lunedì 12 dicembre 2016

Paul Halter – La Quarta Porta (La Quatriéme Porte, 1987) – traduz. Marianna Basile – Il Giallo Mondadori N. 2438 del 1995 ( 2^ PARTE)

E ora parliamo della trama. Devo sottolineare però che ancora una volta ci troviamo alle prese con personaggi, poco più che ragazzi: è un altro dei motivi ricorrenti in Halter. Avevamo trovato dei ragazzi ne La Malediction de Barberousse, li troveremo in altri romanzi, per es. in Le Brouillard Rouge, o in Spiral (ancora inedito in Italia).
Il narratore è James Stevens, Elizabeth Stevens è sua sorella, Henry White è un loro vicino e amico, come pure John Darnley: sono tutti poco più che adolescenti. Le famiglie di alcuni di loro possiedono delle caratteristiche comuni: infatti sia John che Henry sono orfani di madre. La madre di Henry è morta per un incidente d’auto (causa di ricorrenti liti tra Henry ed suo padre, Arthur), mentre quella di John è stata trovata morta in una soffitta della loro casa, chiusa a chiave dall’interno, in un lago di sangue, coperta di ferite da taglio, con un coltellaccio vicino: la sua morte è stata archiviata come suicidio, e del resto è bastato il fatto che la porta fosse stata trovata chiusa dall’interno a fugare ogni dubbio.
Tuttavia, siccome Victor Darnley, il padre di John, ha bisogno di ricavare dei soldi, dopo la guerra cerca di affittare alcune stanze della sua casa, ma sempre, dopo un po’ di permanenza, gli affittuari  vanno via a causa di quegli strani rumori che si sentono provenire dalle soffitte di notte: rumori di passi, ed un’atmosfera strana, misteriosa, malsana. Finchè un bel giorno, la fama della casa infestata dallo spirito della defunta Sig.ra Darnley, non attira una coppia un po’ strana, i Latimer, Alice e Patrick. Lei è una medium, e ben presto questo avrà conseguenze.
I ragazzi oltre che amici, sono legati anche dalle prime cotte adolescenziali: Elizabeth è innamorata di Henry, ricambiata, ma né lei né lui fanno il primo passo, giacchè entrambi sono timidi: lei vorrebbe che fosse lui a fare il primo passo, per non compromettersi e non finire ad essere additata come una sgualdrina (i soliti miti della provincia francese), lui non trova il coraggio per fare il primo passo e quando è lì sul punto per fare qualcosa…pensa bene di fare dell’altro; così alla fine, nonostante il narratore della storia, James, finisca per fare il mezzano, anche contro la sua volontà e su richiesta della sorella, la storia tra i due ragazzi non decolla, tanto che la ragazza finisce per accettare la corte di John.
Un bel giorno, anzi una bella notte, il padre di Henry nel boschetto intorno alle case vede dei movimenti sospetti: qualcuno che trasporta quel che sembra un corpo. Poi più nulla, e quando viene ritrovato sanguinante con una gran brutta ferita alla testa, già si piange la sua morte. Tuttavia Arthur vivrà. Ma intanto, Henry scompare e non se ne sa più nulla.
La scomparsa di Henry e l’aggressione quasi mortale di Arthur, combinandosi ai rumori strani che ricominciano a sentirsi in casa Darnley, provenienti dalle soffitte, nonostante John e il padre (prima sospettato di essere lui a produrli, quando va nelle soffitte cercando lo spirito della moglie) siano assieme accanto ad Alice Latimer ed altri protagonisti, e alle minacce proferite dallo spirito della Sig.ra Darnley, che ha parlato attraverso la medium Alice Latimer, durante una seduta spiritica, infuriata contro chi l’ha uccisa e  che troverà pace solo quando l’assassino verrà trovato, formano una miscela esplosiva.
Un bel giorno si combina un esperimento, nella camera della soffitta che si dice essere infestata dallo spirito: Patrick Latimer si offre di esservi rinchiuso, per incontrare lo spirito e poter sapere chi l’abbia uccisa; per sicurezza maggiore, ogni mezzora qualcuno si accerterà che lui sia vivo e vegeto, fino alla fine dell’esperimento. E per evitare che la scena sia contaminata da altre presenze, la manopola esterna della stanza viene sigillata e il sigillo viene creato utilizzando una moneta antica, unica, che viene pressata sulla cera calda.
