lunedì 8 agosto 2016

Joseph Commings : Il Fantasma della Galleria (Ghost in the Gallery, 1949) - trad. Alessandra Roccato - Delitti Impossibili N.2 , Garden Editoriale,1993



Joseph Commings è un autore che ogni amante dei Delitti Impossibili e delle Camere Chiuse dovrebbe conoscere.

Nato a Monte Craven nel 1913, Commings sognò per tutta la vita di diventare famoso. Ma nella vita bisogna anche avere fortuna, e Commings non la ebbe, anche se è considerato dalla critica uno dei maggiori autori di storie con delitti impossibili, al pari Hoch, di Rawson o di Carr. Creò il colossale Senatore Brooks U. Banner, l’equivalente del Fell di Carr, che fece esordire nel racconto Murder Under Glass del marzo 1947, pubblicata nella rivista 10 Story Detective. Successivamente cominciò a pubblicare storie in un altro magazine,  Ten Detective Aces  con altro personaggio, Mayor Thomas Landin. Pare che fosse stata una scelta dell’editore, che Commings diversificasse le storie pubblicate qui da quelle pubblicate nell’altro magazine, puntando su un personaggio diverso. Tuttavia tutte le storie pubblicate con Landin vennero poi ristampate cambiando il personaggio nel senatore Banner.  

Il Magazine più importante era E.Q.M.M., ma pur sottoponendo suoi lavori a Dannay, non ebbe la fortuna che essi venissero accolti, non piacendo a Dannay – pare – le caratteristiche del Senatore Banner. Deluso e depresso, Commings non scrisse altri racconti con Banner sino al 1957, quando la rivista Mystery Digest accolse tra le sue pagine sue opere. Se la collaborazione con tale rivista andò avanti sino al 1963 –dal 1961 ne era stato anche redattore capo – fino al 1968 cominciò quella con altra rivista, The Saint Mystery Magazine, per cui pubblicò pochi racconti.

Non riuscendo a tirare avanti facilmente, si improvvisò anche autore di storie porno, visto che i suoi sogni puntualmente si infrangevano; e pure le sue speranze che qualcuno si offrisse di pubblicargli un suo qualche romanzo con Camere Chiuse o Delitti impossibili, cosa che non accadde mai. Si sa però che almeno un romanzo con delle Camere Chiuse lo scrisse, per poi essere bruciato per la disperazione che nessuno accettasse di pubblicarlo.

A partire dal 1979, la fortuna pensò bene di arridergli in minima parte, e finalmente un altro racconto con Banner, scritto a quattro mani con Hoch, potè essere pubblicato, sulla rivista Mike Shayne Mystery Magazine, su cui continuò a scrivere sino al 1984.

Morì a Edgewood nel 1992

L’ultima storia scritta, The Whispering Gallery, rimase inedita finchè fu pubblicata nel 2004,nell’antologia Banner Deadlines, dalla Casa Editrice di Douglas G. Greene, Crippen & Landru.

Ghost in the Gallery, fu pubblicato nel 1949 dalla rivista  Ten Detective Aces  con altro personaggio, Mayor Thomas Landin, e successivamente ripubblicata cambiando solo il personaggio principale.

La storia comincia con un colpo di scena, e già in questo denota una certa originalità: Linda Carewe ha ucciso il marito DeWitt Carewe. E dopo averlo ucciso corre tra le braccia dell’amante Borden Argyll, un affermato pittore. Un classico. Lo ha ucciso propinandogli cinque grani di arsenico. Non è assassina per malvagità e neanche per avidità anche se in questo caso i presupposti ricorrerebbero, ma per necessità: ha sposato il marito otto mesi prima, avendolo conosciuto un anno prima. Nella conoscenza che mai era diventata vero innamoramento quanto invece una sorta di turbamento, erano confluite varie istanze: la ricchezza dell’uomo e la sua modestia economica, e l’età: quaranta lui, ventitre lei. Ma quello che aveva attirato lei era stata la sua energia disumana: ostentava una sicurezza che lei non aveva, e produceva ricchezza laddove gli altri fallivano.  Tuttavia su di lui giravano voci su una sua natura demoniaca che anche se non vere testimoniavano che il fare del bene non era sua prerogativa.

Qual è invero la sorpresa quando Linda vede entrare nella galleria, laddove si trova lei e Borden, proprio suo marito con un ghigno crudele, che rinfaccia loro di non averlo ucciso, perché è immortale o quasi e li sfida a portarer a termine la loro impresa. Detto ciò scompare dietro una curva di un corridoio. Loro gli vanno dietro, tanto per fermarsi davanti ad una porta su cui è scritto AMMINISTRAZIONE. La porta a vetri, fa vedere tutto all’interno della stanza: c’è proprio lui, Satana in persona, DeWitt Carewe dietro una scrivania. Solo lui. Nessun’altra uscita tranne quella dietro cui sono loro. Spegne la lampada che sta sul piano. Argyll a sua volta accende un fiammifero ed apre la porta. Linda non vuole perché teme per la vita di Borden ma qual è la sorpresa quando, dopo aver acceso la luce, trovano nella stanza non DeWitt ma Phillis Remington, la modella di Borden, appena uccisa. Ma DeWitt? Dover si è cacciato? Come è potuto uscire dalla stanza, la cui porta era presidiata dalla moglie, e dentro cui si trovava il pittore che lo aveva ritratto in un quadro che si ispirava al soprannaturale?

