si apre, come se qualcuno fosse andato via. Ma da dentro non si vede nessuno uscire dalla casa, semmai si vedono in lontananza i padroni di casa che vi ritornano.
E la camera chiusa? Molto intrigante. Mette assieme l’incidente (ma perchè?) e il delitto perfetto( perchè il movente di Jeremy ci sarebbe stato). Ma intanto, ad escluderlo erano state la porta d’ingresso e le finestre tutte ritrovate chiuse coi paletti interni. E per di più una coltre di neve che copriva il terreno tutt’intorno alla casa, come una bianchissima coperta, su cui spiccavano solo due serie di impronte: quelle di Jeremy che si era affacciato alla finestra e quelle della domestica ritornata la mattina dopo.
Come era morta allora Jane? E perchè si era voluta vendicare di Jeremy?
Gli indizi che Carr semina ci sono tutti, basta solo interpretarli a dovere: il corpo mezzo ustionato, una bottiglia di paraffina rotta, i frammenti di una lampada, i frammenti di una lettera mezza bruciacchiata, una gola recisa, la porta e le finestre chiuse dall’interno, un misterioso visitatore di cui però non si trovano le impronte, una finestra illuminata come mai ci sarebbe riuscita una lampada sola. E poi ancora i segni misteriosi durante la festa dei Fenton; l’odore di terra, le apparizioni, il fatto che inspiegabilmente i camini non tirassero e il fuoco non fosse vivo, la caccia della donna incappucciata. E in ultimo, il cappuccio che all’inizio del racconto la misteriosa figura che accoglie gli Hunter, ha in mano, che è lo stesso di quello usato durante il gioco della mosca cieca durante il quale è morto Jeremy.
Anche qui c’è, come in tanti racconti della prima età di Carr, un riferimento che più tardi verrà usato per un romanzo: Muriel, ritornerà come personaggio dell’ultimo romanzo di Carr, The Hungry Goblin (1972). Strano che si chiamino Hunter, vero? E che incontrino un fantasma? Il cacciatore di fantasmi, come si chiama? Ghost Hunter.
Un racconto appassionante, il cui ricordo resta ben oltre, la mera lettura.

Pietro De Palma

domenica 30 ottobre 2016

J.J. Connington – Un cadavere fuori posto (In Whose Dim Shadow, 1935) – trad. Marilena Caselli – I Classici del Giallo Mondadori, N° 1121 del 2006.