Patrick si presenta poco dopo, avvolto in un pastrano e con un cappellaccio: evidentemente crede di averne bisogno, perché nelle soffitte fa freddo. Quando però allo scadere del tempo, qualcuno non sente risposta dall’interno e decidono di aprire la porta sigillata, ritrovano Patrick morto, con un pugnale conficcato nella schiena.
Le finestre sono chiuse, la porta era stata sigillata da loro, nella stanza non c’è nessun altro: sicuramente se è stato omicidio ha avuto una causa sovrannaturale. Alice alla vista del marito ucciso, sviene. Le sorprese non sono finite: infatti quando viene scoperto il viso del morto, si capisce immediatamente che quello non è Patrick ma Henry, e allora ci si ricorda di come la figura, prima di entrare nella camera fosse avvolta troppo bene nel pastrano e nel cappellaccio quasi a celare la propria identità.
Intanto, ecco che Patrick fa la propria comparsa: racconta di essere stato aggredito mentre era giù ad indossare il pastrano. Ma allora perché Henry, dopo esser stato creduto morto o scomparso, dopo che è stato visto da due persone diverse in due posti diversi alla stessa ora, è venuto a morire proprio allora in quella casa?
Nessuno lo sa spiegare, finchè arriva la terza sorpresa: qualche giorno dopo, suonano alla porta, ed ecco..Heny. Henry ? Ma non era morto?
Due Henry, identici. Quale sarà quello giusto? Pochi accenni della sua storia, e si capisce che il vero Henry è quello che si trovano dinanzi, vivo; mentre il falso Henry, morto, è un suo amico, Bob Farr, quasi un suo sosia.
Entra in scena l’Ispettore Drew: tuttavia, pur facendo indagini, e interrogando le persone coinvolte, nessuno capisce il perché quel giovane, Bob Farr, sia stato ucciso al posto dell’amico Heny. E, nonostante Drew schiumi rabbia, Henry si rifiuta di parlare e di raccontare la sua verità.
Fatto sta che proprio Drew, nel corso di una riunione di famiglia, accuserà Henry di aver ucciso l’amico, e ipotizzerà che egli possa essere se non la reincarnazione di Harry Houdini, almeno un parente prossimo, visto che Harry Weiss, nome originario di Harry Houdini, è quello anche di Arthur White, che peraltro gli assomiglia come una goccia d’acqua. Henry, sarebbe impazzito, credendosi Harry e comunque credendo di averne il sangue. Il movente? La vendetta, non contro Farr, bensì contro suo padre Arthur accusato da lui di essere il responsabile della morte della madre: il suo delitto, dovrà essere collegato ai dissidi tra lui ed il padre, e quindi Arthur sarà accusato dell’omicidio del figlio, anzi di Farr, creduto Henry.
Ma come avrà potuto creare un trucco da Camera Chiusa? Drew immagine una messinscena elaborata: Henry avrebbe ucciso prima Bob Farr, accoltellandolo alla schiena, e lasciandolo in una camera vicina, poi presentandosi e venendo chiuso dall’esterno, avrebbe cosparso la giacca di un liquido rosso e poi si sarebbe piazzato sulla schiena un pugnale da scena, retrattile: agli occhi di chi avesse aperto la porta, sarebbe sembrato un omicidio, poi avvalorato dal successivo trucco: una palla di gomma posta sotto l’ascella, poi stretta, così da interrompere per pochi secondi il flusso sanguigno dell’arteria radiale, e determinare il fallimento del rilevamento del flusso tastando il polso. Nel momento in cui gli astanti sarebbero scesi per avvisare la polizia, lui in fretta e furia avrebbe preso il cadavere di Bob Farr e l’avrebbe messo al proprio posto. Determinando l’impossibilità dell’omicidio. Tuttavia la soluzione di Drew scontenta proprio l’accusato che dimostra come la sera dell’omicidio di Farr, lui era in America, fornendo un alibi bomba.