Mentre si stanno lambiccando arriva il Direttore della galleria, George Honeywell. Interrogandolo, vengono a sapere che da dove viene lui, cioè dalla sua stanza, non ha visto nessuno. In altra parole. Carewe è scomparso. Mentre camminano nella galleria si trovano dinanzi un quadro dipinto da Borden a soggetto soprannaturale: rappresenta un lupo mannaro che ha le sembianze di DeWitt Carewe intento a dilanbiare le carni di una donna con le fattezze della modella assassinata. Si viene a sapere poi che i due erano stati amanti già prima che lui si sposasse con Linda, e che lei lo ricattava perché non spifferasse alla moglie che avevano continuato a vedersi anche dopo il matrimonio. Il movente dell’omicidio quindi sarebbe il ricatto.

Honeywell va a chiamare la polizia e in quel mentre Linda sente uno strano rumore, simile ad una veneziana che viene abbassata. Solo che nella galleria, veneziane non ve ne sono.

Le ore passano, e la polizia non viene a capo dell’arcano. Borden decide di rivolgersi al Senatore Banner, esperto di delitti impossibili: lo conosce perché lo ha ritratto tempo prima.

Banner viene introdotto nella Galleria da un poliziotto che lì presta servizio.

Dopo aver esposto tutto a Banner, anche dello strano rumore, egli viene a sapere che lì vicino c’è una saletta dove vengono proiettate le ombre cinesi. Srotola lo schermo e vede…

Il racconto è una chicca, un piccolo capolavoro, scelto insieme ad altri racconti, da Jack Adrian & Robert Adey per la loro fortunatissima antologia The Art of The Impossible.

Inutile dire che dietro lo schermo trovano il cadavere di DeWitt Carewe, impiccato. Risolta la sparizione.Il cadavere era in uno spazio di soli trenta centimetri, tra lo schermo e la parete di fondo: suicidio o omicidio?

Il Senatore Banner risolve l’enigma spiegando come non era stato possibile che avessero trovato nella stanza Carewe, mentre avevano trovato il cadavere della sua amante; e lo fa, applicando nozioni di fisica ottica. In questo mi sembra che la spiegazione si avvicini a quella del secondo omicidio ne The Hollow Man di Carr. E come lo stesso Carewe e la sua mante siano state vittime di uno spietato burattinaio, che li ha uccisi, fingendo di essere d’accordo con lui per imbrogliare la moglie.

Il racconto comunque non ha solo un fantastico enigma della Camera Chiusa risolto brillantemente, che in sostanza  non risponde a nessuna delle tre istanze temporali, valide per spiegare un delitto in una camera chiusa (delitto compiuto prima, delitto che si compie nell’attimo, delitto compiuto dopo) perché la sparizione di DeWitt Carewe avviene altrove, e proprio la natura particolare della porta  a vetri, del buio e della luce flebile, fa sì che si crei un effetto illusionistico tale che si creda che DeWitt sia in una stanza invece che altrove; no, il racconto ha anche una atmosfera straordinaria.

Commings sin dalle prima battute crea le condizioni perché si creda a DeWitt come ad un essere dalla natura demoniaca: il suo aspetto; le dicerie circa la sua natura demoniaca (vampiro o lupo mannaro); il luogo dove Linda lo aveva incontrato per la prima volta, un bosco, in cui terra e cielo era dello stesso livido colore (il colore della morte); lo stormire delle fronde che Linda avrebbe dovuto interpretare come un monito sulla natura di quell’essere le stava dinanzi quando si erano incontrati.

Non solo.

A me pare straordinario come Commings, con un parallelismo, con una figura retorica di indubbio fascino, insinui prima che il delitto si compia, anzi prima che i delitti si compiano, l’idea stessa che la morte sia di casa lì: il pomeriggio è uno piovoso e tetro di fine autunno; l’acquazzone fa sì che la Galleria Honeywell, ricoperta da marmi di color verde scuro (un marmo usato nei cimiteri), luccichi come una tomba.

E che lo stesso delitto e la sparizione dell’omicida, siano da addebitare a fatti di natura soprannaturale, da mettere in relazione con la pretesa natura demoniaca dell’essere di cui precedentemente sono stati ipotizzati i caratteri. In sostanza quindi, tutto il racconto è un’illusione. 

