giovedì 13 ottobre 2016

Stanislas-André Steeman : L’esperimento del dottor Arthus (L’Ennemi sans visage, 1934) – trad. : Guido Labronico – I Libri Gialli N.114, 15 maggio 1935 – Mondadori Editore – Pagg. 241

Tempo fa scrissi un articolo per il Blog Mondadori sugli automi nel romanzo poliziesco, e tra le varie fonti utilizzai anche questo romanzo di Steeman. Il perché è presto detto: protagonista indiscusso è un automa. Non però nell’accezione che si suole attribuire a questa parola, cioè di soggetto inanimato di natura meccanica, che viene mosso in virtù di qualche sapiente meccanismo; ma in quella di un soggetto umano, inanimato precedentemente cui vien data una certa ragione e una forza vitale.
Il perché mai Steeman avesse pensato a tale soluzione per un poliziesco non è dato di sapere. Ma non è neanche tanto strampalato ricordare come in quegli anni abbondassero stimoli sia letterari che cinematografici, concernenti l’animazione di soggetti inanimati, operazioni chirurgiche complesse, soggetti che forse avevano più a che fare con l’horror che con il giallo. Ma tant’è che anche Steeman volle dare il suo personalissimo contributo: e quale contributo!
Così all’automa di Metropolis di Fritz Lang animato a causa di uno scambio di energia vitale e trasferimento d’anima; al Golem, essere inanimato di fango, che diventa vivo a causa  di un segno che viene posto sulla sua fronte; all’intervento sui fratelli siamesi che Ellery Queen fa tentare al dottor Xavier; alla creatura che viene dotata nuovamente di forza vitale da parte del dottor Frankenstein di Mary Shelley, che nel 1931 ritornò ad essere popolarissimo in virtù di una fortunata riduzione cinematografica, diretta da James Whale, con Boris Karloff, ancor oggi ritenuta una delle pellicole più importanti del genere, anche Steeman volle dare il suo contributo.
Stanislas Ansré Steeman, quando scrisse, nel 1934, L’Ennemi sans visage (anche pubblicato come M. Wens et L’automate, nel 1943), tuttavia era già un nome nel panorama del Polar. Nato a Liegi nel 1908, e quindi belga, prima di dedicarsi alla letteratura poliziesca, si era dedicato essenzialmente ai fumetti, e all’attività giornalistica dal 1928 al 1933 per La Nation Belge. Fu proprio la sua attività giornalistica a favorire la sua inclinazione definitiva di scrittore di romanzi polizieschi: infatti, assieme ad un altro giornalista in forza alla medesima testata per cui lavorava, Herman Santini (pseudonimo Sintair), aveva scritto i suoi primi 5 romanzi, per poi pubblicare romanzi ognuno per proprio conto. Tuttavia, ancor mentre collaborava con l’amico, nel 1930 aveva cominciato a scrivere da solo, pubblicando tre romanzi : Péril, Le doigt volé ; e, raggiungendo la fama con  Six hommes morts, che aveva vinto il Grand Prix du Roman d’Aventures, nel 1931. Nel romanzo era stato introdotto il suo personaggio di maggior spessore, Vorobeitchik Venceslao, detto Monsieur Wens.
Steeman era conosciuto soprattutto per la sua fedeltà agli stilemi e alle regole del poliziesco. Infatti gran parte della sua prima produzione si attiene fedelmente ai canoni ortodossi. Ma la sua genialità non  poteva essere irreggimentata. E così i romanzi sono ognuno improntato ad un genere, tono e stile diverso: c’è il thriller, la parodia, il romanzo psicologico, il mystery.
La storia, a vederla bene, non è poi tanto interessante, se la si vede sotto l’occhio dell’originalità. Da questo punto di vista, qualcuno che conosco e l’ha definita un’opera modesta tutto sommato di Steeman, non avrebbe tutti i torti. Tuttavia, l’opera di Steeman è più propriamente una esperimentazione, una commistione di generi e come tale non vuol essere originale ; semmai vorrebbe essere rivoluzionaria, tentando una fusione di generi : il fantastico e il poliziesco.
In questo può esser visto come il primissimo tentativo, anche se non perfettamente riuscito : ci riuscirà invece con risultati immaginifici Carr con The Bourning Court. Ma Carr è Carr, e Steeman è Steeman. Senza nulla togliere all’estro del belga. Ma..Carr rivaluta il passato trasfondendolo nel presente, Steeman rivaluta il passato..e basta. In questo possiamo vedere la limitazione del tentativo.
Nella rivalutazione del passato, Steeman interseca la sua azione con quella di Mary Shelley, con quella di Gaston Leroux, ed anche con Fritz Lang.
Jund è un uomo che non s’aspetta più nulla da vita. E’ stato condannato a morte e aspetta l’alba fatale, in uno stato di terrore puro.
L’incipit del romanzo ci consegna l’immagine di quest’uomo, di questo criminale, che ha paura che qualcuno si affacci alla soglia della sua cella perchè questo potrebbe significare la sua morte.
“La porte de la cellule s’ouvrit en grinéant et un trait de lumiére courut obliquement sur le sol jusqu’au mur du fond.
- Jund! 
Le condamné à mort, émergeant du sommeil, poussa un sourd gémissement. 
- Jund! redit Clark, le gardien-chef de l’aile ouest, se penchant et le secouant par l’épaule. 
A l’instant l’homme, comme touché par une décharge électrique, se réfugia dans l’angle de la muraille, les traits convulsés par la terreur. 
- Qu’est-ce que … ? Quel jour sommes-nous ? questionna-t-il d’une voix rauque. 
- Jeudi. 
Jeudi ! répéta le condamné”.
In pochi righi, Steeman delinea la figura di un uomo condannato a morte, che non vuol morire: sottolineo la forza della frase che con la similitudine che contiene, ben rappresenta l’incisività psicologica di Steeman: “A l’instant l’homme, comme touché par une décharge électrique, se réfugia dans l’angle de la muraille, les traits convulsés par la terreur”. Non so perché, ma nella traduzione italiana, la frase è reinterpretata in maniera romanzesca, mentre se fosse stata tradotta letteralmente (come la traduco io) avrebbe mantenuto il suo vigore originario: “…come toccato da una scossa elettrica, si rifugiò in un’angolo delle mura, i tratti (del volto) sconvolti dal terrore”.
Martedì è il giorno dell’esecuzione, ma anche il giorno della salvezza per Clarence Jund. Ma a quale prezzo ? Per aver salva la vita, Jund dovrà accettare di sottoporsi ad un esperimento : la sua energia vitale, la sua mente, il suo cervello saranno reimpiantati in un automa. Un automa, non un collage di pezzi di cadaveri come nel Frankenstein della Shelley, ma anche qui l’elettricità ha una parte fondamentale ; e Fritz Lang, fa capolino, in maniera autoritaria. Il trasferimento di energia vitale, dell’anima, non avviene anche in Metropolis, il suo film fantascientifico del 1921? Per certi versi Metropolis ci pare molto più vicino al romanzo di Steeman, che non il Frankenstein di Whaley del 1931 !
Fatto sta, che il lettore per la prima volta forse nella letteratura del genere, prova pietà per un criminale come Jund, condannato ad una morte atroce : vivere ma come una larva può farlo, privato della sua energia vitale, delle sue passioni e paure, della sua mente.
Prima che però muoia, un’altro riferimento al passato farà capolino : Jund tenta la fuga, una fuga disperata, perchè a tenerlo d’occhio gli hanno messo vicino quel Ramshaw che lo arrestò e che ha l’ordine di ucciderlo nel caso tentasse di fuggire. E mentre lottano, irrompono in una stanza al buio. Che quando viene illuminata, si rivela piena di automi, tra cui il famoso Giocatore di Scacchi, di cui parla anche Edgar Allan Poe, l’automa di Maelzel.
Chi sono i personaggi principali di questo dramma ? Il professor Arthus (uno scienziato un po’ pazzo), i suoi due figli (Massimo e Tiburzio), Michele Patiny frequentatore della residenza di Arthus, Clarence Jund (il prigioniero), Ramshaw (il poliziotto), Monsieur Wens (l’investigatore privato). Perchè..dramma ? Perchè ben presto, gli eventi cominciano a tingersi di rosso.
La sera in cui Arthus deve effettuare l’esperimento di trasferimento del cervello, nel suo laboratorio avviene l’imponderabile : si sentono rumori di lotta, di mobili rotti e poi un colpo di pistola. La porta è chiusa dall’interno. Quando sfondano la porta, trovano il professore morto, assassinato con un colpo di pistola, e soli due corpi sui due tavoli operatori : Jund e l’automa, pronti per l’operazione. Anzi, a dire il vero, l’operazione doveva essere cominciata già, quando l’assassino ha ucciso lo scienziato, giacchè ha comincato ad incidere la cute del cranio di Jund (che è addormentato) e lo prova un catino pieno di sangue. Quindi nessuno dei due (l’automa inanimato e Jund) possono aver preso parte all’omicidio. Eppure..non trovano nessuno in quel laboratorio.
Anzi, quando ritornano nel laboratorio, l’automa non c’è più. In compenso, da quel momento si fa vivo più volte, in vari posti della casa, a dispetto di appostamenti. Utilizza ingressi segreti ?
Qui si trova un’altra presenza illuminata della letteraura francese nel romanzo di Steeman : Gaston Leroux. Non un suo romanzo con Rouletabille, ma quello universalmente noto, Le Fantôme de l’Opéra. Chi l’ha letto, saprà come il Fantasma riesca ad apparire e sparire all’interno del Teatro dell’Opera di Parigi. Bene: l’Uomo nero di Steeman, appare e scompare alla stessa maniera, e come il Fantasma, anche questo è mascherato.
Non vi dico ovviamente come andrà a finire, dopo un altro omicidio.
Ovviamente Monsieur Wens riuscirà con una magia a trarre in inganno l’assassino e a costringerlo ad uccidersi.
Non dirò altro. Chi avesse la fortuna di leggere questo Steeman d’annata, potrebbe così tentare di gustarselo (anche se la traduzione italiana dell’epoca tende troppo ad appesantire il romanzo, togliendo forza al thriller, con orpelli non del tutto giustificati).
Tuttavia, una considerazione voglio farla sulla Camera Chiusa, considerata da Lacourbe come una delle migliori 99 Camere in assoluto: secondo me, si tenta una fusione di due dei tre modi temporali di attuazione di una Camera secondo Carr: prima, durante e poi. In pratica, si tenta la fusione tra il prima e il durante.Come? Qui sta il punto.
Se la morte del professore fosse stata attuata precedentemente al frastuono proveniente dal di dentro della camera, si sarebbe dovuto per forza trovare qualcosa che potesse aver prodotto quelle rovine. Ma non si trova nulla, o nessuno, al di fuori di due corpi: uno in attesa di essere animato e dotato di un cervello umano, e l’altro in attesa di fornire il cervello, ma completamente sotto narcosi ed in un tale stato (accertato anche da Wens) di prostrazione, tale da essere vicino alla morte, che gli sarebbe stato impossibile uccidere il professore. E se la morte del professore fosse stata attuata dopo il frastuono, si dovrebbe prendere in esame la possibilità che lo stesso professore si sia suicidato. Ma allora perché fare tutto quel macello all’interno del suo laboratorio? E perché poi ? Proprio quando stava per portare a termine la sua impresa!
No. Il professore è stato ucciso. Ma da chi? L’automa, un essere nascosto?
Non dico altro. Solo che la soluzione per quanto semplice è al tempo stesso ipnotica.
Non lo so. Ma, secondo me, Edward D. Hoch potrebbe aver letto il romanzo di Steeman, prima di scrivere il suo The Frankenstein Factory (1975). Scrivevo sul Blog Mondadori:
“..anche Hoch avrebbe potuto conoscere Steeman : anche qui la creatura ha un corpo perfetto, anche qui scompare, anche qui gli è attribuita l’atmosfera di sangue, anche qui alla fine risulterà non c’entrarvi assolutamente nulla”.
Aggiungo ora, un’altra cosa a cui non avevo pensato, e che è sostanziale: in tutti e due i casi l’automa avrebbe dovuto avere la mente di un criminale. Che però non c’entra nulla.
Clarence Jund non vivrà da larva per il resto dei suoi giorni, ma ritornerà al carcere di Louisville, e qui sarà condotto alla sedia elettrica. Ma..morirà?
Steeman ci riserva negli ultimi righi, una promessa di salvezza. Da parte dell’unica persona che Jund non avrebbe mai pensato fosse il suo salvatore. Come dire che “la speranza è l’ultima a morire”.