 Connington fu un autore che cominciò a scrivere romanzi polizieschi, come svago: c’era una voce che diceva che negli anni ’30, parecchi professori leggevano gialli per svago..ma è anche vero che parecchie menti illustri ne scrivevano: Dorothy Sayers, Nicholas Blake, Edmund Crispin, Thomas Kyd, e appunto J.J. Connington, che in realtà si chiamava A.W.Stewart ed era un famosissimo docente di chimica e scienziato: Un cadavere fuori posto, è un romanzo del 1935.
Diciamo subito che il lettore italiano che ha letto i romanzi degli inizi degli anni ’30, potrebbe trovarsi spaesato: quella che è la caratteristica principale di Connington, cioè l’atmosfera (le notti di luna piena, l’oscurità, misteriosi passaggi segreti, per es.) qui non esiste. Il romanzo infatti si presenta come un caratteristico Whodunnit di metà degli anni ’30, un romanzo ad enigma, come tanti di quegli anni, anche se sempre affascinante e costruito assai bene (anche se, ancora una volta, l’assassino è, per il lettore esperto, molto facile da trovare: io l’ho trovato almeno 150 pagine prima della conclusione. C’era una voce che mi diceva che proprio lui doveva essere: ed in effetti non ho sbagliato. Il fatto è che Connington è sempre troppo rispettoso del lettore, e molto spesso dice troppo degli indiziati, quasi ne sbandiera le peculiarità, per cui…ad un certo punto, chi abbia una memoria analitica di quello che abbia letto e che sappia che 2+2 fa sempre 4, non può non capire chi sia l’assassino, per quanto improbabile). In questo caso abbiamo un poliziotto, William Danbury, che è desideroso di mettersi in luce, ma per farlo avrebbe bisogno di qualcosa veramente interessante, che neanche a farlo apposta, gli capita sotto il naso: mentre è di ronda di notte, il signor Geddington che abita al civico Grove N.5, lo prega di intervenire in uno stabile, perché si è sentito uno sparo. Danbury trova, non cercandolo, un bel cadavere caldo caldo, in un appartamento sfitto, dove sono in corso lavori di tinteggiatura delle pareti: nel bel mezzo di una camera è il corpo di un uomo, col volto sfigurato da un colpo di pistola sparato in faccia, in mezzo a una barattolo di vernice rovesciato, macchie di sangue sul pavimento ed un fazzoletto che ne è zuppo, e in una latta di vernice, una croce d’oro a forma di Tau. Inoltre, il cadavere indossa guanti, delle scarpe di gomma e ha in tasca uno sfollagente artigianale ma dall’aria assai efficace. Le indagini si presentano subito difficili. Non c’è apparentemente nessun vero indizio, tanto che persino gli abiti sono privi delle targhette riconoscitive, e nessuno degli inquilini dello stabile, a prima vista lo riconosce. Vi è un giornalista free-lance, invadente e a perenne caccia di scoop, Barbican, che è stato il primo ad accorrere ed il primo ad aiutare l’agente Danbury ed il suo collega a isolare la scena del delitto; c’è l’architetto Barnard; c’è George Mitford, ex impiegato d’ufficio che vive assai modestamente con una piccola rendita, e che sogna i luoghi fiabeschi del Giappone; c’è una coppia che invita sempre persone nel loro appartamento, di estrazione sociale elevata o che almeno vuol far ritenere tale; c’è la signora Sternhall, che di origini francesi dà lezioni della sua lingua originale in casa sua, e suo cognato, un tipo deciso ma dall’aria poco raccomandabile: la donna è sola, perché il marito, è sempre fuori per lavoro, ed al momento del rinvenimento del cadavere, è lontano. Insomma una fauna variegata. A questi tipi se ne aggiungono altri due, che assieme ad alcuni inquilini, sono soliti frequentare casa Sternhall per imparare o affinare il francese: c’è Ambrose Bracknell, un giovane ed aitante predicatore di una setta cristiana, e Miss Huntingdon, una ragazza che ne è innamorata. Fato sta che il cadavere, ricomposto,e soprattutto il viso pulito dal sangue e reso presentabile, fanno sì che il cadavere sia riconosciuto e associato al signor Sternhall che al momento della morte sarebbe dovuto essere lontano, e che invece era vicinissimo a casa sua. Si scoprirà che egli conduceva una doppia vita, perché aveva due mogli: quindi era bigamo. Che aveva licenziato un povero impiegato e lo aveva perseguitato, e che lui stesso era stato perseguitato a sua volta da un ricattatore che conosceva i suoi segreti. Che Bracknell era quello che aveva perso nella colluttazione con Sternhall il ciondolo a forma di Tau, ma non ne era stato lui l’assassino; e che per allontanare da sé i sospetti della polizia non aveva esitato a mettere in mezzo Miss Huntingdon che di lui era infatuata: insomma un bel farabutto! E che la signora Sternhall aveva taciuto molte cose a Sir Clinton Driffield, Capo della Polizia e protagonista dei molti romanzi di Connington. Il cadavere non sarà il solo nel prosieguo del romanzo ma sarà accompagnato da un secondo, quello dell’impiegato (era lui quello che guarda caso era stato licenziato da Sternhall) che impaziente di guadagnare i mille dollari messi come taglia per chi avrebbe rivelato alla polizia dei particolari utili ad acchiappare l’assassino, li sbandiera incautamente facendo riferimento ad una lettera che intende inviare proprio all’attenzione del Capo della Polizia: proprio questa avventatezza gli costerà la morte. L’assassino, che se qualcuno non l’avesse già individuato, si capisce lapallissianamente ora chi possa essere, lo ucciderà simulando un suicidio in una Camera Chiusa. Che verrà invece riconosciuto come omicidio quando intorno al cadavere si riconosceranno due tipi diversi di sangue. Toccherà a Sir Clinton nelle ultime pagine, con l’aiuto del suo amico Wendover (una specie di dottor Watson, ma molto più acuto del compagno di Sherlock Holmes), inchiodare l’assassino (casomai non si fosse ancora capito chi potesse essere) e spiegare i punti oscuri del dramma, anche se le ultime pagine non precedono la rivelazione finale, ma ne sono solo un riassunto ricapitolativo, giacchè l’assassino vien rivelato già a pag. 215 ( ma io l’ho capito già abbastanza presto, sulla base anche di un motivo che ricorre in tutti gli assassini sia di carta che reali) cioè venti pagine prima