Fino alla spiegazione finale, ogni cosa che accade ha lo scopo di trarre in inganno: la pretesa natura di DeWitt, l’omicidio perpetrato in suo danno dalla moglie (ci troviamo in un altro caso in cui l’arsenico viene utilizzato come arma di delitto senza esserlo, delitto d’impeto intendo: infatti l’arsenico uccide a distanza di almeno tre giorni, e non immediatamente), il primo delitto e la sparizione di De Witt, il secondo delitto, il rumore che sente Linda, il dipinto che è quasi la rappresentazione del delitto che si pretende sia appena avvenuto (uccisione di Phyllis ad opera di DeWitt), la dislocazione di DeWitt, l’uccisione della modella, l’assassino complice assieme della modella e di DeWitt. Il suo stesso movente è offerto al lettore, prima che si capisca che lui è stato l’omicida.

Altre due cose mi sembrano estremante interessanti in questo racconto: come vengano introdotti  gli assassini (il presunto e l’effettivo),  e il Senatore Banner.

L’omicida presunto, cioè DeWitt Carewe, abbiamo già detto come venga introdotto, perché cioè si pensi a ragione che egli sia un essere di natura demoniaca. Che si serve delle sue arti per perpetrare un delitto impossibile: forse che il diavolo non possa scomparire da un luogo e apparire altrove? Del resto è degli essere soprannaturali (demoniaci o divini) avere il dono dell’onnipresenza. Tuttavia anche il vero omicida viene introdotto in un certo modo: ha la testa calva, un faccione rotondo, una veste da preghiera, gli occhiali legati ad un laccio nero. Una descrizione che si avvicina molto a quella del Dottor Fell. Possibile che l’omicida venga paragonato a Fell? Può essere se si vede in lui, non tanto lo spietato omicida quando l’essere che realizzi un delitto quasi perfetto, che sublimi il concetto stesso di Camera Chiusa, realizzandone uno che richiami quello dell’omicidio più straordinario spiegato da Fell stesso in The Hollow Man
Inoltre il Senatore Banner, anche lui, viene descritto in un modo caratteristico: la pancia prominente, la camicia a righe verdi color menta e bianche, la figura da King Kong, le bretelle rosse, la cravatta unta come se fosse stata inzuppata nella minestra (ed era accaduto proprio questo!!!). A chi si assomiglia? Secondo me a Merrivale, al Grande Vecchio. Che molto spesso viene ridicolizzato nell’aspetto, prima che come al solito riesca a risolvere l’enigma più pazzesco: perché il paradosso riesca e sia godibile, è necessario che il delitto venga risolto non tanto da un Philo Vance che alla lunga risulta antipatico ma da chi sembrerebbe essere l’unica persona non in grado di risolverlo.

Come in questo caso lo è Banner.

Pietro De Palma

domenica 24 luglio 2016

Agatha Christie : Lo specchio dell’uomo morto (Dead Man’s Mirror, 1936) in "Quattro Casi per Hercule Poirot" (Murder in the Mews and Other Stories, 1937) - G.Griffini/L.Lax - Oscar Gialli Mondadori N. 213 del 1990