Pietro De Palma

martedì 11 ottobre 2016

Israel Zangwill : Il grande mistero di Bow (The Big Bow Mystery, 1892) – Traduz. Leda Armstrong – I Classici del Giallo Mondadori, N.606 del 17 aprile 1990– 1^ ediz. – Pagg.171


Cominciamo col dire che Bow è un quartiere londinese, e che la vicenda ha luogo nella Londra dell’ultimo decennio del XIX secolo, pervasa da turbolenze economiche e sociali, in cui le guerre coloniali si mischiano alle rivendicazioni degli strati sociali più emarginati, la Londra di Jack the Ripper, e quella di Sherlock Holmes. In quest’ambiente esplosivo, eppure così ricco di fermenti, Israel Zangwill, che fu un esponente di primo piano della comunità ebraica londinese, autore di teatro e politico attivo nella causa Sionista, esponente in vista della società londinese di fine ottocento, ambientò la trama di quello che poi è diventato il suo scritto più famoso, capace di sfidare il tempo, con la sua trama semplice eppure ingegnosa (seppure la fama l’avesse raggiunta con Children of the Ghetto, 1892).
Oggi, l’espediente utilizzato nella trama di The Big Bow Mystery risulta ovvio, anche troppo, ma, a quel tempo, dovette sembrare rivoluzionario: chi mai, in quell’Inghilterra così vittoriana, avrebbe mai sospettato dell’insospettabile? Riflettiamo su un particolare così ovvio ma che a quel tempo non lo era certamente: se non ci fosse stato questo romanzo, non ci sarebbero stati certamente Il Mistero della camera gialla di Gaston Leroux o anche L’Undicesimo Piccolo Indiano di Jacquemard-Senecal, o infine Il Collezionista di Ossa di Jeffrey Deaver. Ma non ci sarebbe neanche stato Un fischio al Diavolo, di Derek Smith, di cui parleremo in futuro. Non per la trama ma per il soggetto che ne è principe, l’assassino. In questo, Zangwill fu il primo ad innovare il romanzo giallo, in un tempo lontanissimo, più di un secolo fa; prima ancora della Christie, autrice di L’assassinio di Roger Ackroyd. Eppure, per uno strano scherzo del destino, la Christie è stata ricordata nel celebre trattato di Cvetan Todorov Introduction à la littérature fantastique , mentre Zangwill no.
Se è vero che, a parte The Adventure of the Speckled Banddi Conan Doyle, prima c’erano stati Uncle Silas di Joseph Le Fanu e poi The Murders in the Rue Morgue di Poe, lo scritto di Zangwill, si impose davanti agli altri sia perché era un vero e proprio romanzo e sia perchè proponeva una soluzione che poi fece talmente scuola, che John Dickson Carr non la considerò poi nemmeno più tra le varie soluzioni originali, degne di essere segnalate: “Questo trucco è stato inventato da Israel Zangwill e da allora è stato usato in un’infinità di varianti. È stato fatto, di solito pugnalando, su una nave, in una casa diroccata, in una serra, in una soffitta, e perfino all’aria aperta..(J.D.Carr, The Hollow Man, “Le tre bare”). Inoltre questo libro voleva non solo essere uno spaccato della vita londinese in cui si svolgeva un omicidio, ma anche rivelare certi meccanismi in uso al tempo, per esempio l’importanza non indifferente già in quell’epoca, dei giornali, nell’opera di influenza sull’opinione pubblica. E il sussulto della carta stampata, in questo caso ha una grande importanza perché crea intorno all’omicidio una vasta eco, un’agitazione popolare, un’aspettativa che non potrà essere ignorata.
Il fatto è semplice ma ingegnoso: Arthur Constant, un signorino che ha sposato la causa dei proletari, ha raccomandato alla sua padrona di casa, che vuol essere svegliato alle 6,15 del mattino, tre quarti d’ora prima delle 7, ora in cui deve fare colazione, perché deve poi recarsi a parlare ad una riunione di ferrotranvieri. Constant è stato raccomandato come inquilino dal sindacalista Tom Mortlake, che quel mattino è dovuto partire alle ore 4. La Sig.ra Drabdump calcola male il tempo e invece di accendere il fuoco alle 6,15 lo accende una mezzora dopo; fatto sta che né prima né dopo Constant risponde alla sua affittacamere che sollecita è andata a svegliarlo, tant’è vero che lei pensa che voglia riposarsi ancora. Più tardi comunque comincia a preoccuparsi, perché stranamente Constant, che le si era raccomandato perché lo svegliasse per tempo, non risponde alle sue sollecitazioni; e si rivolge ad  un ex poliziotto abitante lì vicino, un investigatore famoso in pensione, George Grodman, perché la aiuti.
Quegli forza la porta, chiusa dall’interno, e penetra nella stanza con finestre anch’esse chiuse dall’interno, scoprendo che Constant che essi credevano profondamente addormentato, in realtà è stato sgozzato.
A questo punto esplode il caso: Constant non era il tipo da suicidarsi, e inoltre il coltello o il rasoio con il quale avrebbe dovuto tagliarsi la gola non è stato trovato. Conseguenza diretta, per quanto assurda, è la formalizzazione dell’omicidio perpetrato da..non si sa.
Inizialmente accusato dell’omicidio è proprio Tom Mortlake, un sindacalista che il più delle volte aveva sferzato la società borghese e ostacolato la polizia, accusato da essa di esserne rimasto coinvolto, in virtù della partenza, per alcuni sospetta, nella primissima mattina dell’omicidio. L’arresto del sindacalista, rimbalzato ed ampliato sulle pagine dei giornali, ha una vasta eco nell’opinione pubblica che si chiede meravigliata come mai un personaggio così noto e che così tante volte ha denunciato i mali della società, abbia potuto, proprio lui, spargere del sangue. Ma poi, l’accusa cade, e così Mortlake, a sua volta, vien visto come un eroe, e rilascia interviste a destra e a manca..
Fatto sta che presto l’omicidio di Constant diviene “Il Grande Mistero di Bow”, e non passa giorno che qualche tesi diversa possa avere l’onore della prima pagina, per spiegare il caso; tutto inutile. Non si trova una via d’uscita. Tuttavia, colui che coordina le indagini, e che già sognava titoloni da prima pagina ed edizioni speciali a lui dedicate, l’Ispettore Capo Edward Wimp, pensa di aver capito chi possa essere l’omicida: ma..ovviamente non può essere che Mortlake! E si è anche fatto un quadro generale che possa spiegare la situazione impossibile (un omicidio in una stanza in cui porta e finestre erano sprangate e chiuse dall’interno). E in virtù di questa spiegazione, nel corso delle indagini che lo hanno visto suo malgrado protagonista, Tom Mortlake viene accusato di aver ucciso Constant sulla base di un desiderio di vendetta scaturito dal fatto di esser stato abbandonato dalla sua fidanzata Jessie Dymond, cosa in cui lo stesso Constant si dice abbia avuto una parte attiva.
Per spiegare la dinamica dell’omicidio, Wimp ha suggerito all’accusa come la cosa sia potuta essere piuttosto semplice: Mortlake, precedentemente aveva lamentato di aver perso la chiave della serratura della stanza in cui abitava, e che poi era stata affittata a Constant. Secondo l’accusa in realtà avrebbe mantenuto una propria chiave di quell’appartamento, cosicché dopo aver reciso la gola di Constant non gli sarebbe bastato altro che lasciare la chiave nella serratura all’interno della porta e poi chiudere tranquillamente la porta dall’esterno, e andar via.
Sulla base di queste risultanze e del fatto anche che Jessie Dymond non si trova in nessun  posto, e quindi si pensa sia stata uccisa, Tom Mortlake viene condannato a morte, mediante impiccagione.
Nonostante il suo avversario, ossia Wimp, ritenga di aver vinto la sua battaglia, Grodman fa di tutto perché Mortlake possa essere scarcerato: guida interrogazioni, si pone alla testa di comitati cittadini, e anche preme sull’opinione pubblica perché le accuse formalizzate contro Mortlake cadano ed egli venga liberato. Ma invano.

E già si aspetta che giunga l’ora dell’impiccagione che..accade un fatto che nessuno si aspettava: l’assassino, il vero assassino, si costituisce alle autorità e rende piena confessione e spiega le dinamiche dei fatti, ponendo le basi dell’immediata liberazione del sindacalista. E non viene neanche arrestato con la stessa accusa, perché nel frattempo si spara, uccidendosi.
Chi sia stato l’assassino e come avesse potuto compiere l’omicidio e lasciare una porta sbarrata dall’interno, non lo dico certamente: è un piacere che lascio a chi avrà la bontà di leggere il romanzo.
Osservo solo, al di là di quanto detto nella premessa, che il valore della proposta editoriale, sta anche in una sua pretesa etica, che al tempo in cui venne scritto il romanzo, era parte del codice d’onore della società borghese e vittoriana di tardo ottocento: oggi, un assassino che si comportasse nello stesso modo, cioè che sentisse la necessità etica di evitare che un innocente potesse essere ucciso al suo posto, pur avendo egli ucciso, verrebbe tacciato oltre che di omicidio, anche di pazzia. A quel tempo, era altra cosa.
Un altro tempo, un’altra storia, un altro modo di comportarsi, di cui il romanzo fornisce una testimonianza vivida e appassionante.
Insomma, un romanzo, che pur nelle limitazioni di plot, riesce ancor oggi a piacere, a distanza di più di un secolo dalla sua pubblicazione.