che viene arrestato. Se il romanzo, nella successione dei titoli di Connington, perde parecchio in atmosfera e acquista nella creazione dell’enigma e nella sua soluzione (ma quella della Camera Chiusa è alquanto criptica), un carattere è riconoscibilissimo, in quanto è un vero e proprio marchio della produzione di Connington: come abbiamo detto J.J.Connington in realtà era un grande scienziato, e in tutti i suoi romanzi, Stewart introdusse una qualche diavoleria elettronica, o una qualche invenzione oppure un qualche espediente che avesse contatti con la fisica o la chimica. In questo romanzo, particolarmente interessante è l’analisi sanguigna dei vasi e degli organi del cadavere, ed il confronto con il sangue trovato sul pavimento, partendo dal presupposto notevole che se fosse stato sangue sgorgato dalla ferita, esso si sarebbe dovuto coagulare tutto negli stessi tempi. Ed invece il fatto che vi sia del sangue coagulato e invece del sangue fresco rinforza l’ipotesi di una manomissione della scena del delitto. Inoltre vi è il dato caratteristico dell’assenza di impronte, ottenuta utilizzando polvere di licopodio. Il licopodio (Lycopodium) è un genere di piante vascolari appartenente alla famiglia delle Lycopodiaceae., abbastanza diffuso in tutto il mondo. Le sue spore, essendo altamente infiammabili, vengono utilizzate per spettacoli pirotecnici e anche circensi. Tuttavia in questo romanzo, A.W.Stewart sfruttò la capacità propria della polvere di licopodio, di essere refrattaria all’acqua, in quanto dotata di grandi proprietà assorbenti, e per questa sua proprietà, specificamente utilizzata nell’industria farmaceutica: siccome il sudore è in percentuale composto da una certa quantità di acqua, ricoperti i polpastrelli di licopodio, essi non avrebbero lasciato impronte digitali. Un’altra caratteristica saliente del romanzo, è che esso comincia senza una introduzione (in uso di altri romanzieri britannici del tempo: Christie, Marsh, Heyer) in cui venga anticipata la genesi del delitto: in questo, il romanzo si avvicina molto a quello che è il romanzo americano. Sostanzialmente, infatti, una delle differenze di struttura del romanzo poliziesco americano, da quello anglosassone per eccellenza, è l’assenza di una introduzione: il romanzo comincia col delitto, e solo allora cominciano le indagini di cui è partecipe il lettore: in altre parole il lettore viene assimilato al detective. Da ciò, verrà originata la tendenza, per esempio in Queen, a indire una tenzone tra scrittore e lettore, con la Sfida al lettore. Invece nel romanzo poliziesco britannico, prima del delitto, vi è una introduzione che introduce il lettore all’ambiente in cui avviene il delitto; cioè in altre parole, il lettore viene assimilato al narratore.
Mi sembra una differenza sostanziale. Perché se in quello britannico, il lettore è avvantaggiato rispetto al detective perché ha assistito ad avvenimenti di cui il detective non sa nulla, e quindi la soluzione finale sarà ancora più una sconfitta del lettore, perché avvenuta per opera di chi non sapeva nulla ed invece è riuscito ad arrivare primo, in quello americano, il lettore è davvero sullo stesso piano del detective, e quindi la tenzone è svolta con pari intensità dalle due parti e c’è davvero la possibilità che il lettore pareggi la capacità del detective di risolvere il problema. Nella sua sostanza, il romanzo sembrebbe un archetipo di un procedural, in quanto, come in tutti i Connington, le indagini sono svolte dalla polizia; tuttavia ad agire è il Capo della Polizia, che si comporta come un vero e proprio investigatore, supportato però da altri organi di polizia. Non è un caso unico: infatti, più o meno negli stessi anni, nasceva nell’altra parte del Globo, dalla penna di Anthony Abbot, un altro investigatore simile: Il Capo della Polizia, Commissario Thatcher Colt. La curiosità è che in questo romanzo vi è una Camera Chiusa, non conosciuta ai più. Scritta nello stesso anno de Le tre bare di Carr , nel 1935, presenta singolarmente parecchi caratteri che la collegano proprio a Carr, direi a The Hollow Man, del 1935; e a The Gilded Man, romanzo di Carter Dickson (John Dickson Carr) con Henry Merrivale, del 1942. Innanzitutto il soggetto: il proprietario di casa che vien trovato mascherato, con guanti di gomma e scarpe di gomma, ed uno sfollagente in tasca; lì il padrone di casa veste i panni di un ladro in casa sua, con tanto di guanti e scarpe di gomma,anche lì non si capisce che ci faccia nel luogo dove viene trovato, e anche lui viene aggredito: la sola differenza è che in quel caso viene ferito gravemente, mentre qui viene ucciso. Anche lì come qui c’è una Camera Chiusa, ma quello che mi interessa far notare è che ancora una volta, a me sembrerebbe che sia stato Carr a prendere a modello Connington, e non viceversa. Le date di pubblicazione sono infatti emblematiche: ma nella sua sostanza, il romanzo differisce molto da altri più classici. Qui la messinscena del delitto avvicina il romanzo molto ai più celebrati Carr (erano già apparsi parecchi romanzi di Carr, con le sue caratteristiche, prima del 1935) : c’è la tipica tendenza ad inscenare una situazione in cui più elementi appaiono bizzarri, in cui ciascuno di essi propone a sua volta un sottomistero che deve’essere spiegato. Interessante mi sembra inoltre la doppia asserzione di Sir Clinton a riguardo delle Camere Chiuse. A pag. 197 afferma: “..Sono sempre un po’ scettico riguardo alle camere chiuse – disse seccamente Sir Clinton – mi sono già venuti in mente sei modi in cui sarebbe stato possibile eseguire il trucchetto di una camera chiusa a chiave dall’interno. Giusto come esercizio intellettuale, sai?” Reitera il concetto a pag.226: “…perché avevo pensato parecchio a quei casi di camera chiusa, giusto per esercitarmi mentalmente”. Si tratta di un altro esempio di introduzione alla Conferenza di Fell di Carr in The Hollow Man, prima che fosse concepita: credo proprio, a questo punto, che si renderà evidente un’ulteriore allargamento della mia Storia delle Dissertazioni sulle Camere Chiuse, pubblicata sul Blog Mondadori.

