lunedì 24 ottobre 2016

Herbert Resnicow : Il Grande Gold (The Gold Solution, 1983) – Traduz. Gigi Coretti – Il Giallo Mondadori N. 1870 del 1984.


Herbert Resnicow è scomparso quindici anni fa, dopo aver vissuto 77 anni. Era nato nel 1920, ma la sua entrata di diritto nella storia della letteratura poliziesca, si attua solo nel 1983 con The Gold Solution, opera prepotente e anche ammiccatamene ruffiana che gli fa conquistare una nomination a sorpresa per la miglior opera prima nel campo dei romanzi, agli Edgar Award del 1984.
E’ il suo debutto ufficiale. Rinuncia alla Crime Novel americana contemporanea, fatta di Hard-boiled mischiato a temi sociali per recuperare la Detection Novel più classica, ammiccando a Van Dine e Rex Stout.
E’ stato per molti anni ingegnere edile, combattendo nel Genio Militare durante la Seconda Guerra Mondiale, e svolgendo la propria professione fino al giorno in cui ha deciso di scrivere un romanzo giallo. L’occasione, se così si volesse dire, gliela fornì un avvenimento doloroso: colpito da infarto, decise di ingannare il tempo scrivendo prima racconti, poi un romanzo in cui inserisse le proprie conoscenze di tecnica delle costruzioni assieme ad una trama poliziesca di tipo classico. Fino alla morte, avvenuta sempre per questioni cardiache, ha scritto parecchi altri romanzi alcuni dei quali hanno ottenuto notevoli successi di pubblico. Simpatico, “bello in carne”, si è interessato anche alla costruzione di impianti hi-fi avveniristici. Hobby: polizieschi e musica classica. Forse per questo mi è anche così simpatico. Al tempo disse ironicamente che “il comitato (n.d.r. : per l’assegnazione degli Egar) forse ha dei pregiudizi contro gli ebrei di mezza età, casalinghi, sposati, piccoli e grassi”. A distanza di quindici anni, comunque, pochi si ricordano di lui. Parecchi dei suoi romanzi sono stati pubblicati ne Il Giallo Mondadori
L’opera prima di Herbert Resnicow è The Gold Solution, 1983.
In essa si ritrovano accenni biografici: infatti, Alexander Gold, costruttore, come il suo ideatore, Resnicow appunto, ha subito un grave infarto. Durante la convalescenza, dal suo amico e mentore Hanslick Burton, ricchissimo avvocato, gli viene proposto di occuparsi di un caso apparentemente senza via d’uscita: un giovane architetto alle prime armi, Jonathan Candell, è stato trovato con un coltello grondante di sangue in mano davanti all’agonizzante celeberrimo architetto Roger Allen Talbott, dell’omonimo studio, famoso per i suoi edifici a piramide. Cosa c’è di interessante? Il fatto che allo studio dove è stato trovato il moribondo, sito nell’attico di una avveniristica costruzione dotata dei sistemi di allarme più efficienti, si accede solo attraverso un ascensore, che viene sbloccato da Talbott stesso; che Candell è stato chiamato da Talbott meno di un minuto prima del suo accoltellamento, e dopo solo la cameriera gli aveva portato dei formaggini danesi e del latte; che nello studio non ci fosse nessun altro all’infuori di Candell e dello stesso Talbot; e che le uniche porte di sicurezza esistenti fossero dotate di allarmi e campanelli, tali che nessuno avrebbe potuto usarle senza essere individuato immediatamente; inoltre non esistono passaggi segreti o false pareti. Insomma..in pratica una camera chiusa, con un unico possibile assassino. Che però si professa innocente: è ebreo praticante, contrario alla violenza, non avrebbe avuto nessun movente per uccidere Talbott. Del suo caso si è dapprima interessata Norma, moglie di Hanslick. Poi ella, amica di Pearl, a sua volta moglie di Alexander Gold, pensa che solo lui, l’investigatore dilettante, possa risolvere il caso, evitare la pena di morte a Candell, e togliere una grossa gatta da pelare a Hanslick che non sa come vincere una causa disperata.
Alexander accetta, ma solo in cambio di una grossa ricompensa: dovrà, da casa sua, impossibilitato a muoversi per almeno tre mesi, risolvere il caso sulla base dei dossier e delle prove circostanziali e delle indagini svolte, al suo posto, dalla moglie, Norma. Ecco il legame con Stout: come Nero Wolfe, Alexander Gold è pesante, e non si sposta, e svolge le indagini, e risolverà questo intricatissimo caso, basandosi sull’aiuto prezioso di sua moglie Norma che come Archie Goodwin, fa da spalla al grande investigatore. Archie, non Watson: Watson assiste alle indagini di Sherlock Holmes, non le conduce come fa Archie, e Norma.