Quattro Casi  per Hercule Poirot è un volume emblematico nell’ambito della produzione di Agatha Christie: riunisce infatti quattro racconti e già questo è di per sé strano. Infatti normalmente i racconti contenuti in una antologia sono sempre più numerosi; in questo caso, invece, sono pochissimi. Il che significa, di per sé, che  devono essere particolarmente voluminosi: diremmo quindi che si tratti di quattro lunghi racconti, se la loro lunghezza non fosse uguale. Abbiamo infatti, nell’edizione originale, un racconto che è lungo 32 pagine ed uno addirittura 96 (una novella quindi), e due che si collocano in mezzo per numero di pagine.
I racconti sono rispettivamente:
Delitto nei Mews (Murder in the Mews)
The Incredible Theft (Il furto Incredibile)
Dead Man’s Mirror (Lo specchio del morto)
Triangle At Rhodes (Triangolo a Rodi)
A seconda delle prime edizioni – che si tratti di quella inglese o invece di quella statunitense – il titolo del libro cambiò: quella inglese,  del marzo 1937, prese il titolo dal primo racconto contenutovi, intitolandosi  Murder in the Mews and Other Stories; quella americana, del Giugno 1937, si intitolò assunse il titolo dal terzo racconto, che evidentemente in America sembrò essere il più rappresentativo (anche perché più lungo): Dead Man’s Mirror (Lo specchio dell’uomo morto), mancando in questa edizione curiosamente The Incredible Theft. L’edizione del 1987 ha ripristinato tuttavia il contenuto effettivo, inserendo il racconto saltato in quella del 1937.
Diciamo subito che i quattro racconti toccano quattro situazioni altrimenti esplorate nella produzione della scrittrice britannica: un’indagine tout court, con partecipazione di Poirot e dell’Ispettore Japp, con un finto suicidio; un affare di spionaggio o che sembrerebbe tale; un finto suicidio in una villa signorile di campagna prima di una cena (un tema classico); un delitto maturato durante una vacanza in una località del Mediterraneo (riporta alla memoria l’Egitto, l’Iraq) che questa volta è Rodi: il triangolo in questione è uno amoroso.
Dei quattro racconti, quello che a me pare il meno interessante è quello concernente il furto dei piani di un bombardiere ( è un racconto di spionaggio) mentre l’ultimo, il più breve (31 pagine nell’edizione italiana) è interessante per l’ambito e per questo lo analizzerò in altra occasione.
La prima e la terza, sono tuttavia simili nella concezione ed entrambe abbastanza lunghe (la prima è di 70 pagine , la seconda di 96 nell’edizione italiana): entrambe infatti parlano di un omicidio truccato da suicidio. Di esse la seconda è quella tuttavia più interessante per noi, in quanto trattasi di una Camera Chiusa classica; per di più, data la sua lunghezza, non è neanche rapportabile ad un comune racconto, bensì ad una novella.
In sostanza tutto nasce da una lettera che un nobile inglese di antico e riconosciuto lignaggio, Gervase Chevenix-Gore,  invia a Poirot chiedendogli di andare da lui per sottoporgli un problema spinoso. Ma lo fa con un tale atteggiamento imperioso, sembrando più l’ordine che da il cavaliere al suo scudiero, che Poirot è restio ad accettare, ed accetta solo dopo aver avuto un abbocco con personaggio che quel nobile lo conosce. Solo che quando Poirot arriva a casa Gore, la tragedia si è compiuta da poco: si è sentito un rumore, che a taluni è sembrato lo scappamento di un’auto, ad altri lo spumante che veniva stappato, ad altri ancora uno sparo. Fatto sta che tuttavia questo rumore è venuto dallo studio, in cui c’è qualcuno, che non può essere altro che Gervase, visto che tutti gli altri presenti sono lì in casa e lo aspettano per la cena; e Gervase non si è mai fatto aspettare per la cena, anzi è stato sempre lui il primo a scendere. Solo che la porta è chiusa dall’interno. L’abbattono e trovano Gervase morto, presumibilmente suicida, per una ferita mortale da arma da fuoco alla tempia visto che una pistola viene trovata per terra.
Il suicidio pare l’unica chance possibile. Eppure proprio Poirot comincia a sospettare dell’altro. E sospetta in ragione della particolare posizione che avrebbe dovuto avere il corpo e la testa per far sì che il proiettile, fuoriuscito dal cranio, riuscisse a centrare uno specchio.
Questo è un  sospetto di natura fisica. Poi ve n’è un altro pure importante ma di natura psicologica: il vecchio Gore non aveva alcuna ragione di uccidersi, e non l’avrebbe mai fatto. Per cui quando arriva il Maggiore Riddle, Capo della Polizia della Contea, e trova a casa Gore nientepopodimeno che Poirot, che già conosce, la sola presenza del belga gli fa sospettare che ci sia dell’altro in pentola.
A casa Gore è presente una fauna variegata: sua moglie, gran bella donna un tempo, innamorata del marito, “è un po’ andata”; la figlia adottiva Ruth, adottata quando era stato chiaro dopo un aborto che Lady Chevenix-Gore non avrebbe potuto avere altri figli e figlia di lontani parenti; il nipote Hugo Trent, figlio della sorella di Gervase, Pamela; il Capitano Lake, amministratore delle proprietà di famiglia; il segretario di Gervase, Godfrey Burrows; e infine la signorina Lingard, colei che ha vissuto di più negli ultimi tempi a gomito con Gervase, visto che curava, in quanto bibliotecaria, la realizzazione della storia di famiglia dei Chevenix-Gore assieme a lui.
Tutti forniscono prove che che  Gervase non aveva nessun motivo per uccidersi, ma che tuttavia qualcosa lo aveva angustiato negli ultimi tempi.