Finito tutto? No. Perché tempo dopo, mentre gli amici stanno trascorrendo una serata assieme, e sta nevicando, si consuma un secondo omicidio, altrettanto impossibile: muore infatti per una fucilata alla testa, che gli spappola un orecchio e conseguente emorragia, il padre di Henry, Arthur. Solo che dopo la telefonata nella quale il padre invoca l’aiuto del figlio, e parla di omicidio, accorsi i presenti, trovano sì Arthur ormai morto, ma anche trovano attorno alla casa una distesa di neve candida, senza alcuna impronta al di fuori delle loro. La successiva inchiesta da parte dell’incavolatissimo Drew non porta ad alcun risultato utile, eccetto il fatto che i coniugi Latimer sembrano essersi dissolti nel nulla. Viene diramato l’ordine di ricercare i latitanti, che risultano poi dalle indagini essere dei lestofanti, dei truffatori; successivamente viene convocata a casa di Henry una riunione nella quale il dirigente di polizia mette gli astanti al corrente delle indagini: nel corso di essa, mentre alcuni dei presenti sono seduti nella sala, chi su sedie, chi su un grande divano, Elizabeth Stevens si lamenta che il suo fidanzato abbia la mano fredda, e si lamenta tanto che lui sbottando le dice come le sue mani non siano affatto fredde. E’ in quell’istante che la ragazza capisce che la mano che sta tenendo non è quella del fidanzato ma spunta dal sedile del divano: quando rimuovono il fondo trovano al suo interno i cadaveri vecchi di due giorni dei coniugi Latimer. Il capitolo finisce e sorpresa delle sorprese, il capitolo successivo comincia  con quella che Todorov avrebbe definito un’ “esitazione”.
Cosa accade? Non lo dico, come pure ovviamente non rivelo come finisce la storia e chi alla fine venga inquadrato come omicida. Tranne che a risolvere il tutto vi pensa l’ex ispettore Alan Twist chiamato da uno scrittore di gialli, Ronald Bowers. Cosa c’entra lo scrittore con la storia? Non lo dico. Ma quando si pensa di aver capito tutto, si capisce invece di non aver capito nulla e due rivelazioni finali si susseguono, la prima falsa, l’ultima vera. Le due ultime parole del libro.
Romanzo straordinario, un autentico capolavoro, come se ne trovano pochi oggigiorno. Direi, con la mano sulla coscienza, uno dei migliori romanzi degli ultimi vent’anni, in assoluto.
Non a caso vinse “Le Prix du roman policier du festival de Cognac”, nel 1987.
Il successivo romanzo, Le Brouillard Rouge, vinse quello più importante in assoluto: Le Prix du Roman d’Aventures. Ma non si può dire che Nebbia Rossa sia migliore de La Quarta Porta: sono due romanzi con tema diverso, con afflato romanzesco diverso, entrambi capolavori, entrambi con camere chiuse. Se proprio volessi trovare una caratteristica peculiare di entrambi, direi che se il primo è un fuoco pirotecnico di invenzioni, di sorprese, di trovate, di soluzioni, il secondo affascina con il respiro possente del romanzo.
Tra le due Camere Chiuse presenti ne La Quatriéme Porte, la prima è la migliore, la più spettacolare, come accade per esempio in Whistle Up The Devil di Derek Smith, mentre la seconda è un corollario che serve a definire l’identità del secondo omicida. Già, perché in questo romanzo vi sono due o meglio tre colpevoli. Mannaggia..mi son tradito, Vabbè, ora lo sapete: tre colpevoli diversi. Però non sapete i nomi, eh già.
01quatriemeporte3.jpgE vi posso assicurare che mai come in questo romanzo, anche il più smaliziato dei lettori, non riuscirà ad indovinare il colpevole: ve lo posso assicurare, giacchè a me capita spesso. Qui no. Avevo letto il romanzo tanti anni fa. L’ho riletto tempo fa con estremo piacere, anche perché se mi erano rimasti impressi dei particolari (i cadaveri nel divano), il resto l’avevo dimenticato. Per cui la rilettura è stata estremamente appagante.