Pietro De Palma

venerdì 7 ottobre 2016

Claude Aveline: La doppia morte dell’Ispettore Belot (La Double Mort de Frédéric Belot, 1932) – traduz. Cesare Giardini – Prefazione di Alberto Tedeschi – in appendice “Doppia nota sul romanzo poliziesco in generale e su questa “Suite” in particolare – Oscar (Gialli N.99) Mondadori N. 1556 dell’Agosto 1982 – Pagg. 158.


 Più passa il tempo, più trovo rimandi ad una domanda che ogni volta mi sorge spontanea, e a cui non so dare risposta: perché proprio nel 1932 son nati tanti capolavori della letteratura poliziesca?
Perché proprio quell’anno? Non lo so.
Qualche tempo fa ho scritto un pezzo su ll Caso Saint-Fiacre di Simenon, anch’esso del 1932. Ma nel 1932, uscirono innumerevoli capolavori: per es. Peril at End House, di Agatha Christie; Poison in Jest, di John Dickson Carr; The Greek Coffin Mystery, di Ellery Queen; Obelists at Sea, di Charles Daly King; Murder on the Yacht, di Rufus King; Sudden Death, Freeman Wills Crofts; La Maison interdite, di Michel Herbert & Eugen Wyl; The Devil Drives, di Virgil Markham; The Wailing Rock Murders, di Clifford Orr;  La Maison qui tue, di Noel Windry; etc etc etc Tra gli altri, lo straordinario  La Double Mort de Frédéric Belot, di Claude Aveline.
Chi sarà mai costui? avrebbe detto Don Abbondio. Non è un nome conosciuto ai più, anzi si può dire che in Italia solo pochi si ricordano di lui, e ancor meno hanno avuto la fortuna, come il sottoscritto, di leggere i suoi romanzi polizieschi.
Claude Aveline, nato nel 1901 e morto nel 1992, fu un grande intellettuale francese, poeta e critico famoso, attivista e partigiano durante il Governo Petain, amico di Anatole France e Jean Vigo, personaggio sempre in primo piano fino agli ultimi anni di vita.
Nel 1932 scrisse il suo capolavoro, nell’ambito della letteratura poliziesca, La Double Mort de Frédéric Belot; tuttavia, fino a quel momento, non aveva scritto proprio nulla di poliziesco. Si può dire quindi, senza alcun timore di sbagliare, che quest’opera coincise col suo esordio nella letteratura di genere.
Straordinario romanzo, si è detto; ma anche uno straordinario successo per l’epoca: il pubblico francese impazziva per le storie gialle, e si può dire a ben donde che, diversamente dall’Italia che era sempre stata anglofila fin dagli esordi, e che quando aveva esordito con investigatori italiani, i riferimenti erano pur sempre stati anglosassoni, in Francia, vuoi per campanilismo, vuoi per la tendenza dei francesi a non riconoscersi inferiori chiunque altro, ben presto molti autori francesi o comunque francofoni avevano provato a scrivere storie gialle, e avevano dimostrato di essere alla pari se non meglio di altri scrittori anglosassoni.
Il romanzo ebbe subito molte edizioni in Francia e fu tradotto in breve tempo in tredici Paesi diversi, tra cui l’Italia, in cui il romanzo, con un titolo abbastanza fedele “La doppia morte dell’Ispettore Belot”, fu tradotto da Cesare Giardini (lo stesso traduttore de Il caso dei Fratelli siamesi di Ellery Queen, prima che venisse ritradotto da Gianni Montanari) e pubblicato ne I Libri Gialli Mondadori, col numero 77, nel 1933.
Perché ebbe  tanto successo questo romanzo in patria? Per vari fattori.
Il primo, è ascrivibile all’editore:
Bernard Grasset, aveva fondato nel 1907 “Les Editions Nouvelles” e da quel momento, la sua casa editrice si era distinta nella pubblicazione delle opere dei maggiori scrittori ed intellettuali francesi, tra cui per esempio Monsieur des Lourdines di Alphonse de Chateaubriand, Filles de la pluie di André Savignon, e anche Du côté de chez Swan di Marcel Proust. Ma aveva anche pubblicato Diderot, Voltaire, Gide, Valéry. Insomma, nel 1932, le edizioni di Bernard Grasset, che come allora, si trovano ancor oggi in Rue des Saints Pères, 61 a Parigi, erano la punta di diamante dell’editoria francese, e presentavano opere estremamente serie.
Il secondo fattore, è sicuramente ascrivibile al romanziere:
Aveline era un gran nome in Francia, già a quel tempo. Aveva pubblicato parecchie opere di critica letteraria, con la sua omonima casa editrice, e contava già illustri amicizie, tra cui soprattutto quella di Anatole France, di cui era diventato il seguace più fedele. E poi quella di Jean Vigo, il regista de “L’Atalante”, uno dei film più importanti del secolo scorso.
Insomma, il fatto che l’editore francese più importante al tempo ed uno degli intellettuali francesi di punta dell’epoca avessero deciso di puntare sul lancio di un’opera di narrativa poliziesca, ebbe il suo immediato eco, nella società del tempo, e contribuì alla diffusione del romanzo. Fu intendimento premeditato o non voluto? Aveline lo fa capire chiaramente quando, nella sua “Doppia nota sul romanzo poliziesco” pubblicata nell’Oscar Mondadori, in appendice al romanzo (come nell’edizione Mercurie del 1963), dichiara che se “La doppia morte” fosse appartenuta ad una collana specializzata, sarebbe passata inosservata dai critici, che si ostinano ad ignorare la letteratura poliziesca. Un nome famoso di editore sulla copertina, editore che non aveva avuto niente a che fare, anche lui, con questa letteratura, attirò la loro attenzione. La lettura della mia prefazione, li costrinse tutti a schierarsi pro o contro..ho avuto buoni alleati e rudi avversari. Ma avevo raggiunto il mio scopo” (pag.153).
Si può dire che però, Aveline, ci mise molto di suo, passando molte settimane alla Prefettura di Parigi, ad impadronirsi di un mondo che rese in maniera mirabile. E lo rese talmente bene che il successo gli arrise. Anzi, esso fu talmente clamoroso, che il buon Aveline, che nel 1936 aveva pubblicato il suo “Le Prisonnier”, a cui si dice si fosse ispirato Albert Camus per il suo “L’Étranger”,  pensò di scrivere dell’altro. Purtroppo egli aveva  fatto morire Belot al primo colpo e persino due volte e perciò introdusse delle avventure che avevano avuto luogo prima che egli potesse morire Infatti come egli ebbe a dire in merito al suo primo romanzo …“ L’ennui c’est que j’avais tué mon policier du premier coup, et même deux fois, je n’avais pas prévu qu’il aurait à reprendre du service. Heureusement, je ne l’avais pas fait mourir trop jeune”. E così nel 1937, pubblicò il suo secondo scritto, Voiture 7 place 15, seguito da L’Abonné de la ligne U e infine da Le Jet d’eau. Da allora passò molto tempo prima che riprendesse a scrivere storie poliziesche: negli ultimi anni della sua vita scrisse l’ultimo capitolo della Suite,  L’Œil-de-chat. Comunque il suo capolavoro è il primo dei suoi scritti, tanto che più tardi, in occasione della ripubblicazione della sua opera completa, in forma di “Suite poliziesca” presso Mercurie nel 1967, scrisse una “Doppia nota sul romanzo poliziesco in generale e sulla suite in particolare”.
Come Aveline scrisse, il romanzo “è una storia che ricomincia alla fine. Se c’è un romanzo che si presta a essere riletto, questo, contrariamente all’opinione generale, è proprio il poliziesco. Il lettore ha seguito un’indagine, mettendosi nei panni dell’investigatore. Ebbene, ora può riprenderla, non più con gli occhi dell’autore, ma con quelli del criminale. Con gli occhi, il cuore, le viscere del criminale. Alle mosse del futuro trionfatore, si sostituiscono le angosce di un essere braccato dalla polizia, oppure dai propri rimorsi. Nel romanzo letterario ‘consueto’, il lettore può sognare soltanto durante il suo primo contatto con l’opera… qui, invece, egli si trova in grado di evocare un nuovo dramma. Qui può creare”.
Aveline immagina che Simon Riviere, ispettore di polizia e figlio a sua volta di un ispettore di polizia giudiziaria, gli narri la più sensazionale, ma anche l’ultima avventura di Frédéric Belot, Capo della Brigata Speciale e suo padrino. Già il fatto che Belot, uomo sempre attivo, abbia accettato un posto dietro una scrivania, ha fatto parlare parecchi dei suoi conoscenti, tanto più che egli così ha dato via libera a Picard, di diventare Direttore della Polizia Giudiziaria. Ma le sorprese non sono finite: infatti Belot, scapolo impenitente, annuncia la decisione di sposarsi con la signora Deguise.Poi accade che una sera che Belot è atteso da Picard per una questione delicata, egli non si faccia vivo. Riviere viene mandato a cercarlo. E’ il 4 novembre.
Si reca presso la casa in cui dimora, in Rue de Crimée 26, e chiede alla portinaia di Belot, sentendosi rispondere che il suo padrino non è uscito. La porta di casa è chiusa, e non avendo le chiavi, si serve di alcuni strumenti che i poliziotti come lui portano addosso e la forza. Quando entra in casa “è buio pesto”.
Accende la luce nell’anticamera, e vede appeso il soprabito e il cappello di Belot. Trovando chiusa la porta dello studio, la apre  e illumina lo studio anch’esso nell’oscurità: al centro della stanza vede Belot per terra, rantolante.. Accende il lampadario e si rende che è ferito alla testa e anche al corpo, e vicino a lui c’è la sua pistola, una Browning. Emozionato fa per telefonare ai suoi superiori e chiedere aiuto e un’autoambulanza, quando..vede spuntare da sotto un pesante tendaggio che divide lo studio dal salotto, una mano contratta. Scosta la tenda e si trova il corpo di un altro uomo, riverso con la faccia per terra, anche lui vestito di grigio e anche lui con una Browning. Lo rivolta e.. “vidi che anche quest’uomo era Frédéric Belot. Ma un Frédéric Belot morto” (pag.31).
Da questa scoperta, prende l’avvio una storia che ha dell’incredibile, in cui “il doppio” è l’elemento predominante, in cui le verità sono tali fino a che non si scopre qualcosa in grado di rovesciarle completamente, in cui gli avvenimenti si può dire che siano uno conseguente all’altro, come tante scatole cinesi.
Innanzitutto bisogna scoprire, chi di quei due sia il vero Belot e chi l’impostore. Perché è evidente (o sembrerebbe tale) che uno abbia ucciso l’altro. Sottolineo il “sembrerebbe” perché in questo romanzo, più che in altri, bisogna prendere con le molle e diffidare di tutto ciò che viene dato per certo, perché prima o poi assumerà un significato difforme.
Sembrano uguali, due fotocopie, ma poi si scopre, dall’autopsia di quello morto, che porta i baffi posticci e la colorazione del volto è data con un fondotinta. Quindi è l’impostore. A questo punto si scopre però dal raffronto dell’arma (la pistola di Belot ha il caricatore con impressi due segni profondi di lima) che quella che ha sparato e ha ucciso per primo è quella di Belot: perché avrebbe dovuto sparare per primo? Questo è il primo interrogativo, che viene posto. Ma risulterà essere uno dei tanti, quando si conoscerà il resto. Per es., vicino al falso Belot, viene trovata una scatola piena di proiettili aperta: cosa significa? Che stava ricaricando l’arma? E perché? Se davvero si fosse introdotto nell’appartamento, si sarebbe dovuto supporre che fosse armato cioè con la pistola dotata di caricatore pieno, in grado cioè di uccidere il vero Belot. E invece la sua arma è scarica. Ma è anche vero che vi sono bossoli da ogni parte. Ma, guarda caso, anche l’arma di Belot è scarica come se avessero svuotato i caricatori l’uno contro l’altro.
Già questo potrebbe significare un altro interrogativo (nascosto): in quale modo recondito, un poliziotto e un killer, a breve distanza l’uno dall’altro, sparando all’impazzata l’uno contro l’altro, avrebbero causato così poche ferite (anche se mortali) l’uno all’altro? Al morto un colpo in fronte, all’altro uno al corpo ed un altro alla testa. Mah..
A questo punto interviene un altro avvenimento che conferisce ancor meno certezza alla faccenda: il falso Belot possiede la tessera della polizia ufficiale con impressa l’impronta digitale del suo pollice. Perché farsene una falsa, quando avrebbe potuto rubare quella vera? Anche il vero Belot ne ha una con la foto dissimile in un particolare dei capelli con l’altro ma per il resto completamente uguale, e con una impronta digitale diversa. Solo che quando si vuole confrontare le due a quella dell’archivio, si scopre che è scomparsa. Perché?
Tanti perché, troppi.