Tuttavia in quello che sembrerebbe un suicidio, ma che sempre più somiglia ad un omicidio, ad un certo punto avvengono due fatti che pesano non poco nella dinamica del racconto: innanzitutto il testamento. Come si sa, in ogni buon giallo che si rispetti, l’ingordigia e la brama di possesso sono alla base di un bel po’ di omicidi; è quindi chiaro che si aspetti con particolare trepidazione il momento di leggere le ultime volontà della vittima, perché il lettore possa cercare a sua volta di arrivare alla verità rivaleggiando col detective di carta: nonostante alcuni lasciti, tutto dovrebbe andare alla figlia adottiva. Tuttavia il legato è condizionato da alcune volontà: Ruth dovrebbe sposare il nipote. In questo caso entra in possesso dell’eredità. E’ un modo per dotare la ragazza del lignaggio che possiede il nipote, che tuttavia lo disprezza. Se tuttavia Ruth rifiuta, l’eredità va a Hugo, se invece rifiuta Hugo l’eredità va a Ruth. Tuttavia in un quadro in cui non sembrerebbero esserci crepe, ecco che si viene a sapere che Ruth precedentemente alal morte del patrigno si era sposata con Lake. Quindi questa potrebbe essere stata la molla che forse aveva costretto Gervase Chevenix-Gore a servirsi  di Poirot.
Il quadro sembrerebbe ogni momento ridimensionarsi. Tuttavia Poirot assicura il Colonnello Riddle di avere la soluzione in mano. Gli indizi sono: lo specchio, una scheggia di specchio finita lontano, una matitina da bridge, un sacchetto di arance trovate nel cestino dei rifiuti (?), la posizione della poltrona di Gore, le deposizioni di alcuni su come fossero arrivati giù gli invitati, delle orme di piedi femminili nel giardino, e la deposizione fulminante della fidanzata di Hugo, Susan Cardwell, che aveva sentito non uno ma due gong: il gong veniva suonato per annunciare a padroni di casa e ospiti che la cena era servita. Quindi l’altro, a che era servito? E lo specchio si era rotto per un colpo di pistola? E lo sparo che si era sentito era stato effettivamente prodotto da un’arma da fuoco.
Poirot consegna un assassino un po’ malinconico alla giustizia.
La Soluzione della Camera chiusa è geniale, ma a me sembra un po’ tirata per i capelli: se infatti fosse successo quello che ipotizza Poirot, per terra ci sarebbero dovuti essere dei profondi graffi di cui invece nessuno parla.  Interessante è invece come tratta gli indizi: Agatha Christie semina a iosa quelli veri e quelli falsi confondendoli, e mettendoli assieme giustifica quelli falsi dando loro una veridicità che non avrebbero avuto. Per esempio il gong: il colpo di gong, quello vero è sempre quello che annuncia la cena, quello falso invece è il primo. Ma si badi bene: lo sente solo una persona, e non è neanche tanto sicura di averlo sentito, perché non è stato dato con la mazza. E per questo, alla testimonianza non viene dato credito…lì per lì. Ma poi, supponendo che fosse vero e che in quel momento la porta dello studio fosse aperta, allora…
Non capite vero? Già, perché questo racconto è costruito con arte: è un vero capolavoro, un romanzo in miniatura. E a cosa serve la matitina da bridge? A scrivere qualcosa? No. È un escamotage, per raccogliere qualcos’altro, facendola opportunamente cadere per terra. E la scheggia come si spiega? Un proiettile che avesse scheggiato lo specchio avrebbe avuto la forza per far sì che una scheggia volasse lontano?
Unite tutto e avrete una rivelazione che è l’opposto di quello che si sarebbe pensato prima, e che spiega perché la Camera Chiusa è fasulla. Qui la Camera Chiusa non è il perno centrale della storia, ma è uno dei perni. E questo perché risolvendo il modo, non si riuscirebbe a inquadrare l’assassino. Che invece viene inquadrato solo dando risposta alle domande che scaturiscono da indizi la cui risposta in un primo tempo non c’è.
Faccio notare tra gli altri uno che ha una importanza particolare; il sacchetto di carta delle arance, rotto. Che importanza potrebbe mai avere? Eppure, se si guarda al fatto che in una casa importante come quella non si sarebbe mai potuto trovare nel cestino della carte dello studio di un nobile, l’indizio assume una valenza sua peculiare. Perché? Sì al perchè viene data una risposta. Ma quello che mi preme sottolineare è il dato finemente psicologico che la Christie insinua: che cosa si fa con un sacchetto delle arance? E chi mai potrebbe averlo potuto fare? Un uomo o una donna? Un giovane o un vecchio?
Dicevo un assassino melanconico. Sì. Un assassino che ha ucciso per vendetta ma anche per tutelare qualcun altro. Perché l’assassino ha un legame molto stretto con altra persona. Solo che, l’assassino la conosce, ma l’altra no. Eppure sono visceralmente legati l’uno all’altro.
E perché la Camera Chiusa in sé non sarebbe servita a fornire la traccia per individuare l’assassino, e perché anche lo stesso ragionamento che spiega il tutto non avrebbe per forza finito per individuare inequivocabilmente una persona, anziché un’altra, Poirot lancia una trappola, e accusa l’altra persona, quella da tutelare, per far sì che quella vera, l’assassino,  esca allo scoperto. Quindi in questa novella, sono presenti oltretutto due finali.
Ancora mi sembra importante sottolineare che Dead Man’s Mirror è un ampliamento di un racconto precedente, The Second Gong pubblicato nel 1932; il racconto fu poi compreso nella raccolta  Witness for the Prosecution and Other Stories, publicata in USA nel 1948, e in Problem at Pollensa Bay and Other Stories, pubblicata a sua volta in Gran Bretagna nel 1991. Mi è sembrato utile segnalarlo anche per un altro motivo: pur restando sostanzialmente simile la trama ( in Dead Man’s Mirror ovviamente viene ampliata), il colpevole invece è diverso. Giusto per affermare l’estrema fantasia e versatilità di Agatha Christie nel creare le sue storie. Tra le due versioni, unanimemente è ritenuta migliore quella ampliata.
Insomma, un romanzo breve da leggere e gustare, magari sotto un ombrellone.
Pietro De Palma