Pietro De Palma

giovedì 27 ottobre 2016

Peter Lovesey – Il Signore dell’Enigma (Bloodhounds, 1996) – trad. Mauro Boncompagni – Il Giallo Mondadori N. 2532 del 1997, pagg. 362.

Nel panorama contemporaneo degli scrittori di romanzi gialli, specializzati nel genere classico, Peter Lovesey ha un posto di rilievo. Nato a Whitton, nel 1936, Lovesey ha passato varie vicissitudini: nel 1944 la sua casa fu distrutta durante un bombardamento tedesco; aveva la passione dello sport e si dilettò in atletica, ma ben presto capì che non era la sua strada; frequentò l’Università dove conobbe la sua attuale moglie; si dedicò all’insegnamento ma poi vi preferì la carriera di scrittore a tempo pieno. Vive vicino Chichester. Ha firmato col suo vero nominativo tutti i suoi romanzi tranne tre, firmati invece con quello di Petert Lear. Anche suo figlio Phil scrive romanzi polizieschi.
Le sue serie sono incentrate su personaggi come  il sergente Cribb, l’agente Thackeray, Bertie (ossia Alberto, principe di Galles) e Peter Diamond. I suoi romanzi hanno meritato molti premi: nel 1976 con Swing, Swing Together ha vinto il Grand Prix de Littérature Policière; nel 1978 ha vinto il premio Silver Dagger Award con il romanzo Waxwork (bissato nel 1995 con The Summon, e nel 1996 con Bloodhounds); quattro anni dopo ha conquistato l’ambito Gold Dagger Award con il romanzo The False Inspector Dew. Ha vinto anche il Prix du Roman d’Aventures con il romanzo A Case of Spirits, il Premio Macavity  con Bloodhounds (bissato nel 2004 con The house sitter) e con lo stesso romanzo anche il Premio Barry. Ha vinto anche il Premio Cartier Diamond Dagger nel 2004, e il Premio Agatha alla carriera del 2008. Nel 1988, il suo Rough Cider è stato selezionato nella cinquina finale dell’ MWA Edgar Award., cosa ripetutasi nel 1996 con The Summons.
Bloodhounds, tradotto e pubblicato in Italia come “Il Signore dell’Enigma”, è dedicato a John Dickson Carr.
Un gruppo di affezionati lettori di gialli, noti come i Segugi, si riuniscono in una cappella sotterranea della Chiesa dei SS. Michele e Paolo, a Bath. Sono: Milo Motion, Hilda Childmark, Jessica Shaw, Polly Wycherley, Rupert Darby, Sid Towers. A questi, un giorno si unisce anche  Shirley-Ann Miller. Ella si fa subito conoscere per la sua versatilità di conoscenze nel genere e per la sua amabilità. I Segugi sono versati soprattutto al Mystery, mentre in qualche modo aborriscono il resto. Al loro interno, Shirley-Ann riconosce delle dinamiche non certo idilliache, che le fa ben capire come, al di là delle conoscenze simili, gli affiliati al gruppo non siano tutti uniti da sentimenti di salda amicizia: già lo vede quando un giorno Rupert porta il suo cane dabbasso, provocando le ire di alcuni, e soprattutto di Hilda Chilmark, una vecchia erede di famiglia illustre ma caduta in rovina, che però, non memore di ciò, tratta gli altri come fossero una spanna sotto di sé. L’atteggiamento di rifiuto nei confronti di Rupert e del suo cane, si accentua in altra occasione, durante la quale sia Sid Towers che Milo Motion (entrambi patiti di Carr) avrebbero dovuto portare con sé una copia di The Hollow Man, per discuterne nel gruppo, leggendo anche la Conferenza del dottor Fell: in questa occasione, proprio la signora Chilmark ha un attacco di iperventilazione, da cui rinviene per intervento di Jessica Show che dopo aver rimediato un sacchetto di carta, dove Motion teneva la sua copia del Carr, la fornisce alla Chilmark perché questa possa ripristinare la corretta respirazione. Fatto sta che l’incidente fornisce l’occasione di introdurre dentro la copia del romanzo di Carr, di proprietà di Syd Tower, un rarissimo francobollo nero da 1 penny, rubato qualche giorno prima da un museo cittadino, furto che era stato preventivamente annunciato da un messaggio, in forma di quartina, e che aveva allertato la polizia cittadina: lo stesso Peter Diamond, sovrintendente della polizia di Bath, e capo della sezione omicidi, aveva dovuto fornire all’ispettore Wigfull, incaricato di approntare il piano per catturare i ladri e poi, dopo il furto, di recuperare il francobollo trafugato, alcuni suoi uomini, tra cui l’ispettrice Julia Hargreves, suo braccio destro.
Nel momento in cui il francobollo riappare, nel corso della riunione dei Segugi, e dopo l’attacco di iperventilazione di Hilda Chilmark, si insinua il sospetto (anche nel lettore) che uno dei Segugi possa essere stato il ladro del francobollo.
Syd, dopo un confronto con gli altri Segugi, decide di andare al Posto di Polizia, e denunciare il ritrovamento, nel suo libro, che giura di non aver mai lasciato dal momento in cui l’ha preso a bordo della sua barca, dove vive. Fatto sta che Syd, dopo aver denunciato la cosa in più interrogatori, ed esser riuscito a dimostrare la sua estraneità al furto del penny, ritorna alla barca di sua proprietà, in compagnia di John Wigfull, e, dopo aver aperto il lucchetto con cui tiene chiusa la cabina, vi trova morto stecchito Milo Motion: il lucchetto è di tipo speciale, tedesco, con due sole chiavi che possano aprirlo, di cui una è caduta nello specchio d’acqua dove è ancorata la barca più di un anno prima; la cabina non ha altre aperture, se non un’altra porta che è però sprangata dal di dentro da numerosi catenacci; Syd giura che la sola chiave che possa aprire il lucchetto è stata sempre nelle sue mani, e nello stesso tempo si professa innocente. Il prosieguo delle indagini dimostrerà che non è lui l’assassino. Come ha fatto Milo Motion a entrare nella cabina e perché? Come ha fatto qualcuno a ucciderlo e riuscire non solo ad aprire un lucchetto che Syd giura di aver chiuso, ma anche a chiuderlo, stante l’impossibilità materiale che quel lucchetto possa avere altra chiave per aprirlo? E soprattutto, perché è stato ucciso?