Belot è ricoverato in condizioni disperate. Nonostante le ferite è ancora vivo, e rantola frasi dissennate o che almeno sembrano tali. Intanto, Riviere fa una scoperta della massima importanza: l’appartamento di Belot è diviso su due piani. La tragedia si è svolta al primo piano; ora lui va a vedere di trovare degli indizi e perquisisce anche il secondo e si trova dinanzi ad una cosa che non sapeva: il piano è diviso secondo la lunghezza in due parti, che formano due mini appartamenti. In fondo all’armadio a muro della casa di Belot trova un pannello con una serratura di sicurezza, e dietro il vuoto: una porta segreta di comunicazione fra i due appartamenti? E perché?
Chi è il misterioso inquilino di Belot? La portinaia, la signora Morin, che prima aveva detto alla polizia che la foto del morto le riusciva familiare ma non sapeva dire lì per lì chi fosse, ha un’illuminazione: è l’inquilino misterioso. A questo punto è chiaro che i due si conoscessero. E perché mai allora il secondo aveva preso le sembianze del primo, che conosceva? Grazie alle chiavi trovate nelle tasche del ferito, riesce ad aprire il pannello e si trova in un miniappartamento anonimo anche se elegante, in cui non trova nulla se non una carta d’identità, in un vestito, che si riferisce a tale Jean Martin abitante al 43ter di Rue Arthur-Rozier, che è in pratica dietro Rue de Crimée: una casa con un piano diviso in due, con una entrata indipendente da quella principale e posta in una via diversa. Perché mai? E perché soprattutto gli armadi delle due case contengono esattamente gli stessi capi, delle stesse misure e dello stesso colore?
Simon Riviére a questo punta fa una scoperta di importanza capitale per il succedersi degli avvenimenti, suffragata da una che viene fatta nell’archivio della polizia: sia lui che un perito della Scientifica scoprono in posti diversi che la foto dello sconosciuto (Jean Martin si è frattanto scoperto che non è mai nato!) non è così sconosciuta. Infatti, la madre di Belot annuncia a Simon che è andato a trovarla per informarla sulle condizioni del figlio, che la foto dello sconosciuto è quella di..suo figlio. Cioè in pratica, si realizza un absurdum : il Belot che si credeva impostore è quello vero, mentre quello vero è un impostore.
Ma a questo punto un assurdo più assurdo si fa avanti: perché mai Belot avrebbe dovuto rasarsi i baffi e inscurirsi la pelle, per assomigliare ad un suo sosia, che a sua volta gli assomigliava precedentemente? Cioè perché tutto questo pasticcio?
La spiegazione la da Picard, amico di Belot e capo di Riviére: fu lo stesso Belot ad imporgliela, il giorno in cui conobbe il suo sosia, un tale Ferroux, ingiustamente accusato di un’appropriazione indebita, che gli assomigliava come una goccia d’acqua. In quel momento Belot capì che facendo fare ad un suo sosia quello che lui avrebbe fatto da quel momento in poi, cioè il capo di una divisione che gli imponeva il lavoro d’ufficio, in seguito ad una promozione, lui, Belot, avrebbe potuto svolgere sotto mentite spoglie delle delicatissime indagini di polizia.
Ecco spiegato il falso Belot, ecco spiegata la sparizione di documenti, e la creazione di una falsa identità poliziesca: era tutto parte di un piano. Ma perché poi il falso Belot ha ucciso quello vero?
E perché il falso Belot, negli attimi prima della morte (perché muore anche lui, in ospedale) ha gridato: “Non lo uccida! Non lo uccida!” e non invece “Non mi uccida!”?
E chi ha consegnato una lettera da parte della Prefettura alla sig.ra Deguise, che si è capito aveva una relazione con Belot? Alla Prefettura tutti negano. Insomma c’è una terza persona che fa di tutto per apparire sulla scena: un complice, un testimone, o..un assassino?
Perché a questo punto, Riviére ponendo occhio a questo fatto avvenuto al tempo della scoperta della divisione del secondo piano, e alle parole del moribondo, pensandoci e ripensandoci e soprattutto ritornando sul luogo del delitto e raccogliendo i bossoli e facendoli comparare, si accorge che essi provengono da una sola arma, e soprattutto capisce perché c’era “buio pesto” a casa della vittima quando aveva trovato i due corpi: se davvero uno dei due avesse sparato all’altro uccidendolo e nel contempo fosse stato ferito mortalmente e per di più alla testa, come avrebbe potuto andare a spegnere il lampadario e chiudere la porta, e perché poi? Se davvero avesse avuto tutte queste forze, le avrebbe spese per cercare di chiedere aiuto. E invece..niente di tutto questo.
La ragione di tutto ciò porta ad una terza persona, X, che avrebbe ucciso i due Belot, il vero ed il falso, e poi messo la pistola accanto al falso Belot. Ma anche qui sorge una domanda spontanea: come avrebbe potuto sparare con una pistola di ordinanza della polizia? Era sua o ne era pervenuta in possesso?
La ragione la si troverà in una storia d’amore finita per sbaglio, e la comprensione delle morti sarà solo la conseguenza del mancato depistaggio da parte di un falso assassino a favore di uno vero. Il finale sarà tragico e tristissimo, e la spiegazione finale, immaginifica, ricostruirà il grande puzzle, ponendo ogni tessera al suo giusto posto.
Innanzitutto diciamo che l’edizione italiana prende un colossale errore di prospettiva nel titolo: intitolando il romanzo “La doppia morte dell’Ispettore Belot”, gli attribuisce un grado che non ha. Belot infatti in questo romanzo, che è il primo, ma anche l’ultimo perché in esso appare da morto, non è più Ispettore ma..Commissario. E del resto è proprio la sua promozione a causare la sua morte, si potrebbe dire. Al di là di questa gaffe..
Claude Aveline, che Michel Lebrune aveva definito véritable novateur du roman de mystère, un humaniste et un grand humoriste”, e di cui Pierre Boileau avrebbe detto che aveva dato al Genere del Romanzo Poliziesco « ses lettres de noblesse », cercò in più occasioni di sghettizzare il romanzo poliziesco, prendendone le difese:
“Il n’y pas de romans nobles appartenant aux Belles-Lettres (qui en décide?) et de romans moins nobles parmi lesquels on range selon l’arbitraire habituel romans populaires, d’aventure, romans policiers”.
Egli tuttavia, pur essendo uomo di studio, di critica, capì che non sarebbe bastata un’opera solo critica del genere per tentare di sdoganarlo, ma sarebbe stato necessario che lui stesso desse il buon esempio, scrivendo un romanzo. Che fosse anche la riprova che anche un fine letterato avrebbe potuto scrivere un romanzo poliziesco, con gusto, ironia ed inventando un problema talmente astruso, che solo con una spiegazione al di là della comprensione umana sarebbe potuto essere spiegato.
Il dotto studioso, il critico cinematografico, il poeta, l’ironico inventore di aforismi, tipo La mort d’autrui soumet le vivant, résigné, aux lois inévitables. La sienne, il la considère comme un assassinat” (=la morte degli altri è una cosa inevitabile, la propria è un assassinio), inventa un romanzo appassionante, teso e vibrante, tortuoso e machiavellico, ma anche profondamente umano, rinnovando al pari di altri maestri dichiarati del poliziesco (Very, Steeman, Boileau, Windry, Lanteaume), il genere. E dipana il velo del mistero con un virtuosismo raro, dando vita ad un continuo gioco di specchi, in cui l’indagine assume i toni di analisi quasi psicanalitica e di una sconcertante ma estremamente vibrante introspezione psicologica.
Aveline, inoltre, per coinvolgere ancor più il lettore nella storia, la umanizza raccontando il dramma dell’Ispettore Riviére, il vero detective della storia, e “ figlioccio” di Belot, che apprende che l’uomo a cui lui è molto legato umanamente, perché grande amico del padre e suo protettore in Polizia, è stato barbaramente ucciso in casa sua. E’ un fatto risaputo (e accettato) che se il protagonista è personalmente invischiato in una indagine, il lettore seguirà con maggior passione l’evolversi della vicenda.
Non solo. Per coinvolgere ancor più il lettore, Aveline immagina egli stesso coivolto nell’azione, in quanto lo scrittore è anche il narratore della storia. In questo si avvicina moltissimo a Van Dine, in quanto lui stesso era il narratore delle vicende di Philo Vance.
Aveline, scrivendo un romanzo poliziesco, con la migliore scrittura possibile, evocando una storia in bilico tra l’assurdo ed l’improbabile, e risolvendola in modo che la soluzione sia l’unica  in grado di ricondurre l’assurdo e l’improbabile ad una dimensione possibile, e infilandoci anche una storia d’amore struggente e risvolti psicologici notevoli, crea quindi un nuovo tipo di romanzo, un romanzo poliziesco “serio”.
Questa serietà del romanzo, lo pone seriamente in contrasto con la letteratura poliziesca del suo tempo, che normalmente (senza toccare i vertici) da massimo risalto al plot a scapito del resto. Qui, invece, tutto ha un proprio ruolo, tutto è necessario: Tutte le figure rappresentate hanno un’anima.
Notate per esempio come riesca a renderci estremamente vicina, con finissima psicologia, l’invidia della portinaia sciatta e sporcacciona, nei confronti di chi, la signora Lesueur, con lei, con una portinaia, non si sbottona, perché è superba : “come se fare un mezzo servizio non fosse come essere una serva” (pag.75).
Inoltre, qui, come una tragedia greca, la storia non si risolve, non ha un finale che riporta il sereno, dopo la tempesta. No. Qui il sereno non ricompare. Anzi..
Infatti la soluzione è amara oltre ogni misura: infatti un tentativo di suicidio si è tramutato in ben altro; e chi doveva essere suicida, diventa, non volendolo, omicida. Poi, c’è qualcun altro che interviene e muta la natura degli eventi, facendo sì che paia che i due Belot si siano sparati l’un l’altro. Solo che..non capisce l’importanza della luce.
Un piccolo, insignificante particolare che ha tutta questa importanza? Forse anche più, ne ha una anche metaforica: la luce dell’appartamento porta la luce sul caso, senza la luce ci sarebbe stato davvero “un buio pesto”.
In questo romanzo tutti i protagonisti di questa assurda vicenda finiscono con il diventare gli alter ego degli eroi omerici prigionieri del fato e dei capricci degli dei, costretti a recitare delle parti e a vivere una tragedia che non riescono ad evitare perché inconsapevolmente ne hanno messo proprio loro, gli ingranaggi in moto. In un certo senso, anche l’assassino non è veramente tale.
Nei romanzi del periodo, nessuno si ferma a contemplare la morte. Essa è solo funzionale alla storia, ma in nessun modo la sua tragedia viene analizzata. Qui invece questo avviene.
La storia quindi perde i connotati di gioco dell’intelligenza, per assumere quelli di analisi dell’anima. In un certo senso, tutto ciò rende la lettura non certo facile, e l’incedere piuttosto pesante.
Per di più, come evocato dallo stesso titolo, qui tutto è doppio, si potrebbe dire che questo di Aveline sia il “trionfo del doppio” nella letteratura poliziesca: Belot vero è un doppio (quello che appare e quello che è); Belot è doppio come persona fisica (il Belot vero e quello falso); la verità di Picard è doppia: la verità non detta e quella rivelata; la casa è un doppio: due piani, due ingressi separati, e un piano diviso in due; l’assassino è doppio: il vero ed il falso; la pistola è doppia, la collezione degli indumenti è doppia, la stessa carta d’identità è doppia; il falso Belot è doppio : la sua vera identità celata e quella falsa assunta e dimostrata agli altri come vera; la storia della signora Diguise è doppia perché ella crede di amare Belot ed invece è innamorata di Ferreux, il falso Belot. Anche l’assassino è doppio: perché prima c’è un falso omicida che fa credere di esserlo e poi il vero omicida. La stessa signora Diguise è doppia perché nella vita reale ha un altro nome, ed è doppiamente doppia in quanto negli ultimi righi della storia si capisce che ella è l’amica in comune (doppia amica) sia del narratore (Aveline) sia del detective (Riviere) tra loro amici.
Finisco con un pensiero dello stesso Aveline, tratto dalla “Doppia nota sul romanzo poliziesco in generale e su questa suite in particolare”:
Quanto al romanzo, suscitò — dopo un unanime elogio della scrittura che mi ha commosso e del quale non ho tenuto nessun conto (questa edizione offre al lettore un testo interamente rifatto) — i commenti più contraddittori. Realizzava e tradiva le promesse della prefazione. Rompe­va con le vecchie formule e non apportava la minima novità. Era «super-poliziesco», algebrico, e sacrificava l’in­treccio alla psicologia. Su due punti, come mi aspettavo, doveva trovare «contro» la maggioranza della giuria.
1° Malgrado la mia affermazione preliminare, avevo voluto scrivere un romanzo poliziesco;
2° il tema del sosia… era incredibile”.