martedì 28 giugno 2016

Carter Dickson : La casa stregata – I Classici del Giallo Mondadori N°1273 del 9 giugno 2011

Non tutti sanno che The Plague Court Murders, “La casa stregata”, romanzo di Carter Dickson (John Dickson Carr) del 1934, ha un sottotitolo abbastanza rivelatore: A Chief-Inspector Masters Murders. Significa, che Carr in un primo tempo, molto probabilmente, aveva pensato di incentrare una serie di romanzi, di cui il romaznzo succitato sarebbe dovuto essere il primo, non sulla figura di Merrivale quanto su quella dell’Ispettore Capo del CID, Masters. Del resto il fatto che in questo primo romanzo, Humphrey Masters dovesse avere in un primo tempo un ruolo molto maggiore rispetto a quello di Henry Merrivale, lo si desume anche dalla struttura del romanzo: infatti Masters è molto più calato nel mistero, è lui che interroga i vari testimoni tra cui si troverà il colpevole, e lo stesso Merrivale compare sulla scena del delitto almeno dopo una buona metà del libro. Inoltre, basta confrontare la figura di Merrivale con quella di Fell, per riscontrare come, morfologicamente, i due non è che si differenzino poi tanto. E infine, Masters viene presentato al lettore in ben due occasioni: la prima è quando lo si presenta come un cacciatore di falsi medium e falsi studiosi dell’occulto, pag.11: “durante il periodo della mania spiritistica che aveva invaso l’Inghilterra dopo la fine della guerra, lui era un sergente il cui compito principale consisteva nello smascherare i falsi medium”; e  il suo interesse per queste pratiche non si era mai sopito, tanto che per lui “si era trasformato addirittura in un hobby”, costruendo dei sofisticati trucchi e giochi di prestigio, nell’officina di casa sua, “circondato dall’approvazione calorosa dei figli”; la seconda è quando ne si fa una caratterizzazione fisica, pag.17: “Lo trovammo nella sala d’aspetto, in piedi: alto e grosso, con la sua espressione imperscrutabile e insieme sagace, chiuso nel suo cappotto scuro e con la bombetta stretta al petto come se assistesse al passaggio di un corteo. Portava i capelli grigi accuratamente spazzolati a coprire una chiazza di calvizie: le sue mascelle si erano un po’ appesantite e il suo viso pareva in generale invecchiato…ma gli occhi scintillavano di giovinezza….in lui non c’è nulla del modo di fare acido ed inquisitorio che di solito si attribuisce ai poliziotti”.
“La casa stregata”  è il romanzo di Carr che inaugurò la terza serie con protagonista proprio: in questa serie, quella contraddistinta dalla presenza di Henry Merrivale, H.M. altrimenti detto, soprannominato molte volte Il Vecchio, Carr ambientò la più vasta e approfondita realizzazione di Camere Chiuse della sua pur lunga produzione; e anche per non inflazionare il suo nome primitivo, firmò questi lavori con lo pseudonimo Carter Dickson.
Il Vecchio è un personaggio multiforme, sia per abilità sia per proprie anime: infatti è uomo di legge, ma anche dottore, e soprattutto nei primi romanzi appare spesso nelle qualità di Capo del Servizio Segreto Militare (detto anche MI6), anche se, quando viene presentato per la prima volta, si dice anche che fosse stato precedentemente a capo del Controspionaggio militare ( il cosiddetto MI5). Il fatto di essere a capo della “Intelligence” Militare, potrebbe spiegare il titolo nobiliare che spesso vediamo anteposto al suo nome: Sir, cioè Baronetto, anche se nel suo caso il titolo nobiliare non è acquisito in funzione di un suo merito operativo quanto piuttosto per discendenza.
In certo senso Carr è molto più tradizionale, in quanto a teoria del giallo, di quanto non lo siano altri autori: se in Bencolin la dualità conan doyliana rappresentata da Holmes e Watson è mascherata e non perfettamente visibile e semmai lo è solo intuibile, Bencolin e Jeff Marle, nelle altre due serie principali, quelle del Dottor Fell e di H.M., è molto più visibile, se non addirittura canonica. Infatti il Dottor Fell apparentemente è opposto, ma in realtà si accompagna, all’Ispettore Hadley, mentre per H.M. Holmes, il dottor Watson è rappresentato dallo sfortunato (che fa tenerezza in certo modo) Ispettore Capo Master: questo mi pare possa identificare uno dei tratti più caratteristici e geniali della scrittura carriana: la caratterizzazione dei personaggi. Siccome è un fatto incontestabile, che la coppia di investigatori, ma in generale la coppia di protagonisti, attiri più del singolo (Stanlio e Ollio, Gianni e Pinotto, Fred Astaire e Ginger Rogers etc..), Carr, inventati i protagonisti, si può dire che vi ricorra spesso; inoltre, se è tanto più innegabile che la spalla rinforzi e finisca per mettere sotto la luce dei riflettori il protagonista, il deus ex machina del romanzo, è altrettanto innegabilmente vero che di per sé la “spalla”, quando è tratteggiata sì da far intenerire, diventa molto simpatico ai lettori, perché in certo modo la totalità di essi tende ad identificarvisi. Anzi, in questo caso, Masters diventa, con la sua sfortuna ad imbattersi in delitti impossibili e camere chiuse, un personaggio quasi più simpatico di quanto non appaia lo stesso H.M.