La cosa più incredibile è che l’omicidio impossibile sembra essere stato preventivamente annunciato da un’altra quartina, di cui il significato prima incomprensibile viene successivamente messo in relazione proprio al romanzo di Carr. E’ chiaro a questo punto che, se prima qualcuno aveva avanzato l’ipotesi che il ladro sarebbe potuto essere uno dei Segugi, ora deve esserci tra gli stessi anche un omicida, salvo poi che lo stesso ladro non si sia macchiato anche di omicidio.
Varie ipotesi si faranno strada sull’identità del ladro, anche in grado di spiegare l’omicidio, ma alla risoluzione si arriverà solo alla fine del romanzo, dopo che ben due ipotesi circa la soluzione della Camera Chiusa si saranno fatte ammirare (la seconda, quella di Diamond, distruggerà la prima di Wigfull, dopo il ritrovamento, da parte dei sommozzatori della polizia, della prima chiave del lucchetto) per genialità ed estrosità, dopo che un secondo omicidio avrà gettato altra sabbia negli occhi degli inquirenti (verrà ucciso Rupert Darby, personaggio scomodo ed inviso ai più, che qualcuno aveva supposto esser stato l’accusatore di Jessica, all’apertura di una mostra pittorica presso la Galleria di cui lei era proprietaria, per la morte di Milo, e l’autore di un “Je t’accuse” scritto con la vernice bianca su una delle vetrine della galleria); e dopo che qualcuno avrà cominciato a sospettare anche un ricatto al danno di altra appartenente dei Segugi, per una gravidanza scomoda e la nascita di un figlio segreto, sempre gravitante nel gruppo dei Segugi.
Il romanzo non ha neppure un finale scontato, perché ben due finali si susseguiranno serrati: il primo, con due colpevoli quasi sicuri ma troppo annunciati, ed un altro, quello definitivo, con un colpevole per nulla scontato, non lontano dall’azione e nello stesso tempo mai tenuto presente nelle indagini, e riportato sotto le luci dei riflettori, solo dopo la riflessione finale di Diamond.
Romanzo bellissimo e spettacolare, presenta un’incredibile varietà di personaggi ( e quindi di moventi), pur all’interno di una struttura narrativa, già consolidata e affrontata in altri romanzi da altri scrittori: infatti l’associazione cosiddetta di Segugi, formata da lettori e appassionati cultori di gialli, è solo l’ultima in ordine di tempo, tra le tante che l’hanno preceduta: basterà ricordare quella dei Vedovi Neri di Asimov, o quella dei Sette Solutori di Sladek in Invisibile Green, o ancora i tre amici appassionati di gialli, che si affronteranno in Gammal Ost di Ulf Durling. Tuttavia è il caso di ricordare che Lovesey, introduce nel romanzo anche una vena decisamente umoristica, e ironica (basterà ricordare che i Segugi son fatti incontrare in una cappella sotterranea di una chiesa, neanche fossero gli adepti di una setta, nel cui ambito si scontrano rivalità, odii, e vengono perpetrati furti, ricatti e omicidi: una setta satanica, quasi): è come se lo stesso autore ironizzasse su chi il mystery lo prende terribilmente sul serio.
Lovesey però imprime in questo romanzo, un suo marchio riconoscibilissimo: l’omaggio a John Dickson Carr, ricordato dall’inizio alla fine, attraverso accenni, citazioni e conferenze, che hanno come riferimento, il romanzo più ricordato di quello: The Hollow Man, Le tre bare. Questo omaggio non è però solo formale ma anche sostanziale in quanto viene elaborato un doppio enigma da Camera Chiusa: un assassinio in una cabina di una barca, ermeticamente chiusa dall’esterno per mezzo di un lucchetto a prova di ladro, e dall’interno da un’altra porta chiusa per mezzo di un catenaccio; l’apparizione di un francobollo rarissimo, rubato da un museo, in un libro che il possessore giura di non aver mai depositato altrove (e non è lui l’assassino!).
A questo si aggiunge la vena leggera di cui è impregnato il romanzo, l’humour sempre presente, la ridda dei sospetti, le piste vere e false, le invenzioni scoppiettanti che non sono mai definitive ma lasciano sempre una seconda possibilità al ragionamento.
Diversamente da altri autori che tengono alto il ritmo con trovate affini all’action, Lovesey riesce ad attrarre l’attenzione del lettore (che non scema mai fino alla fine) solo con le ripetute trovate. Anzi, il fatto che a venti pagine dalla fine, Lovesey faccia intravedere un possibile sospettabile, non è per me da mettere in relazione con la tendenza di alcuni scrittori di vecchia scuola di utilizzare le ultime pagine, come una sorta di riepilogo che spieghi i fatti precedenti, quanto con il fatto che l’autore stia lanciando un’altra falsa esca, sì che la verità ultima sia ricercata altrove: è il vecchio presupposto di Agatha Christie, in base al quale perché il quadro della situazione possa dirsi risolto in tutto, è necessario che tutte le tessere del mosaico vadano a posto, non forzando in alcun modo il loro inserimento.
L’unica cosa che lascia qua e là interdetti è la spiegazione nascosta di un determinato evento, non comunicata al lettore immediatamente e invece rivelata solo in un secondo momento (gli spruzzi della vernice bianca non solo sul basco di Rupert ma anche sul mantello del pelo del suo cane, che non era stato da lui portato al vernissage della mostra di pittura), anche se si capisce subito la sua portata: tiene alta l’attenzione del lettore spettatore sull’ipostesi contestuale, finchè non viene rivelato il particolare nascosto, che porta ad una soluzione diametralmente diversa, anche se non definitiva per quanto attiene la scoperta dell’assassino.
L’attenzione di Lovesey sulle personalità degli attori del dramma, per di più, non è per nulla relativa: lo dimostra l’influenza che tutti i personaggi hanno nello svolgimento dell’azione narrativa: persino quella che sembrerebbe essere l’unica persona a non poter essere inserita nel gruppo dei sospettabili, perché l’unica ad essere entrata a far parte del gruppo dei Segugi, avrà una parte importantissima seppure indiretta, ed entrerà di prepotenza nella soluzione finale,a nche se non personalmente.
Così nel romanzo, l’andamento dell’azione vedrà l’inizio coincidente nella fine e viceversa.