Pietro De Palma

P.S.
Chi volesse sapere di più anche sulle altre opere di Aveline, può andare a rileggere un articolo che scrissi per Sherlock Magazine Web qualche anno fa. ( al link : http://www.sherlockmagazine.it/rubriche/3709 ).

mercoledì 5 ottobre 2016

Maj Sjowall – Per Wahloo : La camera chiusa (Det slutna rummet, 1972) – trad. Renato Zatti – Postfazione: Hakan Nesser – Sellerio editore Palermo – 2010, 2^ edizione –- Pagg. 409


Di Maj Sjowall e Per Wahloo non ho null’altro, all’infuori del bellissimo Det slutna rummer, “La Camera Chiusa”.
Il romanzo, scritto e pubblicato nel 1972, in Italia è apparso, per Sellerio, solo nel 2010.
Sellerio, si sa, è conosciuta per essere una casa editrice dal forte impegno culturale; e anche sul versante del romanzo poliziesco non tradisce questa sua vocazione: pochi autori, e neanche notissimi (basti pensare alla serie del Commissario De Vincenzi, di Augusto De Angelis, o al più recente Wilcox, a Carofiglio, Gimenez Bartlett, Camilleri). Perché allora Sjowall e Wahloo avrebbero dovuto interessare questa casa editrice? Non lo sappiamo con certezza. Ma, le note sul risvolto della quarta di copertina, ci danno una delle soluzioni: i due autori con i polizieschi che hanno scritto non hanno solo dato un contributo alla narrativa poliziesca ma anche all’impegno politico, impegnandosi nel denunciare i mali e le storture della società capitalistica svedese. E anche questo Det slutna rummet, non tradisce quest’impostazione.
Innanzitutto segnalo il romanzo per una singolarità: all’interno della trama vi sono 2 plot ben contraddistinti, che non sembrerebbero avere alcun contatto tra loro: il primo presenta una classicissima Camera Chiusa e il secondo una rapina in banca. Cosa lega due fatti così lontani?
Sgombriamo intanto il campo da fantastiche ipotesi, che potrebbero venire spontanee: l’ammazzato non c’entra nulla con la rapina; eppure..i due plot hanno un punto in comune che si spiega solo nel finale.
Il romanzo comincia con una rapina in banca: alla fine di giugno, a Stoccolma, una rapinatrice solitaria svaligia una banca e ci scappa il morto, un cliente, uno che voleva fare l’eroe, centrato in pieno viso da un colpo di pistola che gli spappola viso e cranio. Dopo la rapina, un procuratore rampante, «Bulldozer» Olsson, chiede l’intervento della squadra speciale, in quanto sicuro che il colpo sia parte di altro e più vasto piano criminale.
Qualche giorno dopo, il 3 luglio 1972, il Commissario Martin Beck, con un matrimonio fallito alle spalle e dopo un lungo periodo di convalescenza, ritorna alla vita lavorativa in polizia, e proprio come primo incarico gli viene assegnato un caso che avrebbe fatto la felicità di John Dickson Carr. L’incartamento riguarda quello che appare un caso misterioso, ma forse solo perché degli eventi di natura umana o casuale l’hanno reso tale. Nella domenica del 18 giugno precedente, al numero 57 di Bergsgatan nel quartiere di Kungsholmen, due poliziotti Kenneth Kvastmo e Karl Kristiansson vengono inviati ad investigare, dopo una segnalazione proveniente dallo stabile:  una donna, che abita al secondo piano del palazzo, ha detto che da qualche giorno l’interno delle scale è ammorbato da un fetore indescrivibile, come di carne marcia. I due poliziotti ben presto scoprono che l’origine del puzzo proviene da un’abitazione al primo piano, abitata da un certo Karl Edvin Svard, un pensionato che pare essere in condizioni quasi indigenti, e che da lavorante faceva il magazziniere. I due, solo con la forza bruta, riescono ad entrare in casa sfasciando i cardini, giacchè la porta è munita di due robusti chiavistelli e di una “fox-lock”, una robusta sbarra di ferro che si infila negli stipiti, e si trovano davanti ad uno spettacolo raccapricciante: un uomo è steso a terra, vicino ad una finestra, ma non sotto, o meglio è steso quel che resta di un uomo, le cui carni putrefatte ed enfiate dal caldo soffocante, anche a causa di una stufetta, sono lì a chiedere che qualcuno apra la finestra e disinfetti il locale, visto anche il discreto numero di vermi da cadavere che gironzolano sul pavimento sotto di esso. Mentre un poliziotto, sta lì a vomitare, l’altro, più duro, controlla che gli addetti alla rimozione del corpo, non tralascino nulla, vigilando lui e poi loro che tutto ciò che sta attorno al cadavere venga raccolto e classificato, persino i vermi che se ne stanno cibando. L’unica cosa che verrebbe da chiedere che dovesse essere da qualche parte, e che non c’è, è proprio la pistola, una pistola di grosso calibro, visto che l’autopsia rivela essere morto Svard per un colpo di pistola che l’ha beccato in pieno petto, al cuore: se fosse suicidio, come il caso viene frettolosamente chiuso, si dovrebbe trovare l’arma. Ma l’arma non si trova. E allora Beck comincia la sua indagine, andando a ritroso, interrogando i due poliziotti, i necrofori comunali, il responsabile del procedimento che ha frettolosamente chiuso l’indagine con un verdetto di suicidio (ma senza pistola, in una abitazione rigorosamente chiusa dall’interno con serratura e chiavistelli vari, con la finestra serrata da un chiavistello interno e senza altre uscite) e persino il medico legale, cui la polizia ha dato istruzioni, indirizzando già il caso verso il suicidio, che si è astenuto dal fare qualsiasi altra indagine. Dell’assassinio, perché questo Beck immagina che sia, rimane il rapporto che ha sotto gli occhi ed il proiettile che per puro caso non si è perso. Un po’ poco. Ma a Martin Beck basta: è il classico poliziotto metodico, attento, ligio, che passa tutto al setaccio, un po’ Lord un po’ Carella, che non si lascia scoraggiare dalla pochezza delle prove: neanche sul quel che resta del corpo può investigare, visto che quando gli mollano la patata bollente, son passati quindici giorni già dal ritrovamento del cadavere e , dato lo stato assai precario in cui si trova, e visto che nessuno si presenta a riconoscerlo (ma come farebbe?) o a reclamarne la salma, hanno provveduto a cremarlo; così deve Martin solo affidarsi alle poche risultanze che nell’autopsia erano state attuate esaminando quel che restava degli organi: la ferita d’arma da fuoco è l’unica cosa che potesse essere accertata; neanche era possibile investigare sul fatto che all’assassinato gli fosse stato inferto un qualche colpo per tramortirlo o gli fosse stato somministrato qualcosa da renderlo incosciente. La cosa, una delle poche su cui deve necessariamente basarsi, è che in quella torrida estate, nessuno ha sentito nessun colpo d’arma da fuoco; eppure avrebbe dovuto trovare qualcuno che l’avesse sentita, il commissario, perché il calibro pare piuttosto grosso. Anche se non si può accertarlo con precisione visto che manca il bossolo. Già un’altra cosa strana. Nell’incartamento egli trova un parere di qualcuno: l’arma doveva per forza essere a tamburo, mancando il bossolo, un revolver insomma: se non lo fosse stato, il bossolo sarebbe dovuto essere espulso dalla pistola all’atto dello sparo e trovarsi assieme al corpo e quindi essere ritrovato con esso: ma nessun bossolo si trova.
E’ omicidio allora. Ma..come è avvenuto? Rinunciando alla tentazione di risolvere il puzzle, che si presenta ingarbugliato, Beck, ricomincia dal principio: ritorna nell’appartamento, i cui muri hanno assorbito quell’odore caratteristico della morte, e ne esamina gli arredi e le povere cose ricavando l’impressione che si trattasse di un pover’uomo.