Fatto sta che entrambi appaiono in The Plague Court Murders e il loro binomio caratterizzerà il meglio della produzione di Carter Dickson: si può dire che i primi 9 romanzi della serie raggiungano gli esiti più alti della produzione carriana (THE PLAGUE COURT MURDERS (1934), THE WHITE PRIORY MURDERS (1934), THE RED WIDOW MURDERS (1935), THE UNICORN MURDERS (1935), THE PUNCH AND JUDY MURDERS (1936) (The Magic Lantern Murders), THE PEACOCK FEATHER MURDERS (1937) (The Ten Teacups), THE JUDAS WINDOW (1938) (The Crossbow Murder), DEATH IN FIVE BOXES (1938), THE READER IS WARNED (1939); e tra i successivi qua e là vi siano straordinari capolavori, tra cui SHE DIED A LADY (1943), HE WOULDN’T KILL PATIENCE (1944), THE CURSE OF THE BRONZE LAMP (1945).
Il primo dei romanzi della serie, “La casa stregata”, vede l’entrata in scena di H.M. non all’inizio ma quando già il delitto si è consumato: infatti l’entrata in scena di H.M. segue la falsa riga di una entrata in scena in pompa magna del protagonista, come nel corso di una rappresentazione teatrale, dopo una sorta di introduzione, che qui è rappresentata da tutto ciò che accade prima che H.M. appaia sulla scena per risolvere l’enigma. E  H.M. appare per la prima volta a pag.148-149-150 (il romanzo tradotto consta di 271 pagine), solo perché il Maggiore Featherton pensa bene, rivolgendosi a Ken Blake (che è il narratore), di mettere l’indagine nelle mani di un vero esperto: “Sta a sentire, vecchio mio… – Intendete alludere a H.M…al mio vecchio capo? A Mycroft? – Sto parlando di Henry Merrivale, esatto…Pensai allo strano personaggio, straordinariamente pigro, straordinariamente garrulo e scimannato, sprofondato nella sua poltrona con gli occhietti assonnati, le mani intrecciate sul pancione, e i piedi sulla scrivania. Aveva la mania dei romanzetti da strapazzo, e si lamentava spesso che nessuno lo prendeva sul serio. Era avvocato e medico a pieno titolo, ma parlava con sovrano disprezzo per la grammatica. Era Sir Henry Merrivale, baronetto, e si piccava di fare il socialista militante. Era di una vanità colossale e aveva una provvista inesauribile di barzellette scollacciate..Avevano cominciato a chiamarlo Mycroft quando era il Capo del Dipartimento di Controspionaggio..adesso lui aveva a che fare  con i servizi segreti dell’ esercito”.
L’indagine riguarda una vicenda dai rilievi soprannaturali, quella di una dimora, un po’ inverosimile nella Londra degli anni ’30 (ma Carr sa rendere spesso verosimili delle situazioni che nelle mani di altri farebbero ridere i polli), in cui si dice alberghi un fantasma, quello del boia Louis Playge: è Plague Court, cioè in origine la sede di un tribunale. Tale dimora è di proprietà di Dean Halliday e della sua famiglia. Halliday ha chiamato in scena Ken Blake, suo vecchio amico, a presidiare ad una seduta spiritica, in cui sarà evocato lo spirito inquieto del boia, perché trovi pace; a gestire la seduta sarà uno studioso di scienze occulte, il Professor Roger Darworth, e il medium Joseph Dennis. Infatti lo spirito è uno di quelli malvagi e diabolicamente astuti e potrebbe impadronirsi del corpo di una certa persona a fargli fare quel che vuole: in vita infatti Plague non era stato solo carnefice per attività, quanto anche per vocazione: provava piacere a fare del male. Per cui era diventato il terrore di quelli che gli stavano vicino; finchè non si beccò anche lui la peste, come tutti i suoi compaesani. Suo fratello, lo cacciò dalla casa, e allora lui, prima di morire, lanciò la maledizione su chi avesse dimorato in quella casa.
Sul luogo della seduta spiritica è anche presente il Capo Ispettore Humphrey Masters, la cui presenza insolita è spiegata dal fatto che Darworth si sospetta sia un truffatore, un falso studioso dell’occulto. La notte della seduta spiritica, Darworth si chiude dentro Plague Court, mentre la seduta spiritica procede, e qui viene ucciso.
Fatto sta che il delitto è una classica Camera Chiusa: infatti la porta è chiusa e bloccata dal di dentro e le finestre altrettanto; a complicare la vicenda è il fatto che Darworth è stato pugnalato con lo stiletto originale di cui si serviva il boia, e attorno alla casetta di pietra c’è una distesa di fango, in cui non vi sono impronte : sembrerebbe quindi che la pista sovrannaturale sia la sola possibile. In realtà ci sarebbe un albero centenario, che con i suoi rami raggiunge il tetto della casetta, ma esso è talmente infracidito, che non reggerebbe il peso di qualsiasi persona che vi si arrampicasse, come dimostra bene il Sergente di polizia Bert McDonnell.