I soli possibili sospetti sono i quattro soci di Talbott (Bauer, Bishop, Dakin, Kirsh) che però al momento della morte non erano lì, la moglie Irma (che però nel momento in cui moriva il marito era dabbasso assieme alla cameriera), ed il suocero (Rufus C. Miller). Ma quale movente avrebbero avuto tutti e sei ad uccidere la classica gallina dalle uova d’oro, il più celebre architetto d’America, che monetizzava in fiumi di denaro qualsiasi idea, con i suoi celeberrimi schizzi a matita, perfetti, senza cancellature (si diceva persino che in gioventù avesse emulato Giotto, disegnando a mano libera una O perfetta, ed inscrivendo al suo interno un altro cerchio perfetto), sviluppati poi dal team di architetti che gli stava attorno in soluzionia architettoniche ardite?. Sta ad Alexander trovarlo.
Riesce a togliere la maschera a tutti e quattro (invidiosi fino all’estremo e desiderosi di succedergli nella società, almeno tre su quattro): tutti e quattro lo odiavano, ognuno rimproverandogli la fama acquistata a spese loro, senza che avessero una pur minima parte della sua celebrità e dei suoi soldi, quando non esistesse altra ragione valida, più segreta. Norma fornisce a suo marito l’indizio che lui Gold, tramuta in altro movente: l’amore morboso di Talbott, che come alcuni produttori cinematografici degli anni ’20, approfittava sessualmente di tutte le collaboratrici “piccole, bionde e cicciotelle”, per una sola volta, nel suo studio, dopo averle irretite, e portandole sempre o quasi, all’esaurimento nervoso, o a gravi sindromi da suicidio (la segretaria di cui si innamora il dirigente ricchissimo, che poi la abbandona).
Riuscirà a individuare l’unico assassino, tra i sei sospettati, distruggendo un alibi inattaccabile. Basandosi sulla massima poliziesca più classica, che cioè quando il possibile non trova posto bisogna attaccarsi all’impossibile per spiegare l’inspiegabile, Gold imbastisce la sua accusa, facendo leva su una serie di indizi che gli fornisce la moglie, già archivista, e principalmente concentrando le indagini su chi potesse trarne dei vantaggi: Cui Prodest?
Se all’inizio pareva che tutti e sei avrebbero avuto solo a rimetterci dalla morte di Talbott, scavando in profondità, facendo domande, anche le meno sensate, costruendo possibili rapporti tra persone apparentemente estranee, Gold e la moglie riescono a mettere in luce un piano accuratamente premeditato, per il quale abbisognava solo avere a portata un capro espiatorio, Candell appunto, che non avesse alcun possibile rapporto di odio/amore con l’assassino, cosicché non si potesse con lui trovare alcun tipo di legame. Un qualsiasi capro espiatorio: se non ci fosse stato Candell, probabilmente qualche altro povero Cristo sarebbe stato scelto per essere immolato sull’altare del delitto perfetto. Ma la costruzione ha però delle incrinature invisibili, che Gold riesce a rendere visibili.
La Camera Chiusa viene spiegata non sulla base di aggeggi o diavolerie meccaniche strane, bensì sulla contemporaneità di azioni di cui originariamente non si sapeva nulla e che egli suppone, ricercando poi una serie di prove che la possano suffragare; e soprattutto su un patto di morte.
Interessante romanzo, non si distingue per qualità narrativa o stilistica, quanto per l’uso sapiente e manieristico dei riferimenti, attingendo da tutta la letteratura che prima di lui si è sviluppata: da Carr, da Rex Stout, e persino da Ellery Queen. Infatti, cos’altro sarebbero gli innocenti schizzi buttati giù da Talbott sull’ultimo suo progetto, su cui stava lavorando mentre l’assassino lo ha sorpreso, fatto arrivare lì all’ultimo piano da qualcuno, e camminando silenzioso sulla spessa e morbida moquette, se non “the dying message” di queeniana memoria? Ignorati da poliziotti troppo reali per possedere un briciolo di quella fantasia che permette a Gold di risolvere il caso, e troppo ignoranti per non aver letto neanche un romanzo della grande stagione creativa di Ellery Queen, non riescono a vedere nella “rapa e nel salame”, per esempio, uno dei soli possibili indizi che il morente Talbott avrebbe potuto trasmettere senza che il suo assassino che gli era accanto potesse in alcun modo sospettare che essi fossero delle accuse a suo carico.
L’unico rimpianto e anche il solo rimprovero che gli posso fare è di non esser riuscito a mantenere fino alla fine la tensione per l’accusa dell’assassino, tradendosi alcune pagine prima, e mantenendo la tensione solo per la scoperta del complice, l’ideatore della messinscena.
Alla base di tutto cosa c’è? Ma ovviamente il vil danaro! E anche il sesso!  Due delle cause preferite che da sempre, sotto sotto, costituiscono la base per i delitti veri e soprattutto per quelli di carta, i nostri amati “Delitti per diletto” di Mandeliana memoria.

Pietro De Palma