Nello stesso due criminali di primo piano, tali Malmstrom e Mohrén, cronicamente sfortunati perche vengono sempre acciuffati, hanno deciso di mettere a segno un grande colpo, e per farlo si associano ad un altro tipo, che fa il basista e che ha il compito di procurare loro varie cose, tra cui una Santa Barbara di tutto rispetto: pistole, revolver, fucili a canne mozze e pistole-mitragliatrici; egli fa anche il ricettatore e tratta droga e pornografia.
Un giorno per un errore, una vigilessa lo accusa di aver derubato una passante, viene con la vigilessa e la passante portato alla centrale di polizia, perquisito e rilasciato; ha però la sfortuna di beccare un cane antidroga che si interessa stranamente della borsa dalla quale poco prima gli agenti avevano tirato fuori la spesa. Il tipo capisce che deve cercare di farla franca e per questo decide di vendere i suoi “clienti” al procuratore «Bulldozer» Olsson, che si dimostra più che interessato alla cosa. 
Accade però che i poliziotti Larsson e Kollberg che fanno parte della talk-force che si occupa delle rapine, vadano a perquisire la sua abitazione, non trovandoci alcunché di interessante. Anche questa volta accade però l’imprevisto: in un locale condominiale trovano, occultata in una cassa di sabbia, risalente alla seconda guerra mondiale, una borsa militare contenente una parrucca bionda, una camicia azzurra, un cappello ed una pistola automatica, calibro 45, insomma gli indumenti e la pistola che riportano alla rapina in banca in cui c’era scappato il morto. E così questo povero tale, che chiameremo M, che già pensava di essersela scampata, si ritrova coinvolto in una rapina e omicidio di cui non sa nulla: il procuratore è sicuro che alla base del supercolpo che stanno progettando i due con lui ci sia  Werner Roos, un supercriminale.
Malmstrom e Mohrén secondo il Procuratore dovrebbero rapinare una superbanca a Stoccolma; peccato che invece essi abbiano preso di mira una banca di Malmo; e così mentre c’è gente che è pronta a far scattare una trappola altrove, quelli indisturbati fanno il colpo e se ne vanno.
Intanto il commissario Beck per cercare di dare un nome all’assassino si Svard,  comincia ad indagare nel suo ambiente lavorativo: subito raccoglie vari giudizi dei suoi ex colleghi da cui ricava essere stato lo Svard “un gran bastardo”, una persona capace di costruirsi una seconda attività all’ombra dei furti di merce dai colli avuti in affidamento, denunciati come effetto del danneggiamento del trasporto, senza che le stesse agenzie di assicurazione avessero mai sospettato nulla. Le indagini lo portano anche ad un palazzo più elegante della topaia in cui è stato trovato, dove pare abbia abitato qualche tempo prima, dove incontra Rea Nielsen, l’affittacamere, una donna molto diversa dall’ex-moglie, anticonformista da far paura, di cui poco a poco si innamora. Parallelamente all’amore che sente crescere, Beck viene informato da una banca di un conto, intestato a Svard, molto consistente, che contrasta con le sue condizioni indigenti; inoltre egli appura che l’uomo aveva paura di qualcosa, o qualcuno. Dalla successiva constatazione che ogni mese versava un importo fisso sul suo conto, ricava che egli avesse ricattato qualcuno, e che quel qualcuno deve averlo ucciso. Un’osservazione poi della sua amica, che si è chiusa inavvertitamente la porta dell’appartamento alle spalle, gli da modo di capire come il mistero della Camera Chiusa possa essere spiegato. Ma perché questo abbia un valore è necessario capire come egli abbia fatto ad uccidere il malcapitato. E così Beck ritrova il bossolo: è fuori dalla casa, su un pendio erboso che guarda in direzione della casa: come ci è finito là?
A questo punto la rivelazione che incanala le due indagini: delle rapine e della Camera Chiusa: il bossolo ritrovato, si spiega esser stato espulso dalla stessa arma usata nelle rapine.  Ecco come i 2 plot si intersecano. L’assassino verrà così incastrato: la cosa curiosa è che egli, quasi per uno scherzo del destino, o per colpa di altro apparato della società, la giustizia, viene condannato per un reato di cui egli giura essere innocente, cioè una  rapina in banca con il morto; mentre viene assolto dal reato di omicidio nei confronti di Svard, delitto di cui egli aveva riconosciuto la paternità.
Il romanzo di Sjowall e Wahloo è un procedural, anche se particolare: segue l’iter delle indagini di Beck da un lato; Olsson e la Squadra Specialedall’altro. Se li esaminassimo separatamente, avremmo due generi diversi: un hard-boiled classico, con un detective triste, uno sfortunato delinquente, e una storia d’amore; un giallo classicissmo con Camera Chiusa. E ognuno dei due avrebbe la possibilità di un proprio iter autonomo, anche se non la forza di un romanzo. Ecco allora  cosa i due autori escogitano: uniscono i due racconti assieme, dando loro un finale comune e quindi unendoli ad arte, e realizzando un romanzo indimenticabile.
Tra le tante presenti nel romanzo, la figura del Commissario Martin Beck, è quella di un anti-eroe, di un personaggio ormai abituato alla vita consuetudinaria, che all’improvviso si accorge del fatto di non riuscire più a fare le cose che faceva prima dell’incontro con Rea, poliziotto Martin Beck, privo di una qualsiasi ambizione condivisa invece dai suoi colleghi, che ci ricorda tanto l’Arkady Renko di Gorky Park, il poliziotto malinconico di Martin Cruz Smith.
Un’ultima cosa che è una chicca: chi lo leggerà, troverà a pag. 350 la spiegazione del perché abbia detto all’inizio che è un giallo che avrebbe fatto la felicità di John Dickson Carr, e del perché io pensi che probabilmente proprio a Carr i due autori abbiano fatto riferimento, confezionando una Camera semplice ma assai efficace, e in cui il calibro della pistola ha una grande importanza.
Il modo di tratteggiare le figure, di descrivere i luoghi e le circostanze, lo stesso incedere e l’analisi dei particolari, fa sì che l’atmosfera del romanzo non sia mai solare, ma come offuscata da una coltre spessa di nebbia; e delle atmosfere uggiose, la trama conserva la malinconia. E la critica sociale è molto spesso velenosa, come quando per esempio si rapportano le carriere criminali di Malmstrom e Mohrén a quelle di tanti insospettabili che forse sono maggiormente criminali: chi corrompe per appalti e specula sulle abitazioni, chi avvelena l’ambiente, etc..
Se non fosse un procedural, direi trattarsi di un Hard-boiled con movenze da Giallo Classico. E come tutti gli Hard-Boiled di una certa classe, ha il finale in..pianissimo, un finale amaro, con una promozione a Beck che non arriva e lui che dimostra, nell’accettazione della sua mancata promozione, di essere tutto sommato un uomo semplice, del tutto diverso dagli arrivisti che lo circondano.
Un romanzo poliziesco originale nell’ideazione.
Da leggere.

Pietro De Palma

domenica 25 settembre 2016

Edward D. Hoch: La casa parlante (The Problem of the Whispering House, 1979) - trad. Hilia Brinis, in Ellery Queen presenta: Inverno Giallo 1988-89

Oggi parliamo di un racconto di Edward D. Hoch.
Il racconto risale al 1979: fu pubblicato per la prima volta su EQMM dell'Aprile 1979 e più tardi fu inserito nella raccolta "More Things IMPOSSIBLE. The Second Casebook of Dr. Sam Hawthorne".