I protagonisti di questo dramma, cioè Lady Benning, Marion Latimer, suo fratello Ted Latimer, ed il Maggiore Featherton, assistono attoniti e spaventati agli eventi, tanto più che un gatto vien trovato con la gola squarciata e un grosso vaso di pietra viene lanciato dall’altro e solo per la prontezza di riflessi di Masters non becca in pieno uno dei presenti: questi fatti, dimostrano a tutti che le potenze in atto non concedono a nessuno sconti di qualsiasi genere: perché, la pesante giardiniera di pietra poteva essere stata lanciata solo da qualche spirito, giacchè sopra non c’era nessuno e l’unica via di fuga era solo ed esclusivamente la scalinata, davanti alla quale si è verificato l’incidente.
A questo punto, e qui finisce l’Introduzione al dramma, entra in scena H.M. : è una entrata plateale. H.M. viene presentato come un uomo calvo e corpulento, che fuma pessimi sigari (il modello cui Carr si rifa è Winston Churchill), che preferisce indossare cappellacci di ogni genere, che non è alto più di un metro e settanta, e porta sempre dei calzini bianchi;  e che conosce una quantità industriale di barzellette sconce: da questo punto, Merrivale ruba il posto sotto i riflettori, che prima del suo arrivo era stato riservato esclusivamente a Masters, e lo mantiene fino alla fine. Non prima però di aver sondato il passato di Darworth, perché è lì che si nasconde l’origine del dramma, e che un secondo delitto, ancor più terribile del primo, sconvolga tutti: verrà ucciso Joseph, il medium, compagno di Darworth. Non solo ucciso, ma anche intriso di benzina e buttato nella caldaia di una casa. E questo sarà la goccia che farà da contr’altare alla spiegazione di Merrivale, un vero pezzo di bravura, che lascia tutti (anche il lettore a bocca aperta). E tutti si chiederanno: possibile che…?
In realtà, la possibilità che tutto quadri è connesso al fatto che il puzzle sia completato e ogni suo pezzo, facilmente, vada al suo posto: una abilità che è legata esclusivamente alla spiegazione immaginifica di Merrivale che dimostra come quel mistero sia risolto.
A dire il vero, come ogni primo romanzo, anche questo è strutturato quasi come se fosse il primo e unico, oppure che lo stesso Carr non avesse le idee chiare sul prosieguo della serie: infatti, non solo il fatto che, solo dopo 150 pagine, Merrivale appare nel romanzo, costituisce una prova di una maturata diversa costruzione del romanzo in itinere, ma soprattutto quella misteriosa espressione che compare a pag. 161 e che non trova poi alcuna giustificazione successiva: perché infatti Carr sente il bisogno di dire che  si sta violando “le regole del romanzo poliziesco” se si pensa ad una certa maniera, se si consente l’entrata in gioco di una figura che dal di fuori, senza che nessuno la conosca, entri per ereditare le sostanze di Darworth, cioè la moglie? E perché subito dopo dice che “la persona che ha premeditato il delitto, lo ha concepito esattamente come un romanzo poliziesco”?
Secondo me è l’affermazione di chi (per l’appunto Carr), non sapendo ancora se il successo gli arriderà o meno dopo la pubblicazione di questo romanzo,  rivendica a se stesso la paternità di aver creato un romanzo perfetto, forse la soluzione al momento più geniale che lui avesse pensato: chi mai potrebbe premeditare un delitto, concependolo come se stesse scrivendo un romanzo poliziesco, se non uno scrittore di romanzi polizieschi, e in particolare colui che ha scritto il romanzo in cui si trovano queste riflessioni? Solo uno scrittore, che allestisce la trama, e che inventa un geniale delitto, che sulla carta funziona e di cui poi lui stesso, parlando per bocca di Henry Merrivale, possa rivelare la spiegazione, può premeditare il delitto, e concepirlo nella cornice di un romanzo giallo.
Insomma, può farlo solo John Dickson Carr!
Perché, nonostante la spiegazione lasci allocchiti, e spieghi tutto, questo è uno dei tanti delitti la cui estrinsecazione e spiegazione, può esser accettata solo nelle pagine del più grande inventore di camere chiuse, in un contesto letterario e d’invenzione, portati alla massima espressione.
Solo una cosa si deve ancora dire: di stare attenti a come i fatti vengano riferiti, perché essi non sono mai come nella realtà dei dialoghi vengono presentati: ogni affermazione, anche la meno discutibile, può celare un elemento di ambiguità, altrimenti..come si potrebbe spiegare tutto quanto e dimostrare che l’evento soprannaturale così sbandierato, in realtà non è mai esistito?
Pietro De Palma