Pietro De Palma

P.S.
Notizie più dettagliate sull’autore, nel suo sito:
http://peterlovesey.com/about

Noël Windry: Il giudice è in vacanza (Le Piège aux diamants, 1933) – trad. Alberto Tedeschi – G.E.M. n. 167 del 1940

Noel Vindry è una figura storica del romanzo poliziesco francese ad enigma e in particolare delle Camere Chiuse. 
Nato nel 1896 nell’Alta Savoia e morto a Parigi nel 1954, egli, avvocato e poi giudice, giudice istruttore, creò un personaggio in cui trasfondere la propria attività, conferendogli una grande calma, riflessione e capacità di analizzare a fondo un problema; una grande cultura, unita all’amore per la buona cucina; e facendone un gran fumatore di pipa. In sostanza nel giudice Allou si possono tranquillamente notare i caratteri di almeno sei grandi detective, a lui precedenti in quanto ad apparizione (e a me pare evidente che Alan Twist di Halter sia molto vicino, come caratterizzazione del personaggio, ad Allou). Vindry consegnò alle stampe dodici romanzi, con il giudice Allou, tutte Camere Chiuse. Di essi, pochissimi sono stati ristampati in epoca moderna, e sul mercato dell’antiquariato librario e del collezionismo, i Vindry essensdo difficili a trovarsi, sono anche piuttosto costosi. 
Ecco la serie originale:
  • La Maison qui tue, Gallimard, « Chefs-d’œuvre du roman d’aventures », 1931
  • Le Loup du Grand-Aboy, Gallimard, « Chefs-d’œuvre du roman d’aventures », 1932
  • La Fuite des morts, Gallimard, « Chefs-d’œuvre du roman d’aventures », 1933
  • Le Piège aux diamants, Gallimard, « Chefs-d’œuvre du roman d’aventures », 1933
  • Le Fantôme de midi, Gallimard, « Chefs-d’œuvre du roman d’aventures », 1934
  • La Bête hurlante, Gallimard, 1934
  • L’Armoire aux poisons, Gallimard, 1934
  • Le Collier de sang, Gallimard, 1934
  • Le Cri des mouettes, Gallimard, 1934
  • Le Double Alibi, Gallimard, 1934
  • Masques noirs, Gallimard, 1935
  • À travers les murailles, Gallimard, 1937
  • Les Verres noirs, Gallimard, « Le Scarabée d’Or » no 16, 1938
Di Noel Vindry, sono stati pubblicati solo tre romanzi in Italia, due in libro (La Maison qui tue e Le Piège aux diamants ) ed uno sotto forma di romanzo a puntate su rivista (Les Verres noirs).
E’ bene subito dire che l’edizione GEM, tradotta da Alberto Tedeschi, direttore e alla bisogna anche traduttore, fu massacrata. Perché ? L’interrogativo non riguarda tanto la sostanza, perché i GEM erano pubblicazioni popolari, estremamente ridotte, rispetto alle più lussuose e sovra-copertinate Palmine, romanzi che venivano opportunamente tagliati nelle traduzioni e presentati in paperback. L’interrogativo che mi pongo, che pongo e che rimarrà purtroppo senza risposta, è perché mai proprio un romanzo di Vindry, l’unico poi di cui Mondadori avesse acquisito i diritti, venne sottoposto a questa infame tosura e quindi non pubblicato integralmente nelle Palmine ed invece lo furono altri romanzi, per esempio i due di Marquand, con Mr. Moto, certamente meno importanti? Io penso per una ragione. Tedeschi non amava Carr, e non amava i francesi. Aveva pubblicato uno dei capolavori di Very nelle Palmine, e uno Steeman. Ma pur essendo due Camere Chiuse, gli autori erano più conosciuti in Italia rispetto a Vindry. Persino i due Marquand avrebbero potuto, immagino io, nelle aspirazioni di Tedeschi, che gestiva con poteri assoluti quasi la collana, rendere di più, perché Mr. Moto è affine a Charlie Chan, è un detective asiatico, e come tale avrebbe potuto far ricordare al lettore attento il protagonista dei romanzi di Biggers. Fatto sta che proprio per il taglio importante del romanzo e per aver fatto più un lavoro di collage che non di vera traduzione, il romanzo è molto difficilmente leggibile e non ha un grande respiro. Però il fascino dell’atmosfera rimane tutta, perché è il tema del romanzo che le dona un fascino tutto suo.
E’ bene anticipare qui anche che il protagonista non è tanto  il Giudice Allou, protagonista dei dodici romanzi di Vindry, quanto il suo collega Dampierre, incaricato delle indagini. Allou, compare in un secondo tempo, come accade nel primo romanzo di Carter Dickson con H.M., e diventa quindi il “deus ex-machina” della ricostruzione e della soluzione finale.
Gli attori principali del dramma sono i tre soci delle “Gallerie del Porto”: Flavio Dancour, suo fratello Paul e André Caroux. Il padrone originario è Flavio che però ben presto, accortosi di aver intrapreso un’attività ben al di là delle proprie forze, si consocia con un amico e con il fratello Paul. I due, per arricchirsi alle spalle dell’ingenuo Flavio, fraudolentemente fanno in modo che i suoi affari vadano alla malora e in più gli concedono un prestito che sanno non potrà mai essere onorato. Insomma, ben presto, contro Flavio viene spiccato un mandato di arresto per bancarotta fraudolenta. Solo in extremis il fratello Paul si ravvede, e pure avaro e taccagno qual è, concede un sostegno di settantacinquemila franchi a Flavio e la possibilità di fuggire in motoscafo, giacchè per la legge francese il domicilio era inviolabile dal tramonto fino all’alba e quindi Dalcour, a meno che non si consegni lui alle forze di polizia, dovrà essere arrestato all’alba, e fino a quel momento il commissario Laurent e degli agenti circonderanno la casa impedendo a qualsiasi persona, che fosse in quella casa, di uscire senza essere da loro intercettato. Durante l’assedio, Flavio verrà visto affacciarsi alla finestra e rispondere al richiamo della polizia ad arrendersi e verrà scorto da un agente arrampicatosi fin sotto alla finestra, prima seduto ad un tavolo, poi per terra. Il fatto è che prima che venga visto per terra, si sente chiarissimo un colpo di pistola, poi viene visto il corpo di Flavio per terra ed allora si è inclini a pensare che si sia ucciso. In realtà non tutto va così.
Infatti, nonostante lo sparo, la polizia non entra in casa perché la porta è dotata di serratura particolare. Tuttavia vedono un’auto avvicinarsi sempre più: è il dottor Rufare, amico della vittima, il quale era spaventato per dei rumori di passi e per questo gli ha chiesto di venire subito. Tuttavia nessuno può essere uscito, perché c’è il cordone di polizia tutt’attorno. Ma quando entrano, e trovano Dacour riverso per terra, il dottore, visitandolo attesta che è stato ucciso con un corpo contundente che gli ha fratturato il cranio. Mentre il dottore visita il cadavere, i poliziotti e il commissario perquisiscono la casa, mentre il figlio del dottore sta sulla porta di casa, non sopportando la vista di un cadavere.
Non trovano nessuno. E neanche la pistola. E non può essere scappato, perché l’uscita era presidiata da Pierre, il figlio di Rufare. E allora? Come ha fatto l’assassino a fuggire?
Al primo mistero se ne aggiungono degli altri.
Il dottore afferma di avere visto in casa di Dalcour 5 meravigliosi brillanti azzurri, stimati trecentomila franchi, che evidentemente la vittima aveva sperato di portare via con sé. Ma i 5 brillanti non si trovano: erano in una cassettina di ferro, che si apriva con un congegno a scatto attivabile mediante un segreto. Ma brillanti e cassettina non si trovano: il delitto è la conseguenza di un furto? L’assassino è il ladro?
La polizia mette gli occhi sulla ex domestica di Dalcour passata da pochi giorni a servizio da Caroux: può esser stata lei a trafugare i brillanti. La polizia non crede alle sue parole e l’arresta. Il fatto è che la polizia è convinta che ci siano due responsabili: l’assassino e Giannina Arlaud, la domestica. Perché le impronte rinvenute su un candelabro di argento, non appartengono ad alcuno dei sospetti, tantomeno a Giannina.
Qualche giorno dopo, viene trovato morto Paul Dalcour, fratello di Flavio: è stato trovato nella sua povera stanza (non era povero, ma viveva da povero per non spendere soldi ) chiusa dall’interno, asfissiato dal gas; sul tavolo una lettera in cui si proclama assassino del fratello. Solo che le impronte sul candelabro non sono le sue.
Emerge un altro fatto importante ora: Flavio, otto giorni prima di morire, aveva ceduto i brillanti a suo fratello Paul, in cambio di un assegno di duecentocinquantamila franchi. Perché allora Rufare ha detto di averli visti a casa di Flavio? Mentre Giannina dice di non vederli più almeno da due settimane, e il tempo coinciderebbe con la vendita degli stessi? O Flavio non li ha venduti e allora la notizia è falsa, oppure li ha venduti e Rufare ha mentito. Ma perché? Rufare dev’essere estraneo al delitto: del resto la telefonata dal suo amico è stata fatta. Per quale motivo Dalcour avrebbe chiamato proprio il suo assassino? Ma poi come avrebbe fatto ad ucciderlo, se non c’era quando Dalcour è morto? No, è un’ipotesi che non regge. Rufare dev’essere estraneo.