Per il resto, cosa si può dire?
Incominciamo col fatto che il primissimo romanzo autoprodotto, La Malediction de Barberousse, ha, con questo romanzo,una peculiarità comune: Paul Halter riversa tutto se stesso, dà fiato a tutta la sua straripante fantasia; tuttavia nel primissimo romanzo, il troppo stroppia, qui, invece, è congeniale al successo del plot.
Man mano che il plot si manifesta e l’azione si distende, viene innestata una marcia trionfale che procede con sempre maggior forza, fino al ritrovamento dei cadaveri nel divano e ancor di più fino alla fine della  Parte II. Nel passaggio dalla Parte II alla Parte III, c’è una cesura nettissima, che si manifesta con lo sgomento da parte del lettore, e con quella che Todorov chiamava “esitazione”, e che altri invece definivano “estraniamento”, “sbalordimento”, “confusione”.
La marcia trionfale, riprende nei capitoli successivi, con sempre maggiore tensione, fino ad arrivare alle due sorprese ultime, in un susseguirsi di colpi di scena. Possiamo dire che se la tensione è avvertita sin dall’inizio del romanzo e non accenna a sedarsi, essa procede sostanzialmente in due blocchi separati: il primo è costituito dalle Parti I e II, il secondo comincia con la Parte III; tra i due blocchi, ripetiamo, c’è una cesura nettissima, che coincide con l’entrata in scena di Ronald Bowers.
Non è un romanzo solo poliziesco ma è anche un romanzo fantastico. Lo è perché nel plot vi sono molti artifizi tipici della letteratura fantastica: come dice giustamente Philippe Fooz, nel romanzo vi sono Lieux hantés ou lieux maudits, luoghi infestati e maledetti; Réincarnation (“a réincarnation du célèbre magicien Harry Houdini”); bilocation, la bilocazione, che si verifica quando Henry è visto in due posti diversi, da persone diverse, alla stessa ora; ma c’è anche il tema del Doubler, del doppio ( i due Henry), della Résurrection (Henry suona alla porta, quando lo ritengono morto).
Ma è un romanzo fantastico, non solo perché possiede caratteristiche riconoscibili e ascrivibili al romanzo fantastico, ma anche perché ha la particolarità, che Todorov identificava come la spia che inquadra un romanzo come fantastico, di determinare nel lettore, al verificarsi di una determinato fattore X, una certa esitazione. Il verificarsi di questa esitazione, alla cesura, al passaggio dalla Parte II alla Parte III, è reale.
Todorov cita due romanzi polizieschi in quanto esempi di fantastico:The Murder of Roger Ackroyd, di Agatha Christie e The Bourning Court, di John Dickson Carr, per cause diverse. Guarda caso, le maggiori citazioni presenti nel romanzo di Halter, riguardano questi due autori, e questi due romanzi. Ora è una cosa acclarata che Halter prediliga da sempre questi due autori; tuttavia io credo che in questo romanzo, egli abbia voluto citare questi due autori, per un’altra valenza: il fatto che anche il suo romanzo è in certo senso fantastico ed inoltre in certo senso è una sintesi dei due romanzi citati da Torov. Infatti La Quatriéme Porte è un tributo a Carr e Christie: lo dimostrano le citazioni disseminate nel romanzo.
Innanzitutto, l’azione è narrata in prima persona, come nel capolavoro della Christie citato: nelle prime due parti, da James Stevens, nella terza, da Ronald Bowers. A quel libro, si ricollega anche per un altro particolare che non rivelo (ma che rispetto all’originale della Christie è trasformato: non c’è la volontà della menzogna, in un soggetto che il lettore identifica in sé, in conseguenza del fatto che l’azione è raccontata in prima persona , ma se menzogna c’è essa è del tutto non voluta).
Poi  vi sono almeno quattro citazioni chiarissime di Carr: il delitto in altro luogo rispetto a quello nel quale è stata allestita la camera chiusa, deriva da The Crime in Nobody’s Room di Carter Dickson, cui precedentemente rispetto ad Halter, altri si sono ispirati: dall’Innes di Appleby’s Other Story a The Problem of the Phantom Parlor, di Edward D. Hoch, e così via.