Fu pubblicato in Italia sulla raccolta "Ellery Queen presenta: Inverno Giallo 88-89".
Il dottor Sam Hawthorne racconta un caso accadutogli nel febbraio del 1928, a Northmont.
La casa dei Bryer è una casa infestata, lo sanno tutti. E' una casa in cui si sentono voci e bisbiglii, nonostante non vi sia nessuno, e sia disabitata da molto tempo. Queste voci sulla presenza di spettri mettono in allarme i padroni della proprietà che vorrebbero venderla e che ora invece hanno paura di non poterlo più fare al prezzo che loro avrebbero voluto imporre. Perciò assoldano un cosiddetto cacciatore di fantasmi, Thaddeus Sloane e lo mandano lì. Thaddeus che si è informato della vita nel centro rurale, viene a sapere di Sam Hawthorne, il medico condotto che ha risolto molti casi definiti impossibili, e quindi si affida a lui: chi meglio di un esperto di delitti impossibili potrebbe dargli una mano? E' pur sempre vero che anche questo è un caso impossibile, anche se manca il cadavere (per il momento, diciamo noi). Hawthorne accetta, ma prima deve andare a visitare Billy Andrews un ragazzo che è caduto sul suo forcone in fienile e si è ferito ad una gamba. Va, medica la gamba e chiede alla madre sulla casa dei Bryer: la leggenda dice che quelle voci sarebbero quelle degli schiavi intrappolati per sempre in una stanza segreta, in quanto quella casa era usata come stazione di sosta nella fuga degli schiavi verso il Canada.
Sloane e Hawthorne vanno in quella casa armati solo di una lampadina tascabile, aprono con la chiave fornita dall'agenzia immobiliare che ha in vendita la casa, e si trovano in una casa del tutto vuota: qua e là delle sedie o mobilio di poco pregio che non è stato portato via, ma di voci e bisbiglii neanche l'ombra. Sloane decide di aspettare la notte, perchè di notte appaiono gli spettri. Quella notte, sarà stata l'atmosfera o la tensione, fatto sta che bisbiglii paiono udirli e poi una voce sommessa che minaccia morte nel caso i due non vadano via. Sloane ha tracciato in una camera un cerchio e dentro un pentacolo col gesso. Ad un certo punto sentono una porta sbattere e dei passi. Si riparano in una camera (stanno al primo piano) e ad un certo punto vedono un vecchio barbuto che passa davanti a loro, infagottato in un giaccone, che fa luce con una lanterna. Percorre il corridoio dove si affaccia la loro camera e poi trafficando con lo stipite di una porta, fa sì che nella parete di fondo del corridoio si apra una porta: la stanza segreta. Il vecchio entra e la porta si chiude. Passa mezz'ora, solo mezz'ora, ma sembra che sia passato più tempo. Il vecchio non esce. Intanto mezzanotte è passata e i due decidono di entrare in azione: Thad va a prendere una macchina fotografica con treppiede, mentre Sam prova a vedere come possa aprirsi la porta segreta: un pezzo della modanatura dello stipite di una porta, si muove. E quando la porta si apre, vedono alla poca luce della lampada, il vecchio seduto ad un vecchio tavolo, di fronte a loro. Alla luce della lampada non si è mosso: brutto segno. Sam interviene e scopre che è morto: ha un coltello affondato nel fianco sinistro in direzione del cuore; per terra una pistola di piccolo calibro. Chi mai ha potuto ucciderlo, se nella stanza non vi è nessuno (è un guscio in cemento senza porte nè finestre e tantomeno mobilio)? Loro hanno visto entrare solo il vecchio. Nessun altro. Problema sconcertante, già di per sè impossibile. Che poi diventa ancor più impossibile quando Sam esaminato sommariamente il cadavere formula la sua ipotesi che sia morto da almeno quindici ore se non venti: è già sopravvenuta la rigidità cadaverica. L'ipotesi verrà confermata dal medico legale, quando interverrà la polizia chiamata dai due. Dall'esame della polizia dello sceriffo, spunta fuori che la pistola ha sparato un colpo ed è proprio Sam Hawthorne a scoprire un piccolo foro nella gamba sottile del tavolo ed estrarre un proiettile contorto. Per terra vi è una vasta chiazza di sangue. La polizia esamina tutto, persino il pavimento ma altre uscite non  ne vengono trovate: chi è mai il vecchio che loro hanno visto entrare, e che poi hanno ritrovato col giaccone, la barba, seduto al tavolo, se non il fantasma dell'ucciso?
Lo sceriffo non crede ai fantasmi e neanche Sam, ma pur sempre una spiegazione deve esserci! Del resto la voce loro l'hanno sentita! Sam,trafficando all'esterno con un pezzo del tubo della grondaia, riesce a far sentire la sua voce diffondersi nella casa: è un trucco. Il tubo di grondaia comunica col solaio, dove la voce si amplifica e si diffonde nella casa grazie alle bocchette di aerazione. Se è un trucco, allora qualcuno che non è un fantasma deve aver fatto qualcosa!
Qualcuno mette una tanica di benzina collegata per mezzo di stracci alle candele nel cofano dell'auto di Hawthorne tentando di mandarlo al Creatore. Il tentativo fallito convince Sam che i fantasmi sono solo un pretesto e che qualcuno ha utilizzato la stanza segreta per nascondere un cadavere. Tuttavia loro hanno visto qualcuno entrare: un vecchio con una barba. Il medico legale dirà poi che la barba era posticcia e quel viso non era sconosciuto, ricordava qualcuno. Dalle indagini della polizia si saprà che il morto era un certo George Gifford, un tale che viveva di imbrogli. 
Investigando Thad e Sam su una possibile apertura segreta della stanza segreta, oltre alla porta pure segreta, fattosi rinchiudere Sam dal cacciatore di spettri dentro, rimarrà bloccato senza possibilità di essere tratto in salvo, mentre Sloane che avrebbe dovuto aprire, non apre.
Sam troverà un'apertura segreta nel pavimento, delle assi che scivolano e poi ritornano al loro posto, che danno su un'intercapedine stretta, ma tale che qualcuno strisciando la possa attraversare e poi grazie ad una scala, scendere in una piccola dispensa al piano sottostante.
Poi inchioderà l'assassino e il suo complice e risolverà il caso.
Con questo racconto, Hoch tenta di misurarsi col delitto impossibile in atmosfera soprananturale, tipico di John Dickson Carr. Ma il racconto è interessante anche perchè contiene dei particolari che saranno sfruttati altrove.
Innanzitutto osservo che non è una vera e propria camera chiusa canonica, perchè la camera segreta, a ben vedere, un'altra uscita segreta ce l'ha: Sam se ne accorge, perchè dopo oltre 45 minuti che è dentro la camera non risente di mancanza di ossigeno e la fiamma della lanterna vibra al passare della corrente. Però, se non è una camera chiusa effettiva, il racconto è purtuttavia notevole per la soluzione, che è veramente immaginifica: come Sam riesca a inchiodare l'assassino con una serie di deduzioni inoppugnabili è veramente notevole, e tutto partendo da una pallottola di piccolo calibro che non è riuscita a forare la gamba sottile del tavolo della camera.
Osservo - ma la cosa è applicabile in qualsiasi racconto di Hoch - che lo scrittore statunitense, laddove suoi illustri colleghi concepivano (concepiscono ancora) il racconto come un romanzo in minatura ed un parco di sospettabili se non numeroso almeno non ristretto, concepisce il racconto alla stregua di coloro che sono impegnati più che a concentrare la propria attenzione sull'assassino sul metodo usato dall'assassino per uccidere e sulla messinscena vera e propria. In sostanza questo racconto si configura come un Howdunnit. Poi dalla soluzione, scaturirà l'inquadramento del colpevole, e da ciò deriva che il numero dei sospettabili sarà ristretto. Anche in questo caso lo è. Molto ristretto. Comunque sia capire chi sia e come Sam abbia fatto ad inchiodarlo non è affatto facile: qui è il virtuosismo narrativo di Hoch.
L'ambientazione del suo racconto è tipicamente carriana:la casa infestata riporta alla mente la casa stregata in The Plague Court Murders, o quella in The Man Who Could Not Shudder o ancora in Deadly Hall. La casa usata come stazione di sosta per gli schiavi in fuga verso il Canada, riporta alla mente un altro romanzo carriano in cui gli schiavi hanno una loro importanza: Papa La-bas. Il vecchio con la barba posticcia forse non ci ricorda il tipo con la barba posticcia trovato morto con un pugnale infisso (guarda caso anche nel nostro caso) in The Arabian Nights Murder ?
E ancora, chi entra in una stanza e non ne esce più, perchè trovatovi assassinato, non ci ricorda il racconto di Sladek che vinse un  concorso che aveva come presidente di giuria Agatha Christie: By an Unknown Hand ? E la situazione di impossibilità manifesta, creatasi con la scoperta che la morte risale a parecchio tempo prima, non ci ricorda The Hangman's Handyman  di Hake Talbot ?
A sua volta però la scoperta che il tubo della grondaia possa ricreare delle voci all'interno della casa, mi ha ricordato un romanzo posteriore di Paul Halter, A 139 pas de la mort.
Citazioni attive e citazioni passive: questo racconto di Hoch è un catalizzatore di esperienze altrui, assorbite e rilasciate.
Oltre che un racconto interessantissimo. 

Pietro De Palma

giovedì 22 settembre 2016

James Ronald: Promessa mantenuta (They Can't Hang Me, 1938) - trad. Dario Pratesi - I Bassotti N°172, Polillo, 2016