Come insolita e fonte di dubbi è la faccenda di Paul Dalcour. Per quale motivo egli si sarebbe dichiarato responsabile della morte del fratello se gli aveva dato un assegno per  duecentocinquantamila franchi a fronte dei cinque brillanti? E ancora più strana è la questione dell’omicidio: per quale motivo sarebbe stato ucciso se non aveva già più i diamanti? Forse l’assassino non lo sapeva, un assassino ignoto ancora nella vicenda.
Un nuovo colpo di scena esplode. La polizia riceve una telefonata anonima e intercetta due ladri che hanno compiuto un furto in appartamento e la casa è quella di Caroux: essi stanno portando via una cassettina, che viene riconosciuta da Rufare, come quella dell’amico. Dopo averla fatta scassinare, vi trovano dentro, immersi nella bambagia, cinque brillanti azzurri. Conseguenza possibile? Se Caroux aveva i brillanti, è chiaro che egli è l’assassino. Si pone sempre il problema: come avrà fatto? Caroux viene arrestato: ladro e assassino sono la stessa persona. Almeno così parrebbe.
Ma un nuovo sconvolgimento accade: i cinque brillanti, analizzati, sono falsi: per quale motivo avrebbe ammazzato Dalcour? Per cinque brillanti azzurri falsi? Caroux non lo sapeva? E perché Dalcour aveva 5 brillanti falsi, quando aveva venduto quelli veri al fratello, ora scomparsi?
Si presenta un gioielliere spontaneamente e consegna alla polizia un brillante, che è stato da lui acquistato a casa di una vecchia megera, a lui presentatasi per la vendita: essa viene identificata nella domestica di Paul Dacour. Insomma un nuovo personaggio entra nella vicenda: che ruolo ha?
Come ha fatto ad entrare in possesso dei brillanti? Possibile che il suo padrone, avaro e taccagno anche in punto di morte (andava a letto presto per non consumare la luce, e risparmiava sull’inchiostro e sui pennini, e utilizzava come carta da lettera quella ricavata da altri fogli già utilizzati) gliel’avesse detto e si fidasse tanto di lei?
Caroux prima si dichiara estraneo alla vicenda, poi chiama in causa Rufare e Giannina. Rufare, messo alle strette, rivela il vero fine di Dalcour, che lo aveva “costretto” a rimanere invece di fuggire subito: tentare una truffa, vendendo all’amico, ma anche socio di Caroux in operazioni finanziarie al limite della legalità, i cinque pezzi di vetro abilmente contraffatti.
Le indagini sono ad punto di stallo: perché se è vero che Caroux è stato arrestato con l’accusa di furto, non c’è nessuna prova che egli abbia ucciso Dalcour, né la polizia ha prove per dimostrarlo.
Entra in scena a questo punto il giudice Allou, amico del cugino del giudice Dampierre, il quale, non volendo umiliare il collega, preferisce che sia quello a dedurre, dopo aver raccolto delle prove. Allou è già molto conosciuto per aver risolto brillantemente dei casi insoluti di Camera Chiusa. Dopo aver posto sulla bilancia delle domande che nessuno si era posto (Dalcour aveva un’assicurazione sulla vita? Chi ha fatto la telefonata alla polizia che ha permesso di bloccare i due ladri? Sono davvero i brillanti il movente dell’omicidio?), Allou provoca l’azione del collega. Le indagini permettono di identificare il misterioso informatore nella persona del dott. Rufare: come sapeva egli che Caroux aveva rubato i diamanti? Rufare rientra nell’inchiesta, gli vengono prese le impronte digitali, ed ecco..queste sono quelle trovate sul candelabro. Capovolgimento della situazione: Caroux non è più l’assassino, ma solo il ladro; Rufare è l’assassino. Ma come avrebbe mai fatto? E allora Paul Dalcour perché si è dichiarato assassino del fratello?
Allou propone la sua verità: Rufare non avrebbe ucciso ma solo tentato un’estorsione. Ma allora chi è stato? E come ha fatto? In un pirotecnico susseguirsi di eventi e rivelazioni, Allou identificherà l’assassino, il ruolo di un complice, il mistero della pistola scomparsa, di quella degli altri quattro brillanti e dell’assegno di duecentocinquantamila franchi.
Romanzo pirotecnico, propone una continua inversione di ruoli e situazioni, giungendo sul finire del romanzo a proporre una ipotesi sconvolgente: un omicidio che diventa suicidio e un suicidio che diventa omicidio, riuscendo a ricostruire esattamente la vicenda e il ruolo di ogni singolo protagonista. Il continuo turbillon di avvenimenti, di rivelazioni e di controrivelazioni che annullano le precedenti creano uno spaesamento del lettore che, avvinto dagli avvenimenti, non riesce più a capire nulla. Confesso che persino il sottoscritto, che ne ha letti tanti di romanzi, non avrebbe mai pensato alla possibilità di invertire la sostanza delle morti dei fratelli. Veramente un romanzo straordinario.
Del resto il coinvolgimento di Rufare nella vicenda si estrinseca in una messinscena: i passi che Dalcour aveva sentito, sono solo un depistaggio, per… Ma allora in cosa c’entra? Come mai non è l’assassino se sul candelabro che ha provocato la morte di Dalcour c’erano le sue impronte? Ma Dalcour è morto per la frattura oppure no? E perché lui avrebbe attestato la morte di Dalcour? E perché l’autopsia rivela la frattura effettivamente? Insomma di carne sul fuoco Vindry ne mette tanta!
Ricordiamoci che il romanzo, il terzo nella successione dei dodici di Vindry, è del 1933.
Nel 1941 Agatha Christie consegnerà alla storia un romanzo che farà epoca ed influenzerà tutto il genere: Evil Under the Sun. Vi ricordate l’escamotage del romanzo? Beh, è anticipato in questo, né più né meno. Possibile che la Christie abbia copiato l’idea di Vindry? Possibilissimo direi, visto che stranamente anche quella di un romanzo di Steeman, Six hommes morts, si ritrova nel suo capolavoro Ten Little Niggers, e in quello di Bristow & Manning, The Invisible Host. A mio parere bisognerebbe analizzare l’opera della Christie alla luce anche dell’influenza del romanzo francese. Non a caso lei riconosceva l’enorme influsso dato alla sua velleità di scrivere romanzi polizieschi, di Le mystere de la chambre jaune di Gaston Leroux. In realtà l’accertamento della morte nel romanzo di Agatha Christie porta ad una serie di conseguenze, perché la morte non è ancora avvenuta; mentre nel romanzo di Vindry la morte è avvenuta, ma l’accertamento di essa si esplica con un diverso iter consequenziale. Tuttavia l’idea base è la stessa: un falso accertamento effettuato su un corpo esanime e quello che compie l’accertatore nel momento in cui ha allontanato i presenti.
E Vindry? Indubbiamente già in questo romanzo troviamo un tema che ricorrerà in uno dei suoi capolavori successivi, La Bête hurlante: il fatto che la casa sia circondata da un cordone di polizia che determina l’impossibilità che l’assassino sia riuscito a fuggire. Ma troviamo anche caratteristiche riconducibili anche ad altri romanzieri francesi del periodo: il fatto che al centro della trama non vi sia una caratterizzazione psicologica dei personaggi ma l’enigma. E’ l’enigma, il centro di tutto, intorno a cui si muove la vicenda: in sé per sé la caratterizzazione psicologica è nulla o quasi e anche l’esiguità degli attori fa sì che l’azione si concentri esclusivamente sulla storia, un procedimento che si trova concretizzato anche in Boileau. E’ evidente che Vindry si ponga in maniera antitetica rispetto a Simenon, per cui invece l’enigma non è il fulcro della vicenda ma solo un tassello ed il centro di tutto invece è la psicologia dei personaggi: Vindry è molto più vicino a Carr, anche se Carr in certi suoi romanzi caratterizza i personaggi in maniera più a tutto tondo di quanto non faccia Vindry.
Per lo specialista in letteratura poliziesca Roland Lacourbe, Vindry è l'equivalente francese di John Dickson Carr. Io, tuttavia, la penso diversamente: a mio parere, Vindry più che essere l'equivalente di John Dickson Carr, è l'equivalente di Clayton Rawson. Come Clayton Rawson nella creazione dell'atmosfera  non è il massimo, così accade nei romanzi di Vindry, dove tuttavia la qualità della trama e la soluzione sono di alta qualità, di estrema virtuosità. Quasi in più rispetto al Carr, come accade ad esempio a mio parere nei romanzi di Rawson.