Una seconda citazione carriana è ovviamente il ritrovamento dei cadaveri nel divano: il riferimento è qui a The Red Widow Murders di Carter Dickson, romanzo in cui un cadavere è ritrovato piegato a formare l’ossatura di una poltrona, sopra cui è seduto un personaggio, che non è l’assassino.
L’entrata in scena di Alan Twist a romanzo inoltrato, può tranquillamente riferirsi a The Plague Court Murders, sempre di Carter Dickson, nel quale H.M. entra in scena in un secondo tempo, come pure ad un romanzo di Noel Vindry, Le Piège aux diamants, in cui il giudice Allou, interviene in tempo per scoprire il colpevole. Infine anche la reincarnazione di Henry White/Harry Houdini è comparabile a quella di Maria/ Marchesa de Brinvilliers in The Bourning Court.
Per tutto ciò, se Todorov avesse scritto il suo saggio qualche anno dopo, dopo aver letto questo romanzo, forse avrebbe potuto inserirlo, tra gli esempi di Letteratura Fantastica.
Non ci sono solo queste citazioni, evidenti, però; ce n’è anche qualcuna che non lo è: mi riferisco a quella inversa, altra caratteristica nei romanzi di Halter (la citazione originaria viene trasformata e sovente capovolta), presente all’inizio della Parte III, “Intermezzo”. E’ una citazione che è sfuggita a chi ha già recensito (all’estero) questo romanzo:
“Un tipo si introduce in una vecchia armatura…l’uomo è ancora dentro l’armatura ma ha perduto la testa…la testa è stata tagliata ed è scomparsa” (La Quarta Porta, pag. 125). La citazione fa riferimento a Death of Jezebel, “Morte di una Stega”, spettacolare romanzo con Camera Chiusa di Christianna Brand, già recensito in questo Blog, in cui nel rodeo medievale, c’è un cavaliere in armatura che monta un cavallo, al cui interno non c’è il corpo, ma solo la testa mozzata.
E poi tante altre, che possono tranquillamente riferirsi agli altri spunti presenti nel romanzo: il tema del doppio, può esser stato preso da Ellen McCloy così come da Ellery Queen; la falsa seduta spiritica, da Abbot o da Talbot; la stessa bilocazione da Ellen McCloy.
Per non parlare della Camera Chiusa, la prima: si tratta di una spettacolarizzazione rara nella sua efficacia. Un cadavere che non ci sarebbe dovuto essere e c’è, e una porta chiusa non dall’interno ma dall’esterno: la particolarità di questa messinscena sta nella sottigliezza che l’azione non è la conseguenza di un’azione fatta all’interno, ma all’esterno della camera, in cui chi sta dentro la stanza svolge solo un ruolo passivo: il sigillo alla maniglia, lo esclude dall’azione, che è invece una prerogativa di chi sta al di fuori. Per un certo verso analizzando le due soluzioni proposte, quella più semplice è la prima, quella che è sbagliata, ma solo perché identifica il colpevole in un soggetto che non lo è; invece, la soluzione giusta è quella più difficile, quella che si basa su una modulazione delle proporzioni degli ambienti e che si rifà espressamente a Carr, quando invece la prima è una riproposizione del trucco già inscenato ne La malediction de Barberousse: il corpo che si crede morto a prima vista, non lo è. Peraltro, il trucco inscenato per allestire la Camera e che viene spiegato più tardi , è semplicemente magnifico, anche perché, come le grandi Camere Chiuse, quelle spettacolari, quasi sempre l’assassino/a gode di una copertura, di un complice: il complice crea confusione, e appoggia l’azione dell’omicida. Qui il trucco sta nel creare una illusione, che si appoggia sulla rimodulazione degli spazi e degli oggetti: una tenda finale, dei pomelli di porte, un corridoio tutto rivestito di pannelli di quercia dello stesso colore delle porte, un corridoio che si accorcia o che si allunga, senza che gli astanti se ne accorgano, tranne una variabilità  delle proporzioni del corridoio.
Non avete capito? Leggete il romanzo: rimarrete a bocca aperta.

Pietro De Palma