James Ronald, nonostante la cospicua produzione letteraria destinata anche a delitti impossibili e camere chiuse, non è molto conosciuto: nè nel mondo anglosassone, dove si può dire solo due romanzi figurano nelle classifiche, nè tantomeno in Italia, dove nessun suo libro, prima d'ora, era stato pubblicato. A questo ultimamente ha sopperito Polillo, pubblicando They Can't Hang Me, romanzo che, assieme a Six Were to Die , ha sfidato il tempo, finendo addirittura nella speciale classifica stilata da Lacourbe alcuni anni fa.
James Ronald nacque nel 1905 in Scozia a Glasgow. Fu in Gran Bretagna che cominciò a pubblicare i suoi romanzi. La sua prosa molto fresca fu lodata da autori del tempo, tipo August Derleth. Nel 1938, quando era già uno scrittore con un suo seguito, si trasferì in USA a Fairfield (Connecticut) dove rimase fino al 1955. 
Pur avendo scritto 38 romanzi originali, uno solo è il personaggio ricorrente nei suoi romanzi: Julian Mendoza, un giornalista del London Morning World, che apparve per la prima volta in Death Croons the Blues, del 1934. 
Firmò romanzi anche con due pseudonimi: con quello di Kirk Wales ripropose, nel 1941, Six Were to Die, con diverso titolo: The Dark Angel; con l'altro di  Michael Crombie firmò sei romanzi. Infine con il suo nome effettivo, James Ronald, firmò trentuno  romanzi. . Dal romanzo This Way Out del 1940, fu tratto il film The Suspect (1944) diretto da Robert Siodmak, con Charles Laughton.
L'ultimo romanzo risale al 1953, Sparks Fly Upward. Fu un romanziere legato al periodo d'oro del giallo che non riuscì a scrivere molto dopo la fine della seconda guerra mondiale. L'ultimo suo scritto giallo, fu un racconto A Tired Hearth, pubblicato nel 1958 su E.Q.M.M.
Da allora, fino alla morte, avvenuta nel 1995, non scrisse più nulla.
They Can't Hang Me parla di un giuramento di vendetta.
Lucius Marplay è un editore di successo. Ha fondato e diretto l'Evening Echo, il giornale più letto di Londra, portandolo al successo. A quel punto sposatosi e divenuto padre, abbandona progressivamente il suo impegno nella testata, delegandolo a quattro suoi collaboratori, che, invece che rafforzarla, la distruggono, portandolo la testa giornalistica alla rovina. E con essa anche il suo fondatore che, oppresso dai debiti e dalle incombenze, si becca un esaurimento nervoso tale da dover essere ricoverato in una clinica psichiatrica. Dove rimane per vent'anni.
La figlia è divenuta una bella ragazza nel frattempo e ignora che il padre sia vivo: infatti, morta la madre di crepacuore, e affidata ad un tutore, per delicatezza nei suoi confronti non le è stata rivelata l'amara verità, ed invece le è stato detto che il padre è morto. Tuttavia apprende per caso la verità e vuole incontrarlo e qui il suo tutore deve uscire allo scoperto e confessarle perchè suo padre è ancora tenuto in osservazione: è preda di una mania omicida. Ritiene infatti che i suoi collaboratori, che ne lfrattempo hanno rilevato la testata portandolo all'antico successo, lo abbiano raggirato e abbiano provocato tutte le sue digrazie, e perciò ha ordito dei dettagliatissimi piani per ucciderli. Tuttavia, finchè rimangono nella mente del folle, nulla può nuocere. Ma quando Marplay scappa dalla clinica e fa perdere le sue tracce, rifugiandosi nella vecchia sede abbandonata del giornale , in una camera segreta di cui lui solo conosce il meccanismo di apertura, le minacce di tanti anni sembrano risvegliare le paure dei quattro soci. Tanto più quando, uno ad uno, essi muoiono effettivamente di morte violenta: ogni volta viene ritrovato un biglietto di Marplay che conferma di aver mantenuto la promessa.
La prima volta è la volta di Ellis, ucciso con tali violenti colpi di manganello da sfondargli il cranio; la seconda volta è Partridge, in una camera ritenuta sicura al cento per cento, un guscio di cemento senza posti dove nascondersi, e all'esterno vigilata da poliziotti, a venir ucciso con un colpo di pistola, da un fantasma, visto che Marplay sicuramente non è entrato, ma ha lasciato il secondo messaggio; con la polizia che non sa che pesci prendere, il terzo socio, il viscido Craven, la cui occupazione è adescare le segretarie promettendo loro una vita facile in cambio di attenzioni sessuali, e che ha tentato di adescare Joan, la figlia di Marplay, fattasi assumere per intervento dell'aitante Lord Nigel - estensore di una rubrica di gossip sul giornale e innamorato segretamente di lei - allo scopo di procurarsi prove sul comportamento sleale e doloso dei quattro a danno del Lucius Marplay di vent'anni prima, ma gli è andata male (Joan si era anche procurata un disco di dittafono con incisa la confessione di Craven estorta mentre lui era ubriaco, ma è stato rubato da un ex giornalista ora alcoolizzato perso, che verrà a sua volta ucciso dopo aver tentato un improbabile ricatto),viene a sua volta avvelenato con acido cianidrico, senza che sia stato ritrovato il mezzo usato per l'avvelenamento. 


Insomma tre omicidi impossibili: il primo, per impossibilità dell'assassino di aver superato lo sbarramento dei poliziotti (ma superato dall'eventualità che lo stesso si fosse nascosto nella camera segreta della vecchia sede, unita alla nuova da ballatoi); il secondo per manifesta impossibilità, essendo riuscito l'assassino a svanire nell'aria assieme all'arma utilizzata; il terzo per l'assenza dell'arma , anche se Craven è morto in presenza dei poliziotti, dello stesso Ispettore Wrenn e del quarto socio, Peters, dopo essersi spruzzato un profumo, che poi è risultato all'analisi assolutamente privo di gas cianiìdrico.
Il quarto omicidio è nell'aria: viene annunciato, come i precedenti, tramite un trafiletto nei necrologi del giornale, stante l'impossibilità che ciò possa avvenire visti i controlli esercitati. Avverrà per accoltellamento. Tuttavia questa volta l'omicidio sembra andare storto, perchè Marplay verrà fermato e cadrà in acqua. Verrà tuittavia tratto in salvo da uno strano personaggio Alistair McNab, che si è ritagliata la figura di investigatore, cosa che non è nella vita, ma che al momento opportuno, trae d'impaccio la polizia, rivelando i fili conduttori della vicenda e provocando la confessione e il suicidio dell'assassino.
Romanzo molto godibile, è scritto con uno stile molto arioso e leggero, che delizia il lettore.
La storia è risaputa: una vendetta ed una promessa di uccidere. L'espediente non ha una validità solo per la trama della storia, ma anche per la creazione di una tensione narrativa, che riguarda un personaggio non cattivo ma pazzo, reso folle proprio dall'infedeltà dei suoi quattro collaboratori: Mark Peters, Ambrose Craven, Sinclair Ellis e Nigel Partridge in cui lui aveva riposto la sua fiducia. 

Si viene a creare inconsciamente (ma io credo che la cosa sia stata voluta dallo scrittore) una sorta di partecipazione del lettore alle vicende che vede narrate: il lettore, anche se in realtà dovrebbe stare dalla parte di chi persegue il bene e aborrisce  il male, finisce per fare il tifo per Marplay e quasi augurarsi che, nonostante tutte le misure prese per evitare che possa portare a termine i suoi propositi omicidi, egli vada avanti nella sua vendetta. Anche perchè il lettore sa che, nella finzione letteraria, ad ogni omicidio impossibile è legato il piacere da parte del lettore amante dei delitti impossibili di carta, che questi avvengano. In questo, il lettore e il pazzo, sono legati dal medesimo filo conduttore: un testo, trovato nella camera segreta in cui egli si è rifugiato: L'assassinio come una delle belle arti, di Thomas De Quincey.
Il romanzo pertanto è un curioso frullato formato da elementi di Thriller (la promessa di uccidere, portata a termine ogni volta con pervicacia, fredda determinazione ed ingegno) e di Mystery, che sembrerebbe essere un Howdunnit (ricerca del come sia sia svolto l'omicidio) stante la evidenza di chi sia l'assassino. Tuttavia alla fine si vede che il Mystery era anche un Whodunnit, perchè l'assassino non era quello che si pensava fosse, ed invece era altra persona.




Interessante è anche la presenza di tre investigatori sul campo: l'Ispettore Wrenn, Joan e Alastair McNab. Questa particolarità potrebbe essere stata mutuata forse dal successo del romanzo di Leo Bruce, tenuto conto che qui  lo sdoppiamento di McNab in preteso investigatore e reale giornalista qual'è, fa sì che si venga a creare la condizione presente nel romanzo di Bruce: tre investigatori che agiscono ed un quarto (il sergente Beef) che da la soluzione.
Nonostante sia un crogiuolo di trovate e il ritmo non si abbassi e la lettura sia piacevole e agevole, il romanzo non è però un vero capolavoro in quanto risente di idee espresse altrove e anche la scoperta del colpevole non è così ardua come in altri romanzi (come quelli carriani e queeniani per esempio), anzi è piuttosto semplice. Il fatto è che l'espediente alla base del preteso thriller (la promessa di uccidere e la conoscenza dell'assassino) che dovrebbe innalzare la tensione, in realtà se la mantiene alta per quanto concerne sia l'estrinsecazione degli omicidi sia l'individuazione di determinati soggetti, McNab per esempio, non è effettiva per l'omicida, perchè non avendo creato le condizioni perchè più soggetti possano essere accusati, ne deriva che "se non è zuppa è pan bagnato", ed eliminato il soggetto primo, il secondo dev'essere per forza quello. Questo perchè il romanzo segue il filone dell'Howdunnit classico (anche se qui c'è un elemento whodunnit mascherato) che punta al sensazionalismo e alla spettacolarizzazione della messinscena, come nei romanzi francesi, laddove, come qui, vi è assenza o comunque poca presenza di elementi psicologici e comunque pochi elementi da sospettare. 
Le idee espresse altrove invece sono da ricercare in espedienti narrativi già utilizzati da altri romanzieri in auge negli anni 'trenta: per esempio i vari omicidi attribuiti a qualcuno già certo in partenza e invece compiuti da altra persona, mi richiamano alla memoria The A.B.C. Murders del 1935 di Agatha Christie, dove c'è anche l'elemento dell'omicida folle a cui si da la colpa di vari omicidi,  preannunciati, come in questo caso. E ancora : Carr e Queen, accomunati dall'espediente del falso colpevole che distoglie l'attenzione da quello vero. Potremmo trovare una certa similitudine in It Walks By Night del 1930, dove tutti pensano che l'autore degli assassini sia Laurent fino quando si scopre che Laurent è stato precedentemente ucciso e la sua identità presa da altra persona. Sembrerebbe, perchè il riferimento più diretto mi pare quello di Ellery Queen, di The Egyptian Cross Mystery: in quel romanzo c'è la promessa di vendetta, come nel nostro caso; la vendetta che si realizza tre volte, come qui; una vittima sacrificale, tenuta segregata e poi uccisa per far credere una certa cosa, mentre qui tale espediente si realizza in parte. Comunque tutto il resto ricorre.
Infine c'è un altra idea espressa altrove, anche se questa volta è dello stesso autore: infatti la promessa di uccidere, ricorre in un romanzo precedente a questo e come questo parecchio famoso: Six Were to Die, del 1932, dove un criminale minaccia di morte i sei responsabili della sua rovina avvenuta dodici anni prima, e anche lì si assiste alla gara tra chi deve mantenere la promessa e chi deve impedirlo. Come dice John Norris, anch'io lego l'ingegno nella creazione delle trappole mortali, ad esempi altrove espressi da altri: infatti il ricordo immediato è quello di John Rhode e dei marchingegni usati da lui per far uccidere nei suoi romanzi, anche se quello inventato nel caso della Camera Chiusa (omicidio Partridge) mi sembra veramente un'arrampicata sugli specchi: un metodo cioè francamente troppo cervellotico, quando il rumore della mano sbattuta con violenza sulla scrivania, avrebbe benissimo potuto mascherare il rumore attutito di uno sparo col silenziatore, cosa che viene eliminata a priori, invece che tutto il resto. Anche il dialogo falso tra l'omicida e la vittima, mi richiama qualche romanzo e racconto di altro autore, dove per esempio l'espediente del ventriloquismo (che non esiste qui) viene utilizzato per far credere che la vittima al momento giusto, fosse ancora in vita: per es. Problem at Sea di Agatha Christie (1936) o The End of Justice, 1927di John Dickson Carr.
Insomma non un capolavoro, ma purtuttavia un romanzo estremamente godibile.




Pietro De Palma