Vindry è vicino a Carr, ma il Carr di Bencolin. E non tanto per la struttura del romanzo come abbiamo detto, ma per certi particolari che sono presenti in It Walks By Night e qui si ripetono:  Vindry comincia a scrivere nel 1931, mentre il primo romanzo di Carr è del 1930; in ambedue, protagonista è un giudice, ancor più juge d’instruction: è lui che risolve il mistero; in Carr il primo Bencolin si trova dinanzi una Camera Chiusa, e guarda caso di quali casi si occupa il giudice Allou? Di Camere Chiuse. 
Tuttavia se Vindry è vicino a Carr, lo è anche per un’altra faccenda: ambedue, ma in realtà anche Boileau spesso, per arrivare alla soluzione, capovolgono la situazione: quando il quadro delle prove non porta a nulla, provano a guardare il problema da una diversa prospettiva, che spesso è opposta. Sia Bencolin o Fell (o H.M.) sia Allou hanno la capacità di staccarsi dal mondo reale e guardare la successione degli eventi come se il loro spirito si fosse librato astralmente, staccandosi dalla materialità degli eventi terreni.

Così come in Hag’s Nook capovolgendo l’ordine delle cose Carr riesce a individuare l’assassino tra il meno probabile, qui Vindry riesce a dargli un nome, anzi a provare la sua colpevolezza, sovvertendo l’ordine delle cose: un assassinio diventa suicidio ed un suicidio diventa omicidio.

Tuttavia, nel momento in cui accade questo rovesciamento di prospettiva, aumenta anche il virtuosismo dell’indagine. Se infatti le cose così avrebbero un senso (Paul Dalcour è stato trovato a letto come se volesse dormire; la lettera che ha lasciato, dato la sua tendenza a utilizzare pezzi di lettera, sarebbe potuta essere un frammento di una lettera più lunga, con un senso diverso rispetto a quello che a prima vista si desumeva: la filiazione dal Chesterton di The Wrong Shape, è chiarissima), gli interrogativi aumentano a dismisura: con l’omicidio, si tende a conoscere l’identità dell’omicida ed il suo modus agendi; con il suicidio, la scomparsa della pistola, dell’assegno, la frattura del cranio, la strana constatazione di decesso di Rufare che collima con quella del medico legale, le sue impronte sul candelabro, ma nello stesso tempo la sua estraneità all’assassinio; e nel tempo stesso, il suicidio che diventa omicidio di Paul, costringe gli inquirenti a confrontarsi con la soluzione di una Camera Chiusa diventata tale. E il tutto, spiegando anche gli alibi.
Così, in sostanza, il capovolgimento dell’ordine delle cose porta Vindry a capovolgere il senso di due Camere Chiuse: spiegando la prima in modo che non lo sia, e spiegando la seconda morte come in effetti una Camera Chiusa, al tempo stesso dandone una soluzione assolutamente lineare.
E’ da dire peraltro che Vindry, a differenza di Agatha Christie e apparentandosi ancora una volta a Carr, non imbroglia per nulla il lettore: il quadro dei fatti è assolutamente quello che è davanti agli occhi de magistrato, quella che cambia è la prospettiva da cui viene guardato il problema e la capacità di immaginare, allontanandosi dal reale.
E per certi versi Vindry, realizza qualcosa di suo, una caratteristica assolutamente personale, nel suo far diventare difficile il facile: diversamente da tutti i comuni detective che cercano in tutti i modi di semplificare la successione degli eventi, riducendo i fattori ai minimi termini, Vindry realizza un absurdum: spiegare l’inspiegabile, facendolo diventare ancora più astruso e più denso di implicazioni recondite, nel tempo stesso spiegandole e dando all’insieme un suo significato.

Pietro De Palma